E chi c’è nella tua camera da letto? — Mia moglie, — rispose lo sposo con calma.

E chi cè nella tua camera da letto? Mia moglie, rispose lo sposo con calma.

Mi chiamo Agnese e negli ultimi anni, ormai prossima ai trentanni, mi ero quasi rassegnata alla solitudine. Non avevo ancora incontrato quelluomo con cui avrei voluto percorrere la vita, mano nella mano, senza mai lasciarsi. Qualche corteggiatore cera stato, certo, e persino un paio di relazioni, ma dentro di me sapevo che il protagonista del mio romanzo damore ancora mancava allappello.

La sera, una volta che tornavo nel mio piccolo bilocale con vista sul Tevere, mi preparavo una tazza di cioccolata calda e mi sedevo sul davanzale, osservando le coppie che passeggiavano lungo il fiume. Una sera dinverno, mentre Roma si svuotava e il gelo pungente avvolgeva tutto, notai un uomo. Non sembrava avere fretta, camminava piano, la testa china. Non vidi il suo volto, ma mi diede limpressione di essere profondamente solo e addolorato.

Qualche giorno dopo lo rividi. Poi ancora e ancora, ogni sera sul Lungotevere. Camminava sempre lentamente, guardando i sampietrini sotto ai piedi. Una sera, al solito orario, decisi di uscire anchio. Mi avvolsi in un cappotto caldo e scesi. Lo vidi da lontano: portamento fiero, snello anche sotto gli abiti pesanti. Avrà avuto circa quarantanni, la schiena dritta. Quando mi fu vicino, riuscii a osservarlo bene. Era un belluomo, segnato dal dolore, proprio come avevo percepito sin dalla prima volta dalla finestra. Passò accanto a me senza accorgersi del mio sguardo, ma io, dentro di me, pensai: un uomo così vorrei vicino.

Cominciai ogni sera ad andare in direzione di collisione con il misterioso sconosciuto, sperando che prima o poi si accorgesse di me; ma lui, niente, sembrava immerso in un dolore che non lasciava spazio a nullaltro intorno. Quale tragedia poteva averlo colpito, mi chiedevo? Avrei voluto consolarlo, ma ignoravo come attaccare bottone, anche solo per parlare del tempo. Forse il mio desiderio fu così intenso che luniverso decise di ascoltarmi.

Una sera in cui ero rimasta tardi in ufficio al quartiere Prati, volevo solo un lungo bagno caldo con lolio essenziale di lavanda. Ma la rituale passeggiata ormai era diventata essenziale per me. Arrivai quasi di corsa sul Lungotevere e lo urtai allangolo. Persi lequilibrio sui tacchi e scivolai sul ghiaccio. Lui mi afferrò al volo e mi guardò con una serietà tale da lasciarmi senza fiato. Quando parlò, la sua voce, grave e roca, mi conquistò subito. E quegli occhi! Occhi profondi e tristi, ma con una minuscola scintilla di speranza.

Tutto bene? mi chiese, mentre mi teneva ancora per un braccio.

Sì, grazie, riuscii solo a balbettare, anche se dentro di me pensai: ma questo è il momento perfetto! Avrei potuto fingere una distorsione, ma non volevo cominciare con una bugia.

Dove vai di corsa? chiese lasciando la mia mano, quasi per stemperare limbarazzo.

Da lei, risposi sorridendo.

Divertente. Quindi tutto a posto.

Nessuno di noi aveva il coraggio di andarsene, così, improvvisamente, gli proposi il tè da me.

Fa un gelo fuori, dissi arrossendo, se non hai fretta, posso offrirti una tazza di tè, abito qui vicino. Ti assicuro che dopo starai meglio.

Sì, rispose pensieroso, in effetti non mi ero accorto nemmeno del freddo se non fosse stato per te. Grazie, accetto volentieri.

Lui mi seguì mentre camminavo impacciata sui tacchi.

Attenta, non capisco come facciate voi donne a camminare su questi trampoli! commentò.

Ci si abitua, scherzai io, e da quel momento rimanemmo in silenzio.

Preparai il mio tè profumato preferito, quello che conservo per le occasioni speciali, e portai in tavola anche una scatola di biscotti artigianali. Non sapevo come rompere il ghiaccio: non volevo perdere quell’occasione, sentivo che non ci sarebbe stata una seconda.

Come ti chiami? azzardai per prima, Io sono Agnese.

Lui sembrò destarsi dai suoi pensieri.

Scusami, sono Marco. Piacere.

Piacere mio. Allora ci siamo presentati, sorrisi, e lui si soffermò sul mio viso.

Sei molto bella, Agnese, disse, arrossendo lievemente. Ma ora vado, grazie davvero per lospitalità. Sicuramente avrai bisogno di riposarti dopo una giornata come la tua.

Già mormorai, più dispiaciuta che altro. Al lavoro oggi non mi hanno dato tregua.

Dopo averlo accompagnato alla porta, rimasi a guardare dalla finestra come attraversava la strada, aspettando il verde del semaforo nonostante non ci fosse anima viva in giro. Pensai: Ecco chi sono diventata, invito sconosciuti in casa e lui neppure il numero di telefono mi ha chiesto.

E così, mi dissi tra me e me, mentre lavavo i piatti con il nodo alla gola: Complimenti Agnese, bel modo per farsi notare. Ora penserà che ci provo con tutti. Mi giurai di non uscire più sul Lungotevere la sera, e di non guardare fuori quando Marco passeggiava.

Ma una cosa è dirlo, unaltra è farlo. Il giorno dopo, mi ritrovai esattamente come sempre, sul davanzale, a guardare fuori, in attesa del suo passaggio. Ma lui non arrivò, né quella né la sera seguente.

Trascorsero tre giorni di tormenti finché il sabato qualcuno suonò alla porta. Era Marco, con una torta di pasticceria e un cesto di fiori.

Scusami per linvadenza, Agnese, ma non potevo non ripassare. Ti dispiace se entro?

Figurati! sorrisi ed entrai arrossendo in cucina per mettere su lacqua.

Dentro di me sentivo unesplosione di gioia. Avrei voluto urlare quanto fossi felice, ma mi trattenni.

Quella sera chiacchierammo per ore. Marco mi confidò che, da quando lavevo travolto, non riusciva a smettere di pensare al mio sorriso. Quel giorno, stanco della solitudine, aveva preso coraggio e si era presentato con la scusa della torta.

Dai tuoi occhi, Agnese, ho intuito che anche tu combatti con la solitudine. O mi sbaglio?

Sei un osservatore attento, Marco.

Se è così, perché non vivacizziamo le nostre serate insieme? Che ne pensi?

Ne sarei molto felice, risposi, rossa come una ragazzina.

Poi lui mi accarezzò la mano, mi guardò negli occhi come se volesse leggermi lanima. Sentii il cuore impazzire. Andai alla finestra, guardando i fiocchi di neve che si posavano sui vetri, e lui mi cinse delicatamente da dietro. Un brivido mi attraversò. Ci voltammo luno verso laltra e mi strinse forte, e quella notte Marco non andò via. La mattina dopo mi sembrava di conoscerlo da sempre, e sentii che saremmo stati insieme.

Hai fretta di andare? chiesi con cautela.

No, non ho impegni, rispose sollevato. Quella risposta mi riempiva il cuore di speranza.

Allora ti preparo il pranzo.

Sembrava un sogno. Tutto così magico che quasi mi spaventava.

Da anni non mangio qualcosa di casalingo così buono. Grazie, Agnese. Sei una bravissima cuoca. Ormai quasi nessuna si diletta ai fornelli Tu mi ricordi la mia infanzia: mia madre ci preparava sempre pranzi deliziosi e noi fratelli ne andavamo pazzi.

Io, invece, ero sola con la mamma, risposi con nostalgia, ma anche lei cucinava benissimo. Spesso cucinavamo insieme e inventavamo nuove ricette. Amo cucinare, solo che non cè nessuno per cui farlo.

Mi pentii subito di quelle parole.

Beh, io accetterei volentieri i tuoi pranzi, e potrei aiutare anche con qualche lavoretto in casa. Dimmi pure cosa cè da fare.

Ah, le cose rotte non mancano! risi. Il rubinetto perde, la porta dellarmadio si tiene in piedi per miracolo, il chiavistello della porta dingresso si blocca

Hai attrezzi in casa? chiese con fare allegro.

Neanche lombra, gli feci eco.

Nessun problema. Domani vengo con la mia attrezzatura. Va bene?

Certo che va bene!

Quella sera Marco tornò a casa sua, e io capivo che aveva bisogno di cambiarsi e prepararsi al lavoro per la settimana. Ma avrei voluto fermarlo per sempre. Alla fine, mi limitai a dirgli che lavrei aspettato con piacere.

Il giorno seguente Marco si presentò, puntuale, con la sua valigetta di attrezzi. Era bello vedere la casa tornare in ordine grazie alle sue mani. Chiamare un idraulico, dopo le mille disavventure, non lo volevo più fare. Marco, invece, aggiustava ogni dettaglio con sorriso e gratitudine. E io, ogni sera, lo ringraziavo con una buona cena.

Passò un mese, quasi senza accorgermene. Marco restava sempre più spesso a dormire da me, e qualche volta mi invitava a casa sua, una bella casa moderna a Garbatella, anche se non mi proponeva di fermarmi la notte, e io mi sentivo sempre più a mio agio nel mio ambiente. Nel mio cuore pensavo: Quando ci sposeremo, mi trasferirò; per ora va bene così. Non parlava mai di matrimonio, ma ogni suo gesto e le sue parole sei la migliore, mi rendi felice mi facevano capire che era solo questione di tempo.

Il cambiamento in me era evidente a tutti: più giovane, sorridente finalmente felice. Ma non poteva durare.

Una sera Marco non venne. Aspettai, preparai la cena, programmavo una conversazione importante sul nostro futuro. Lui non si presentò, non chiamò. Quando lo cercai io, respinse la chiamata, poi mi scrisse: Quando posso ti chiamo.

Quella risposta mi preoccupava, ma evitavo di pensarci troppo. Di lui avevo una fiducia cieca: non aveva scritto Addio, quindi era solo di passaggio.

Ma col passare dei giorni, lansia cresceva. Evitavo di telefonargli, controllavo compulsivamente il cellulare. Una notte, dopo un sogno angosciante lui che correva tra due case in fiamme decisi che basta, silenzio non poteva andare avanti. Forse era malato? Aveva bisogno daiuto? O aveva altri problemi? Insieme si può affrontare tutto, mi dissi.

Dopo il lavoro, andai a casa sua. Meglio confrontarsi di persona che via telefono.

Bussai al suo pianerottolo con il cuore in gola. Marco aprì subito. Era pallido, con la stessa espressione malinconica del nostro primo incontro.

Entra pure, mi disse con voce fioca.

Notai che la porta di una stanza era chiusa. Le altre volte, era tutto aperto. Da una fessura filtrava la luce di una lampada e la melodia di una ninna nanna.

Vuoi un tè? mi domandò.

No, Marco. Sono qui per parlare.

Si sedette sul divano, mi fece sedere vicino e sospirò.

Avevo pensato anchio di parlare con te, ma non trovavo il coraggio. Agnese, sei la donna migliore che io abbia mai conosciuto. Davvero. Credevo che saremmo restati insieme per sempre. Però

Guardò verso la porta chiusa.

Chi cè nella tua camera? chiesi, incapace di trattenere la domanda.

Mia moglie, disse dopo una pausa, dorme. Le ho dato un calmante per farla riposare.

M-moglie? Ma come? balbettai, mentre Marco mi riprese la mano e la tenne stretta.

Scusami. Avrei dovuto dirtelo subito, ma non ci riuscivo. Mi sento responsabile. A mia moglie ho parlato di te. Lei sa, mi ha perdonato. Ma tu saprai perdonarmi?

Non sapevo quale fosse la reazione giusta. Perché aveva scelto di ferire due donne che gli si erano affidate?

Marco non attese la mia risposta.

Sono sposato con Olga da ventanni. Un anno dopo il matrimonio è nato nostro figlio Antonio. Eravamo felici, una famiglia come tante. Un anno fa Antonio ci ha lasciati. Cercava di difendere un signore anziano dalla violenza di alcuni ragazzi in metro. Gli hanno fatto del malenon ce lha fatta.

Da quel giorno Olga non è più stata la stessa. Ha smesso di alzarsi dal letto, è caduta in depressione e i medici hanno detto che se non reagisce non guarirà mai. Ho provato tutto: ferie al lavoro, smart working, la assistevo, la lavavo, la imboccavo ma passava le giornate a fissare il soffitto.

Gli amici suggerivano di assumere una badante, ma non è durata. Alla fine lho portata in una clinica specializzata. Ha rifiutato ogni contatto, ma io continuavo a visitarla. Sentivo il gelo di una solitudine amara. Finché, per caso, ti ho incontrata. Sei stata come una goccia dacqua fresca nel deserto. Non potevo più pensare al passato, mi aggrappavo a te.

Agnese, ascoltava le mie parole piangendo piano. Marco mi porse un bicchiere dacqua, poi continuò.

Con te ho conosciuto una felicità che credevo dimenticata. Ho pensato: se Olga non vuole più vivere, posso rifarmi una vita con te. Poi sono andato da lei in clinica, le ho confessato tutto. E lei, per la prima volta, ha reagito. Ha pianto, mi ha chiesto scusa, promesso di provarci. Lho riportata a casa. I medici sostengono che, se cerca di re-inserirsi, le cure avranno effetto. Mi sono convinto a lottare con lei fino alla fine.

Si avvicinò, mi prese le mani tra le sue.

A te chiedo perdono. Sei stata la mia luce, sì, e ti ho voluto bene davvero, ma la mia strada è unaltra. Desidero la tua felicità, sappi che te la auguro di cuore, anche se non sarà accanto a me. Mi dispiace.

Cominciò a baciarmi le mani; io, carezzandogli la guancia, sussurrai:

Hai fatto la cosa giusta. Se avessi avuto un marito come te, sarei stata la donna più felice del mondo. Invidio tua moglie, davvero. Ma io io sono forte, ce la farò.

Mi alzai di scatto, corsi a prendere il cappotto, e uscii.

Giunta in strada, restai a lungo a inspirare laria fredda e tagliente, nel vano tentativo di spegnere quellincendio di sofferenza che bruciava dentro. Raggiunsi casa quasi senza sentire i piedi, e pensai: Ecco, è finita, sono nata per restare sola.

Mezzo anno dopo iniziava lestate, e io ero ancora sola. Lultimo giorno di lavoro, uscendo dal portone, mi fermai alla fermata dellautobus quando una macchina si arrestò vicino a me.

Signorina, posso darle un passaggio? un uomo elegante, con i capelli leggermente brizzolati alle tempie, abbassò il finestrino.

No, grazie! risposi accelerando il passo, ma lui continuò:

Ci andiamo nella stessa direzione!

Come fa a saperlo? mi fermai incuriosita, non mi sembrava nessuno di conosciuto.

Ti osservo da tanto, oggi ho deciso di presentarmi. Tra laltro, è il mio compleanno e non ho nessuno con cui festeggiare.

Moglie in vacanza? domandai ironica.

No, non sono sposato.

Strano

Non è mai successo. Ma sul serio, Agnese, vieni che ti accompagno.

E come fai a sapere il mio nome? chiesi un po preoccupata.

Sì, ho fatto lo spaventapasseri, scusa! Lavoro nel tuo palazzo, sono il responsabile della sicurezza.

Ah sì? E come mai non ti ho mai visto?

Facciamo turni lunghi in ufficio, con le telecamere. Tu passi sempre davanti allingresso con i vetri scuri, non ci hai mai fatto caso! Noi non usciamo quasi mai.

Non ci credo!

Ora ti faccio vedere. Prese il tesserino, mostrandomi che si chiamava Alessandro, nato otto anni prima di me. Allora, mi fai compagnia fino allufficio? E ci avviammo insieme.

Alessandro mi aprì la porta e salutò: Ti aspetto alluscita. E sparì dietro a un portone con la targhetta Riservato al personale.

Quel giorno lansia mi divorava. A pranzo andai a chiedere alla responsabile delle risorse umane, la signora Rosaria, con cui avevo confidenza.

Rosaria, chi è il capo della sicurezza?

Alessandro Malpieri. Perché, tutto bene?

Gli ho parlato oggi è stato gentile. È qui da tanto?

Tre anni ormai. Un bravuomo, davvero. Sai che la sua ex moglie lo ha lasciato perché diceva che non voleva stare con un ex militare diventato buttafuori? Ma lui non lha mai perdonata. Te lo dico io, Agnese, non lasciartelo scappare.

Ci penserò su! le risposi ridendo.

La serata con Alessandro passò in fretta. A fine serata, mi accorsi di essere a festeggiare un compleanno senza aver portato neanche un regalo.

Cè qualcosa che ti turba? chiese lui, notando il mio imbarazzo.

Beh, si dà sempre un regalo per il compleanno non è normale festeggiare senza.

Cè un regalo che puoi farmi adesso, sorrise lui, vieni con me in vacanza? Ho prenotato due biglietti, si parte tra tre giorni! Allora, accetti il mio regalo?

Non potevo che accettare. Lentusiasmo e la leggerezza del suo corteggiamento mi conquistarono.

La nostra prima vacanza fu indimenticabile. Al ritorno presentammo domanda al Comune, e dopo tre mesi diventammo marito e moglie. Ringraziai il destino: non mi aveva lasciata sola, dopotutto. Poco dopo scoprii di essere incinta. La gioia era totale: Alessandro mi viziava in tutto. Vivemmo nella sua casa, ma spesso passeggiavamo ancora sul Lungotevere.

Un giorno, lì incontrammo Marco. Era con una donna dolcissima e spingeva unimponente carrozzina gemellare. Guardò il mio pancione e sorrise:

Congratulazioni! Questa è mia moglie, Olga. Anche noi siamo diventati genitori da poco, quasi una sorpresa!

E questo è mio marito, Alessandro, risposi stringendomi al braccio del mio uomo.

Marco gli diede la mano.

Piacere, veramente felice per voi. Poi, serio, guardò Alessandro, Abbine cura.

E continuammo ciascuno la propria stradaAlessandro sorrise, stringendomi più forte. Olga annuì, con occhi pieni di comprensione. Scambiammo solo qualche parola di cortesia, ma non ce nera bisogno di aggiungere altro. Ceravamo tutti ritrovati, diversi, segnati eppure interi, ognuno nella propria vita nuova, vicini abbastanza per incrociarci ancora sotto il sole che faceva brillare il fiume.

Mentre ci allontanavamo, il vento sollevò qualche petalo bianco dai platani. Sentii la mano di Alessandro sulla mia, la promessa serena di un futuro che, finalmente, non faceva più paura. Sotto i nostri passi i sampietrini raccontavano storie di perdite e rinascite, e la città, indifferente e accogliente insieme, sembrava sussurrare che sì, dopo ogni inverno cè sempre una primavera.

Guardai il mio pancione, il sorriso di mio marito, la luce sul Tevere che si rifrangeva negli occhi di chi aveva scelto di ricominciare. E capii che la felicità, a volte, arriva proprio quando smetti di aspettarla si fa largo silenziosa, come fiume che scorre, e ti abbraccia. Decisi che avrei ricordato per sempre quella passeggiata: perché nella vita, alla fine, ciò che resta non sono le tempeste che abbiamo attraversato, ma le mani che abbiamo trovato per camminare avanti, insieme.

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