Fortezza o Cripta
Il profumo arrivò prima che la coscienza facesse in tempo a svegliarsi. Caldo, burroso, con quellamaro lieve dellimpasto tostato. Giulia rimaneva sdraiata a occhi chiusi, respirava quellaria come se ne stesse cercando la sorgente. Solo dopo capì. E tutto le guastò subito la mattina.
Si alzò, infilò la vestaglia che stava appesa al gancio vicino al letto e andò in cucina. Nessuno. Ma i segni di una presenza brulicavano. Sul tavolo un piattino di cornetti, coperti con un foglio di carta da cucina, accanto una tazza con caffè ormai freddo, un cucchiaino un po storto, lasciato di traverso e mai, mai così lasciava il cucchiaio Giulia. Sul frigo, fermata da una calamita a forma di duomo di Milano (che Giulia non sopportava ma che non si decideva mai a buttare via, un ricordo di sua madre di almeno quindici anni fa), cera una nota.
Giulia la prese con due dita, come qualcosa di sospetto.
«Giù, so che adesso sarai furiosa. Ma i cornetti sono buonissimi, assaggiane almeno uno. Ero di passaggio, ho pensato ti trovassi sveglia, ma dormivi. Va bè. Ho fatto il doppione della chiave, non si sa mai. Non arrabbiarti. Un bacio. Marta.»
Giulia rilesse due volte. Poi piegò il biglietto in quattro, con precisione, e lo posò sul tavolo. Poi lo riprese, lo spiegò. Ho fatto il doppione della chiave. Proprio quello. Non aveva chiesto, non aveva chiamato. Perché per Marta era sempre tutto ovvio.
Giulia mise su lacqua per il tè. Il caffè dalla tazza di Marta nemmeno lo sfiorò, la mise nel lavandino, la sciacquò e la mise a scolare. Poi, però, prese un cornetto, lo morse, fissando la finestra. Fuori era marzo, tutto grigio e ancora bagnato, pozzanghere gelate e rami di platani spogli. Il cornetto, accidenti, era buono. Ammetterlo fu quasi fastidioso.
Telefonò a sua sorella alle nove.
Dormi ancora? chiese Marta, al posto dei saluti. Voce impastata di sonno, contenta.
No. Non più. Marta, che vuol dire doppione?
Ma Doppione, copia della chiave! Giù, è ovvio! Se succede qualcosa, magari rompono un tubo, io sono qui
Hai fatto la copia della mia chiave, disse Giulia piatta, incolore. Lo sapeva fare: voce di marmo.
Ma Giù
È la mia chiave, del mio appartamento, Marta.
Pausa. Poi un respiro, di quelli lunghi che si fanno quando bisogna spiegare lovvio.
Non sono una sconosciuta. Sono tua sorella.
È proprio per questo che sto parlando al telefono e non cambiando la serratura.
Non lo faresti, cambiare la serratura.
Non lo farei. Ma non per questo puoi fare copie delle chiavi senza chiedere.
Giù, ma venerdì parti. E se succede qualcosa? Con il gatto
Non ho un gatto, Marta.
Appunto! Non ti serve nessun gatto, neanche
Marta. La chiave.
Ancora una pausa. Poi quasi offesa, a voce bassa:
Va bene. Vuoi che te la riporti?
No. Parto venerdì, torno mercoledì prossimo. Ormai, tanto vale. Però la prossima volta avverti.
Lo vedi che hai capito
Marta. Basta avvisare, ok?
Ok, ok. Hai assaggiato i cornetti?
Giulia guardava il cornetto morsicato nella sua mano.
Sì.
E quindi?
Normali.
Normali! risata chiara di Marta. Sono quelli della panetteria sotto la Galleria, sono fenomenali. Imparerai mai a dire buoni, Giulia?
Giulia riagganciò. Non con rabbia, solo, semplicemente. Poi finì il cornetto sopra il lavandino per non lasciare briciole.
Mancavano tre giorni a venerdì. Aveva già preparato tutto, la lista fatta la domenica: vestiti, documenti, un libro per il viaggio, caricabatteria. Il viaggio era di lavoro, a Firenze, per un seminario darchivio. Giulia lavorava in una piccola casa editrice specializzata in documenti storici. Andava a quei seminari spesso; le piaceva lordine rigoroso degli archivi, dove ogni foglio a posto, nulla succede per caso.
Mise il tè nella tazza, si sedette, aprì il portatile. Gocce scivolavano dalla grondaia. Lavorò fino a mezzogiorno, poi uscì un po, fece la spesa per i giorni restanti. Di sera la mamma telefonò, domandò della partenza, della salute, raccontò qualcosa su una vicina. Giulia ascoltava, diceva uhm e sì nei punti giusti, guardando fuori dalla finestra: serata qualunque.
Giovedì sera, quando ormai la valigia era quasi chiusa, telefonarono dalleditrice. Il seminario era rimandato. Non annullato, solo spostato due settimane. Cera un problema di sala, di organizzazione. Giulia disse va bene, annotò la nuova data sullagenda, chiuse la valigia.
Rimase un attimo nel corridoio.
Venerdì mattina la svegliò qualcosa di indefinito, come aria ferma: quando ti aspetti una cosa e ne arriva unaltra, resta uno spazio vuoto dentro. Mise su il caffè, guardò la valigia in angolo. Poi la mise nello sgabuzzino. Poi la riprese. Poi la rimise via.
A pranzo il cielo sera fatto ancora più scuro e cominciò a piovere. Prima lento, quasi gentile, poi acquazzone con vento. Giulia restò in casa a leggere, poi decise di uscire e se ne pentì allangolo; il vento ribaltò lombrello. In farmacia comprò delle pasticche per il mal di testa che aveva già, comunque, solo per non tornare a mani vuote, e tornò a casa quasi di corsa, con i piedi bagnati.
Il portone sbatté alle sue spalle. Salì a casa, stette davanti alla porta e fiutò la borsa per le chiavi. Sempre nello stesso posto, nella tasca laterale a sinistra. Le trovò subito, le inserì nella serratura e qualcosa non andava.
Da dentro, al di là della porta, veniva un odore. Non quello delle case lasciate vuote a lungo. Odore vivo. Qualcosa di bollito, forse patate o minestra, e ancora altro: calore e presenza.
Giulia rimase davanti alla porta, la mano ferma sulla chiave. Tre secondi. Poi la girò.
La luce era accesa nellingresso. Dalla cucina veniva un suono metallico, sommesso, tipo una pentola spostata. Fece un passo e chiuse la porta dietro di sé. Ed ecco: dalla cucina venne fuori un uomo.
Si videro nello stesso istante. Lui era alto, jeans e maglione scuro, uno strofinaccio bagnato in mano. Il volto come quello di chi viene colto fuori posto. Inespressivo: né spaesato né arrabbiato, solo bloccato.
Giulia afferrò lombrello, già chiuso e gocciolante, col puntale dacciaio, e si alzò per difendersi. Luomo si scostò, alzò le mani.
Aspetti! disse. Aspetti!
Chi è lei?!
Non Mi lasci spiegare.
Allora spieghi, e in fretta!
Mi chiamo Andrea. Andrea Rossi. Marta mi ha dato la chiave. Sua sorella Marta. Ha detto che la casa era vuota, che lei era via!
Giulia non abbassò lombrello. Lo fissava. Pioveva, fuori, duro.
Chiami Marta, disse lui. Per favore. Solo chiami.
Giulia prese il telefono senza smettere di fissarlo. Digitò. Lunghi squilli, poi:
Giù! Ciao! Sei già a Firenze?
Sono a casa, disse Giulia. E ho un uomo sconosciuto nella mia cucina.
Silenzio.
Madonna santa. Hai rimandato il viaggio?
Spostato.
Giù, scusa, io
Marta. Chi è?
Luomo capì, abbassò piano le mani.
È Andrea. Rossi. Il fratello di Marco, il mio ex, ti ricordi di Marco? Ora è in un periodaccio, si sta separando, non ha un posto dove stare, proprio letteralmente
Gli hai dato la mia chiave.
Credevo fossi via! Non avrei mai
Hai dato la mia chiave a uno sconosciuto. Senza chiedermi nulla.
Ma è il fratello di Marco!
Marta. La voce di Giulia era piatta. Ti richiamo dopo.
Riattaccò. Guardò luomo: aveva letà sua, forse un po di più. Spalle un po curve, visibilmente stanco.
Sta bollendo qualcosa, disse lei.
Lui si voltò.
Le patate. Ehm posso, le spengo?
Spenga.
Andò in cucina. Giulia si tolse le scarpe, appese il cappotto bagnato. Poi lo seguì. Luomo toglieva la pentola dal fuoco. Sul tavolo una borsa. Vicino una sporta della Conad. Portava con sé la spesa. Strano.
Si sieda pure, disse Giulia. Non che volesse davvero, ma bisognava parlare.
Lui si sedette lento. Lei restò in piedi.
Capisco iniziò lui, che così sembra ma non avrei dovuto
No, non avrebbe dovuto.
Marta ha detto
Marta dice molto.
Si zittì. Si passò la mano sulla fronte, sul dorso mani forti, arrossate, forse dal freddo.
Me ne vado, disse. Subito. Dica solo che faccio di queste patate.
Giulia guardò la pentola, poi lui, poi ancora la pentola.
Le lasci pure. Ma dove va adesso?
Troverò qualcosa.
Fuori piove forte.
Alzò le spalle. Non indifferenza: stanchezza di chi diverse volte non ha avuto dove andare, e ha imparato semplicemente ad andare, senza domandarsi dove.
Giulia bevve un bicchiere dacqua. Poi disse:
Marta non mi ha avvertita. È un errore suo, non suo. Ma lei doveva controllare, prima, che la casa fosse davvero vuota.
Dovevo. Ha ragione.
Da quando è qui?
Stamattina.
Che altro ha toccato?
Lui la guardò un po sorpreso, ma rispose:
La cucina. Il bagno. Nientaltro. La borsa prima era vicino allingresso.
Ha dormito?
No. Ho letto. Indicò un libro sul tavolo che lei solo ora notò. Un vecchio romanzo storico della sua libreria. Lo aveva comprato anni fa in un mercatino e mai finito.
Ha preso un mio libro dalla libreria.
Chiedo scusa.
Giulia rifletté. Un uomo rimasto solo tutto il giorno in una casa altrui non fruga nei cassetti, non accende la tv, non saccheggia il frigo; prende solo un romanzo da una mensola a vista e legge. Strano. Ma quasi rassicurante.
Ne vuole di patate? chiese a bassa voce.
Lui si prese una pausa.
Se me lo offre, mangio.
Glielo offro. Poi decidiamo il resto.
Mangiavano in silenzio. Le patate erano ben cotte, con laneto. Lui aveva portato laneto. Giulia non lha mai comprato, non le va di trafficare con le erbe, ma ora era piacevole.
Perché non è in hotel? chiese verso fine cena.
Lui la guardò.
Costa troppo, per ora. Una situazione temporanea, per ora va così.
Separazione?
Già. E altro: con lex-moglie avevo la ditta insieme, adesso tocca dividere tutto, tribunali, burocrazia Sono un po in pausa.
Capisco.
Lei sparecchiò, lavò i piatti. Lui la guardava fare.
Lei sempre così? chiese lui.
In che senso?
Subito a pulire.
Lei invece li lascia nel lavandino?
Di solito sì.
Capisco, disse lei di nuovo. Cè un divano nella stanza. Domattina chiamo Marta, vedremo una soluzione. Può restare qualche giorno qui, ma solo il tempo che serve a Marta per sistemare.
Lui la guardò con qualcosa che lei non seppe decifrare. Non gratitudine, qualcosa di più sfumato.
Perché? chiese lui piano.
Come, perché?
Perché me lo permette?
Giulia non rispose subito. Poi:
Perché fuori piove. E non è colpa sua.
Andò in camera, si cambiò. Restò a lungo fissa alla finestra, a guardare le strisce dacqua sui vetri. Dallaltra stanza nessun rumore. Nessun passo, nessun disturbo. Solo presenza.
Per molto non riuscì a dormire, orecchiava. A un certo punto sentì il passo lieve di lui verso il bagno, poi di nuovo verso il divano. Un cigolio di molle. Poi silenzio.
Giulia fissava il soffitto.
Finalmente, alba. Si alzò alle sette e mezza, come sempre. Entrò in cucina, si fermò sulla soglia. Andrea era già lì, di spalle, con lo stesso maglione, preparava il caffè. La cucina pulita, niente fuori posto.
Buongiorno, disse lui, senza voltarsi.
Buongiorno.
So fare il caffè come si deve. Se vuole.
Voglio.
Lei si sedette. Lui mise davanti a lei una tazza. Il profumo era quello giusto forte, con punta amara giusta. Lo assaggiò.
Buono.
Pane?
Scaffale in alto, a sinistra.
Lui cercò, tagliò il pane, portò un piattino. Giulia lo guardava: era strano stare a colazione nel proprio tavolo con un estraneo, eppure non era teso. Tensione non ce nera. Solo qualcosa di simile a quel che si prova accanto a uno sconosciuto in treno, con cui è più facile tacere che parlare con certi amici.
Alle nove chiamò Marta, che prese subito, concitata:
Giù, hai ragione colpa mia, ma Andrea è una brava persona, è tranquillo, è insomma
Marta.
Sì?
Rimane qui qualche giorno. Tu in questo tempo trovagli una stanza. Normale. Non mi interessa dove è un tuo problema, ora.
Giù, ma
E basta sorprese, Marta. Ok?
Pausa lunga.
Ok. Giù, sei proprio buona.
No. Solo che fuori piove.
Posò il telefono. Andrea la guardava.
Ha sentito?
Più o meno.
Qualche giorno. Poi Marta troverà altro.
Non voglio importunarla.
Mi sta già importunando. Ma va bene. Ci sono alcune regole.
Ascolto.
Regole semplici: cucina in ordine, niente oggetti nei corridoi, non prendere cose sue senza chiedere neppure libri. Niente in sala lavoro. Le pulizie le fa solo lei. Vietato far rumore dopo le undici di sera.
Lui annuiva, serio, nessuna obiezione.
Tutto qui? chiese, quando lei tacque.
Tutto.
Posso aggiungere una cosa?
Lei alzò le sopracciglia.
Mi lasci cucinare la cena. Non è negoziabile: mi serve per occupare le mani, cucino bene. Mangia se gradisce, se no io cucino lo stesso.
Lei lo fissò: era serio.
Va bene, disse. Cucini.
I primi due giorni passarono come sospesi. Giulia lavorava nella sua stanza, lui sbrigava faccende, telefonava, usciva, girava per la città. La sera, in cucina trovava la cena servita. La prima volta uno sformato di pollo e verdure. La seconda una minestra densa di polpette e orzo che le riportò infanzia. Mangiava in silenzio, lui chiedeva solo se era troppo salato, se gradiva. Rispondeva monosillabi. Ma non era male.
Il terzo giorno aggiustò il rubinetto del bagno. Giulia non chiese niente, lui solo domandò: Il rubinetto perde, posso vedere?. Al tramonto non perdeva più. Rimise tutto in ordine, spiegò che aveva cambiato la guarnizione vecchia.
Quanto costa? chiese Giulia.
Spiccioli.
Glieli restituisco.
Non serve.
Andrea.
Giulia, la chiamò calmo, come se la conoscesse da tempo. Non serve. Solo una guarnizione.
Lei lasciò correre.
Venerdì ricominciò la pioggia, stavolta più lieve, continua. Giulia stava seduta con un libro, ma non leggeva: osservava la finestra. Andrea entrò con due tazze.
Tè, disse posso?
Annì. Pose una tazza accanto a lei, si sedette. Guardavano fuori.
Da quanto vive sola? chiese lui dopo un po.
Da tanto.
Le piace?
Lei meditò.
Ci ho fatto labitudine.
Non è una risposta.
È la verità.
Lui sorrise, una curva appena.
Anchio pensavo di essermi abituato, disse. Quando stavo ancora con mia moglie, si finisce per abituarsi a una persona, a volte resta solo labitudine.
Lei taceva. Tè con aroma derbe.
Che erbe sono? chiese.
Menta e altro, comprate in farmacia.
In farmacia vendono il tè?
Quella su questa via sì. Hanno un reparto erboristeria.
È ventanni che vado, non lo sapevo.
Bisogna guardarsi intorno a volte, disse lui. Non giudicante, solo constatazione.
Lei lo osservò sopra la tazza. Aveva un viso buono non bello nei soliti modi, ma buono. Stanco, ma senza amarezza. Chi attraversa tempeste e poi ci si ritrova un po cambiato.
Da quanto tempo eravate sposati? domandò.
Quattordici anni.
Tanti.
Sì. Abbiamo una figlia, dodici anni. Questo è complicato. Tutto il resto è niente, ma lei è difficile.
Vive con la madre?
Per ora sì. Stiamo organizzando per i week-end. Vedremo. Si fermò. Lei è mai stata sposata?
No.
Ci è andata vicina?
Giulia guardò fuori.
Una volta qualcosa di simile. Tanti anni fa. Non è andata.
Sua scelta o sua?
Sua.
Lo disse senza emotività, ma lui non chiese altro. Annì.
Capito, disse. Non aggiunse altro.
Stettero ancora mezzora senza parole. Infine Andrea raccolse le tazze, sparì in cucina, tornò, disse buonanotte. Lei rispose, ancora un po alla finestra, poi a letto.
In quei giorni la casa odorava diverso: non spiacevole, ma nuovo. Un odore caldo, legnoso, che si mescolava ai profumi suoi: carta, caffè, e una nota di crema per le mani. Pensava lavrebbe irritata, invece la notava soltanto.
Sabato lui uscì presto, disse che andava dalla figlia. Tornò la sera: un poco cambiato. Non peggio, solo più silenzioso. Giulia era in cucina, lui entrò, salutò, andò in stanza. Lei aspettò, poi andò a bussare.
Sì? rispose lui.
Cena?
Piccola pausa.
Oggi sono un po stanco.
Va bene. Allora cucino io.
Aspetti. Si alzò. Cinque minuti.
Fecero insieme due uova, confusione goffa dentro cucina piccola, si urtavano, ridevano silenziosi, a volte. Poi mangiarono. Lui parlò della figlia: volevano andare al cinema, il film era scialbo, ma il gelato buono. Giulia ascoltava, osservava: ne parlava come delle cose importanti, senza retorica, con cura. Il gelato era stato buono.
Come si chiama? chiese lei.
Vera.
Bel nome.
Lha scelto la madre. Non mi sono opposto.
Una pausa.
È stato doloroso, quando chi ha lasciato? domandò Andrea.
Giulia lo fissò.
Perché me lo chiede?
Perché mi lascia fare domande scomode. Non sempre risponde, ma non vieta.
Lei rifletté.
Sì, ha fatto male. Ma è passato.
E ha deciso che da sola è più facile.
Non facile. Più sicuro.
Sono cose diverse.
Lo so.
Non insistette. Lei gliene fu grata: di solito la gente ci marcia su, ti spiegano che non si possono chiudere le porte a vita, che vivere è rischiare, che lamore vale lo sforzo. Lui invece niente. Solo portò via i piatti e chiese se volesse ancora tè.
La domenica passò in calma. Riparò anche lo sportello di un mobiletto, che cigolava da anni. Giulia fece finta di nulla, poi ringraziò. Lavorò tutto il giorno, poi la sera, un po per caso e un po no, convennero nella sala grande: lei con un libro, lui col portatile, ognuno nel proprio, insieme. Non era solitudine, non compagnia. Qualcosa di terzo, cui mancava la parola.
Lunedì sera Marta telefonò lei, non lui.
Giù, ho trovato una stanza. Libera da giovedì, quartiere buono, prezzo onesto. Glielo dici tu?
Diglielo tu.
Ma dai, Giù, sei accanto.
Marta. Chiamalo tu.
Pausa.
Non vi siete mica amici? No, vero?
Marta.
Ok, ok, chiamo.
Giulia spense il telefono. Guardò la porta chiusa della sala grande. Da giovedì sarebbe tornato il silenzio. Bene, era giusto così. Si era abituata a vivere sola.
Martedì, a fine cena, fu lui a parlare:
Marta mi ha trovato una stanza. Da giovedì.
Lo so.
Lui la fissò.
Lei già lo sapeva?
Sì, mi ha chiamato.
Ah. Ripose la forchetta. Beh, ottimo. Lho disturbata tanto.
Un poco.
Un poco, mormorò lui, un mezzo sorriso. Lei è sempre onesta così?
Ci provo.
Fa bene. È rara cosa.
Sparecchiarono insieme, lei lavava, lui asciugava e rimetteva. Lei disse non serve, lui rispose ho labitudine, e continuava. In cucina si muovevano già senza impaccio, sfiorandosi quasi senza incontrarsi, sapevano dove andare.
Poi lei si versò un tè, rimase alla finestra. Lui le fu accanto, guardando giù. Il lampione allangolo tremolò, ma non si spense.
Domani è lultimo giorno, disse lui.
Già.
Che farà giovedì mattina?
Come sempre. Caffè, lavoro.
Senza estranei.
Nessun estraneo.
Annì. Poi, più lento:
Non mi aspettavo questo. Pensavo che sarei restato qui mezzo morto, a letto. E invece, tra uno sportello che cigola e il rubinetto che gocciola, mi sono sentito chiamato.
È perché le serve una distrazione.
Forse. Ma non solo.
Lei tacque. Lui si girò un po, lei se ne accorse con la spalla, più che con gli occhi.
Giulia, disse lui.
Sì.
Posso dire una cosa e lei non scappa subito in cucina?
Quasi sorrise.
Ci provo.
Sto bene qui. Con lei. Non perché le sono grato a parte ma è sereno. È silenzioso e buono. Non ricordo da quanto non era così.
Lei fissava il lampione: ora filava dritto, non più tremolante.
Neanchio, mormorò.
Lui non fece nulla di improvviso. Era lì. Poi la sua mano vicino alla sua sul davanzale. Lei non la tolse. Rimasero così. E nella cucina profumava di tè alla menta, e lei pensava: non sono in ansia, per la prima volta, da tanto. Anche questo era strano.
Poi lui prese la mano di lei. Senza spiegazioni, solo così.
Poi il gran silenzio, in cui non serve parlare.
E fu giusto in quellattimo che la chiave girò nella serratura.
Si staccarono spontanei, senza volerlo. La porta si aprì e dentro piombò Marta, tutta bagnata, col suo fracasso di sempre, le borse, la voce, il sorriso: la sorella.
Giù! Ero di passaggio, mi sono detta, passo da te, ti porto qui un po di biscotti e pomodorini, che a te piacciono Si interruppe. Guardò Giulia. Guardò Andrea. Oh. Ho beccato un brutto momento?
Tranquilla, rispose Giulia. La voce piatta. Vieni, ormai sei qui.
Avete già cenato?
Sì, poco fa.
Aaaah. Marta poggiò le sporte. Guardava ora uno, ora laltra. Va bene, allora metto su una tisana?
Cè la menta, suggerì Andrea.
Ah, perfetto. Subito.
E sparì in cucina. Giulia e Andrea mirarono in due direzioni opposte. Poi Giulia prese il maglione dalla sedia e andò in camera a cambiarsi. Così. Solo perché andava fatto.
Il resto della sera fu normale. Tisana in tre, Marta che parlava fitto di lavoro, Andrea educato, Giulia ascoltava. Poi Marta se ne andò, Andrea augurò la buonanotte. Giulia raccolse le tazze.
Quella notte Giulia stava nel letto a pensare.
Pensava che il giorno dopo sarebbe stato lultimo. Che giovedì lui se ne sarebbe andato. Che la casa sarebbe stata di nuovo silenziosa, pulita, tutto a posto: nessuna perdita, niente cigolii, niente odori di caffè daltri. Che quella era la normalità. Che era giusto così.
Pensava insistentemente, con ordine, come si ripongono gli oggetti sugli scaffali. Ogni pensiero al suo posto. Tutto sensato, tutto sicuro.
E non si addormentò fino alle due.
Mercoledì mattina si alzò presto, lui ancora dormiva. Prese il caffè, bevve, sciacquò la tazza.
Quando lui venne fuori, lei era già al computer.
Buongiorno, disse lui.
Buongiorno.
Caffè?
È sulla moka.
Si versò, si sedette. Lei non si voltò. Continuava a scrivere, anche se le lettere le si confondevano davanti agli occhi.
Giulia, chiamò lui.
Sì.
È arrabbiata?
Lei si voltò.
No. Perché dovrei?
Non so. Oggi la sento distante.
Solo lavoro.
La guardava tranquillo, nessun rancore.
Va bene, disse. Daccordo.
La giornata passò così. Lei lavorava, lui girò per la città, poi rientrò, fece i bagagli. Lei sentì mentre sistemava le cose, con cura, silenzioso. Preparò la cena come promesso: grano saraceno coi funghi, cibo semplice e buono.
Mangiarono in silenzio.
Grazie di tutto, disse lui alla fine.
Non cè di che.
Invece sì, lui gentile, deciso. Per questi giorni, per lospitalità, per non avermi cacciato.
Avrebbe potuto lasciar perdere il rubinetto.
Ma perdeva.
Mi ero abituata.
Lo so. Ma perdeva.
Lei si mise a sparecchiare. Lavò i piatti, li lasciò sullo scolapiatti. Lui guardava.
Domattina va via presto? chiese lei.
Devo dare le chiavi alla padrona entro mezzogiorno. Starò via verso le dieci.
Va bene.
Lei sarà in casa?
Sì.
Allora saluto prima.
Certo.
Andò in camera. Letto. Occhi aperti.
Pensava: Giusto così. Questa è la mia vita. Lui presto troverà sistemazione, lavoro, supererà il divorzio, incontrerà unaltra. Sua figlia Vera, dodici anni, che adora il gelato. Io ho i miei archivi, i seminari, la mia tazza, lo scaffale pieno di romanzi. Sono abituata così. Non è solitudine, è un ritmo.
Che lui domani dirà arrivederci, lei in bocca al lupo, lui chiuderà la porta alle spalle e tutto sarà di nuovo a posto.
Ci pensava, a lungo, precisa, diligente.
Poi chiuse gli occhi.
Giovedì mattina si svegliò alle otto. Andò in cucina. Lui era già andato.
Sul tavolo una tazza di caffè ancora tiepida, poco. Vicino, un foglietto piegato.
Giulia lo prese. Lo lesse.
Non volevo svegliarti. Grazie, davvero. Mi trovi qui un indirizzo. Via, numero, interno, il cellulare che già aveva, lui glielaveva scritto il primo giorno, in caso.
Rilesse due volte. Poi ripiegò il biglietto. Fece il caffè, anche se il suo era ancora caldo. Gettò via il resto. Bevve il proprio.
Girò tutta la casa.
Il divano rifatto, il cuscino dritto. Bagno in ordine. In cucina tutto al posto giusto. Lo sportello del mobiletto silenzioso. Il rubinetto perfetto. Finestre brillanti. Il parquet senza macchie.
Rimase ferma nella sala grande.
Silenzio.
Un silenzio perfetto.
Solo il frigo borbottava. Qualcuno dei vicini. Stop.
Si mise davanti alla finestra. Guardò in strada. Il lampione filava diritto. Le auto passavano. Una mamma con il passeggino sul marciapiede. Un piccione sul cornicione di fronte.
Casa ideale.
Pulita, silenziosa, vuota.
Giulia fissava il vetro, pensava al suo spazio, come lo aveva sempre pensato: suo, inviolabile, protetto. La sua fortezza. Qui cera sicurezza, tutto sotto controllo, nulla per caso, nessuno entrava senza permesso, nessuno lasciava il cucchiaino storto, nessuno prendeva un libro dalla libreria leggendo in silenzio per ore.
Guardava il lampione.
Pensava che fortezza e cripta si distinguono solo per la presenza di unuscita.
Andò in cucina. Prese il foglio dal tavolo. Rilesse lindirizzo. Cercò il cappotto, la borsa, le chiavi. Guardò i due mazzi: portone e casa.
Prese la borsa e uscì.
Fuori faceva fresco ma non pioveva; cielo grigio, pallido, del marzo che non è inverno ma non ancora primavera. Giulia andava verso la fermata e pensava che forse stava facendo una sciocchezza, che era impulsiva, che doveva pensarci meglio, mettere un po dordine, una lista mentale, come sempre.
Che stava andando da un uomo quasi estraneo, che aveva vissuto da lei una settimana, per colpa del caos di Marta, e chissà poi cosa gli avrebbe detto.
Prese il tram. Trovò la via giusta, il portone, terzo piano. Campanello.
Lungo silenzio. Giulia pensava che lui forse non era nemmeno lì, forse era solo una scusa sul biglietto, che la padrona sarebbe venuta dopo, che stava per andar via.
La porta si aprì.
Andrea la fissava in silenzio. Indossava la giacca, era appena arrivato o stava per uscire. Dietro di lui un appartamento vuoto, nessun mobile, solo pareti nude.
Giulia, disse.
Ciao, rispose lei. Per la prima volta tu. Solo dopo se ne accorse.
Anche lui lo notò. Un cambiamento minuscolo sul viso.
Entra, disse, anche lui passò al tu. Non cè nulla, te lo dico.
Lho visto.
Entrò. Lodore della casa vuota, di polvere e vecchio intonaco. Solo un lettino e la borsa, in fondo.
Lui la fissava, non teso, solo in attesa.
Ti ho portato la chiave, disse Giulia.
Quale chiave?
Quella di Marta. Il doppione che aveva fatto. Teneva la chiave, sciolta. Prendila.
Lui la guardò.
Perché a me?
Perché Tacque. Ricominciò. Perché io queste cose non le so fare. Quello che è successo tra di noi, questi giorni, non ci sono abituata. Forse non ne sono mai stata capace. Ho paura che non porti a niente. O che faccia male, di nuovo.
Lui ascoltava.
Ma stamattina, alla finestra, sentivo tanto silenzio. Prima mi piaceva. Oggi no.
Andrea la fissò poi guardò la chiave.
Tutto per questa chiave?
No. La chiave è un pretesto. Solo, volevo venire. E sono venuta.
Lui prese la chiave piano.
Sai che ora non ho niente? Letteralmente. Un lettino, una borsa, questa casa vuota.
Lo so.
E una figlia da inserire in un ordine nuovo. E la ditta, e tutto
Andrea.
Sì?
Non sono venuta per lordine, disse più piano. Sono venuta perché la tua assenza si sentiva. Era evidente.
Lui fermo sulla soglia con la chiave in mano, la guardava. Fuori la luce chiara del mattino di marzo.
Ti spaventa? chiese.
Un po, confessò. A dirla tutta, molto.
Anche a me.
E quindi?
Lui mise la chiave in tasca.
E niente, disse. Andiamo almeno a prendere un caffè. Da qualche parte qui vicino devesserci un bar buono.
Sicuro che cè, annuì lei.
Uscirono nellandrone. Lui chiuse la porta, si armeggiava con la serratura nuova. Poi insieme per le scale, senza prendersi la mano, ma vicini.
Hai un bar preferito?
Dalle mie parti sì, cè uno buono, il caffè è speciale.
È lontano?
Tram: venti minuti.
Lui pensò.
Andiamo da te, disse. Lì sai già tutto.
Lei lo guardò.
Va bene.
E si incamminarono verso la fermata.
Il tram arrivò quasi subito. Salirono, si sedettero. Le strade scorrevano: case, alberi con gemme invisibili. Marzo è così: fuori inverno, dentro inizia piano la primavera.
Giulia guardava fuori e pensava che aveva paura, questo sì. Non sapeva se avrebbe resistito a non chiudersi di nuovo, chiudere lei era bravissima, anni di allenamento. La vita di lui difficile, la sua non facile. Due abituati a cavarsela da soli non fanno sempre qualcosa di bello insieme.
Non lo sapeva.
Il tram sobbalzava. Andrea guardava anche lui fuori, poi la fissò.
A cosa pensi? chiese.
Che non so cosa succederà, rispose sincera.
Nessuno lo sa.
Non è rassicurante.
No, disse. Ma il caffè rassicura. Di solito.
E Giulia, stavolta, sorrise quasi.
Di solito.







