Regina della Casa: Tutto sotto controllo nel tuo regno domestico

La padrona di casa

Antonella arrivò alla casa in campagna per prima, come sempre le capitava. Quando la macchina di Riccardo svoltò davanti al cancello, già dall’ingresso si sentiva profumo di minestrone, i pavimenti brillavano dopo essere stati lavati, e sul davanzale si raffreddava il bollitore che aveva tolto dal fuoco appena prima che fischiasse.

Non le piaceva arrivare dopo gli altri. Se ti presenti per ultima, si vede subito cosa cè che non è opera tua: borse di altri sulla panca, giacche appese distrattamente, briciole sul tavolo, il capanno lasciato senza chiudere bene. Ma se sei la prima, la casa ti accoglie nel silenzio e puoi goderti almeno mezzora sola.

Il terreno era umido dopo la pioggia notturna. Sulle aiuole la terra era scura e bagnata, la corteccia del vecchio melo brillava, e persino la vecchia botte arrugginita in fondo al giardino sembrava più fresca del solito. Antonella camminò lungo il vialetto, aprì la porta, lasciò la borsa nellingresso e si mise subito al lavoro: spazzò la veranda, sistemò la tovaglia, accese il fornello, prese le stoviglie che si usavano solo con la bella stagione. Faceva tutto senza affanno, ma con la rapidità di mani che conoscono la sequenza delle cose meglio della testa.

Quando il SUV scuro di Riccardo arrivò al cancello, stava asciugandosi le mani sul grembiule a quadri.

Uno sportello sbatté. Poi un altro. Chiara scese dal sedile posteriore, tenendo limpermeabile sul braccio e guardando subito la casa, come a voler leggere lumore della madre dalle finestre.

Riccardo entrò per primo nel cortile. Entrava sempre lui per primo, anche dove non aveva nessun diritto.

Aprì il cancello, osservò la strada spazzata, la veranda pulita, la pentola col coperchio e disse, con la solita sicurezza che da tempo ormai Antonella non la disturbava più, ma la stringeva in un nodo dentro.

Mamma, hai già messo su lacqua per il tè?

La chiamava mamma solo davanti agli altri, o quando gli serviva. Altrimenti si comportava come chi passa oltre, certo che lei avrebbe comunque portato, servito, pulito.

È già bollita, rispose Antonella.

Allora prepara il tè. Ho fatto tanta strada.

Chiara guardò la madre, poi il marito.

Riccardo, potresti almeno salutare prima.

Ma sono a casa mia, che mi metto a fare cerimonie?

Andò verso la veranda, lasciò le chiavi dellauto sul tavolo e si sedette come se fosse una normale giornata, e non un fine settimana fuori città. Chiara portò dentro le borse, posò vicino alla porta la scatola con le piantine, tolse limpermeabile e si aggiustò i capelli con un gesto stanco.

Antonella versò il tè in silenzio. Da tempo aveva compreso una cosa semplice: alcune persone con gli anni non si addolciscono, si sistemano meglio nella loro abitudine.

Tutto proseguì come sempre. Riccardo mangiava la minestra senza chiedere se Antonella si era già seduta. Poi ordinò di aprire le finestre, perché aveva caldo. Poi pretese un asciugamano pulito pur avendo la borsa a un passo. Chiara sorrideva forzatamente, quel sorriso che le appariva sempre tra la madre e il marito, sperando che bastasse poco e la giornata si sarebbe raddrizzata da sola.

Ma già da molti anni le cose non si aggiustavano più.

Dopo pranzo Riccardo, uscito in giardino, guardò la veranda, batté la mano sulla ringhiera e gridò:

Chiara, vieni qua! Anche tu, Antonella, uscite. Vi faccio vedere cosa ho deciso.

Antonella posò la tazza nel lavello e uscì. Il vento portava lodore di terra bagnata e della menta cresciuta accanto al vialetto. Riccardo si piazzò davanti ai gradini, con le gambe larghe, sguardo da uno che non sopporta più il vecchio ordine.

Qui bisogna rifare tutto, disse. Ampliare la veranda, sollevare il tetto, mettere finestre decenti. Qui tutto si regge per miracolo.

Per noi va bene così, rispose piano Antonella.

Per voi, sì. Ma se si vuole fare bene, è diverso.

Estrasse dal raccoglitore alcuni fogli, li aprì sul tavolino sotto la tettoia, li bloccò con la mano perché non prendesse vento.

Chiara si chinò a vedere.

Hai già fatto fare il progetto?

Cosa aspettare? Ho già calcolato tutto. Se si fa ora, fra un mese cambia tutto. Poi si può pensare allintero terreno.

La frase la disse in modo quasi distratto. Ma fu proprio quella che fece alzare lo sguardo ad Antonella.

Cosa vuol dire pensare a tutto il terreno?

Riccardo rispose solo dopo una pausa. Amava gustarsi quei secondi quando sapeva di avere il controllo. Amava essere ascoltato.

Vuol dire proprio questo. O lo lasciamo come casa vacanze e lo sistemiamo, oppure un giorno si vende e si prende qualcosa più vicino alla città. Adesso la terra vale.

Chiara si voltò in fretta verso la madre.

Mamma, sta solo ragionando fra sé.

Perché? Riccardo strinse le spalle. Siamo famiglia. Bisogna pensare a cosa conviene.

Antonella guardò la casa, la cornice scrostata della finestra in cucina, la vecchia panca sotto il melo, il sentiero verso il capanno. Tutto questo non era questione di profitto. Era questione di anni. Di mani. Di mattine destate quando arrivava qui da ragazza con il barattolo delle piantine e lasciugamano sulle spalle. Del giorno che con suo marito avevano messo il primo tavolo e mangiato pane nero e cetrioli, perché non avevano più forze per altro.

Riccardo non vedeva niente di tutto ciò. Per lui il terreno era metri quadrati, un tetto da alzare e una cifra da sparare in un momento opportuno.

Parliamone coi documenti in mano, disse Antonella.

Era proprio quello che volevo dire, si animò Riccardo. Dove sono le carte? Bisogna vedere. Se è tutto a posto, la settimana prossima si comincia.

Lo disse sicuro, come se le carte fossero nella sua scrivania, non nellarmadio di un altro.

Chiara sfiorò il gomito della madre.

Mamma, sono nella cartelletta verde, vero?

Antonella non rispose. Sistemò solo lorlo del grembiule e rientrò, come per controllare il fornello.

Sulla mensola alta dellarmadio, dietro le federe, la cartella verde stava davvero ancora lì. Da anni. Antonella la prendeva di rado, ma ogni volta le affiorava alla mente una stessa sera.

Allora pioveva quasi senza sosta. Il marito stava seduto al tavolo in cucina, sfogliava carte, poi la chiamò battendo il dito su un posto libero accanto.

Siediti.

Lei si sedette, asciugandosi le mani col canovaccio come sempre in cucina.

Che cè?

Nulla, ascolta. Ognuno deve avere una chiave e un angolo suo. Specie se pensa più agli altri che a se stesso.

Antonella non capiva dove volesse arrivare. Ma lui già mostrava la cartella, spiega i fogli, indica dove firmare, e solo alla fine la guarda con quellintensità rara.

Così deve essere. Per sicurezza.

Ma perché pensarci prima?

Perché chi pensa prima, lo fa per chiarezza, non per sfiducia.

Lei non discusso. Al marito non piaceva ripetersi due volte. Firmò, posò la cartella in armadio e da allora non la toccò quasi più.

Ora, davanti a quellarmadio, passò le dita sulla copertina liscia, ma non la prese. La ripose al suo posto, richiusa la porta dellarmadio e tenne la mano sulla maniglia per un istante.

Dalla stanza la voce di Riccardo:

Allora? Trovato?

Non ora, risponde Antonella.

Entrò Riccardo, senza aspettare invito.

Come non ora?

Proprio così.

Non capisco, ma i documenti serviranno comunque.

Antonella si voltò verso di lui.

Qui, senza di me, non si decide niente.

Lo disse piano. Riccardo sbatté le palpebre, come a cercare il senso. Chiara in piedi alla porta abbassò gli occhi.

E chi decide? rise lui. Faccio tutto per la famiglia, per stare meglio tutti.

Non decidere tu per me cosa è meglio.

La stanza sembrava più stretta, non per le persone, ma per le parole troppo a lungo rimaste taciute.

Chiara tentò:

Dai, non litighiamo. Siamo qui per il fine settimana.

Riccardo prese fiato, si trattenne. Sapeva farlo quando pensava fosse conveniente.

Va bene, disse. Se non vuoi oggi, ne riparliamo domani.

Il giorno dopo, però, non cera proprio nulla da vedere. Antonella si alzò prima di tutti, innaffiò la serra, mise al sole le piantine e andò in fondo al terreno, come avesse da fare qualcosa di urgente. Riccardo girovagò per casa, guardò nel capanno, aprì la credenza, si sedette di nuovo al tavolo tamburellando le dita mentre Chiara tagliava il pane.

Puoi parlarle tu? disse piano, quasi sottovoce. Non è normale.

Cosa?

Che si intestardisca così per niente.

Chiara ripose il coltello.

Riccardo, non è una persona qualunque.

Non dico che lo sia. Ma se la questione riguarda tutti, devono decidere tutti.

Chiara lo guardò bene, chiedendosi se si ascoltasse da solo. Poi fissò la finestra. Nel cortile, la madre si chinava tra le aiuole, coi capelli grigi illuminati dal sole più del solito.

Sono dieci anni che arriva qui prima di noi, se ne va sempre dopo. Te ne sei accorto almeno?

Che centra?

Centra.

Si appoggiò allo schienale.

Ecco, ricomincia. La colpa è tutta mia. Io vengo qui, investo soldi…

Non hai ancora investito nulla.

Perché non ho le carte.

La parola rimase appesa, il suo chiodo fisso. Chiara non replicò. Ma ricordò allimprovviso un giorno molto lontano, che allora era parso niente.

Il padre era sulluscio, teneva in mano il mazzo di chiavi della casa in campagna e guardava la madre. Chiara già calzava le scarpe, aveva fretta di prendere il treno locale, non badava ai loro discorsi. Ma la frase le era rimasta impressa.

Le chiavi non perderle. E non darle via solo perché a qualcuno fa comodo.

Allora sembrava una semplice raccomandazione. Ora la memoria riportava anche lespressione sul volto del padre: nessuna irritazione, solo quella chiarezza di cui la madre parlava ogni tanto, senza accorgersi di ripeterne il tono.

La sera, Riccardo cambiò strategia. Andò al market, tornò con una scatola di torta, un sacchetto di frutta e una gentilezza che mise Chiara ancora più in allarme.

Mamma, forse ieri sono stato troppo brusco, iniziò lasciando la scatola sul tavolo. Voglio solo fare le cose per bene.

Antonella lo guardò negli occhi.

Per bene, cosa intendi?

Così che stia comodo anche a voi. Una veranda nuova, una cucina a posto. Non lo faccio solo per me.

Parlava morbido, quasi affettuoso. Ma quellaria buona era come una camicia stirata su uno che appena la mattina non si era degnato di togliere la sua tazza.

Chiara tacque. Vide la madre guardare oltre la torta, oltre le mani, oltre il viso falso-calmo. Guardava più in là, dove ormai le cose per lei erano chiare.

Bisogna solo andare in Comune, disse Riccardo. Giusto vedere i documenti e chiarire.

Antonella annuì, quasi impercettibile.

Bene. Andiamo.

Lui si ravvivò.

Perfetto. Bisogna fare tutto senza inutili complicazioni.

Ma i problemi inutili si sono già accumulati negli anni. In ogni asciugamano dato, in ogni richiamo dalla veranda, in ogni frase sulla famiglia dopo cui il lavoro rimaneva sempre ad Antonella.

La mattina della partenza aprì larmadio, prese la cartella verde, la tenne a lungo tra le mani. La carta era fredda, spessa, familiare al tatto. Chiara entrò piano, in punta di piedi, ma la madre la sentì subito.

Mamma.

Sì?

Lo sapevi da tempo che lui vedeva la casa così?

Antonella chiuse la cartella.

Da tanto.

Perché non hai mai detto niente?

E tu, allora, avresti ascoltato?

Chiara si sedette sullo sgabello. Indossava un impermeabile beige, capelli raccolti, in viso solo stanchezza e una nuova tensione, come se in lei, finalmente, due linee parallele si fossero incontrate.

Credevo fosse solo schietto, disse. Che si sarebbe calmato col tempo.

Alcuni non si calmano. Solo si convincono di avere il diritto a tutto.

Chiara inghiottì a fatica.

Ce lhai con me?

Antonella la guardò. Né dolce né dura. Solo diretta.

Non sono più arrabbiata da tempo. Passa. Resta la chiarezza.

Sembrava leco di quellantica conversazione in cucina. Chiara annuì piano.

In Municipio cera caldo, nonostante fuori la brezza fresca. La gente sedeva sulle sedie dure, a mezza voce, i numeri si illuminavano sul display, tutto quel tran tran di ufficio rendeva ancora più evidente chi era sicuro di sé e chi semplicemente deciso.

Riccardo prese il numeretto, cercò i posti liberi.

Sediamoci là.

Parlava rapido, deciso, come a un incontro daffari. Portava la camicia stirata, lorologio splendeva al polso, la cartella verde sulle ginocchia come se fosse già sua.

Antonella le sedeva accanto, silenziosa. Chiara, qualche posto più in là, si giocava il bordo della manica, lunico segno del suo sforzo di mantenersi calma.

Quando apparve il loro numero, Riccardo si alzò per primo.

Su, andiamo.

Allo sportello stava una giovane impiegata dal volto stanco ma presente. Prese i documenti, chiese i documenti didentità, sfogliava le carte.

Allora, terreno casa vedo tutto.

Riccardo si sporse.

Vorremmo sapere la prassi per la delega e i lavori di ristrutturazione.

La delega va nominata su chi? domandò limpiegata.

Su di me, rispose lui. Sono il genero, mi occupo io.

Lei guardò le carte, poi Antonella.

Lei è la proprietaria?

Riccardo sorrise appena, come se la domanda fosse solo forma.

Beh, è un bene di famiglia.

Limpiegata ripeté, stavolta solo ad Antonella:

Lei è la proprietaria?

Sì, rispose Antonella, serena.

Riccardo la fissò. Lento. Serio.

In che senso?

Limpiegata leggeva già la visura.

Il terreno e la casa risultano intestati ad Antonella Rossi. Qui cè scritto.

Girò il documento mostrando la riga col nome. Riccardo allungò la mano senza troppo garbo, lesse di corsa come se la velocità potesse cambiare le lettere.

Non è possibile.

È possibile, rispose calma limpiegata. Tutto regolare.

Qualcuno tossì. Allo sportello vicino chiamarono un altro numero. Ma lì il tempo sembrava più denso, più silenzioso.

Riccardo fissò Antonella.

Tu lo sapevi?

Sì.

E non dicevi niente?

Mai chiesto altro che per darmi ordini.

Diventò pallido, ma la voce restava ferma.

Chiara, tu lo sapevi?

Chiara esitò.

No. Ma credo che papà sapesse quello che faceva.

Riccardo guardò la moglie, poi di nuovo la suocera, poi i documenti.

Ma da quando?

Da diversi anni, disse Antonella. Da allora.

E nessuno mi ha detto niente?

E perché mai avremmo dovuto? per la prima volta Chiara non usava la sua solita dolcezza. Ti ascolti quando parli?

Riccardo si raddrizzò.

Mi ascolto benissimo. Vengo qui da dieci anni, faccio tutto io…

Antonella alzò una mano. Lui tacque, non per paura, ma per sorpresa. Non lo aveva mai fermato così, con un gesto tanto semplice.

Vieni qui, disse lei. Io ci ho vissuto ogni estate, ci ho lavorato, risparmiato e protetto, senza contare quante volte ognuno portava assi o sacchi di terra. Non confondere la partecipazione con il diritto di disporre.

Limpiegata tornò al monitor, imbarazzata, ma la cortesia del ruolo la costrinse a restare.

Quindi la delega non la fate? chiese.

Antonella si girò verso di lei.

No.

Riccardo sbuffò.

In che senso, no?

Proprio no.

Non vuoi nemmeno discuterne?

Sono dieci anni che sento te discutere per me.

Chiara rimase immobile. Solo le dita sulla manica si fermarono. Nel suo volto cera qualcosa di nuovo, adulto: per la prima volta in tanti anni non doveva più trovare le parole giuste per non ferire nessuno. Quelle non erano parole di comodo.

Riccardo, dai a mamma le chiavi, disse lei.

Lui la guardò, quasi incredulo.

Quali chiavi?

Della casa.

Davvero?

Certo.

Ma ci vado anche io!

Ci puoi andare anche senza tenere le chiavi in tasca come il padrone, disse pacata Antonella. Le chiavi.

Lui sostenne il suo sguardo un attimo, poi dalla giacca estrasse il mazzo e lo posò sul banco. Il tintinnio fu sommesso, ma quel rumore sembrò più importante di tutte le parole.

Antonella prese le chiavi e le infilò in borsa.

Riccardo rimase in piedi, la cartella stretta in mano: non sembrava né più vecchio né più giovane, solo un uomo a cui era mancata dun tratto la solita base di sicurezza. Non il terreno, non i lavori, non i soldi. Labitudine daver per certo che ciò che non è suo possa diventare di famiglia, e così sia anche suo.

Non avrei mai creduto che tu facessi così, disse guardando Antonella.

Lei rispose dopo una pausa.

E io credevo che avresti notato la differenza tra una persona vicina e una persona comoda.

Non cera più nulla da aggiungere.

Uscirono ognuno con il proprio passo. Riccardo avanti, in fretta, come se volesse sparire subito nel parcheggio. Chiara restò sulla porta, prese un fazzoletto dalla borsa, non per piangere, solo per umidire le labbra, come se dentro fosse già troppo secco.

Mamma, disse. Vieni da me oggi?

Antonella la guardò.

Non oggi.

Dove vai?

In campagna.

Chiara annuì, come se fosse proprio ciò che attendeva.

Allora vengo con te.

Riccardo dal parcheggio chiamò:

Chiara, vieni?

Lei restò tra lui e la madre, poco distante. Ma a volte pochi passi sono anni di abitudine da oltrepassare.

No, rispose lei. Non oggi.

Sei seria? Lasci tutto così?

Era già tutto così. Ora si vede.

Riccardo fece per rispondere, poi serra le labbra, salì in auto e richiuse lo sportello troppo forte. Dopo un minuto il SUV si allontanò.

Antonella e Chiara presero il treno regionale. Era più lento ma più quieto. Nellaria odore di ferro, giacche bagnate, qualche mela nella borsa di qualcuno. Dal finestrino si susseguivano piccole stazioni, filari di alberi, orti, una dopo laltra, e quel ritmo uniforme dava una pace inaspettata.

Per un po non parlarono.

Poi Chiara disse:

Io in fondo avevo capito, non tutto insieme e senza essere sincera con me stessa, ma lo vedevo. Speravo solo che si potesse non decidere mai.

Succede spesso, rispose Antonella. Finché altri decidono per te.

È per quello che non parlavi? Per farmelo capire da sola?

No. Non parlavo perché non serve tirar via qualcuno dalla sua vita prendendolo per un braccio. Non funziona. Si ascolta solo quando non si può più non ascoltare.

Chiara guardò fuori.

Lui davvero si sentiva già padrone della casa.

Non pensava alla casa. Pensava che tu saresti sempre restata in mezzo a mediare.

Chiara chiuse un attimo gli occhi.

E in effetti restavo.

Restavi.

In quellaccordo non cera giudizio, solo chiarezza.

Scese alla stazione in silenzio. La strada fino al terreno la percorsero a piedi. Era quella di sempre, dritta, pozzanghere ai lati, il profumo del sambuco dietro i recinti. Antonella aprì il cancello con la sua chiave. Proprio la sua. Ed entrò per prima.

La casa la accolse con lo stesso profumo di minestra e legno. Sulla veranda cera la metro lasciata per sbaglio da Riccardo. Sul tavolo una tazza vuota del mattino. Chiara la prese per portarla al lavello, ma Antonella la fermò.

Lascia.

Perché?

Che resti. Così si vede tutto come è.

Giravano per casa. Chiara aprì la finestra in camera, sistemò la tenda, poi si sedette sul letto e nascose il viso nelle mani.

Antonella non la raggiunse subito. Le lasciò un attimo. Poi mise su il bollitore.

Da quanto tempo porti tutto questo da sola? domandò Chiara, a testa bassa.

Abbastanza.

E mai mi hai detto nulla.

Ti ho detto. Ma non a parole. Solo che allora ascoltavi altro.

Chiara alzò piano lo sguardo.

Ora non so che fare.

Antonella mise sul tavolo due tazze.

Oggi niente. Oggi solo siediti qui.

Bevvero tè in veranda. Senza torta. Senza discorsi sulla convenienza. Senza progetti sparsi come il giorno prima da Riccardo sul tavolo con tanta sicurezza. La sera scese piano sulla campagna. Da qualche parte oltre il recinto si sentì sbattere una porta. Più lontano passò un treno. La menta accanto al vialetto profumava più forte.

Chiara guardò la casa, la veranda, il melo, la vecchia botte, i gradini consumati.

Non ti ha mai chiesto cosa volevi tu, disse.

Antonella sorrise, senza allegria.

Certi chiedono solo quando la risposta gli fa comodo.

E tu cosa vuoi?

Domanda semplice. Proprio per questo non è facile rispondere subito.

Antonella guardò le sue mani, le vene blu sotto la pelle, il segno del manico della borsa al polso, le chiavi accanto alla tazza.

Tranquillità, disse. Che nessuno mi richiami in casa mia come se fossi una domestica. E che nessuno decida per il mio angolo. E che tu smetta di scusarti per il tono di altri.

Chiara rimase in silenzio.

Forse mi sono persa tanto.

Non ti sei persa. Hai girato alla larga.

Chiara annuì. Stavolta senza scusarsi.

Quando fu notte aiutò la madre a portare dentro lannaffiatoio, chiuse la finestra della camera, chiese se poteva restare a dormire. Antonella fece solo un cenno verso la seconda stanza.

Di notte piovve. Piano, regolare. La pioggia batteva sul tetto, colava sul ciliegio vicino al cancello, e la casa sembrava più piccola, ma anche più calda. Chiara faticò a dormire. Anche Antonella. Ma ognuna silenziosa nei suoi pensieri e per la prima volta senza il peso di doverli nascondere.

Il mattino era fresco, quasi freddo. Chiara dormiva ancora quando Antonella uscì sul portico. Il terreno pareva pulito, tutto al proprio posto. Camminò fino al cancello, toccò il legno umido, poi tornò in casa.

Sulla veranda cera la cartella verde. Antonella la prese, sfiorò la prima pagina e richiuse. Non per timore. Tutto limportante lo sapeva già, senza bisogno di fogli.

Dietro di lei la porta scricchiolò.

Mamma, ti sei alzata presto.

Mi sveglio sempre presto.

Chiara si avvicinò, si abbracciò le spalle e guardò il terreno con quello sguardo lungo di chi finalmente vede il posto come parte di una vita.

Oggi posso aiutarti nellorto?

Antonella la guardò.

Certo.

E… il mazzo delle chiavi, tienilo tu ancora. Per ora.

Fu detto così, tranquillo, senza rimproveri né promesse. Solo il riconoscere quellordine che doveva esserci fin dallinizio.

Antonella mise le chiavi in tasca.

Così va bene.

Lavorarono fino a mezzogiorno. Senza fretta. Chiara portava lacqua, sarchiava la terra, lavava i vasetti. Ogni tanto si fermava, forse per dire qualcosa, ma poi lasciava perdere. Antonella non spingeva. Certi discorsi maturano piano.

A pranzo uscì il sole tra le nuvole. Sui gradini si asciugarono le tracce dacqua. In casa si faceva più caldo. Il bollitore fischiò di nuovo, Antonella mise sul tavolo due tazze, pane, cetrioli e una ciotola di ricotta.

Chiara si mise seduta davanti e disse allimprovviso:

È la prima volta da anni che sono qui davvero tua ospite.

Antonella la guardò, attenta.

Meglio tardi che mai.

Lo disse senza enfasi. Solo come un dato di fatto.

Dopo pranzo Chiara si preparò per tornare in città. Doveva andare, entrambe lo sapevano. Al cancello si fermò, accarezzò il palo e disse piano:

Tornerò il prossimo weekend. Se vuoi.

Lo voglio.

E senza di lui.

Antonella annuì.

Chiara sincamminò verso la stazione, senza voltarsi troppo, come chi ha già fatto la prima parte della cosa più difficile. Antonella restò ancora un po lì al cancello. Poi lo chiuse col suo mazzo, senza rumore, e tornò nellorto.

La stessa casa, lo stesso melo, la stessa veranda. Solo che ora in quel silenzio non cera più labitudine di cedere. Mise su il tè per sé sola, aprì la finestra in cucina e si sedette senza badare a nessuna voce che arrivasse dal cancello.

Le chiavi erano accanto alla tazza. Ed era sufficiente.

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