Non dovete portare vostra moglie in casa mia, mi ha detto mia madre.
Mamma, la signora Laura Bellini, si era preparata a questa conversazione da settimane, lo capivo subito. Aveva lucidato il servizio buono, quello mai usato da quando ho compiuto quindici anni. Aveva fatto una crostata di mele e cannella, proprio la stessa che da piccolo adoravo. Aveva sistemato le tazze sul tavolo.
Io sono arrivato di domenica, nel primo pomeriggio, come ci eravamo messi daccordo. Ho appeso la giacca, ho guardato intorno: Qui succederà qualcosa, mi sono detto. Sono andato in cucina.
Mamma, sei tutta in tiro oggi! ho detto.
Siediti, mi ha fatto. Vuoi un po di tè?
Sì.
Ha versato il tè. Ha avvicinato la crostata. Poi ha fatto silenzio, lungo, come chi si prepara a buttarsi in mare a gennaio. Dopo qualche secondo si è alzata, è andata in salotto, ha preso alcune carte.
Le ha lasciate sul tavolo.
Ecco, mi ha detto. Sono i documenti dellappartamento. Ho deciso di intestartelo.
Ho guardato la cartellina, poi lei.
Mamma
Fammi parlare, ha alzato la mano senza scomporsi. Non sono più giovane. Questa casa è grande, da sola è troppo. Sarà la tua. Facciamo tutto in regola, mi sono già informata.
La guardavo. Nel suo volto, però, ho intuito che ci sarebbe stato un ma.
E infatti non si è fatto attendere.
Solo una condizione, ha detto mamma Laura. Voce calma, neutra, come se parlasse del meteo. A Giulia qui non la porti.
Ho posato la tazza.
Stai scherzando?
No.
Mamma, Giulia è mia moglie.
Lo so chi è, ha incrociato le mani sul tavolo. Marco, questa casa è della nostra famiglia. Qui ha vissuto papà, tu sei cresciuto qui, io ci ho passato la vita. Non voglio che lei venga qui a comandare. Non lo voglio, punto.
Non comanda, viene come ospite.
Puoi venire tu, da solo. ha indicato con il mento la cartellina. Lappartamento sarà tuo, vivici quanto vuoi. Ma senza di lei.
La guardavo senza parlare.
Fa sul serio, ho capito. Ci si è preparata tre settimane. Ha fatto pure la crostata apposta.
Ti ha fatto qualcosa, Giulia? le ho chiesto più piano.
Non lho mai sopportata, mi ha risposto, come se fosse ovvio.
Sono tornato a casa rischiarandomi la strada più del solito.
Non perché fosse lontano ci vogliono appena quindici minuti e potrei guidare anche ad occhi chiusi. Procedevo piano, però. Ho pure sbagliato strada, poi sono rimasto qualche minuto fermo davanti ad un alimentari, senza scendere. La testa ronzava come il vecchio frigorifero surriscaldato in estate.
Tre stanze. Soffitti alti. La libreria di papà lunga tutta la parete. La cucina dove la mamma faceva le polpette la domenica e io studiavo. Una casa bella, di quelle che non se ne fanno più.
Sono arrivato sotto il nostro portone. Sono rimasto un po in macchina, poi sono salito.
Profumo di sugo in casa Giulia trafficava in cucina, canticchiando in modo stonato, senza accorgersene. Mi sono tolto le scarpe. Ho attraversato la sala, lho guardata dalla porta.
Sei tornato presto, ha detto senza voltarsi. Pensavo saresti rimasto da tua mamma fino a sera.
Non ce lho fatta.
Qualcosa nella mia voce lha subito insospettita. Si è voltata, osservandomi di traverso. Quegli sguardi di chi sa non chiedere spiegazioni, ma capisce tutto.
Siediti, ha detto. Tra poco si mangia.
Abbiamo cenato. Ho raccontato tutto, in breve.
Giulia ascoltava senza interrompere, senza fare una piega. Solo un attimo, alle parole non portare tua moglie nella mia casa, ha abbassato la testa, come se le fosse chiara una verità.
Lo sospettavo da tempo, ha detto quando sono rimasto zitto.
Lo sapevi?
No. Ma lo immaginavo. ha messo il piatto nel lavandino. Marco, lappartamento è bello. Capisco.
Questo non centra.
Come no, si è girata, tre stanze in un bel quartiere, vale soldi, è una sicurezza, una casa vera, ha aspettato. Non voglio che rinunci a tutto questo per causa mia.
Lho guardata.
Giulia
No, aspetta. ha alzato la mano. Te lo dico seriamente. Se per te è importante, troviamo una soluzione. Non fa nulla, non ci viviamo, ma resta la tua casa. Posso venire a patti.
Mi sono interrotto nel silenzio.
Perché aveva risposto diversamente da come pensavo. Tornando a casa ero pronto a tutto: delusione, rabbia. Avrebbe avuto tutte le ragioni.
Invece aveva detto: troverò una soluzione.
Tranquilla. Come chi non si mette mai come posta nel gioco degli altri.
Mi sono alzato. Due passi avanti e indietro nella nostra cucina piccola. Mi sono fermato davanti alla finestra.
Giulia, ho detto. Ti rendi conto di cosa è successo?
Cosa?
Mi ha proposto uno scambio, dicevo piano, come se ragionare ad alta voce servisse a convincermi. La casa in cambio del fatto che tu non ci vada. Mi ha comprato la scelta. Non è stato un regalo, era un acquisto. Il prezzo eri tu.
Giulia mi guardava.
Marco, è la sua casa. Può scegliere
Sì, ho convenuto. Può disporre della casa, ma non di me.
Mi sono rimesso seduto. Ho versato altro tè.
Non troverai nessuna soluzione, le ho detto. Perché non è questione di mura, ma di capire che per mia madre io sono ancora roba sua. In trentotto anni non ho mai contraddetto. Si è abituata così.
Giulia è rimasta in silenzio. Poi, piano piano, ha detto:
Lo so.
Come?
Da quattro anni cerco di avere un rapporto con lei. La chiamo per le feste. Le porto la marmellata che le piace. Mi informo sulla sua salute. Non cera rabbia, era solo stanchezza, come chi finalmente ammette ciò che aveva già deciso dentro di sé. Non mi vede. Per lei non sono una persona. Sono solo quella che le ha portato via il figlio.
La osservavo, quasi incredulo.
E nemmeno me ne ero mai accorto.
Hai intenzione di andare da lei? mi chiese.
Sì, tra qualche giorno. Voglio riflettere.
Non mi chiedi cosa deciderai.
Giulia mi guardò sorpresa.
No, rispose semplicemente. Di te mi fido.
Ed è quello che mi ha fatto più paura. Non la condizione di mamma. Ma che Giulia avesse detto: “di te mi fido”, costringendomi ad essere allaltezza.
Il sabato dopo telefonai a mia madre.
La mamma stessa, in futuro, avrebbe ricordato che dal tono del mio saluto aveva capito subito che non era la solita telefonata, non cera quella nuanza di colpa con cui la chiamavo da ventanni.
Mamma, oggi passo, verso le tre. Va bene?
Va bene, disse lei, e iniziò ad aspettare.
Alle tre suonai il campanello.
Aperta la porta, vide subito la differenza: niente fiori, né borse di spesa come al solito. Solo io e le chiavi in mano. Mi sono tolto le scarpe, sono entrato in cucina e mi sono seduto.
Istintivamente si mise a trafficare col bollitore.
Lascia stare, mamma, ho detto. Non resto molto.
Ha rimesso giù il bollitore. Si è seduta anche lei. Mi osservava.
Allora, hai deciso?
Sì.
Non avevo fretta.
Posso chiederti una cosa, prima?
Chiedi.
Quando cera papà, ho detto piano, gli avresti imposto una condizione così? Tipo: o fai come dico io, o niente casa?
Mamma spalancò la bocca, poi la richiuse.
Era diverso, disse.
Perché diverso?
Papà era papà. Tu sei mio figlio. Ti proteggo.
No, mamma, e lho detto a voce bassa, con dolcezza. Non mi proteggi. Mi trattieni. Non è la stessa cosa.
Un silenzio pesante, denso.
Da quattro anni, ho continuato, Giulia cerca un contatto con te. Hai mai ricambiato umanamente?
Mamma taceva, lo sguardo fisso sul tavolo.
Sai che cosa mi dice ogni volta che ti chiama? ho aggiunto. Niente. Dopo aver riattaccato, sorride e dice: importante che tu stia bene con lei.
Ho fatto una pausa.
Le ho chiesto se ci soffre. Lei risponde: voglio solo che tu sia felice con tua madre. Tutto qui.
Mamma mi guardava.
Giulia si è offerta volontaria a non vivere qui, se ti dà fastidio. Capito? È stata lei. Per me.
Mi tremava la voce.
Lappartamento è tuo, mamma.
Rifiuti, ha detto lei. Non era una domanda, solo una constatazione confusa, come se non ci credesse. Era convinta che lavrei preso. Ho sempre accettato quello che veniva da lei, perché sapeva cosa era giusto per me.
Non sto rifiutando la casa, mamma. ho risposto. Ma rifiuto la condizione. È molto diverso.
Quindi per te lei conta più di me. Si sentiva tutta la durezza, lultimo colpo.
Ho sospirato a lungo.
Mamma, non è una bilancia. Siete entrambe la mia famiglia.
Pausa.
Solo che sei tu a voler fare una gara. E a volere vincere.
Lei taceva.
Ti voglio bene, ho detto. Questo non cambierà mai. Con o senza condizioni.
Mi sono alzato. Ho preso la giacca.
Chiamami quando vuoi. Io ci sarò.
Mamma non ha risposto.
Sono uscito. La porta si è chiusa silenziosa, senza rumore.
Lei è rimasta sola, si è avvicinata alla finestra.
Fuori vedeva me mentre salivo in auto. Mi osservava di sopra, la schiena curva, le spalle strette, il gesto di chiudere la portiera, voltandomi per un attimo, e poi via.
Mamma è rimasta lì a guardare il vuoto ancora un po, cercando di capire. In quella pausa cera qualcosa che pungeva negli occhi.
Le settimane dopo quasi non ci siamo sentiti.
Io a volte le scrivevo soltanto “Mamma, come stai?”. Lei rispondeva: “Tutto bene”. E basta. Quel tutto bene che da noi può significare ogni cosa, anche sono tre notti che non dormo, ma non lo dico.
Poi successe una cosa.
Mamma tornava dalla farmacia, quella un po più lontana perché lì laspirina costa cinquanta centesimi di meno. E a sessantanove anni con la pensione da non parlare, ogni centesimo conta. Tagliava per i cortili quando allimprovviso vide me.
Ero fermo con lauto aperta, capottone sollevato, Giulia accanto, in una vecchia giacca con una chiazza dolio sulla manica. Parlavamo. Non sentiva le parole, ma vedeva. Poi Giulia scoppiò a ridere forte quel ridere sincero, gioioso, a testa in su, di chi è felice.
E anche io ho riso.
Mamma si fermò.
Li guardava da lontano in quellangolo dautunno: il cortile, il cofano aperto, due persone con le mani sporche che ridevano insieme. Una scena qualsiasi.
Non se nera andato da lei. Stava solo vivendo la sua vita.
Fu una scoperta semplice ma strana.
Lei aveva sempre creduto che Giulia me lavesse portato via. Ma eravamo lì, in un cortile a sistemare lauto, senza che nessuno avesse mai portato via nessuno. Solo che io avevo avuto una mia vita. Da sempre. Lei non voleva vederlo.
Si voltò e tornò a casa in silenzio.
Sul tavolo della cucina mise giù la busta coi medicinali. Rimase seduta a lungo davanti alla finestra che dava sui cortili.
Poi si alzò. Tirò fuori la farina.
La crostata la fece in unora e mezza, le mani tremavano, due volte versò troppo zucchero. Con la marmellata di ribes nero, quella che Giulia portava sempre e lei non aveva mai voluto aprire.
Quella volta laprì.
Dopo due giorni telefonò a Marco.
Ho fatto la crostata, disse. Tanta. Da sola non la finisco.
Pausa.
Venite? aggiunse, piano, con fatica: Tutti e due.
Ho aspettato mezzo secondo. Mezzo solo.
Arriviamo, le ho risposto.
Quando hanno suonato, mamma ha aperto e ci ha trovati assieme dietro la porta. Io con i fiori, Giulia con una busta. Lei guardava mia moglie, che le restituiva uno sguardo sereno, né carico di attese né di rimproveri.
Entrate pure, ha detto mamma.
In cucina si stava stretti in tre è piccola, così è la casa. Ma ci si fa.
Allora, disse tagliando la crostata, raccontatemi come va la vostra vita.
Giulia alzò lo sguardo.
Ve la raccontiamo, disse, e le sorrise.
Mamma le mise una fetta sul piatto. Era un inizio. Piccolo, goffo, profumato di crostata al ribes nero.







