La Seconda Madre
I documenti che vuoi farmi firmare li ho già visti, Signora Valentina Moreschi. Non attacca due volte.
Lei non batte ciglio. Sta in piedi sulla soglia della mia cucina la mia col suo cappotto color sabbia, i bottoni perlati, la borsetta elegante piegata al braccio come se fosse venuta a un ricevimento e non a calpestare la vita altrui. Il profumo che indossa è costoso: quello che Alessio le ha portato da Milano per il compleanno e che lei ha apprezzato molto, dicendo che suo figlio ha gusto, a differenza di altri.
Eleonora, non hai capito, dice con quella voce che ho imparato a decifrare da anni. Morbida fuori, dura dentro. Voglio solo il tuo bene. Solo il bene.
Appoggio la tazza sul tavolo. Le mani non mi tremano. Una novità: un anno fa, al solo suo sguardo, mi si ghiacciavano perfino le dita dei piedi.
Di bene ne avete già voluto talmente tanto per me, signora, che per un anno non sono riuscita a uscire dalla depressione. Direi che basta.
Socchiude appena gli occhi. Dietro quelle ciglia si nasconde sempre qualcosa di spiacevole. Ormai lo so, dopo sette anni di rapporti.
Sei stanca, capisco. Quei trattamenti, i medici, tutte quelle corse per cliniche Ecco perché sono qui, voglio aiutare. Devi solo firmare questo piccolo modulo per sistemare
Sistemare cosa?
Alcuni documenti. Questioni finanziarie per tutelarti, se succedesse qualcosa.
La guardo. Guardo le sue mani, sottili, tempestate di anelli. La cartellina che stringe come fosse un bouquet.
Me la dia, dico.
Stavolta, per la prima volta, tentenna per un attimo.
Poi passa la cartellina. La apro lì, in piedi, senza sedermi. Primo foglio. Secondo. Al terzo mi fermo, leggo due volte: allinizio non ci credo.
È la richiesta di separazione. Una domanda già pronta, stampata, con nome e cognome miei. Mancava solo la firma.
Nel silenzio in cucina sento il motore di unauto, il grido lontano di un bambino in strada.
Voi le parole mi restano in gola. Siete venuta qui perché io firmi la separazione da mio marito. E la chiamate bene.
Eleonora, non capisci. Ad Alessio serve una famiglia: una vera. Dei figli. E tu questo non puoi darglielo. Quanti anni, quanti euro sprecati, quanta speranza ormai consumata? Stai logorando te stessa e lui Lascialo andare. Sarebbe nobile da parte tua.
Chiudo la cartellina. La poso sul tavolo. Piano, quasi con tenerezza, anche se dentro mi brucia.
Uscite da casa mia, sussurro.
Eleonora
Vi prego, andatevene.
Se ne va. Resto sola, con la cartellina, col profumo che galleggia nellaria e la sensazione che bastava un passo per precipitare in un abisso. Ma ho avuto la forza di fare un passo indietro. Solo uno. Giusto in tempo.
Allepoca ho trentanni. Alessio trentadue. Siamo sposati da cinque anni, da quattro proviamo ad avere un bambino. Chi ci guarda da fuori penserà che sia semplice sfortuna. Non sanno cosa sia: ogni mese una speranza che poi crolla. Esami, cicli, iniezioni mattutine nella pancia e niente lacrime lo stress è nemico niente rabbia, lo stress è sempre il nemico. Bisogna essere sereni, immaginarsi già felici.
Mi ci provo. Veramente. Intanto mia suocera, in giro tra parenti e amici, sparge voci che la nuora ha qualcosa in testa, che si è lasciata andare. Me lo riferiscono. In città si viene a sapere tutto: Pisa non è Milano.
Alessio, spesso via per lavoro ingegnere in una ditta edile, cantieri ovunque. Non protesto. Ci sentiamo ogni sera, parliamo a lungo; so che è stanco e non gli racconto le cose brutte. Lo proteggo o proteggo me stessa? Forse tutte e due.
La sera stessa della visita della signora Valentina, resto a lungo alla finestra. Novembre, alberi spogli e asfalto lucido. Un signore passa con la busta della Coop. Una donna tiene per mano una bimba in tuta rossa: salta nelle pozzanghere, ride. La donna non si arrabbia, la stringe solo più forte.
Le guardo e penso: ecco, questo vorrei. Niente di speciale. Solo una mano nella mano, una bambina che salta nelle pozzanghere.
Quella sera non dico niente ad Alessio. Non voglio che si preoccupi, a tanti chilometri di distanza. Gli dico solo che mi manca. Lui risponde che torna presto, una settimana. Aggiunge che mi ama. E io ci credo. Gli ho sempre creduto.
Ma quella settimana cambia tutto.
Il mercoledì mi chiama Olivia Simonetti, la mia amica storica. Voce cauta, come se portasse un peso e avesse paura di lasciarlo cadere.
Ele, hai sentito che dicono?
Cosa?
Di te, in ambulatorio. E dal parrucchiere in via Garibaldi. Dicono che tu abbia un altro uomo.
Sto zitta tre secondi. Tanto basta per capire chi ha seminato la voce. Serve poco ingegno.
Da dove arriva, Olivia?
Lei esita.
Pare che la mamma di Alessio lo abbia detto a Silvia, al compleanno della figlia Sai che non credo a una parola, vero? Ma volevo che tu sapessi.
Era giusto. Grazie.
Non piango. Rimango sul divano, nella mia casa silenziosa, e non capisco per cosa lo meriti. Non le ho mai fatto nulla di male, non lho mai contraddetta, mai alzato la voce. Le ho sempre regalato le cose che amava, lo scoprivo da Alessio. Lho sempre chiamata Signora Valentina, anche in silenzio, anche solo nei pensieri. Sempre. Sette anni.
Perché questo odio? Solo perché ero vicino al suo figlio? O perché non potevo dargli un bambino? O ero troppo normale per lei? Alessio: giovane ingegnere, caporeparto, carico di futuro. Io, maestra elementare nella scuola in via Tiziano.
La risposta non lho trovata, nemmeno dopo.
Il venerdì vado in clinica Speranza per il controllo di routine. La dottoressa, Silvia Niccoli ormai come una di famiglia segue tutto con attenzione, cortese e calma. Ogni ciclo andato male, spiegava, cercava il motivo, una soluzione. Mai una causa; tutto sembra a posto. Infertilità senza spiegazione la medicina non sa, ti dicono. Bisogna provare ancora.
Aspetto in corridoio, sfoglio una rivista senza leggerla. Di fianco a me, una donna con la pancia appena tonda: radiosa, felice. Non la invidio. È importante. Non la invidio, semplicemente vorrei essere anchio così.
Proprio allora sento una voce nota.
Mi giro. Non ci credo: Alessio in piedi alla reception, con la sua borsa, il giubbotto grigio che gli ho comprato io.
Ale?
Si volta, sorpreso. Mi abbraccia, affondo il naso nella giacca: odore di viaggio, stanchezza, di casa.
Dovevi tornare fra tre giorni
Mi sono liberato prima. Volevo farti una sorpresa. Sono passato a casa, non ceri. Ho chiamato, non rispondevi.
Avevo il cellulare in borsa.
Ho capito subito dove potevi essere.
Mi prende la mano, ci sediamo insieme. Non resisto: gli racconto tutto. La cartella per il divorzio. Le voci dei tradimenti. Che non ce la faccio più a far finta.
Ascolta in silenzio. Sta zitto davvero: vedo come stringe la mascella, un segno che imparo a leggere dopo anni. Si trattiene.
Perché non me lhai detto subito? chiede.
Non volevo preoccuparti.
Ele.
Sei già così stanco per lavoro, distante, io
Eleonora, ripete. Da come lo dice capisco che non è arrabbiato, solo ferito. Sono tuo marito. Primo punto. Secondo: da tempo dovevamo parlare seriamente di mia madre. So che non sempre…
Lei mi odia, Ale.
Non dice nulla il silenzio è risposta.
Poi la dottoressa ci chiama. Alessio entra con me. E lì succede qualcosa che non mi aspettavo.
La dottoressa è stranamente tesa. Guarda il computer, poi noi, poi di nuovo il computer. Tasta i documenti preoccupata.
Eleonora, una domanda: tra i nostri tentativi, ha assunto farmaci diversi da quelli prescritti?
Non capisco.
No, mai. Solo quello che mi dava lei.
Annuisce. Pausa. Poi:
Due anni fa fui contattata da una donna. Unofferta di collaborazione: alterare i suoi esami, piccole modifiche, dietro compenso.
Si fa un silenzio pesante.
Ho rifiutato, continua. Ma so che nella prima clinica dove vi eravate rivolti, non tutti hanno rifiutato. Non posso provarlo ufficialmente, ma una mia collega di allora me lha confidato. Non reggeva più il senso di colpa.
Alessio si alza.
Chi era? Questa donna?
La dottoressa esita. Poi:
Non posso esserne certa. Il numero era sconosciuto. Ma la voce: femminile, non giovane. Molto sicura di sé.
Sento Alessio che espira piano. Non lo guardo. Fisso il cortile con lunica panchina e il betullo giallo oltre la finestra.
Mi chiedo se sto impazzendo. Che una madre, la madre, faccia tutto questo Non è umano.
Ma, in fondo, lo so. Lo sapevo da tempo. Ho solo rifiutato di crederci.
Dobbiamo parlare, dice Alessio.
Usciti, ci sediamo in macchina. Lui fissa la strada bagnata senza accendere.
Ale
Un attimo di silenzio, ti prego.
Fuori piove, gocce scivolano sul parabrezza.
È stata lei, dice infine. Non domanda, afferma.
Non posso esserne sicura
Io sì. Lanno scorso mi disse che aveva medici amici, gente che ci tiene a noi pensavo lo dicesse solo per sentirsi utile non ci ho riflettuto.
Si ferma.
Accidenti, Ele. Quattro anni.
Non piango. Ho imparato a non farlo. Gli prendo la mano dal volante: palmo contro palmo.
Cosa facciamo ora? gli chiedo.
Si gira verso di me.
Mi credi? Che non sapevo nulla?
Guardo i suoi occhi: scuri, stanchi, segnati dalle notti in trasferta. I miei occhi.
Ti credo, dico. La verità.
Restiamo in auto a pensare. A chi rivolgerci. Cosa portare. Una testimonianza di una dottoressa che non può dimostrare ufficialmente? La domanda di divorzio non firmata? Non è penale. È parola contro parola.
Servono prove.
Penso Olivia: la sua casetta fuori Lucca, una vecchia casa tra i pini dove andavamo destate, trenta chilometri dalla città. Ho ancora le chiavi, dal weekend passato.
Dobbiamo andarcene, dico.
Dove?
Da lei non ci troverà subito. Così capiamo, ci prepariamo. Perché se affrontiamo ora tua madre, rovescerà la frittata. Sai meglio di me come fa.
Annuisce.
Andiamo a casa: in venti minuti preparo una borsa. Un po di vestiti, documenti, caricatori. Alessio prende il computer e qualche fascicolo. Nessuno ci vede e se ci vede, chi lo dice dove vanno due persone con le valigie?
Chiamo Olivia dallauto.
Olivia, non chiedermi niente, solo dimmi: le chiavi della casa sono sempre quelle?
Sì, certo. Ele, tutto a posto?
Non proprio. Ti racconterò, poi.
Vai pure. Cè legna in legnaia, il metano cè, coperte nellarmadio Solo attenzione ai topi nei piccoli angoli.
Grazie.
Ele, pausa fate attenzione, ok?
Non chiedo. Ho capito.
La statale è buia. La pioggia aumenta. Alessio guida silenzioso, io guardo fuori i lampioni che corrono indietro. Ho paura, ma non per la notte. Perché penso: come si può? Come si può sapere che una donna, tua nuora, si sottopone ogni mese a iniezioni, esami, piange di notte chiusa in bagno e intanto pagare per vanificare tutto?
Rapporti tossici in famiglia: leggevo articoli psicologici, sembravano casi lontani, estranei. Invece è la mia storia, la nostra.
La casa è fredda, ma intera. Odora di legno antico e foglie bagnate. Alessio accende la stufa, io trovo coperte: odorano di chiuso, ma riscaldano bene. Beviamo tè nelle tazze di Olivia, vecchi mulini disegnati, e ci raccontiamo tutto finalmente, dopo anni.
Dimmi tutto dal principio, mi chiede. Proprio tutto.
E racconto. Piccoli dettagli dolenti: le punture invisibili, le telefonate della suocera sempre nei giorni più delicati (devo rispondere, se no sembra brutto), nella prima clinica Santa Lucia, medici distratti, protocolli interrotti per motivi inspiegabili. Dava sempre la colpa al caso, ma non era così.
Ascolta, a volte chiude gli occhi.
Diceva che non seguivi la dieta, sussurra che mettevi ansia senza motivo. Che i medici le suggerivano che eri tu il problema.
Tu ci credevi?
Silenzioso a lungo.
Non ci credevo. Ma non facevo nulla per smentirla. Speravo si risolvesse da solo. Sono stato vigliacco.
No. La amavi solo. Non è la stessa cosa.
Mi guarda e mi si stringe il cuore.
Il mattino dopo pensiamo a un piano: affrontarla di petto non servirebbe, ne usciremmo colpevoli noi. La sua specialità: capovolgere la situazione fino a farti credere di essere tu il problema.
Ci serve una registrazione. Le sue parole.
Verrà, dice Alessio sicuro. Appena scoprirà che non ci siamo, che sono rientrato prima Verrà a cercarci. E ci troverà.
Come fai a saperlo?
È mia madre. La conosco. Non sopporta perdere il controllo.
Ci organizziamo. Alessio ha un buon registratore sul telefono. Facciamo prove. Decido che gestirò io la conversazione. Le domande dovranno essere chiare, le lascerò spazio per parlare.
Tre giorni dattesa. Tre giorni in quella casa, con la stufa e il profumo di pino e terra bagnata. Parliamo molto, cuciniamo, camminiamo nel bosco. In quei giorni tra me e Alessio qualcosa cambia non in peggio. Solo tutto ciò che era falso, inutile, brucia nella stufa. Resta solo quello che conta.
Una sera, in cucina, mi abbraccia alle spalle:
Quando sarà finita, cambieremo città. Ho ricevuto offerte a Bari, non ho mai accettato per lei. Ora la penso diversamente.
Non rispondo: metto solo le mani sulle sue.
Arriva la domenica, dopo pranzo, al quarto giorno. Sentiamo la macchina avvicinarsi, i sassi che scricchiolano. Alessio mette il cellulare in tasca, avvia la registrazione.
Pronto? chiede sottovoce.
Pronta, dico. È la verità.
La signora Valentina entra senza bussare. Si guarda intorno. Ci vede insieme.
Alessio voce tesa ma neutra. Sa controllarsi. Non sapevo fossi qui.
Ovviamente. Pensavi fossi ancora via.
Si gira verso di me. Mi scruta.
Eleonora. Cosa gli hai detto?
Solo ciò che so, Signora Valentina.
Cosa credi di sapere? Sei sempre suggestionabile. I medici stessi lo dicono
Quali medici? domando sottovoce. Quelli a cui avete pagato per sabotare i nostri tentativi?
Silenzio, brevissimo. Ma lo noto.
Che stupidaggini, dice. La voce però cambia tono.
Stupidaggini? non mi muovo. Vi ricordate della dottoressa Marina Viganò nella clinica Santa Lucia? Due anni fa? Ha raccontato tutto alla collega Niccoli. Qualcuno le ha fatto una proposta. Ed ha detto sì. Non voglio girarci intorno. È vero?
Sei pazza.
Mamma, dice Alessio, e nel tono cè di tutto; non lo guardo nemmeno, io so quando menti. Rispondi a Eleonora.
Qualcosa in lei cede. Non visivamente, ma la sento.
Lho fatto per te, dice. Non a me, a lui. Non capisci. Lei non è la donna giusta. Mai stata. Una maestrina qualunque, senza conoscenze, senza cultura. Tu meriti di più. Ho dato tutta me stessa per te
Mamma.
Solo volevo che ti fosse chiaro senza drammi, in modo civile. Che male cè? Nessuno si è fatto male
Nessuno si è fatto male? ripeto. Non riconosco la mia voce. Quattro anni, Signora Valentina. Ogni mese speranza e poi niente. Iniezioni ogni mattina. Esami ogni tre giorni. Dieta, niente caffè, niente pesi. Piangevo di nascosto pensando che la colpa fosse mia. Che fossi io il problema. Nessuno si è fatto male?
Mi guarda. E per la prima volta, in sette anni, vedo nei suoi occhi qualcosa che è reale. Non compassione: altro.
Mi avete rubato quattro anni. E la chiamate cura.
Sono sua madre, dice. Piano. Stanca.
E io sua moglie, rispondo.
Alessio si avvicina, mi si mette a fianco. Spalla a spalla.
Abbiamo registrato questa conversazione, dice. Tutto. Ora non sono più parole contro parole.
Lei lo guarda a lungo. Poi chiede:
Passerai la registrazione alla polizia?
Sì.
Sono tua madre.
Lo so.
Rimane un momento. Poi si volta, esce.
Aspetti le dico mentre sta già andando. Non so perché, ma lo dico.
Si ferma, senza voltarsi.
Lo ha mai amato davvero? O solo voluto tenere con sé?
Nessuna risposta. Esce. Chiude la porta.
Alessio resta un attimo in silenzio, poi spegne la registrazione.
Chiamo Massimo, dice. È il suo amico dinfanzia, ora nei carabinieri. Vediamo cosa si può fare.
Va bene.
Esco sulla veranda. Fa freddo, odora di pino e foglie bagnate. Lauto di mia suocera è già sparita, restano solo i solchi nellumido.
Respiro. Solo quello.
Il resto non è più compito nostro: consegniamo tutto, il resto lo fa la giustizia. La registrazione, la testimonianza della dottoressa Niccoli, di Marina Viganò (che ormai è pronta a dire tutto: la coscienza pesa). Ha preso i soldi, ma la coscienza non si compra.
Arrestano Valentina Moreschi due settimane dopo, a casa sua. Lo viene a sapere Alessio da Massimo. Resta a lungo con il telefono in mano, perso.
Come stai? chiedo.
Non lo so.
Va bene non saperlo.
È mia madre, Ele.
Lo so.
Attraversa la stanza, prende un libro dallo scaffale, lo rimette.
Vuoi sapere la cosa peggiore? dice. Non sono shockato. Una parte di me ha sempre saputo che poteva magari non questo, ma cose gravi. Ho sempre chiuso gli occhi. Tanto, è mamma. Non succedono certe cose. Mi sono ripetuto: esageri.
È così che funziona il veleno in famiglia, dico. Piano piano, di nascosto. Finché dubiti persino di ciò che vedi.
Mi guarda.
Tu avevi capito?
No. Solo una grande stanchezza, Ale. A volte la stanchezza rende più svegli. O forse più cinici. Non lo so.
Lasciamo la casa dopo tre settimane. Non torniamo allappartamento. Alessio recupera la roba, io vado da Olivia, poi restituiamo le chiavi e partiamo per Bari.
Lì lautunno è altra cosa: caldo, luminoso. Palme lungo le strade, quasi irreale. Affittiamo in una zona tranquilla. Alessio trova subito lavoro. Io resto a casa inizialmente: metto ordine, vado al mercato, imparo nuovi ritmi.
La dottoressa Niccoli ci presenta una collega a Bari, dottoressa Irene Vassalli: energica, gentile. Dal primo incontro lascia intendere: tutto è possibile, non ci arrendiamo.
Ripetiamo gli esami, puliti, senza trucchi.
Al terzo tentativo, va a buon fine.
Lo scopro a febbraio. Alessio è a casa. Sono in bagno col test positivo in mano, due linee nette. Esco. Lui è sul divano.
Non dico niente. Passo il test.
Lui lo guarda a lungo, poi mi solleva lo sguardo. Gli occhi rossi.
Eleonora…
Sì, dico io.
Si alza, mi abbraccia forte. La stretta mi toglie quasi il respiro, ma non dico di lasciarmi.
Arturo nasce a ottobre. Tre chili e mezzo, cinquantadue centimetri. Capelli scuri e uno sguardo serio che fa ridere tutti in reparto: sembra un professore.
Piango. Non per dolore, anche se fa male. Piango perché sento il peso degli anni più lieve, ora che me lo appoggiano sul petto.
Non sparisce tutto. Certi dolori restano. Ma non sono più insopportabili.
Alessio è accanto a me. Mi tiene la mano. Ancora. Come in macchina, fuori dalla clinica.
Arturo ha tre mesi, ci godiamo la nostra prima serata vera: lui dorme, noi beviamo tè in cucina. Una candela sul davanzale. Bari fuori, rumorosa dautunno.
Ale, dico.
Sì?
La pensi ancora?
Non serve specificare chi. Lui sa.
Qualche volta. Sempre meno.
Anchio. Mi chiedo se sia stato reale, poi guardo Arturo e penso: va bene. Siamo vivi.
Ce lhai ancora con me? chiede. Piano. Ha paura della risposta.
Per cosa?
Non aver visto. O non aver voluto vedere. Tutti questi anni.
Penso davvero. Non per rispondere per forza, ma veramente.
No, dico non ce lho. Ma una piccola scheggia sì. Non fa male, ma la senti.
Annuisce. Non discute. Accetta.
È giusto così, dice.
Cerco di essere onesta. Non fingo più se non va tutto bene.
Va tutto bene?
Quasi tutto. Arturo è sano, tu sei qui, abbiamo una casa. Stringo la tazza tra le mani, mi scaldo. Siamo cambiati, Ale. Non so se è bene o male. Forse è solo così.
Lui guarda la candela. La fiamma danza.
Ricordi a casa di Olivia? Quando lei è uscita e tu eri fuori a respirare?
Ricordo.
Ti guardavo dalla finestra. Mi chiedevo: come fa a reggere tutto questo? Tutti questi anni Ma resistevi. Non eri spezzata.
In realtà sì. Solo a volte non davanti a te.
Lo so. Scusami.
Ale, gli metto la mano sulla sua, avremmo potuto fare entrambi diversamente. Cerchiamo di non accusarci più.
Dalla camera un gemito: Arturo parla nel sonno. Giriamo la testa, ascoltiamo.
Silenzio.
Dorme, dice Alessio.
Dorme, confermo.
Restiamo in silenzio, quello buono, di famiglia: quando non serve più parlare, ma non vuoi andartene.
Sei felice? chiede lui.
Ci penso davvero. Non per dare una risposta giusta.
Sì, rispondo, solo che la felicità ora ha un altro sapore. Prima pensavo fosse tutto rose e fiori. Ora so che può essere bella anche se dentro qualcosa brucia ancora. Ma lo stesso, vuoi che quel giorno non finisca mai.
Sorride, piano, come si impara a fare solo dopo esser stati troppo a lungo incapaci.
Bel sapore, lui dice.
Sì, confermo. Un po amaro, ma buono.







