Panzerotti caduti sul pavimento

Petti di ciliegia sul pavimento

Chiara posò il piatto di minestrone fumante davanti a Marco e si sedette di fronte. Il minestrone era buono, saporito, con un cucchiaio generoso di parmigiano. Ci aveva messo quasi tre ore a prepararlo, mentre il marito era ancora intrappolato nel traffico tornando dal lavoro.

Marco prese il cucchiaio, lo fece girare piano nella zuppa, poi lo posò.
Non ho fame, disse senza staccare gli occhi dal telefono.

Davvero? Ma da stamattina non hai toccato nulla.

Chiara, non ho fame, basta. Non farmi linterrogatorio.

Lei non insistette. Raccolse il suo piatto, si servì una mezza porzione e nemmeno lei riusci a mangiare. Il minestrone era buono. Ma mancava con chi condividerlo.

Si stava già facendo buio fuori, sulla periferia di Prato lampeggiavano i lampioni, nelle finestre vicine vedeva lampeggiare la luce azzurra dei televisori. Un normalissimo mercoledì dautunno, niente di speciale.

Come è andata in ufficio? chiese Chiara, già prevedendo che quella domanda non avrebbe avuto risposta.

Tutto normale.

Hai avuto dei problemi?

Marco alzò finalmente lo sguardo. Era stanco, e leggermente infastidito, come chi ascolta la stessa domanda per la decima volta.

Chiara, sono distrutto, hai capito? Tutto il giorno riunioni, poi il traffico Chiedo solo un po di silenzio la sera.

Va bene, sussurrò lei. Va bene.

Lavò i piatti. Lui era seduto in poltrona, scorrendo lo smartphone. Poi accese la tv, cambiò canale senza soffermarsi su nulla. Chiara passava con lasciugamano e lui nemmeno la guardava.

Stavano insieme nella stessa stanza, ma come se vivessero mondi diversi.

Verso le nove e mezzo di sera, Chiara trovò il coraggio.

Senti, perché non andiamo a trovare tua mamma questo weekend? Sono mesi che non ci vede insieme. Ti cerca spesso.

Marco si strinse nelle spalle.

Ma che idea Perché dovremmo andarci?

Mi ha chiamata proprio ieri

Chiara, ti ho sentita. Ogni settimana vuoi vedere mia madre. Vai tu, parlate, lei sarà contenta.

Vuole vederci entrambi, Marco, non solo me.

Lui fece un gesto vago.

Domani ho unaltra riunione tardi. Stessa cosa venerdì. Forse la prossima volta.

Chiara annuì. La prossima volta era diventato la risposta standard da oltre quattro mesi. Al cinema, dagli amici, al parco tutto rimandato. Tutto alla prossima volta. Senza aggiungere altro, raggiunse la cucina, mise su il bollitore e rimase a fissare per lungo tempo la finestra scura, finché lacqua bollente non la riscosse.

Dodici anni insieme. Dodici anni di minestroni, di camicie stirate, di angoli arrotondati. Mai arrabbiata, mai pretenziosa, mai scene. Le vicine di casa le dicevano a volte: Che fortuna, tuo marito è così tranquillo e di casa. E lei sorrideva, annuendo. Anche lei una volta lo pensava. Tranquillo, pacato, abituale.

Da qualche mese, però, la tranquillità era diventata vuoto. Non silenzio accogliente, ma silenzio deserto.

Bevve il tè da sola e si mise a leggere. Marco raggiunse la camera verso le undici e mezza, si sdraiò, si voltò verso il muro e dopo tre minuti già dormiva.
Chiara rimase sveglia ancora a lungo, fissando il soffitto.

***

La mattina dopo chiamò la signora Rizzoli, la madre di Marco, proprio mentre Chiara era in pausa al supermercato dove lavorava come cassiera da otto anni, nel rione La Pisana, il numero quattro, vicino alla finestra. Ormai conosceva metà degli abitanti del quartiere. Sapeva chi comprava i prodotti per diabetici, chi prendeva ogni venerdì la solita bottiglia di vino, chi faceva il pieno di omogeneizzati per neonati. Il lavoro era semplice, abitudinario, ma a fine turno le gambe pesavano e la paga era bassa. Novecento euro al mese. Marco questo lo ricordava spesso, specie quando lei accennava a una spesa imprevista.

Il telefono vibrò nel taschino del grembiule durante la pausa.

Chiaretta, sono la mamma di Marco, il tono della signora Rizzoli era quello di chi si prepara a parlare del figlio con un misto di tenerezza e rimprovero, come se desse per scontato che la colpa ricadrà sulla nuora.

Buongiorno, signora Rizzoli.

Cara, non ti scordare di far mangiare Marco, mi ha chiamato ieri: dice che tira avanti a panini secchi. Io gli dico: come, mangi a casa tua! Lui mi fa: eh, insomma, mamma.

Chiara rimase in silenzio un attimo.

Ieri ho cucinato il minestrone. Non lha voluto, diceva di non avere fame.

Magari non voleva farti dispiacere. Lui sopporta tutto, è fatto così, dalla nascita. Non dice mai se qualcosa non gli va.

Chiara chiuse gli occhi. Marco sopportava il suo minestrone. Saporito, abbondante, come sempre.

Dice che a lavoro mangia solo piadine. Lo vedo sciupato, mi si stringe il cuore, Chiara.

Signora Rizzoli, mangia in casa tutti i giorni. Io cucino.

Non dico che non cucini È solo che Marco è dimagrito. Forse dovresti comprargli delle vitamine? Oppure ti porto un po di focaccine, le mie?

Non serve, grazie, faccio io, rispose Chiara.

Dopo la chiamata restò ancora un attimo in magazzino, guardò il suo tè ormai freddo. Poi indossò il grembiule e tornò in cassa.

Per tutto il pomeriggio, tra yogurt, detersivi e confezioni di ravioli surgelati, le rimbalzava in testa un solo pensiero: doveva preparare le focaccine ripiene, quelle con la ciliegia che Marco adorava. Sua madre le preparava ogni domenica, quando lei era bambina. Il profumo della marmellata di ciliegie, dolce ma appena acidulo, riempiva la casa.

Comprò tutto a spese sue, entrando da cliente nel supermercato dopo il turno: farina, lievito, zucchero, burro. Prese anche due buste di ciliegie surgelate.

A casa impastò fino alle otto di sera. Lievitazione lenta, come sempre. Chiara stese la pasta, usò un bicchiere per formare i dischi. La confettura la preparò separatamente, assaggiando spesso. Un po troppo dolce, aggiunse qualche goccia di limone. Ora era perfetta.

Mentre le focaccine doravano in forno, chiamò Marco.

Fai tardi stasera?

Verso le nove finisco.

Sto venendo lì, ti porto qualcosa da mangiare. Non voglio che tu mangi solo panini.

Un attimo di silenzio.
Chiara, lascia perdere. Davvero, non venire.

Ma ormai le ho sfornate.

Lascia a casa, torno e mangio.

Ma ci tengo a portarle. Calde, appena fatte. Dammi lindirizzo: vengo sotto lufficio.

Altro silenzio. Poi, con voce spenta e stanca:

Va bene, ma poco, siamo pieni di lavoro.

Solo le focaccine e torno.

Chiara le mise in una busta, le avvolse in uno strofinaccio per tenerle calde. Indossò il cappotto, si aggiustò i capelli allo specchio dellingresso. Un volto normale, niente di speciale. Trentaquattro anni, un po stanca. Ma le focaccine erano perfette.

Partì.

***

Lufficio della Logisticentro era in una zona business, mezzora dalla periferia. Facciata di vetro, portiere, tornelli. Chiara chiamò Marco dal portone, si annunciò al telefono. Non rispose.

Aspettò cinque minuti. Ci provò di nuovo. Niente.

Il portiere la fissò con aria comprensiva. Chiara spiegò che era la moglie in visita, che Marco forse era in riunione. Ma senza pass nessuna entrata. Però, prosegue lui, dietro langolo cè una scaletta che porta al balcone dei fumatori, la porta di solito rimane aperta: Le mogli dei nostri dipendenti passano spesso da lì. Tornò al suo monitor.

Chiara seguì le indicazioni. Salì. Il balcone era davvero spalancato. Entrò in un corridoio interminabile, file di porte tutte uguali, luci al neon, computer che ronzavano da qualche stanza. Era vuoto. Lesse ogni cartellino alle porte, cercando Ufficio logistica.

Dopo una curva sentì delle voci.

Allinizio non riconobbe Marco. Si fermò, per istinto, senza voler disturbare.

Poi capì.

Quando ti decidi a lasciare quella pasta scotta?
Voce femminile, giovane, un po infantile.

Alice, devi avere pazienza. Succederà, te lo prometto.

Marco.
Sono mesi che lo dici. Non voglio più essere un segreto.

Sistemo tutto. È solo abitudine, dodici anni insieme, capisci? È difficile troncare così. Lei è… non so, come un minestrone senza sale. Non cè mai niente da dire, è solo routine.

Allora resta con la tua abitudine.

Alice… dai. Vieni qui.

Fruscio. Silenzio.

Chiara era dietro langolo. Stringeva la busta con dentro le focaccine. Le mani tremavano per quanto era stretta la presa.

Poi, di colpo, le sue mani si aprirono.

La busta cadde. Le focaccine si rovesciarono, la confettura di ciliegia si sparse sul linoleum grigio del corridoio, alcune ciliegie rotolarono fino alla svolta.

Nemmeno ricordò come fece a scendere. Scale, strada, aria fredda. Camminava senza sapere dove andare. Il telefono squillava, non lo guardava. Si fermò a una fermata dellautobus e rimase lì, senza sapere che fare.

Arrivò lautobus. Entrò.

Era praticamente vuoto. Tre persone davanti, una signora anziana vicino al finestrino, due ragazzi con le cuffie. Chiara si sedette in fondo e si guardò nel vetro scuro. Per un attimo non si riconobbe. Poi sì, e allora abbassò lo sguardo.

Piangeva in silenzio, senza singhiozzi. Le lacrime scivolavano da sole e lei non le asciugava.

Tieni.

Allinizio non capì fosse rivolto a lei. Alzò la testa.

Accanto cera un uomo. Avrà avuto quarantacinque anni, spalle larghe, giubbotto da operaio un po consumato ma pulito. Un viso segnato dalla vita, stanco. Le porgeva un fazzoletto di stoffa, bianco, stropicciato.

Lei lo prese, senza sapere perché. Si asciugò le guance.

Grazie.

Lui annuì. Si sedette un po di lato, senza invadere lo spazio, per non lasciarla del tutto sola.

Non chiedo niente, disse. Non sono affari miei.

Lei fece sì con la testa.

Viaggiarono così, silenziosi, mentre il bus si fermava e ripartiva. Chiara fissava fuori dal finestrino e pensava alla confettura di ciliegie lasciata sulla moquette dellufficio. Qualcuno ci avrebbe messo sopra i piedi. Una chiazza rossa.

Senti, disse lui allimprovviso, sottovoce, più per se stesso che per lei. Se il minestrone è insipido, la colpa non è del piatto. È del cuoco. Non fartene una colpa.

Lei lo guardò. Lui guardava fuori.

Come fa a sapere…

Non so niente, rispose, alzando le spalle. Solo una constatazione. Non è detto che sia sul minestrone…

Il bus si fermò.

Questa è la mia, disse lui, chiudendosi il giubbotto. Non perdere il fazzoletto, lo cerco da settimane.

Era uno scherzo. Lei quasi sorrise, qualcosa nel petto si mosse appena.

Come si chiama? provò a dire, ma lui già scendeva.

Lui non sentì, o forse non si voltò. Il bus ripartì.

Chiara tenne il fazzoletto fra le mani, guardando luomo che camminava tranquillo verso il marciapiede, passo calmo, come chi sa dove andare.

***

Marco era già a casa quando lei rientrò.

Non capiva come avesse fatto ad arrivare prima. Forse era scappato appena vista la scena delle focaccine. O qualcuno lo aveva avvertito. O aveva capito tutto da solo.

Era in mezzo alla stanza, il volto come non laveva mai visto. Non colpevole. Furioso.

Perché sei venuta lì?

Chiara si tolse il cappotto e lo appese con calma. Si sorprese della sua calma.

Ti avevo portato le focaccine. Per te.

Ti avevo detto di no.

Sì, lavevi detto.

Raggiunse la cucina e accese il bollitore. Marco la seguì.

Hai fatto una scenata davanti a tutti in ufficio. Ti rendi conto? Ti hanno vista i colleghi, lufficio…

Non ho fatto nulla. Sono andata via.

Hai sparso le focaccine in corridoio! Il portiere ti ha visto, tutti ti hanno visto!

Mi dispiace, non lho fatto apposta. Mi è caduta la busta.

Lui tacque poi prese dalla tasca del blazer un sacchetto. Un sacchettino di una profumeria a basso costo, familiare.

Tieni. L’ho comprato, già che sei venuta. Tanto ormai…

Chiara guardò il sacchetto senza prenderlo.

Marco, tu mi ami?

Silenzio.

Chiara, ma che domande sono?

Mi ami? Solo rispondimi.

Lui si voltò verso la finestra.

È complicato. Dodici anni…

Ho capito, rispose lei.

Cosa hai capito?

Tutto ormai.

Il bollitore fischiò. Non fece il tè. Lo spento e se ne andò in camera da letto.

Marco la seguì. Era più aggressivo, la voce le accusava di essere sempre stata muta, chiusa, priva di argomenti, di vivere come un robot alla cassa per novecento euro e di credere che quella fosse vita.

Chiara aprì larmadio e prese la valigia.

Che fai?

Non rispose. Cominciò a impacchettare i vestiti, con attenzione, senza fretta. Jeans, maglioni, biancheria, documenti.

Ma chi pensi di essere? Con quella tua misera paga? Finirai male! Chi ti vorrebbe? Solo alla cassa sai stare!

Lei chiuse la valigia con un clic. Quel suono le piacque. Deciso. Definitivo.

Silvia? compose il numero dellamica davanti a lui. Silvia, posso venire da te stanotte? Sì. Arrivo tra poco. Grazie.

Prese la valigia, la borsa con documenti e cellulare, il caricabatteria. Dal frigo recuperò la tavoletta di cioccolato che teneva nascosta: Marco odiava che ne mangiasse. Se la mise in borsa.

Chiara, aspetta, parliamo almeno

Ormai era nellingresso, infilava gli stivali, sollevò la valigia.

Addio, Marco.

La porta si chiuse.

Scese le scale, si fermò un attimo, aspettando forse che Marco uscisse, che la inseguì. Non uscì. Scese.

Fuori faceva freddo. Ordinò un taxi, osservando le luci della loro casa, la loro ex-casa. Lappartamento era di Marco, dai tempi da scapolo. Chiara aveva vissuto lì dodici anni.

Il taxi arrivò. Sistemò la valigia nel bagagliaio. Andò da Silvia.

***

Silvia Lombardi era parrucchiera da ventanni. Aveva un piccolo salone nel quartiere San Lorenzo, Colpo di testa, nome curioso, ma le clienti non mancavano. Silvia era energica, vistosa, con le mani sempre curate e grandi orecchini. Lei e Chiara erano amiche dai tempi delle medie. Si conoscevano come le proprie tasche. Alla festa di nozze, Silvia le aveva sussurrato: Marco è bravo ma tu stai attenta, è un po moscio. Allora Chiara ci era rimasta male.

Ora erano in cucina, davanti a una tisana con un po di confettura di lamponi, e Chiara raccontava tutto. Ma proprio tutto.

Silvia ascoltava in silenzio, insolito per lei, sempre pronta a interrompere. Questa volta no.

Quando Chiara ebbe finito, Silvia si alzò, tirò fuori una bottiglia di buon vino rosso, la riserva per le occasioni, versò due mezzi calici.

Ecco, disse. Un brindisi, perché sei andata via da sola, senza aspettare che ti buttasse fuori lui.

Bevettero.

Silvietta sto male, disse Chiara.

Lo so.

Dodici anni Dodici anni.

Capisco.

Non sapevo nulla. O forse non volevo vedere

Ascolta Silvia posò il bicchiere , puoi piangere stanotte. Pure domani un po. Poi, si riparte. Hai trentaquattro anni. Sei giovane.

Facile a dirsi.

Chiara, hai studiato ragioneria, no?

Chiara la guardò sorpresa.

Sì, ma non ho mai

Male! Anni in cassa, a contare scontrini. Sei precisa e ti vengono bene i conti, lhai sempre fatto anche per me. Cerca lavoro da ragioniera, controlli, revisione, quello che vuoi, ma non più cassa!

Ma senza esperienza non mi prenderanno mai.

Ti prenderanno. Sei sveglia, te lo sei solo dimenticata.

Chiara non rispose. Guardava i lamponi nella coppetta: pieni, color rubino.

Resta qui stanotte disse Silvia. Domani parliamo.

Chiara restò da Silvia tre giorni. Al quarto, Silvia la caricò in auto e la portò in salone.

Non voglio tagliarmi i capelli.

Non ho chiesto il permesso.

Silvia le tagliò i capelli di persona. Chiara guardava nello specchio la propria trasformazione. Il taglio era molto più corto, i ciuffi schiariti in un caramello delicato. Era lei, ma diversa.

Vedi? disse Silvia con orgoglio Questa sei tu.

Ho sempre avuto i capelli lunghi. A Marco piacevano.

Marco ormai non è più il consulente della tua immagine.

Chiara annuì.

Mi piace, disse a voce bassa. Ed era vero.

***

Il curriculum lo stesero assieme la sera, sul divano di Silvia. Silvia dettava, Chiara protestava che sembrava vantarsi. Silvia insisteva: Devi darti valore!

Otto anni di lavoro in negozio, competenze in contabilità, diploma, qualche corso su fisco e tributi frequentato online.

Silvia caricò il curriculum su vari siti di ricerca lavoro.

Il primo colloquio arrivò dopo due giorni.

Una piccola ditta di materiali edili, Toscana Fornitura, cercava aiutante revisore. Gradita lesperienza nella vendita al dettaglio.

Chiara andò allappuntamento con lo stesso cappotto con cui aveva portato le focaccine. Silvia voleva imprestarle un suo tailleur, ma lei rifiutò. Sarebbe andata a modo suo.

Il colloquio fu con la ragioniera Giulia Monti, donna di una certa età, sguardo molto severo, come chi misura subito il valore altrui.

Non ha esperienza nelle revisioni? domandò Giulia.

No, ma lavoro in negozio da otto anni. So dove nascono gli errori. In basso.

In basso?

Chi controlla solo i numeri si perde quel che passa dalla cassa vera. Io lo sento, è un istinto.

Breve pausa.
Quando può iniziare?
Un disegno di sorriso le sfuggì.

Dopo una settimana prese servizio.

Il primo mese fu duro: programmi nuovi, burocrazia diversa, altri termini. Arrivava prima di tutti, se ne andava per ultima. Prendeva appunti, studiava di sera. Giulia Monti era esigente ma giusta, apprezzava gli sforzi. Una collega giovane, Rita, le spiegava volentieri senza superiorità.

Al secondo mese, Chiara scoprì un errore ricorrente di fornitura. Sottopose una relazione. Giulia la analizzò silenziosa, poi disse:
Brava. È quello che serve.

Chiara si raddrizzò un pochino.

Viveva in affitto da una signora, Bianca, poco distante. Cameretta piccola ma ingresso indipendente. Bianca era discreta, riservata. Ogni tanto bussava con un piatto di pasta: Mangia, che sei giovane. Chiara ringraziava.

Marco chiamò alcune volte. Una volta arrabbiato, poi offeso, poi solo pratico: Bisogna sistemare i documenti, Dove ti sei trasferita?. Lei rispondeva secco, solo lindispensabile. Il divorzio si chiuse senza litigi. Un vicino avvocato, amico di vecchia data, laiutò per poco.

La signora Rizzoli chiamò una volta sola, e parlò a lungo. Chiara ascoltò senza interrompere. Alla fine, la madre disse: Sai comè, lui è impulsivo, magari ci ripensa. Chiara rispose: Le auguro ogni bene, signora e chiuse.

Silvia chiamava ogni giorno. A volte uscivano insieme dopo il lavoro, un caffè, qualche chiacchiera. La vita cominciava a trovare un nuovo ordine. Insolito, ancora fragile. Ma non brutto.

Chiara pensava spesso a quelluomo del bus. Se la zuppa è senza sale, la colpa non è sua. Una frase semplice, eppure vera. Tornava spesso nei giorni in cui lei vedeva nel suo riflesso una donna con i capelli caramello che aveva trovato un errore in fattura e scritto una relazione. E sentiva che quella frase era autentica.

***

Il bar Al Casello si trovava allangolo della via dellufficio. Piccolo, semplice, tovagliette a quadri di plastica. Il menu del giorno era sempre autentico, pasta e zuppa homemade. Chiara iniziò a frequentarlo circa un mese dopo il nuovo lavoro.

Erano già passati sei mesi. Era primavera inoltrata, ma gli alberi ancora timidi non avevano del tutto messo le foglie, come se avessero paura di sbagliare.

Un giorno, a pranzo, preso il vassoio, scelse la passatina di piselli e una cotoletta con purè. I posti liberi erano solo vicino alla vetrina. Lì sedeva luomo del bus, nella solita giacca da operaio.

Chiara mise il vassoio accanto al suo tavolo, distratta. Si sedette, prese in mano il telefono.

Il mio fazzoletto non me lo hai più restituito.

Alzò lo sguardo.

Era proprio lui. Viso segnato dal lavoro, occhi gentili, voce tranquilla, con una punta ironica.

Chiara restò perplessa.

Lei del bus.

Proprio io, sorrise. Ti vedo in forma rispetto a quella sera.

Mi hai riconosciuta?

Difficile dimenticare. Quella sera piangevi, avevi la marmellata ancora sulle guance. Dalle focaccine, immagino.

Lei arrossì. Ricordò che dopo aver lasciato cadere le focaccine, forse qualche macchia di ciliegia era rimasta sui vestiti, sul viso, in autobus.

Oh mamma

Tranquilla, lui serissimo. Era quasi bella. Vera.

E lei rise. Una risata vera, quasi nervosa, ma autentica.

Io sono Gabriele, disse lui.

Chiara.

Bel nome.

Grazie, rispose lei dopo una breve pausa. Vieni spesso qui?

Praticamente tutti i giorni. Lavoro nella manutenzione stradale, siamo in zona per il rifacimento strade. Sono il caposquadra.

Ecco perché la giacca

Proprio così, rise Tiene caldo.

Mangiarono insieme, parlando del più e del meno. Lui raccontò che al bar Al Casello la signora Laura cucina come sua nonna. Chiara spiegò che lavorava allingrosso, revisione interna. Solo da sei mesi, aggiunse. Lui non chiese cosa avesse fatto prima, lei gliene fu grata.

Quando si alzarono per andare, le chiese:

Vieni anche domani?

Chiara esitò.

Credo di sì.

Ottimo, rispose lui.

Il giorno dopo erano ancora lì. E il giorno seguente. Divenne unabitudine. Parlavano a pranzo, lui raccontava dei cantieri, del traffico, della squadra che doveva finire tre strade entro luglio, di un certo Paolo sempre in ritardo ma bravissimo. Lei raccontava delle revisioni, delle procedure che imparava, di Giulia Monti che a volte portava i biscotti.

Da pranzo insieme si passò quasi senza accorgersene a conversazione amichevole e poi ad altro.

Un sabato, Gabriele, un po impacciato, chiese:

Chiara, hai impegni sabato?
Niente di che, solo lavatrici e spesa.

Ti va un film al cinema?

Lei lo guardò. Lui fissava la tavola, si vedeva che attendeva la risposta con finta noncuranza.

Sì, mi piacerebbe.

Lui annuì, semplice.

Uscirono a vedere un film davventure, scelto da lui così non si piange. Lei ne rise, ma il film fu piacevole. Mangiarono pop-corn insieme, scambiarono battute sottovoce. Seduti allultima fila, si sentirono tranquilli.

Dopo il cinema passeggiarono. Gabriele le parlò della figlia Martina.

Ha quattordici anni, età difficile, raccontò. Sono tre anni che siamo soli. La mamma è morta in poco meno di un anno.

Chiara restò in silenzio. Non disse nessun luogo comune, ascoltò soltanto.

Martina ha fatto fatica, continuò. Si è chiusa, si innervosisce spesso con me. Credo sia normale: io sono qui, la mamma no.

Capita spesso, disse Chiara. Succede.

Io ci provo a parlarle, a volte non vuole. Quando mangia e dice grazie è già qualcosa, no?

Chiara rifletté un istante.

Moltissimo, per una quattordicenne.

Lui rise, sincero.

Si fermarono al capolinea del tram. Chiara doveva prendere la direzione opposta.

Grazie per il cinema, disse lei.

No, grazie a te. Era da tanto che non andavo.

Rientrò a casa. Nel vetro dello sportello del tram vide il suo riflesso. Sembrava diverso. Era interessata a quellimmagine.

***

La vita delle donne prende strade diverse. Cè chi ritrova se stessa dopo un divorzio come se aspettasse solo quel momento. Chi, al contrario, resta anni bloccata su ciò che è stato, cercando lerrore. Chiara era nel mezzo. Non facile, ma non imprigionata nel passato. Avanzava lentamente, giorno per giorno, ogni tanto guardando indietro, ma mai tornando sui suoi passi.

La storia con Gabriele crebbe senza fretta. Continuarono a pranzare insieme, la sera uscivano, a volte lui la passava a prendere con la sua vecchia Panda: rumorosa e resistente, come lui. Andavano al mercato fuori città, lui comprava attrezzi, Chiara osservava le piantine e pensava che un giorno, forse, avrebbe piantato una ciliegia.

Silvia appena seppe volle tutti i dettagli.

Bello?

Semplice, normale.

Alto?

Più di me.

Ricco?

Dai, Silvia.

Legittimo chiedere!

Fa il caposquadra strada. Onesto, non ricco.

Ci sei presa?

Pausa.

Sto bene con lui, rispose infine Chiara.

Silvia annuì.

Un giorno Gabriele chiamò che Martina era a letto con la febbre, lui non poteva vedersi. Chiara rifletté un attimo:

Vuoi che porti qualcosa? Ho la confettura di lamponi di Bianca. È ottima quando uno è raffreddato.

Silenzio.

Chiara, non serve

Gabriele. Lo vuoi o no?

Se non ti pesa.

Arrivò con confettura e un termos con brodo di pollo, preparato in unora. Gabriele aprì in tuta, faceva la faccia del papà che si sente un incapace quando la figlia è malata.

Martina era sul divano con il telefono. Pallida, apatica, ma lo sguardo era tutto Adulti, lasciatemi in pace. Chiara la salutò:

Io sono Chiara.

Lo so.

Ti ho portato un po di brodo. Lo vuoi?

Non mi va.

Va bene. Resta lì, poi deciderai.

Chiara non insistette, non fece sforzi per piacere. Lasciò la zuppa in cucina, diede la confettura al padre, scambiarono due parole a bassa voce, poi Chiara tornò a casa.

Martina mangiò il brodo la sera. Gabriele le scrisse: Ha finito tutto. Grazie.

Chiara sorrise al messaggio.

La seconda volta si rividero una settimana dopo, Martina era guarita. Gabriele propose una gita tutti insieme. Martina accettò per cortesia, non entusiasmo.

Chiara rimase se stessa. Non cercò di essere amica per forza, si limitò a partecipare, osservare Gabriele che discuteva con Martina su dove mettere il termos del tè. Un giorno, durante una discussione divertente, vide Martina osservarla di sottecchi. Qualcosa negli occhi della ragazzina era cambiato.

Discesero tutti la pista innevata. Martina per prima, poi Gabriele, poi Chiara che, sbilanciandosi nella discesa, atterrò goffamente in fondo, impiastricciandosi di neve. Martina la guardò per un secondo, poi rise piano, coprendosi la bocca. Rise per davvero.

Chiara rise anche lei.

Gabriele osservava tutte e due, tacendo. Era felice.

***

Martina si sciolse piano. Succede alle persone che hanno perso tanto, specie da giovani: non reagiscono con rabbia, ma osservando, diffidenti.
Chiara non aveva fretta. Sapeva di non dover sostituire la madre, né forzare la confidenza. Solo esserci. Vivere, fare il suo.

Una domenica di maggio, Chiara preparava la pizza in casa di Gabriele. Martina guardava dal suo angolo; poi, lanciata la sfida sulla pasta, si avvicinò per rollare lei stessa i dischi. Alla scuola ci danno cucina, spiegò, restando a lavorare con loro.

Quella sera, a cena, Martina si sedette con loro, silenziosa ma coinvolta, alla fine si alzò e, andandosene, mormorò: Era buona.
Chiara e Gabriele si scambiarono uno sguardo.

Grande conquista sussurrò lui.
Era vero.

Col tempo, nacque qualcosa di simile a un rapporto. Non madre e figlia, bensì qualcosa di unico, fragile ma vivo. Martina ogni tanto chiedeva aiuto a Chiara con i compiti, o piccoli drammi quotidiani. Chiara le rispondeva, senza troppe parole, lasciando spazio.

Un giorno, uscendo, Martina le chiese:

Torni?

Breve attimo.
Torno, sì.

Martina non disse altro, ma lasciò la porta della camera aperta.

Scendendo le scale, Chiara pensò che la fiducia di una ragazzina che ha perso la madre è preziosa e si guadagna con pazienza.

***

Passò un anno.

Chiara era diventata revisore junior. Giulia Monti le aveva dato la promozione con una piccola aggiunta allo stipendio. Perché ci tieni a fare bene, disse la ragioniera. Era il miglior complimento possibile.

Un giorno Silvia la vide passare:
Sei cambiata.

In che senso?

La schiena Cammini decisa, come chi sa dove andare.

Chiara rimase silenziosa.

Adesso lo sento pure io, Silvia.

Chiara sentì parlare di Marco di sfuggita: viveva con Alice, la segretaria dellufficio. Non provò nulla. Era come la previsione meteo.

Ogni tanto ricordava la sera delle focaccine sparse sul pavimento, la confettura di ciliegie sul linoleum. Se stessa con le dita bianche di tensione. Quanto aveva sofferto. Ora era solo memoria di un male passato.

Come superare il tradimento del marito? Di solito la storia delle donne viene raccontata fra pianti e sofferenze. Anche Chiara ne aveva passate: notti in una stanzetta in affitto, pensieri da sola, paura per il futuro, incertezze sul lavoro. Cerano giorni difficili, momenti vuoti vedendo coppie felici.

Ma tutto passava, ogni volta.

Il lieto fine delle donne che si ricostruiscono non è da film: non cè una grande scena in cui tutto si aggiusta. È silenzioso. Un giorno scopri che ti svegli più leggera, che il lavoro ti dà interesse, che dopo cena pensi a cose piacevoli, che la chiamata dellamica ti fa piacere davvero.

Chiara iniziò ad accorgersi di queste cose e a raccolgle, pian piano.

In autunno Gabriele le propose di traslocare a casa sua.

Erano al bar, seduti come sempre. Lui mangiava, lei beveva il tè. Poi si fece coraggio:

Chiara. Pensavo. Vivi ancora dalla signora Bianca, una stanza piccola ci vediamo, è bello. Ma

Lei rimase in attesa.

Non sono bravo con le parole. Lhai visto.

Certo.

Martina ti ha accettato. A modo suo. Io vorrei insomma, che vivessi qui. Con noi. Ogni giorno. Non solo a pranzo.

Chiara lo guardò. Il suo viso segnato, mani forti da muratore, ma ora un po timide.

Ci penso, disse lei.

Va bene, lui annuì, e continuò a mangiare come niente fosse. Ma le orecchie si erano fatte rosse.

Lei sorseggiò il tè e pensò a come era sopravvissuta al tradimento e che, forse, aveva trovato un equilibrio. Felicità dopo il divorzio non significa fuochi dartificio, certe volte è il calore semplice della zuppa di piselli. Forse non aveva quarantanni, ma quasi. Una saggezza sottile, non studiata, che arriva vivendo.

Va bene, disse ad alta voce.

Lui la guardò.

Accetto. Trasloco.

Un sorriso le si aprì dentro. Lui annuì, e sembrò rilassarsi per la prima volta in mesi.

***

Traslocò a novembre. Gabriele prese un permesso dal lavoro, caricò tutto nella Panda. Pochi bagagli, due valigie, qualche scatola con libri e cianfrusaglie raccolte in un anno. Una piantina di ficus, regalo di Rita.
Martina aiutò, seria in volto ma di fatto presente. Quando Chiara sistemava i libri, la ragazza le chiese:

Ti piacciono i romanzi?

Sì. E a te?

Certi sì, se parlano di viaggi e avventure.

Qui cè una storia di una ragazza che attraversa loceano in nave. Fa un po paura, ma alla fine va bene.

Martina la accettò.

Provo a leggere.

A cena Chiara preparò un piatto semplice: patate e polpette, insalata. Gabriele raccontava dei lavori in strada. Martina mangiò, ringraziò e si ritirò. La luce della sua stanza si accese.

Chiara lavò i piatti. Gabriele sorseggiò il tè.

Allora? chiese lui.

Bene, rispose Chiara.

Ed era vero.

***

Niente gran festa. Solo Silvia con il marito, Rita dal lavoro, due colleghi di Gabriele e Martina con unamica. Vino e bibite, Silvia con la torta e un abbraccio stretto. I colloqui ruotavano, le risate esplodevano. Martina e lamica quasi in disparte, a ridacchiare.

Era una serata calda e rumorosa. Chiara serviva, rideva. Silvia le scoccava uno sguardo partecipe: Vedi?
Chiara capiva.

A fine serata, Gabriele la chiamò:
Ho qualcosa per te.

Rientrò con un piccolo pacco, carta da mercato annodata con spago. Si vedeva che era imbarazzato.

Tieni.

Chiara sciolse lo spago.

Era una saliera in legno, fatta a mano, linee leggere, una ciliegia incisa sul coperchio con due foglioline. Semplice, bellissima.

Lei la teneva tra le mani.

Lho fatta io spiegò timido . In garage di Paolo. Non sono falegname, magari è storta

È perfetta, disse lei piano.

Ricordi quello che dissi sullautobus? Che il minestrone senza sale non è colpa sua Poi la guardò, serio, come uno che vuole essere capito fino in fondo. Tu, anche quando tutto andava male, hai cotto le focaccine. Capisci cosa intendo?

Lei annuì, gli occhi lucidi.

Questa saliera continuò lui , la tieni tu. Decidi tu quanto sale aggiungere. Nessuno lo farà più alle tue spalle. Mai più.

Chiara abbassò la testa, commossa. Non era il pianto della vergogna di una sera dautunno, era sollievo, gratitudine, la sensazione che, alla fine di un lungo cammino incerto, la vita può tornare a essere autentica.

Gabriele, sussurrò lei, prendendogli la mano.

Dimmi.

Niente, solo volevo dirlo.

Ho capito, rispose lui.

Dalla cucina si sentiva il chiacchiericcio di Martina e lamica che lavavano i piatti, i brindisi in soggiorno di Silvia, la luce morbida sopra il ficus.

Chiara guardava la saliera con la ciliegia.

Un anno e mezzo prima aveva raccolto le sue focaccine dal pavimento, ascoltato parole che ferivano. Ora ascoltava una voce diversa, un uomo che aveva intagliato per lei una saliera per non dimenticare una frase detta su un autobus.

Il presente non è perfettamente levigato, è vivo. Un po stanco, come le persone che ce lhanno fatta dopo molte difficoltà.

Ma vero.

Metto su il tè? propose Gabriele.

Sì, sorrise Chiara.

E andarono insieme in cucina, pronti per il prossimo capitolo.

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Panzerotti caduti sul pavimento
Una donna comune conquista l’impero di un altro