Spighe d’Oro

SPIGHE DI GRANO

Circa venticinque anni fa, quando ero ancora giovane e ingenuo, il medico di base, malgrado tutte le mie proteste, decise che dovevo essere ricoverato nel reparto di medicina interna.

Avevo ventitré anni, mentre mia moglie, Lucia, ne aveva ventisei. Lucia lavorava come ingegnere presso uno studio tecnico, io stavo ancora finendo gli studi all’università. Eravamo sposati da due anni e non avevamo ancora figli: pannolini e bavaglini, al momento, non rientravano nei nostri piani futuri.

Mi consideravo un marito modello, uno di quelli quasi privi di difetti. Invece, nella mia Lucia trovavo ogni giorno, come in uno specchio, nuove “zone dombra”. Mi infastidiva che, a mio parere, dedicasse troppo tempo al suo scooter Piaggio e troppo poco a me. Ero certo che sarei riuscito a cambiarla, a estirpare questi difetti. In realtà, mi sbagliavo: ero io quello che doveva cambiare.

Dopo una sessione di esami particolarmente stressante, il mio corpo aveva ceduto: mal di stomaco lancinante, nausea, non riuscivo a mangiare né a bere niente.

Ragazzo mio, mi disse il canuto dottor Innocenzo Leoni, sistemando gli occhiali di tartaruga sul naso, la salute va curata da giovani, i vestiti da nuovi. Non ti azzardare a disobbedire, Matteo. Devi farti visitare seriamente e sottoporti alle cure necessarie. E ora basta, la parola passa ai miei stimati colleghi. Io mi lavo le mani, figliolo.

Mi consegnò il modulo per il ricovero, e io, singhiozzando e asciugandomi di nascosto le lacrime, mi avviai sconsolato a compilare tutti i fogli.

In stanza eravamo in quattro: due signore sui cinquantanni, una vecchietta dal viso raggrinzito, coperta da un fazzoletto a pois, e io. La nonnina si chiamava Agnese Venturi; i nomi delle altre due donne non li rammento più.

Non avevo voglia di parlare con nessuno, ero arrabbiato con il mondo intero, e soprattutto con mia moglie: ero convinto che Lucia non vedesse lora di sbarazzarsi di me, visto che non aveva insistito per curarmi a casa ma aveva accettato il ricovero in ospedale.

Rannicchiato su quel letto dalle reti cigolanti, rivolto verso il muro, mi aggrappavo al mio dolore, incolpando tutti per la mia sfortuna.

Portati via queste scatolette e questi bicchieri, non voglio mangiare nulla, dicevo a Lucia ogni volta che veniva in visita con buste di cibo preparato.

Matteo, ma dai, il medico ha detto che il pesce fresco al vapore fa proprio per te, mi rispondeva lei premurosa. Almeno assaggia qualcosa, per favore. Ho preparato anche le patatine lesse, una cucchiaiata almeno!

Niente da fare, ribattevo seccato. Non insistere. Dai pure il pesce ai gatti randagi fuori dallospedale sempre che mangino questa roba.

Lucia sospirava pesantemente e andava via affranta. Io, ancora più amareggiato, la ferivo con parole cattive.

Non venire più a trovarmi! le ripetevo.

Ma Lucia si presentava comunque ogni giorno, prima e dopo il lavoro, nonostante le mie lamentele. Ogni mattina trovavo sulla mia mensola pranzo e cena appena cucinati, ben avvolti nella coperta di pile per mantenerli caldi. Io però né apprezzavo la sua pazienza, né il suo affetto.

Quando aveva tempo per preparare tutta quella varietà di piatti? Solo ora mi rendo conto che non era facile per lei, ma allora ero troppo ripiegato su me stesso.

Le medicine e le flebo non sortivano alcun effetto. Dimagrivo a vista docchio: occhi infossati, occhiaie da paura. Mi fecero mille esami e il responso fu: gastrite cronica. Direte: niente di grave? Ma per me fu una dura prova.

Dopo le terapie, mi sdraiavo sul letto a fissare il vuoto. Mi rendevo conto di emanare solo negatività e nessuno voleva avvicinarsi a me. Ma non riuscivo a farci niente.

Una notte, quando le altre due donne ottennero il permesso di dormire a casa, restai solo con Agnese Venturi.

Non dormi, Matteo? sussurrò la nonnina.

No, Agnese. Mi fa troppo male lo stomaco, risposi, voltandomi dallaltra parte.

Vedi, Matteo, disse lei dolcemente, anchio vengo qui almeno tre volte lanno per fare un controllo. Ho la tua stessa malattia, che a casa, in fondo, potrei gestirmi.

Vuole farmi la lezione sulla dieta giusta? sbottai, non si disturbi. Le so già tutte queste cose.

Non hai capito, ragazzo mio, rispose Agnese con una pazienza infinita, non voglio offenderti. In te rivedo il me stesso di una volta, ruvido e intransigente, proprio come te oggi.

A quel punto mi girai verso di lei e la osservai per la prima volta sul serio.

Era piccolina, curva dalla schiena, quasi sembrava uno gnomo uscito da una favola dimenticata. Ma da lei proveniva un calore umano sconvolgente. Gli occhi azzurri brillavano di una luce speciale, era come se fosse illuminata dallinterno.

Ripensai a come la venivano a trovare tutti i pazienti, uomini e donne, medici e infermiere. Portavano ad Agnese i propri pensieri, raccontavano storie, problemi. Lei ascoltava in silenzio, annuendo, e diceva poche parole che bastavano a rimettere il sorriso sui volti. Prima di andar via, i visitatori la ringraziavano con piccoli doni: un pacco di biscotti, una bottiglia di yogurt, dei cioccolatini, un vasetto di marmellata. Lei abbracciava tutti, ringraziava commossa, e dopo averli salutati si asciugava gli occhi lucidi col fazzoletto.

Se hai voglia di ascoltarmi, Matteo, ti racconto una storia della mia vita, disse lei con un sorriso appena accennato, negli occhi una tristezza infinita che mi fece vergognare del mio comportamento.

Chiesi scusa ad Agnese e risposi che non vedevo lora di sentire la sua storia.

Ma prima, mangia un po di questa minestrina con le polpettine, disse, indicando la zuppa portata da Lucia.

Obbedii, stavolta senza lamentarmi. Allinizio volevo storcere il naso, poi con il primo cucchiaio, incredibilmente, il dolore si attenuò. Ne mangiai mezza porzione. E mi piacque pure!

Ti sei dato una calmata, eh? Era buona? chiese Agnese.

Sì, tanto, ammettei.

Allora vai piano, piccoletto. Il tuo stomaco non può più reggere abbuffate: dopo tanto maltrattamento, fallo riprendere. E ora ascolta un vecchio: per star meglio devi imparare a portare rispetto agli altri, soprattutto a tua moglie. Lei ti vuole bene. Non scacciarla, non fare i capricci. Ma adesso parliamo daltro, ti racconto qualcosa di me che non ho mai detto a nessuno.

Agnese bevve un sorso di tè da una tazza di metallo, intinse nel tè un biscotto secco e riprese il racconto.

Ero la penultima di sette figli. Mio fratello maggiore, Ignazio, morì ancora piccolo. La più piccola, Margherita, a sette anni, la portò via la febbre tifoide. Papà lavorava in fabbrica, mentre mamma cuciva per il paese: vestiva mezzo borgo con i propri abiti cuciti a mano.

Io adoravo leggere e a scuola andavo forte. Dopo il diploma presi il brevetto per insegnare nelle scuole rurali e tornai nel mio paesino vicino ad Arezzo. Subito, iniziarono a farmi la corte i giovani del posto. Li respingevo tutti.

Mamma mia, ma chi sarebbe questo Ferdinando? Un garzone? Non mi piace, non farà mai per me. Antonio, il nostro vicino? Un ubriacone. Nazareno? Suonatore di fisarmonica troppo festaiolo. Battista, il pastore, non sa nemmeno leggere! Non ce la farei a vivere con uno così! Piuttosto zitella tutta la vita che sposare uno di loro!

Mamma scuoteva la testa, ma non poteva convincermi.

Un giorno, nel nostro paese arrivò da Firenze il nuovo giovane direttore della scuola, alto, brillante, con due occhi azzurri bellissimi. Mi fece perdere la testa. Simpatico con i bambini, paziente e generoso, dopo la scuola aiutava gratis i più deboli: per lui tutti dovevano aver le stesse opportunità. Non ci mise molto a sposarmi.

Mamma mi ripeteva sempre: Mi raccomando, Agnese, testa bassa, non montarti la testa. Il marito è una brava persona, ricordalo. Non fargli vedere il tuo caratteraccio!

Ma io niente: facevo sempre tutto di testa mia.

Lavoravamo entrambi nella scuola del paese. Tre anni dopo il matrimonio nacque la nostra prima figlia, Vita. Era fragile, malaticcia, e ci lasciò a undici anni, pochi mesi prima della guerra. La seconda figlia, Valeria, era una bellezza, tutta suo padre, e abilissima con lago e filo.

Mio marito, Policarpo, spesso andava a Firenze per delle riunioni, tornava a casa con stoffe che mamma mi cuciva addosso. Ero la più elegante del borgo! Ma io sempre trovavo qualcosa che non andava: il motivo troppo piccolo, il colore non mi convinceva Niente riusciva a soddisfarmi.

Nel 1933 scoprimmo la fame vera. Ogni mese dividevamo quel poco che avevamo in trenta mucchietti, uno al giorno. Da allora non butto mai via nemmeno i semi del melone, capisci?

Ogni giorno, per tutti, cerano due o tre patate, una manciata di grano, una cipolla o una carota, qualche seme di anguria o girasole, un cucchiaio di strutto e un bicchiere di farina scura. Nascondevo tutto ben chiuso nelle stoffe. Se avessimo mangiato tutto subito, saremmo morti di fame come tanti del paese, che alla fine rimanevano con i denti nel cassetto.

Poco fuori dal paese cera un campo di grano, sorvegliato giorno e notte. La tentazione di raccogliere qualche spiga era fortissima, ma la paura era più grande: rubare dal podere collettivo voleva dire finire in carcere.

Una notte, io e Policarpo decidemmo di provare. Non ce la facevamo più a vedere i nostri bambini sempre affamati. Di notte, mentre i figli dormivano, uscimmo di soppiatto verso il campo.

In silenzio cominciammo a raccogliere qualche spiga, ma allimprovviso sentimmo arrivare il carretto del guardiacampi coi cavalli! Mollammo tutto e ci nascondemmo fra i cespugli di sambuco. Il cuore in gola. Fortunatamente, non ci vide.

Tornammo a casa a mani vuote. Solo allora mi accorsi che non avevo più la gonna: così magra che si era sfilata di dosso quando lavevo scossa per tirar fuori le spighe!

Agnese prese un altro sorso di tè.

Mi venne una disperazione, continuò. Se trovavano la gonna sarei andata in galera! I bambini svegli, la casa in lacrime. Abbracciavo le bambine e pensavo che stavo per salutarle per lultima volta.

Basta, silenzio! disse Policarpo, guardandomi severo. Tutti a letto, o dai vicini ci sentono. Allalba troverò la tua gonna.

Non dormii tutta la notte, vedevo già le sbarre di una cella. Mio marito la mattina riuscì davvero a trovarla fra le spighe e me la riportò. Mi salvò letteralmente la vita.

Da quel momento imparai il rispetto e la riconoscenza verso di lui, che meritava davvero ogni parola bella. Il mio carattere si ammorbidì, non parlai mai più male di lui.

E dopo? chiesi.

Dopo fu dura tirare avanti, ma col cuore in mano e la Provvidenza, riuscimmo a salvarci. Con la guerra arrivarono gli sconvolgimenti. Policarpo partì volontario per il fronte. Io e Valeria restammo sole. I tedeschi occuparono il paese. Perché mi rifiutai di collaborare, diedero fuoco alla nostra casa. E la mia bambina

La voce di Agnese si ruppe.

La la violentarono. Valeria non ce la fece, morì poco dopo. Ero incinta in quel momento, e dal dolore persi anche il bimbo. Saremmo dovuti diventare genitori di un maschietto

A quel punto Agnese si mise a piangere silenziosamente. Mi alzai, la abbracciai e restammo così, stretti, fino allalba.

Cosa ci dicemmo? Non ricordo più.

Quando il sole finalmente spuntò e ci regalò il suo primo saluto, la nonnina aggiunse:

Nel ’43 arrivò il telegramma: Policarpo disperso in Russia, nessuno sa dove sia sepolto. Dopo la guerra mi spostai di villaggio in villaggio, ho insegnato un po ovunque, finché, in pensione, mia nipote mi accolse qui a Firenze nel suo monolocale. In ospedale vengo spesso, mi curano e non disturbo troppo Tamara, risparmio qualche euro e con la pensione le compro dei cioccolatini. Lei è felice come una bambina, anche se io so che per lei valgono più dei diamanti. E sempre mi dice di non spendere per lei

Guardavo questa donna minuta e non riuscivo a capire come potesse contenere tanta forza, bontà e gentilezza. Aveva sofferto tanto eppure non si era mai incattivita, aiutava sempre gli altri. Se glielo avessi detto, non mi avrebbe forse capito. Invece io ero sempre insoddisfatto, pur avendo tutto: una moglie che mi amava e la mia famiglia viva.

Col passare degli anni, sono migliorato: ho ricominciato a mangiare, sono guarito.

Dopo un anno, io e Lucia abbiamo avuto il nostro primo figlio, Michele, e quattro anni dopo è arrivata la tanto desiderata figlia, che abbiamo chiamato Agnese.

Da quel momento, mi si sono aperti gli occhi. Ho finalmente visto per davvero la mia Lucia: premurosa, brava in tutto, paziente. Ho dovuto lavorare molto su me stesso e smettere di avanzare pretese inutili.

Ogni volta che mi sento arrabbiato con mia moglie, ripenso al racconto delle spighe dAgnese Venturi, e a tutte le cure che Lucia ha avuto per me. Aiutare gli altri mi ha fatto crescere, e so che ogni giorno posso diventare una persona migliore.

E a volte penso: forse ho avuto bisogno di quella malattia per cambiare davvero il mio carattere. Cosa ne pensate?

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Spighe d’Oro
Un giorno, durante una delle nostre lezioni, la professoressa si comportò in modo davvero meschino. Eravamo tutti nella stessa classe con un ragazzo di nome Paolo. Era come tutti gli altri, non si distingueva particolarmente, aveva voti nella media e una passione smisurata per i videogiochi. Ogni tanto partecipava a concorsi online e addirittura vinceva dei premi. Sua madre lavorava come bidella nella nostra scuola e lui l’aiutava sempre dopo le lezioni: portava secchi d’acqua, lavava piatti e pavimenti. All’inizio tutti ridevamo di lui, ma Paolo non se ne curava. Più tardi, abbiamo smesso di prenderlo in giro e abbiamo iniziato a trattarlo come uno di noi. La professoressa godeva di rispetto, ma solo da parte degli studenti col massimo dei voti. Gli altri la chiamavano con soprannomi e non la sopportavano. Con me e con gli altri studenti “bravi” era sempre gentile, ma Paolo non faceva mai i compiti, e si sentiva sempre a disagio davanti a lei. Un giorno, durante una lezione, la professoressa è stata davvero crudele. Gli disse che avrebbe passato la vita a lavare pavimenti e piatti come sua madre, perché non era adatto a nient’altro. Qualche anno dopo, siamo andati con Paolo a trovare la nostra vecchia professoressa, Maria. Alcuni ex compagni, che erano lì, l’avevano invitata anche se non insegnava più. Era sorpresa, ma il suo carattere non era cambiato minimamente. Immediatamente ha iniziato a fare domande indiscrete sulle vite di tutti. Avvicinandosi a Paolo, Maria gli chiese di cosa si occupasse ora e dichiarò sarcastica che sicuramente continuava a fare il bidello. Paolo rispose con nonchalance: “Lavoro come bidello”. La professoressa disse: “Eh, come immaginavo – non hai combinato niente”. “Ho una mia ditta, sono il proprietario”, rispose Paolo tranquillamente. La faccia della professoressa cambiò all’istante, era persa. E le sorprese non erano finite: quando Maria dovette andare via dal bar, Paolo chiese al suo autista di accompagnarla a casa su una Mercedes di lusso. Seduta nell’auto, la professoressa appariva perplessa e cupa: era chiaramente sconvolta da ciò che aveva appena scoperto. Un giorno, durante una delle nostre lezioni, la professoressa ci umiliò davanti a tutti: ma la vita ha dimostrato che il successo di Paolo vale più dei suoi pregiudizi