Luciana, ciao! Accogli lospite sentenziò mia sorella, spingendo la valigia in corridoio con un piede.
Era sabato, verso mezzogiorno, e Luciana stava pensando a nulla di concreto, quando il campanello iniziò a suonare.
Due trilli. Poi altri tre. Poi uno lungo, persistente, come la campana di una chiesa che non vuole fermarsi.
Giovanni, senza staccare gli occhi dalla televisione, disse pensieroso:
Qualcuno è davvero insistente.
Dietro la porta cera mia sorella minore, Nina. Due valigioni color melanzana, una sacca a tracolla e quellaria di chi ha preso una decisione fondamentale e ne va fiero.
Luciana, ciao! Accogli lospite ripeté, spingendo la prima valigia nel corridoio con quel gesto agile e abituato, come se avesse allenato la gamba per tutta la vita.
Luciana si scansò. Istintivamente. Quarantanni di sorellanza lasciavano segni automatici, movimenti che anticipano il pensiero.
Per quanto hai intenzione di fermarti? chiese, lanciando unocchiata interrogativa al secondo bagaglio.
Nina si tolse il cappotto, lo appese esattamente al gancio occupato dal cappotto di Luciana, e girò lo sguardo sulla casa come un architetto curioso che controlla lavori appena terminati.
Per sempre, Luci. Mi trasferisco. Qui avete tanta casa: tre camere, siete in due. Beh, una stanza è di troppo, no? Ho deciso così.
Luciana fissò la sorella per un po. Non sapeva dire di no alle decisioni di Nina.
Giovanni, in salone, alzò delicatamente il volume del TG.
Nini, aspetta. Dici sul serio?
Più che mai, già Nina camminava lungo il corridoio, infilando la testa nelle stanze. Oh, questa va benissimo. Luminosa, con la finestra sul cortile, zero rumore.
Era la camera degli ospiti. Quella col vecchio divano, la macchina da cucire Singer e tre scatoloni di oggetti che Luciana rimandava a riordinare.
Nina, la seguì Luciana sulla soglia, non ne abbiamo nemmeno parlato.
Da discutere che cè? rispose la sorella, con le sopracciglia sollevate come chi non si aspetta noie. Siamo sorelle, Luci. Tra sorelle è tutto condiviso. Ce lo ha sempre detto la mamma. A te, a me.
A Luciana parve che di mamma ora fosse meglio non pensare.
In salotto la tv borbottava le previsioni per la settimana. Giovanni pareva deciso a impararle a memoria.
Nina invece già disfaceva la valigia.
Si stabiliva come una regina spodestata che finalmente rientra nel proprio regno.
Subito spostò il letto. Non le piaceva la testiera contro la finestra «gli spifferi, Luci, mi vanno al collo, non resisto». Trascinò la macchina da cucire in un angolo. «A cosa serve qui? Non cuci, giusto? E allora». Luciana la guardava, muta: la Singer ora sembrava lontanissima.
La sera del primo giorno, apparvero in corridoio le pantofole di Nina enormi, pelose, coi pompon, da tipico mercatino rionale dinverno. Accanto, le scarpe compite di Luciana sembravano dame austere vicino a giocolieri sfrontati.
Giovanni, a cena, guardava nel piatto con unattenzione da paleontologo che scova resti preistorici nel minestrone.
La minestra è buona, disse.
Eh, una zuppa come tutte, Nina si intromise pratica: Gio, avete un ventilatore? Nella mia camera si soffoca.
Giovanni alzò lo sguardo. Guardò Nina. Poi Luciana.
Lo cerchiamo.
Luciana sospirò tanto profondamente, che sentì le caviglie tremare.
Il terzo giorno, Nina prese in esame il frigorifero.
Ma non semplicemente aprì e richiuse: lo ispezionò, lo sezionò, studiò ogni ripiano.
Luci, il tuo latte scadeva ieri.
Lo so, non ho fatto a buttarlo.
E perché compri tre panetti di burro assieme? Ocupa solo spazio.
Nina, è il mio frigo.
Che vuoi che sia? Non sono mica una sconosciuta.
Era la sua frase tipica, la sua chiave universale. Luciana la sentiva dire cinque, dieci volte al giorno e si chiedeva sempre se replicare: invece oggi, sì, Nina, su questo tema, sei proprio estranea. Ma non diceva nulla.
Ora Nina, invece, era di casa in tutto.
Sapeva quando Giovanni usciva per il laboratorio di intaglio del legno e quando rientrava. Conosceva a memoria lora in cui Luciana guardava la sua soap preferita e proprio allora compariva con una tazza di tè e una gran voglia di conversare. Sulla vita. Sui vicini che più non aveva. Sul tempo. Sui giovani doggi che si lasciano andare. Di politica, non finiva mai.
Luciana annuiva, gettando rapide occhiate allo schermo, dove leroina del telefilm soffriva drammi ma i suoi le sembravano altrettanto imponenti.
Di mattina, Nina era la prima a svegliarsi.
Luciana laveva sempre creduta nottambula: si ricredette, era unallodola, e pure col programma. Alle sei già scampanellava padelle, sfrigolava lolio, e la voce si spandeva chiara come la sigla di una gita scout:
Giovanni, vuoi anche tu lomelette? Luci, la faccio con pomodoro o senza? Ho trovato in frigo del formaggio, un po duro, ma lho grattugiato! Non si butta nulla in questa casa!
Giovanni arrivava in cucina con la faccia di chi vorrebbe spiegare perché sia sbagliato essere svegliato così presto, ma nessuno gli presta ascolto. Si sedeva. Mangiava. Diceva «grazie» educatamente.
E Luciana, in vestaglia, osservava la scena dallo stipite.
Sta dando la colazione a mio marito. Nella mia cucina.
Fu quella mattina che Luciana sentì qualcosa spezzarsi dentro, piano.
Mise su il caffè, sedette vicino alla finestra e chiamò la figlia.
Ornella, impegnata?
No, mamma, che cè?
Vieni. Dobbiamo parlare.
Ornella arrivò domenica per pranzo. Portò la torta. Mise in tavola, abbracciò la madre e quasi sussurrò:
Dai, raccontami.
Luciana raccontò tutto. Delle valigie. Delle pantofole con i ponpon giganti. Della Singer nellangolo. Del formaggio «grattugiato, così non si butta via». Delle omelette alle sei del mattino.
Ornella ascoltava, silenziosa; solo ogni tanto sollevava le sopracciglia tanto in alto da sfiorare la frangia.
Mamma. E almeno paga? Per la spesa, le bollette?
Dice che paga la spesa.
Dice o paga?
Luciana rimase in silenzio.
Dice.
Ornella lanciò uno sguardo al corridoio, dietro la porta della camera degli ospiti.
In quellistante, Nina uscì. Vedendo Ornella, si illuminò con quel sorriso largo che solo chi non nasconde nulla sa donare.
Ornellina! Che bello che sei venuta! Luci, dovè lo zucchero? Nella zuccheriera è finito.
Nella credenza, rispose Luciana.
Posso prenderlo?
Prendi.
Nina prese. Versò nel caffè, mescolò, assaggiò, annuì soddisfatta a se stessa.
Ornella la fissava con quella tranquillità decisa che si ha quando la scelta è già stata fatta.
Zia Nina, disse, la tua casa, quando lhai venduta?
Silenzio.
Corto, ma denso.
Chi te lha detto? Nina posò la tazzina.
Zia Carmelina. Per caso. Ha chiamato, lha accennato.
Nina guardò Luciana. Luciana fissava fuori dalla finestra.
E allora che? fece Nina, col tono mezzo offeso, mezzo battagliero che mette chi viene colto sul fatto ma crede comunque di avere ragione. I soldi li ho. Sto alla finestra, il mercato è una giungla, ora non conviene comprare. Mi fermo un po, metto qualcosa da parte, poi si vede.
Un po quanto? chiese Ornella.
Ma, un anno. O due. Vedremo.
Luciana si voltò dalla finestra.
Nini, disse. Piano, fredda. Hai preso i soldi della casa e ti sei trasferita qui per non spenderli. È così?
Luci, dai
Ho capito bene?
Siamo sorelle, ecco lultima chiave, la più solida.
Ma su Luciana stavolta non fece effetto.
Ornella e la famiglia si trasferiscono in questa camera. Li ho invitati. Arrivano sabato.
Nina guardò fissa Ornella. La ragazza sorseggiava il tè, lo sguardo basso, di chi ha più certezze che parole.
Quando hai deciso cominciò Nina.
Ho deciso, disse Luciana.
Non era vero. Ornella aveva la sua casa e nessuna intenzione di traslocare. Ma Luciana guardava la sorella con una calma nuova, inattesa.
Nina stette zitta a lungo. Poi si alzò. Raddrizzò la vestaglia.
Ho capito, disse. Senza altro.
E si chiuse in camera.
Nina impiegò due giorni a preparare le valigie.
Senza fretta. Con la stessa precisione meticolosa con cui era arrivata. Prima frusciavano i sacchetti, poi tintinnavano le grucce, poi arredi che tornavano al posto iniziale. Luciana non entrò. Giovanni nemmeno.
Mercoledì mattina, Nina si presentò in cucina con entrambe le valigie accanto alluscita.
Sto andando da Mariangela, disse. È da una vita che mi invita.
Va bene, disse Luciana.
Chiamami, ogni tanto.
Ti chiamerò.
Nina prese la valigia.
Luci, disse sulla soglia, senza voltarsi, sei cambiata.
Luciana ci pensò un secondo.
Sì, replicò. Forse sì.
La porta si chiuse.
Luciana restò un po nel corridoio. Osservò il gancio da cui era sparito il cappotto di Nina. Il pavimento, da cui serano dissolte le ciabatte coi ponpon. Cera spazio, ora.
Entrò in camera degli ospiti. Spalancò la finestra.
Poi spinse la Singer accanto al vetro dovera sempre stata.
La sera, Ornella chiamò:
Allora, se nè andata?
Sì, se nè andata.
E tu?
Luciana ci pensò.
Sto bene, disse. Davvero bene.
Fuori cominciava a imbrunire, Giovanni strepitava col servizio di piatti, e quel suono era perfetto, familiare, rassicurante come un sogno che sfuma nellalba.







