Un sabato che non era davvero mio

Il sabato che non era il mio

Giulia, sono solo di passaggio, ti mollo i miei diavoletti per tre orette. Devo scappare dallestetista, guarda come mi si sono infittite queste rughe… mi capisci vero?

Paola era già nellingresso, senza neanche darmi il tempo di aprirle la porta come si deve. Ha premuto la maniglia, è entrata e ha cominciato a togliersi il cappotto con la spavalderia di chi si sente padrona di casa. Io, al massimo, unospite casuale. Dietro di lei, come un piccolo plotone, sono piombati i quattro figli: il maggiore, Lorenzo, dodicenne già con lo smartphone e le cuffie alla moda, la sorellina Beatrice di nove, e i gemelli Marco e Sandro, che ancora non avevano compiuto sei anni, ma già sembravano allenati a invadere e devastare ogni metro quadrato disponibile.

Io mi ero appena sistemata in corridoio, in vestaglia, con la mia tazza di caffè che non ero ancora riuscita a sorseggiare in pace. Erano le dieci e mezza di un sabato mattina. Avevo messo la sveglia prima del solito, mentre Francesco ancora dormiva, immaginando un momento di pace tutto mio, con caffè e silenzio. Poi avrei finalmente sistemato quelle maledette mensole sopra larmadio, accumulo di tre mesi, fatto una lavatrice e magari stirato un po. Progetti modesti, noiosi, ma miei. Niente di entusiasmante, ma irrinunciabili, almeno per me.

Paola, aspetta, oggi avevamo…

Dai Giulia, sono solo tre ore! Cosa vuoi che siano? sorrideva, già appendendo il cappotto accanto alla giacca di Francesco, come fosse roba sua. Si guardava allo specchio e mi lanciava quello sguardo lavevo visto per ventanni di chi ha già deciso, il resto del mondo si adeguerà. Ho il trattamento alle undici. Da Lucia, lo sai comè impossibile trovar posto. Ho aspettato tre settimane. Tre settimane, Giulia!

Paola, oggi dovevamo fare delle cose…

Ma quali cose volete fare di sabato? ora stava già invadendo la cucina Lorenzo, via il telefono, vai a giocare coi fratelli. Beatrice, giù le mani da quegli scaffali!

Sullultimo punto arrivava tardissimo: Beatrice stava già osservando con sguardo famelico una mia statuina in ceramica comprata a Praga otto anni prima.

Piano, eh! ho afferrato la statuina e lho rimessa, mentre lei mi fissava come se le avessi parlato in islandese.

Dal salotto si sentiva il rumore di passi pesanti: i gemelli. Sandro aveva fatto volare qualcosa. Marco rideva. Sandro ha iniziato a ridere pure lui: era tutto voluto, ovviamente.

Ho raggiunto Paola in cucina. Stava comodamente seduta sulla mia sedia preferita, dalle parti della finestra, il mio caffè spostato in un angolo per non darle fastidio.

Paola, sono seria. Oggi proprio non posso. Chiama tua madre, magari…

Mia mamma è già partita per la casa in campagna ieri sera, lho sentita stamattina. Dai Giulia, sono tranquilli. Lorenzo guarda tutti, ormai è grande.

Proprio in quel momento Lorenzo è passato per la cucina con lo sguardo da qui non mi riguarda niente, ha aperto il frigorifero, contemplato il vuoto per cinque minuti e richiuso tutto come era.

Si può prendere qualcosa? ha chiesto rivolto alluniverso, non a qualcuno in particolare.

No ho detto io.

Ma sì, prendi una mela ha replicato Paola in contemporanea.

Lorenzo ha riaperto il frigo.

Dal salotto è arrivato un tonfo ben più preoccupante di un soprammobile caduto. Qualcosa di serio.

Marco! ha urlato Paola senza scomodarsi.

Silenzio. Poi la voce di Sandro: Non sono stato io.

Ho mollato la tazza. Tanto il caffè era diventato shake. Stamattina manco uno.

Paola ho detto controllandomi per favore. Portati via i bambini o trova un altro piano. Io oggi non posso.

Ma su Giulia, non fare così per la prima volta mi ha guardata davvero, oscillando tra loffesina e lo stupito. Sono solo bambini, mica mostri.

Era il suo cavallo di battaglia. Sono solo bambini, e con quella frase annullava tutto: tempo degli altri, case degli altri, progetti degli altri.

Dal corridoio vibra il telefono di Francesco. Si è svegliato, esce in maglietta, spettinato, per trovare quattro bambini sconosciuti e il cappotto di sua sorella appeso in bella vista. Mi guarda, guarda il caos, poi il telefono.

Pronto? Sì, Ingegnere Rinaldi. Certo Cosa? Quando? alza un sopracciglio assunto dal senso di richiesta impossibile, ma la farò comunque che conosco e odio. Capito. Arrivo tra quaranta minuti.

Riaggancia. Si volta verso di me. Eccolo, lo sguardo che temevo.

Giulia, cè un problema con le firme in cantiere. Dicono che senza di me non si smuove nulla. Torno nel pomeriggio, va bene?

Francesco.

Sì, lo so che è sabato ma ti rendi conto mi chiama il capo, devessere urgente.

Francesco, ripeto.

Lui guarda i gemelli che già tramano in corridoio, osserva me per lultima volta, poi:

Faccio veloce. Due ore massimo.

Mi lasci qui, da sola, con quattro figli non miei.

Ma sono nipoti.

Sono figli altrui in casa mia. Il mio sabato. Senza che io fossi daccordo.

Paola ha finito lispezione del frigorifero e assiste alla scena, apparentemente impegnata con Instagram. Lorenzo finalmente si decide sulla mela e sparisce. Marco e Sandro trovano un sacchetto di scarpe vecchie di Francesco e cominciano larcheologia.

Francesco, di qualcosa a tua sorella

Giulia, sono già in ritardo Dai, su, ve la vedete tra adulte, giusto?

Guardo la sua schiena mentre sparisce in camera. Tra adulte. Vedetevela.

Paola si affaccia dalla cucina, truccata, con la borsa in spalla. Capisco subito che si è rifatta il trucco in macchina, sapeva già. Il piano era chiaro: entra, lascia, svanisce. Il dissenso non lo prevede.

Giulia, io vado, eh? Lucia non aspetta nessuno. Lorenzo sa che i gemelli non devono toccare tanti dolci. Beatrice oggi tiene il broncio, lasciala perdere. Tornerò per le sei, al massimo sette.

Avevi detto tre ore.

Sì, magari ci scappa anche la manicure, vediamo… Ciao!

La porta sbatte. Rimango sola nel corridoio. Francesco rumoreggia nel cassetto in camera. I gemelli provano le scarpe grandi e marce, a giudicare dai tonfi. Lorenzo riapre il frigo.

Non cè altro, gli dico.

Cè succo?

No.

E…

No.

Francesco ora è in giacca, si sistema lorologio.

Giulia, dai, non arrabbiarti. Faccio in fretta. Prendo qualcosa di dolce per i bimbi tornando…

Lorenzo non deve esagerare coi dolci, dico io, ormai in automatico. Certi dettagli li apprendi di riflesso, a furia di vivere la vita degli altri.

La porta si richiude, questa volta per Francesco.

Resto in corridoio dieci secondi, come se dovesse succedere qualcosa. In casa è già un carnevale. Marco e Sandro scoprono qualcosa, Beatrice si lamenta perché Marco le ha rubato il non-so-cosa, e Lorenzo controlla il frigorifero come se sperasse che, magari alla prossima apertura, si materializzi la Nutella.

Con il telefono chiamo mia suocera, la Signora Marcella, la regina diplomatica della famiglia. Risponde dopo il terzo squillo, la voce già occupata.

Giulia, dimmi pure.

Buongiorno Marcella. Paola ha lasciato i bambini da noi, ma Francesco è dovuto scappare in ufficio. Sono sola con quattro piccoli. Potresti…

Tesoro, proprio ora sto andando dallamica Carla, festa di compleanno, organizzato da settimane! Non posso fare il bidone.

Ma Paola ha lasciato i figli qui, così, senza chiedere

Eh, Paola è fatta così, impulsiva. Ma tu te la cavi, no? Cè Lorenzo che aiuta… Dai piccola, io devo scappare, a presto!

Riattacca. Giulia sa fare. La brava Giulia si arrangia, perché non cè scelta. Non sa, si arrangia e tace. Da una vita.

Dal salotto, il suono plastico di qualcosa che si rompe. Non porcellana ma neanche morbido. Silenzio. Poi la voce di Sandro: È caduto da solo.

Chiudo gli occhi: tre secondi di crash mentale. Poi vado in salotto.

Si è sfasciata la mia lampada preferita dal comodino. Paralume salvo, ma la base, una frattura a vista, tipo sorriso da due denti mancanti. La lampada rimane lì, scomposta, e due gemelli la guardano innocenti, allineati come fotografie nella tessera del tram. Beatrice sfoglia una vecchia rivista trovata chissà dove. Lorenzo morde la mela, con lo sguardo metà nel telefono metà su Saturno.

Lorenzo, ordino niente telefono. Occhio ai gemelli.

Non sono mica baby-sitter, dice lui pacifico, come se discutessimo di calcio. Sul punto, ha ragione. Nessuno ha chiesto niente a nessuno.

Rimetto la lampada, la frattura ben visibile. Resterà lì, come una cicatrice.

In cucina verso il caffè ormai ghiacciato, lo butto giù con una faccia da eroe di guerra. Fuori un sabato come tanti: gente con la spesa, cani a passeggio, bambini che palleggiano in cortile. Tranquillo, per tutti. Tranne me.

Quella rabbia paziente che gonfiava da ore non era più isteria: era solida, densa. Non disperata, né commossa. Solo una nitida, piatta rabbia. Per Paola, che si presenta come a casa propria. Per Francesco, che mi lascia in trincea a vederci tra adulte. Per Marcella, che ripete tu ce la fai. Per tutto un sistema in cui io, Giulia, sono il lavandino degli scarichi emotivi della famiglia, e pare sia sempre stato così.

Mi sono chiesta: Cosè giusto fare ora? Stare zitta, sopportare, preparare il pranzo ai bambini, attendere Paola fino alle sette, parlare a Francesco con la voce di chi vive accanto ai propri sogni, non dentro. Lordine delle cose, finora.

Così, ho lasciato la tazza, mi sono asciugata le mani, sono andata nel salotto.

Lorenzo, giubbotto. Beatrice, metti la giacca. Marco, Sandro, venite qui.

Lorenzo si stacca lentamente dal telefono.

Dove si va?

Da tua madre.

Non protesta. Qualcosa nel tono funziona: infila lo smartphone in tasca senza altre scene.

Vestire i gemelli: dieci minuti di lotta contro due burattini, che non aiutano e non protestano. Beatrice trova la giacca ma non usa la zip, lo faccio io. Giacca anche per me, chiavi, borsa.

Taxi o autobus? domanda Lorenzo serio, come se la vita fosse una tabella orari. Un ragazzino a posto, solo immerso in un sistema di adulti risolutori.

Taxi, rispondo.

Il centro estetico Rosa dOro era nel nuovo centro commerciale in centro città. Lo conoscevo: poltrone bianche, odore di oli agrumati, musica vague. Il luogo dove vai a non pensare ai figli, non viceversa. Paola sapeva dove rifugiarsi.

Taxi puntuale, sette minuti. Lautista ci squadrava come a dire: Ho visto di peggio. Sandro pretende subito il finestrino, io lo apro di due dita, lui borbotta, io ignoro.

Venti minuti e arriviamo. Marco e Sandro conversano in geroglifico, Beatrice incollata al finestrino, Lorenzo in silenzio, il telefono come un macigno in tasca.

Davanti al centro commerciale, mi fermo e guardo i bimbi. Loro guardano me. Lorenzo pare capire che siamo fuori norma.

Si va dentro tranquilli, senza urlare né correre.

Dove si va? fa Beatrice.

Da mamma.

Beatrice trova la cosa perfettamente ragionevole.

Rosa dOro era al secondo piano. Scritta dorata, banco in legno chiaro, tre receptionist in grembiule scuro categoria sguardo olimpico. Due signore dentro, immerse nella lettura. Profumo di lavanda e dolciastro.

La receptionist, giovane e perfetta, ci squadrò col professionalismo di chi ha visto troppo.

Buongiorno. Ha appuntamento?

No, cerco una cliente. Paola Fabbri. Ora da Lucia.

Non possiamo dare informazioni…

Sono i suoi figli dico io, senza bruschezza, come una radiografia.

Lei osserva la banda: gemelli a fissarla come due investigatori, Beatrice ad accarezzare il banco. Lorenzo, altrove.

In quel momento ecco Paola, carnagione bianca da maschera, bicchierino da tisana alle erbe in mano, sguardo prima felino, poi… spiazzato.

Giulia?! Ma… che ci fate qui?

La voce era finalmente spaesata. Un primato per la giornata.

Io rispondo non forte, ma tra quella musica new age, mi sentono tutti.

Paola, ecco i tuoi figli. Li hai lasciati a casa mia senza chiedere. Io non mi ero offerta, non ho cibo, non ho tempo, né obblighi. Perciò te li ho portati dove sei. Sono qui.

Paola gira su se stessa, guarda bambini e me.

Ma Giulia, sei matta? Ho il trattamento…

Lo so perfettamente, tranquillissima. Hai prenotato lestetista. Ma lasciare quattro figli in casa daltri senza chiedere è altra storia.

La receptionist comincia a sudare.

Cosa fai, la gente guarda… sussurra Paola, cercando di spostarmi verso langolo.

Che guardino, dico serena. Non ho niente da nascondere.

Paola si blocca. Mi guarda e, penso, per la prima volta in ventanni vede qualcosa di sconosciuto nei miei occhi. Non isterismo, non lamenti. Qualcosa di definitivo.

Beatrice tira la manica della madre:

Mamma, ho fame.

Paola chiude gli occhi.

Giulia, con un tono diverso, quasi umano non si fa così…

Esatto. Non si fa. Quindi ora sono qui. I bambini tuoi, da te.

Mi volto verso Lorenzo:

Lorenzo, restate con la mamma. Ciao!

Lui annuisce, senza fiatare. Sandro tira la madre per laccappatoio, Marco voleva vedere i barattoli oltre il banco. La receptionist implora: Meglio di no.

Esco. Fuori è grigio e freddo, ma laria è leggera. Davanti al centro mi fermo, chiamo il taxi per tornare indietro. Lattesa non mi genera colpa, né gloria. Soltanto stanchezza che, almeno, si è sciolta. E una sensazione di libertà sottile, come dopo un respiro trattenuto per mesi.

A casa il silenzio è prezioso. In cucina, metto lacqua per il caffè, questa volta fatto con calma, come una cerimonia. Mi godo la prima sorsata seduta sulla sedia della finestra.

Alle due, apro finalmente le mensole. Mi dedico alle scatole, butto linutile, sistemo, radio accesa bassa. Fuori inizia a piovere. Era poi un bel sabato, visto dal verso giusto.

Francesco rientra verso le cinque. Suona il campanello ha le chiavi, ma oggi è così e ha la faccia del bambino beccato con le mani nella Nutella. Porta con sé un sacchetto: dal profumo, rustici della panetteria che amiamo entrambi.

Comè andata? chiede.

Bene, rispondo e lo lascio entrare.

Va in cucina, appoggia il sacchetto, guarda la casa insolitamente in ordine, poi me.

E i bambini?

Dalla madre.

Ci pensa su.

Da mia madre? Ma… Marcella oggi era da…

Dalla loro madre. Paola.

Altro silenzio. Si siede lentamente sulla sedia sbagliata.

Racconta.

Racconto. Sintetica, senza fronzoli. Lo osservo cambiare espressione: prima il solito senso di colpa, poi sorpresa, poi sbigottimento quando arrivo al punto del centro estetico.

Li hai portati alla Rosa dOro? non domanda. Constata.

Sì.

Mi osserva, a lungo. Poi finalmente respira.

Sai che… scuote la testa. Non cè rimprovero, solo una nota nuova. Quasi rispetto.

Francesco gli dico ascoltami come persona. Non come marito conciliatore. Sono stanca di essere comoda. Da ventanni sopporto perché famiglia, così si fa, Paola è fatta così. Ma la pazienza non è infinita. Non ce lho con te per il lavoro, era inevitabile. Ma ti sei lavato le mani, come se la cosa fosse paritaria. Non lo era: tua sorella mi ha usata come tata gratis, e tu, tacendo, le hai dato ragione.

Francesco ascolta. Veramente.

Non voglio guerra con i tuoi continuo. Ma questa storia finisce qui. Tua sorella deve sapere che in casa mia non si parcheggiano figli. Che il mio sabato non è il suo, così come tua madre deve saperlo. Non è una richiesta. È un dato di fatto.

Hai ragione, dice lui.

Non me laspettavo così diretto. Ero pronta a battagliare, a sentirlo ripetere sono famiglia dieci volte. Non lo fa più.

Dovevo parlarci già da tempo. A tua madre, a Paola. Pensavo che tu non avessi problemi, ma non ti ho mai chiesto. Era un errore.

Esatto, dico io.

Chiama Paola. Io rimango lì, col caffè.

Paola, sono io. Sì, lo so. Ascolta. No, ora non ascoltare. Ascoltami tu. Ha un tono mai sentito Non vieni più da noi a lasciare i bambini senza chiedere a Giulia. Non si fa. Non perché Giulia non vuole. Perché non si fa. Se non capisci i discorsi, Giulia capisce i fatti. Lei ha capito, tu no. Chiama la mamma e spiega tu. Punto.

Quando chiude, chiama anche Marcella. Ancora più veloce.

Mamma, parliamo dopo. Ma sappi: quando Giulia chiede aiuto, non è te la cavi da sola. Si arrangia sempre, solo perché non può fare altro. Non è giusto. Ne riparliamo.

Poggia il telefono.

Io tengo la tazza tra le mani, osservo la pioggia. In cucina cè pace, solo qualche macchina in strada.

Che gusto hanno i rustici? chiedo.

Cavolo e mele.

Allora scaldiamoli.

Li mangiamo. Nessun discorso epocale: lui mi chiede delle mensole, io racconto, lui aggiorna sul cantiere e i soliti pasticci. Poi godiamo del silenzio, senza imbarazzo.

La lampada resta incrinata: si vede, anche di sera. Non è grave, ma cè. La guardo mentre vado a letto. La cambio o la tengo? Vedremo.

Qualche giorno dopo, Marcella telefona. Lei chiama sempre la domenica, questa volta è mercoledì sera. Rispondo.

Giulia, cara, tutto a posto?

Sì, Marcella. Tutto bene.

Pausa.

Meglio così. Francesco è a casa?

Arriva tra poco. Lasciargli detto?

No, lo sento dopo io. Pausa. Sembra aspettarsi la solita frase ammorbidente. Non arriva. Buona serata.

Buona serata, Marcella.

Appendo. Torno al minestrone sul fuoco, dò una mescolata. Un altro tipo di relazione, ora: cordiale, non intima. Quanto basta. Magari più avanti si aggiusterà, magari no. Chissenefrega. Penso solo al brodo da finire, alla telefonata con la mia amica Chiara, agli scaffali dei libri da sistemare nel weekend.

Quando Francesco torna, sto apparecchiando.

Ha chiamato Paola, annuncia dalla porta.

Ah sì?

Si è scusata.

Bene, rispondo, e porto il piatto.

Non vuoi sapere che ha detto?

No.

Si toglie le scarpe, il cappotto, si siede accanto. Annusa il brodo e sorride.

Profuma bene.

Siediti finché è caldo.

Si siede, assaggia.

Buonissimo.

Lo so.

Mangiamo. Fuori è notte, i lampioni illuminano i ragazzi che giocano ancora col pallone in cortile, anche se fa fresco. Sparecchio, metto lacqua per la tisana.

Senti, fa Francesco a bruciapelo allora sei davvero entrata alla Rosa dOro con quattro bambini. Davanti a tutti?

Davanti a tutti, confermo.

Trattiene una risata, poi scoppia. E io con lui, perché se ci ripenso io, la tribù, il profumo di lavanda, la new age… sì, è stato comico, in fondo.

Giulia, mi dice poi, non succederà più.

Lo so rispondo.

E questa volta ci crediamo entrambi.

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Un sabato che non era davvero mio
Quando la chiave scattò nella serratura, il cuore gli balzò in gola e l’anima corse incontro a lei… 🤔 — Quante volte ti devo ripetere?! Fai sempre errori stupidi! Ma guarda qua! Che roba è questa? — Alice Edoardovna piantò il dito sul report mensile con una tale forza che rischiò di rovinarsi la manicure appena fatta. — Vai! Rifallo! E comunque, se non ce la fai, licenziati! — La capa, pur essendo una donna curata e attraente, quando si arrabbiava sembrava un demonio. Lisa uscì dall’ufficio senza fiatare. Mancava appena più di un’ora alla fine della giornata. Doveva farcela. Anche se il premio ormai l’aveva già perso. Sembrava una vera e propria sfilza di sfortune. Una settimana fa aveva chiamato sua madre, che come spesso capitava, l’aveva accolta con un litigio per futili motivi, accusandola di ogni male e buttandole il telefono in faccia. E a questo non riusciva proprio ad abituarsi, ci stava sempre male. Ora temeva persino di chiamarla di nuovo. Due giorni prima aveva perso la carta bancomat, l’aveva dovuta bloccare e ordinare una nuova. E ieri, l’unico essere vivente che le restava, Penelope (Fenyka per gli amici), la sua gatta tricolore di un anno, era caduta dal terzo piano mentre inseguiva un uccellino sul balcone. Lisa aveva visto la micia rialzarsi dalla siepe un po’ ammaccata e andarsene tranquilla. Ma, una volta scesa in cortile, non era più riuscita a trovarla. Era passato quasi un giorno e Penelope non rispondeva ai richiami, né si faceva vedere. A stento, consegnò quel maledetto report e si avviò verso casa, senza neanche fermarsi al supermercato. Sul divano, scoppiò in un pianto senza freni. Ma anche dopo mezz’ora di lacrime, non si sentiva meglio. Anzi, pensieri sempre più neri le si annidavano nella mente. Per chi vivere? Non serviva a nessuno, nemmeno a sua madre. Famiglia non ne aveva. La gatta era sparita. E preso una decisione estrema, si sentì quasi sollevata. “Che si arrangino pure dopo, sarà troppo tardi” — pensava con un groppo alla gola. Sentiva quasi gioia all’idea di non dover più andare al lavoro, di non dover chiedere scusa a sua madre per cose che non aveva fatto. La colpì un’allegria improvvisa e incontenibile. Ma, proprio all’ultimo passo, squillò il telefono. Numero sconosciuto. Non voleva rispondere, ma le balenò in mente: e se fosse l’ultima voce umana che avrebbe sentito nella sua vita? — Pronto… — Dall’altra parte silenzio. — Se ha chiamato, almeno parli… — la irritava quel silenzio. — Buonasera… — Una voce maschile, profonda, finalmente uscì dal telefono. — Per favore, non chiuda… — Chi è? Cosa vuole? — Lisa aveva fretta, ma l’interrompevano da quello che considerava ormai questione di vita o di morte. — Volevo solo sentire una voce… Sono una settimana che non parlo con nessuno. Ho pensato: se non mi risponde nessuno, è finita… — sospirò lui, disperato. — Com’è possibile? Non può uscire a fare una passeggiata in un parco? È semplice… — Lisa si era arrampicata con le gambe sul davanzale. — Non posso. Abito al quinto piano. Una settimana fa se n’è andata mia moglie… — La voce si spense. — Anch’io sarei scappata! Ma che uomo sei?! — Non capiva i problemi del ragazzo. — Sono su una sedia a rotelle. Da meno di un anno. Cinque piani senza ascensore, non me la sento. — Ora la voce era più sicura. — Ma… non hai le gambe? — domandò Lisa, terrorizzata, poi si pentì. Ma ormai le parole erano uscite. — No… una lesione alla spina dorsale. Non posso più camminare. — Le sembrò di sentirlo sospirare e sorridere. Rimasero al telefono più di mezz’ora. Lisa si fece dare l’indirizzo, e dopo un’ora, suonava a quella porta con due sacchetti pieni di spesa. Le aprì un ragazzo giovane, bello. Ma in sedia a rotelle. — Sono Lisa! — Solo allora realizzò di non conoscere neppure il suo nome. — Arsenio! — Sorrise con uno slancio tale che sembrava l’avesse aspettata da sempre. Abitavano non così lontani. Lisa andava a trovarlo ogni giorno. Le sue disgrazie, confronto ai problemi di Arsenio, sembravano sciocchezze. Sciocchezze che quasi le avevano tolto la voglia di vivere. Il suo carattere stava cambiando. Si prendeva cura di lui, diventando più forte, decisa, tenace. Quasi per magia, si ritrovò anche la gatta Penelope: semplicemente era seduta sullo zerbino ad aspettare Lisa al suo ritorno. La capa, come sempre, tentò di scaricarsi su di lei la mattina dopo. Ma Lisa stavolta non ci stette: — Alice Edoardovna, che diritto ha di urlare e umiliarmi? Non posso lavorare in questo clima. Se mi viene un attacco di emicrania, prendo malattia, e poi dove le trova una sostituta? — le colleghe trattennero a stento le risate. La capa girò i tacchi e se ne andò, muta. Sua madre chiamò, non resistendo al lungo silenzio: — Pronto, figlia! Come mai non chiami, non parli? Non ti importa di tua madre? Sei senza cuore! Ingrata! Elisabetta, mi ascolti o no? — Ora urlava. — Ciao mamma. Non voglio più parlarti se usi questo tono. — Lisa rispose calma, pacata. — Come osi!? Metto giù! — la madre ormai in piena crisi. — Fa’ pure… — disse Lisa, pacifica. Dopo due giorni la madre richiamò. Chiedere scusa non era nel suo stile, ma almeno si mantenne garbata. Un mese dopo, Lisa si trasferì da Arsenio, affittando il suo appartamento. L’amicizia si trasformò presto in qualcosa di più: tenerezza, fiducia, gratitudine. Forse era proprio questo l’amore. Lisa, con i soldi dell’affitto, assunse un fisioterapista per Arsenio e lo iscrisse in piscina nei weekend. E miracolosamente, la sensibilità cominciò a tornare: Arsenio riusciva già a muovere le dita dei piedi. Lisa ricevette la notizia che la mamma stava male. Chiese due giorni di permesso e partì per assisterla. Arsenio la aspettava con ansia, come un cagnolino fedele, steso sul divano giorno e notte. Era febbraio. Quella sera c’era una bufera di neve pazzesca. Lui sapeva a che ora sarebbe arrivato il pullman, calcolava minuti per minuti: quanto per il tragitto, quanto per salire in casa. Tutti i tempi passarono, ma di Lisa nemmeno l’ombra. Arsenio si mise vicino alla finestra, in carrozzina. Fuori si vedeva solo un muro bianco di neve. Il telefono era irraggiungibile da ore. Passò un’ora, due, tre… Quando finalmente la chiave scattò nella serratura, il suo cuore quasi uscì dal petto e l’anima gli corse incontro. — Arsenio, il pullman è rimasto bloccato nella neve, abbiamo dovuto aspettare i soccorsi… Il cellulare era scarico. — urlò lei dall’ingresso, togliendosi il cappotto. — Arsenio! — corse in sala e rimase immobile. Lui era in piedi, a due passi dalla carrozzina, e sorrideva.