Ultimatum sfacciato

È tutta colpa tua! Tua! Tua! Tua!

La donna urlava così forte che la sua voce risuonava per tutta la via, tagliente e acuta come una lama. Il viso, stravolto dal dolore e dalla rabbia, era rigato da lacrime che percorrevano le guance arrossate senza che lei sembrasse accorgersene, assorta comera dal proprio furore. Dimprovviso si scagliò contro di me, le mani tese e tremanti come se volesse afferrarmi la giacca per scuotermi ben bene. Le dita si serravano e riaprivano in modo convulso, mentre nei suoi occhi leggevo una tale disperazione che dovetti distogliere lo sguardo per qualche istante.

Mi scostai agile dal suo slancio e mi passai una mano vicino alla tempia, incredulo di fronte a una reazione così violenta. Dentro di me ribolliva lirritazione, insieme a una domanda insopprimibile: comera possibile che tutta la responsabilità ricadesse solo su di me?

Se non fosse per te, mia figlia sarebbe sana! gridò fra le lacrime la donna, mentre le spalle erano scosse dai singhiozzi. La voce spezzata aveva un tono così affranto che persino a me, per un attimo, quasi venne voglia di consolarla. Le hai rovinato la vita! Tu!…

Questo è solo il suo punto di vista, replicai freddamente, e il mio viso si fece scuro. Lì capii chi avevo davanti: la madre di Alessia. Ma quelle accuse mi sembravano davvero ingiuste. Sotto la rabbia, mi domandavo: non meritavo certo di essere attaccato così. Non lho mai costretta a nulla. Tutto è avvenuto con il suo consenso, capisce? Alessia voleva solo attirare lattenzione, non le è riuscito…

Non osare parlare male di lei! Sei tu il colpevole! sbottò di nuovo la donna, cercando ancora di avventarsi contro di me.

Ma questa volta la trattenne suo figlio un ragazzo alto, con uno sguardo esausto. Era pallido e sotto gli occhi aveva profonde occhiaie, come se non dormisse da giorni. La prese decisa per un braccio, cercando di calmarla e allontanarla dalla scena.

Mamma, basta per favore mormorò, tenendole stretto il gomito. La voce era stanca ma decisa, segno che non era nuovo a certe situazioni. Andiamo via, non serve a niente.

Tua sorella è in ospedale e tu non dici niente a chi l’ha ridotta così! la donna si agitava, tentando di divincolarsi dal figlio. La voce, ancora tremante, era un fiume di dolore, Dovevi almeno rompergli qualcosa! Come ha osato far del male ad Alessia?

Ma io che centro? borbottò il ragazzo, invece di guardarmi rivolgendosi più al marciapiede che a noi. Sorrise amaramente, come se fosse sazio di quelle accuse. Forse era il caso che la educassi meglio tu, Alessia, allora non si sarebbe ridotta così.

A quel punto, di fianco a noi, una voce squillante e appena beffarda interruppe il dramma:

Che è successo? Sembra interessante!

Mi venne un istintivo moto di sconforto. Ma tra tutti i curiosi possibili, proprio Aurora doveva assistere a questa sceneggiata? Era la regina dei pettegolezzi alluniversità, sempre a caccia di storie nuove e pronta a riportare alla luce episodi antichi di chiunque, persino dei professori, che infatti la evitavano come la peste.

Aurora era a pochi passi da noi, e i suoi occhi brillavano di curiosità. Le labbra curve in un sorrisetto malizioso, le dita tamburellavano impazienti sulla tracolla della borsa. Non aveva nessuna intenzione di spostarsi fino a che non avesse saputo tutto.

Dai, racconta! si avvicinò, inclinando leggermente la testa e sorridendo astutamente. Tanto lo sai, posso anche indovinare da sola La mia fantasia non manca, lo sappiamo entrambi

Sospirai, passando la mano tra i capelli e lanciando unocchiata ai due, che nel frattempo si erano defilati discutendo ancora sottovoce. Sapevo che da Aurora non mi sarei liberato facilmente.

Non molli, eh? dissi, stanco, guardandola negli occhi.

La ragazza scosse la testa, ancora più interessata, quasi golosa della storia che si stava per sentir raccontare.

Va bene, ascolta, cedetti sottovoce. Ma prometti che resterà fra noi. È una storia brutta, e non voglio che finisca su tutte le bocche dellateneo. Affare fatto?

~~~~~~~~~

Tutto era cominciato un paio di settimane prima. Da tempo sentivo che il mio rapporto con Alessia stava andando a rotoli, ma con il passare dei giorni, la sensazione si era fatta un peso insopportabile. Non sembrava più una relazione con una persona reale, ma con un buco nero incapace di saziarsi di attenzioni e di continue prove damore, come se parole e gesti non bastassero mai.

Francamente ero sfinito dalle sue crisi e dalle lamentele senza fine. Bastava un piccolo imprevisto e subito si scatenava il dramma: Alessia diceva che non poteva vivere così, che la sua vita era senza senso. Logoranti, poi, le minacce continue di farla finita. Allinizio ci credevo e mi preoccupavo, cercando di calmarla; col tempo, però, capii che era solo un modo per tenermi in pugno. E in quei momenti, qualcosa dentro di me si incrinava: la pazienza, la fiducia nei suoi sentimenti, perfino la capacità stessa di avere pietà. Mi sorprendevo a pensare che non provavo più nulla di quello che cera una volta.

Ultimamente le minacce si ripetevano quasi ogni giorno. Alessia era capace di ingigantire ogni pretesto rispondevo tardi a un messaggio, guardavo di sfuggita unaltra, dimenticavo di dirle ti amo prima che si addormentasse. E ogni volta descriveva per filo e per segno cosa avrebbe fatto se lavessi lasciata, come se provasse a memorizzare una scena. Sapevo la sequenza a memoria: prima le lacrime e le urla, poi le minacce, le suppliche per essere perdonata, le promesse di cambiare, infine la calma e il silenzio in attesa della mia reazione. Un circolo che mi stava consumando.

Una sera Alessia si presentò a casa mia senza preavviso. Ero al computer, quando forti colpi alla porta mi fecero sobbalzare. Unocchiata dallo spioncino e la vidi: agitata, con gli occhi accesi e le mani che tremavano. Aveva chiaramente appena letto il mio messaggio dove le dicevo che volevo chiudere.

Matteo! Non puoi lasciarmi così! urlava mentre picchiava i pugni sulla porta. La voce lacerata, quasi rotta. Se mi lasci, mi faccio del male, hai capito? Non scherzo!

Restai a lungo dallaltro lato della porta, i denti serrati, i muscoli del viso contratti. Dentro lottavo con il desiderio di aprire, abbracciarla, dirle che sarebbe andato tutto bene, e la lucidità che mi ricordava: se la faccio entrare, ricomincerà lo stesso teatrino, pianti, rimproveri, altre minacce. Ormai conoscevo la parte a memoria.

Dovresti chiedere aiuto le risposi dalla porta, la voce più dura di quanto avessi voluto, stanco comero. Devi farti vedere da qualcuno, davvero. Io non intendo più rispondere delle tue decisioni! È finita!

Matteo! Non puoi farmi questo! gridò disperata, arrivando a scalciare la porta. Un dolore acuto la fece gridare ancora, poi tacque un attimo e provò a ricomporsi. Ti prego, Matteo, solo parlami, anche solo un minuto!

In quel momento sentii dei passi lenti sulle scale. Era la signora Lina, la vicina, che saliva con cautela, aggrappandosi al corrimano. I capelli raccolti in uno chignon, gli occhiali leggeri sul naso, negli occhi il disappunto.

Vai a casa, ragazza, disse severa. Non si fa così, non è da signorine perbene insistere dietro a un ragazzo. E leducazione, dovè finita?

Lei non centra, lasci stare! ribatté Alessia stizzita, il mento in su. Ma qualcosa nel tono della signora la punse più a fondo di quanto volesse ammettere: sentiva una vergogna bruciante, anche se lorgoglio le impediva di mollare. Dritta sulla schiena, tirò fuori ancora qualche parola acida alla vecchia, anche se ormai aveva perso smalto.

Alessia sbuffò, si voltò e scese rumorosamente le scale, i tacchi che risuonavano nel vano. Il viso in fiamme, per rabbia e per umiliazione, ma già nella sua mente si faceva strada un proposito. No, così non sarebbe finita! Matteo non poteva e non doveva lasciarla! Le tornavano in mente le scene di matrimonio che aveva sognato: lei davanti al Comune in quellabito di pizzo bianco, lungo, quello visto in vetrina poche settimane prima. Lanello sottile con un piccolo diamante che aveva ammirato per giorni. Ricordava la magia del brillìo dei riflessi sotto la luce. Non la passerà liscia decise scendendo le scale. Gli farò vedere quanto faccio sul serio!

Dopo un paio dore mi arrivò un messaggio insolito. Sedevo ancora in cucina, il tè ormai freddo davanti, cercando di scacciare i pensieri, quando sulla schermata del telefono comparve la notifica. Aprii distrattamente: era Alessia.

Diceva che non ce la faceva più ma non mi accusava di nulla, aggiungendo frasi stracolme damore e dichiarando che senza di me non avrebbe avuto senso la sua vita. Le parole confuse, in una sequenza di punti interrogativi ed esclamativi la scrittura di qualcuno fuori controllo. Ma sapevo bene che non beveva mai, quindi non era questione dalcol.

In chiusura chiedeva che andassi da lei, perché aveva paura a restare sola. Lessi tutto dun fiato, poi mi appoggiai allo schienale, con un lungo sospiro. Dentro, due sensazioni in conflitto: da un lato la preoccupazione se davvero aveva bisogno? dallaltro la convinzione che era solo unaltra manovra per tenermi legato. Ormai ne conoscevo ogni strategia.

Se cedo adesso, pensai, non mi libererò mai. Capirà che può ricattarmi quando vuole.

Rimasi qualche altro minuto a rimuginare, poi presi una decisione netta: aprii i contatti e trovai il numero della madre di Alessia. Le scrissi, spiegando la situazione e inoltrando lultimo messaggio della figlia. Dopo poco ricevetti una risposta allarmata, e la promessa che sarebbe corsa da lei. Mi sentii sollevato: almeno qualcuno ora avrebbe preso in mano la faccenda.

Mi dedicai allora allo studio. Lesame era imminente e la materia abbondante. Prima dimmergermi nei libri, spensi il telefono: mi aiutava a isolarmi, a evitare distrazioni. Non potevo immaginare, però, cosa succedesse nel frattempo, fuori dalla porta della mia stanza.

Le ore sfilarono veloci. Ripetevo date, definizioni, concetti chiave, spremendo ogni attimo. Alla fine della notte, esausto, conclusi la mia preparazione. Finalmente riaccesi il cellulare: decine di notifiche, messaggi e chiamate perse, quasi tutte dalla madre di Alessia.

Un brivido mi scosse quando lessi il primo SMS: Alessia è in ospedale. I medici sono arrivati in tempo. Fuori pericolo.

Rimasi paralizzato. Allora non stava bluffando, non era solo una minaccia: aveva davvero provato a farsi del male. Mi si ripresentò davanti agli occhi il suo viso in lacrime dietro la porta, le mani che tremavano, le suppliche urlate attraverso i singhiozzi. Rivedevo il colore spento nei suoi occhi, il sorriso che si era andato spegnendo giorno dopo giorno.

Dovevo stringere i pugni per non tremare. Difficile distinguere tra senso di colpa, angoscia e smarrimento. I pensieri correvano: mi rimproveravo di essere stato troppo duro, ma poi riaffioravano le sue continue minacce che avevo imparato a ignorare.

Ancora mentre cercavo di mettere ordine nella mente, suonò di nuovo il cellulare: È tutto colpa tua! È per colpa tua che ha fatto questo! Sentii i muscoli ritrarsi ancora di più. Respirai a fondo, cercando di calmarmi, ma quelle parole rimbombavano in testa.

Presi coraggio, composi il numero della madre. Le dita tremavano mentre aspettavo.

Vieni in ospedale e chiedi scusa in ginocchio! quasi urlò la donna al telefono. Le sue parole vibravano di dolore tanto che per un attimo provai compassione. Ma poi mi riaffiorò lingiustizia di quella pressione.

E cosaltro dovrei fare? chiesi incredulo, sovrastato dallassurdità delle sue pretese. La voce mi tremava di rabbia, ormai impossibile da nascondere. Non chiederò perdono per ciò che non ho fatto. Ho solo consigliato ad Alessia di rivolgersi a un professionista: il suo comportamento ha segni evidenti di disagio. Se non ascolta, perché dovrei sacrificare la mia vita ai suoi ricatti?

Devi! Per colpa tua è finita così! insistette ancora la donna, sempre più acuta.

Basta. Non voglio proseguire questa conversazione, la interruppi deciso. Alessia ha esagerato! Se avesse voluto davvero farsi male, non mi avrebbe scritto chiedendo di venire da lei. Lavrebbe fatto e basta. Addio. Non chiamatemi più, la prego.

Provai a chiudere la chiamata, ma la donna continuò a parlare, ansiosa.

Se non la sposi la rovini! Se la sposi, tutto si aggiusterà. Lei tornerà quella di prima, te lo prometto! Devi farlo. Per lei, per noi. Se la lasci ora, non si riprenderà più. Tu sei la sua unica speranza!

Mi irrigidii. La richiesta di sposarla era così assurda che per un attimo rimasi senza parole. Mi sentivo proprio come se mi stessero inchiodando alle mie presunte colpe, quasi mi costringessero a caricarmi sulle spalle una responsabilità immensa per qualcosa che non mi apparteneva.

Siete davvero seria? chiesi a bassa voce, ma la rabbia cresceva dentro di me già come unonda. Vorreste che sposassi vostra figlia solo perché mi ha minacciato? È un ricatto, solo questo!

Non chiamarlo così! gridò la donna, ormai sullorlo dellisteria. Voglio solo salvare mia figlia, capisci? Lhai spezzata tu e ora tu devi sistemare tutto! Lo capisci cosa vuol dire vedere la propria figlia giorno dopo giorno spegnersi, deperire, non sorridere più? Per lei il mondo sei tu!

Ma con me davvero starebbe meglio? sbottai, alzando la voce più del necessario. Crede che un matrimonio risolverà tutto? Che un timbro su un foglio la farà smettere di manipolare ed esigere? Non è amore questo, è una dipendenza, è una malattia! Non sono e non voglio essere il suo psichiatra, la sua balia, il suo salvatore. Non è il mio ruolo e non lo vestirò mai.

Non capisci! la voce della signora Teresa si fece rotta dalle lacrime. Lei cambierà, lo vedrai, conosco mia figlia! Si è solo smarrita, ha bisogno di te, sei la sua unica ancora. Se la abbandoni ora, sarai responsabile di tutto ciò che le accadrà. E questa colpa non te la leverai mai.

Chiusi gli occhi, cercando una calma che proprio non voleva venire. Quelle parole picchiavano in fondo al cuore: una parte di me provava davvero ancora affetto per Alessia, ma sapevo che accettare, adesso, avrebbe significato siglare la mia condanna a una vita dinfelicità.

Non sposerò vostra figlia, dissi scandendo ogni parola. Né ora né mai. Non sacrificherò la mia vita per unillusione. Alessia deve affrontare i suoi problemi, da sola o con laiuto giusto. Non posso e non voglio sostituirmi agli specialisti con un matrimonio riparatore. Non è questa la soluzione.

Sei insensibile! urlò, delusa e colma di rabbia. Hai rovinato mia figlia e non vuoi nemmeno assumerti le tue responsabilità! Lei senza di te è finita. Le togli ogni speranza!

L’unica speranza è una terapia vera, risposi gelido, trattenendo lemozione. Non un matrimonio imposto da paure e ricatti. Aiutatela ad accettare la fine del nostro rapporto, invece di forzarci a ununione che farebbe male a tutti. È solo un rimandare il peggio.

Dallaltra parte calò il silenzio. La sentii sospirare forte, probabilmente le sue lacrime continuavano a scendere.

Non lhai mai amata, sussurrò infine, amareggiata. Ti sei solo approfittato di lei, e appena le cose si sono fatte difficili lhai gettata via come un vecchio giocattolo.

Non mi sono mai approfittato di Alessia, ribattei calmo ma deciso. E sì, lho amata. Ma lamore deve restare rispetto, e non diventare una tortura. Da parte sua, sarei solo un trofeo da trattenere con urla e minacce. Da parte mia, solo paura e dolore. Non è sano, né giusto. Meritiamo entrambi di meglio.

Sei solo un vigliacco, soffiò la donna con disprezzo.

Ho paura di rovinare due vite, invece che una sola, conclusi con fermezza. Questo matrimonio sarebbe una prigione. Per lei, che resterebbe dipendente e infelice. Per me, che vivrei con i suoi sensi di colpa. Così non funziona. Addio. E basta chiamarmi.

Rimasi qualche secondo a fissare il telefono, che era diventato dun tratto pesante. Sulle spalle sentivo la pressione delle ingiustizie, delle accuse, ma anche il sollievo di aver protetto, almeno stavolta, la mia libertà. Feci un lungo respiro e mi appoggiai allo schienale della sedia. Avevo bisogno di qualche minuto per schiarirmi le idee e, per la prima volta, mi sentii un poco più leggero.

~~~~~~~~~~

Ed è così che la storia è finita, dissi infine ad Aurora, fissando il cielo che sandava scurendo fuori dalla finestra. La voce spenta, senza la solita sicurezza, e le spalle abbassate, come schiacciate da un peso invisibile incaricato da troppi giorni difficili. Mi strofinai il volto, come a voler cancellare tutto ciò che avevo appena raccontato. Per inciso: anche il fratello di Alessia mi ha appoggiato. Lui pure pensa che fosse tutto pianificato, solo una messa in scena. Mi ha confidato di aver già notato certe sue crisi: sapeva manipolare anche se non così in grande. Ora i giochi però si sono fatti troppo rischiosi…

Aurora rimase silenziosa, arrotolando una ciocca di capelli tra le dita. Mi guardò a lungo, poi sospirò. Negli occhi, per una volta, niente voglia di sparlare: solo comprensione sincera.

Non hai avuto fortuna con Alessia, commentò dolcemente. E nemmeno con sua madre, a quanto pare. Ma hai ragione tu: sposarsi sotto ricatto non porta da nessuna parte, peggiora solo le cose. È Alessia che deve imparare a vivere senza manipolare, e sua madre che deve capire che non si risolvono i problemi con le imposizioni. Un consiglio: mettile entrambe nel blocco e non rispondere più. Resteresti solo vittima dei loro ricatti emotivi: non ne usciresti più.

È esattamente quello che ho intenzione di fare, risposi a bassa voce, sentendo il peso sciogliersi piano piano dalle spalle. Inspirai a fondo, più libero di quanto non mi sentissi da tanto. Solo ora, chiudendo questo capitolo, capisco fino in fondo che la libertà di amare, e di lasciar andare, è un dovere verso me stesso. Solo chi si rispetta, può davvero amare qualcuno.

Questa è la lezione più importante che mi porto via.

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