Illusione di un tradimento
Domenica 15 ottobre
Mi sentivo un po agitata fin dal mattino, ma cercavo di farmi forza. Oggi era il giorno: avrei finalmente presentato Riccardo alla mia famiglia. Glielho chiesto ieri, forse troppo allimprovviso, ma lui ha accettato sorridendo, anche se gli ho letto negli occhi una specie di dolce incredulità.
Ne sei davvero sicura, Giulia? mi ha detto inclinando la testa, il suo sguardo ironico ma con una sfumatura calda che mi scioglie il cuore. Sono emozionato di conoscere i tuoi, ma…
Certissimo! sono intervenuta in fretta, sistemandogli la giacca e intrecciando con delicatezza le mie dita alle sue. Le guance mi bruciavano un po dalla tensione. Devi assolutamente conoscerli! Gli ho parlato tanto di te che la mamma ormai ti vede quasi come uno di famiglia. Ieri mi ha pure chiesto cosa ti piace mangiare, pensa un po!
Riccardo si è limitato a sorridere di lato, ma sembrava quasi compiaciuto. Dopo solo pochi mesi insieme, sentivo che il mio mondo si era riempito anche della sua presenza luminosa, fatta di battute, di spontaneità e di chiacchiere senza fine tra le vie di Padova. La sua energia e la sua ironia mi tiravano fuori dalla mia testa, mi faceva sentire viva come prima di una primavera.
La domenica era stata limpida sul serio, ma laria già tagliente, quasi a ricordarmi che ottobre era ormai inoltrato. Ho scelto il mio vestitino a fiori quello che mi fa sentire giovane e leggera mentre Riccardo ha optato per jeans e camicia: abbastanza curato, senza essere troppo formale. Lungo la strada ogni tanto lo spiavo: lui procedeva tranquillo, io invece mi tormentavo la cintura dellabito tra le dita per il nervosismo.
Ma sei agitata? mi ha chiesto quando ha notato che stringevo la sua mano più forte del solito. Il suo tocco mi ha trasmesso calma, ma solo per un attimo.
Un pochino, ho ammesso guardando a terra, la voce mi è uscita bassissima. È un momento importante, no? Spero vada tutto bene! Sono sicura che i miei ti adoreranno Ma cè anche Martina, la mia sorella maggiore Lei, non so, sembra quasi gelosa quando mi vede felice. E non ha nessuno accanto Ho il terrore che succeda qualcosa di imbarazzante.
Martina ha cinque anni più di me: lunga. elegante, i capelli scuri raccolti in una coda precisa. Studia ancora Giurisprudenza, ma lavora già in uno studio. Lho sempre vista adulta, riservata, quasi inavvicinabile. E a volte mi domando se Riccardo non possa davvero trovare interessante una donna così. Sarebbe insopportabile anche solo pensarci.
Appena aperta la porta di casa, latmosfera mi ha colpita subito. Martina era stranamente elegante, abito attillato e scollato, tacco alto, make-up perfetto. Si aggiustava gli orecchini davanti allo specchio del corridoio e sembrava non aspettarsi affatto il nostro arrivo.
Ma guarda chi si vede, ha detto gelida, con un sopracciglio inarcato. Siete in anticipo di unora.
Siamo riusciti a sbrigarci prima, ho borbottato stringendo la mano di Riccardo. Andavi da qualche parte?
Ristorante con le mie amiche, ha ribattuto secca, lanciando unocchiata distratta a Riccardo. Simpatico, devo ammetterlo, ho pensato. Volevo uscire prima dellarrivo degli ospiti.
Riccardo, finora immerso a osservare i quadri sul muro, ha buttato lì un complimento, cercando di sdrammatizzare:
Sei proprio elegante, Martina.
Quel commento mi è rimbombato dentro. Da lui, lho sentito autentico, come uno slancio spontaneo. E so che Martina, di solito, lascia il segno. Lo stomaco mi si è chiuso. Le mani sudate.
Ma va, ha replicato lei, con una mezza smorfia. Ma il suo sguardo distaccato, nonostante tutto, ha bastato a farmi montare la rabbia.
Tipico! Devi sempre essere al centro dellattenzione, ho sbottato, la voce involontariamente alta. Anche oggi che porto a casa il mio ragazzo Sembra quasi una gara per te.
Giulia, calmati, ha sospirato Martina con un filo di esasperazione. Ti giuro che non era in programma una presentazione formale. Sarei uscita comunque. Sei sempre tu che vedi dietro ogni cosa un secondo fine.
Certo, con quellabito! Per andare con le amiche? mi sono avvicinata, ferita e arrabbiata. Fai apposta: vuoi che Riccardo ti noti, sei gelosa perché io ho una storia seria e tu invece no.
Ma che dici? Martina ha alzato le mani, ormai stufa. Io mi vesto così sempre. Devo forse chiedere il permesso?
Riccardo era lì, spaesato. Guardava da una allaltra senza capire il motivo di tanta tensione. I suoi occhi erano confusi.
Giulia, vuoi calmarti? Possiamo sederci e parlare tutti insieme? ha cercato di proporre lui, avanzando un passo per dividerci.
Ma era troppo tardi. La gelosia mi stava annebbiando il cervello.
Fai sempre così! ho urlato, la mia voce echeggiava contro le piastrelle. Sei la preferita, la più grande, la più brava. Tutti gli occhi su di te. Io, invece, sono solo la piccola di casa.
Smettila, ha ringhiato Martina a denti stretti, la sua compostezza ormai scossa. Non è mai stata una competizione. Almeno per me!
Forse per te no, ma per me sì, mi sono stretta i pugni, sentendo le lacrime in fondo agli occhi.
A quel punto sono entrati i miei. Papà, Luigi, ancora col giornale in mano, è rimasto sulla porta. Mamma, Rosalba, con il grembiule bagnato dacqua, ci ha rivolto uno sguardo ironico e stanco.
Che succede qui? ha chieso papà automaticamente, già preparato a scene simili.
Guardate Martina! ho quasi pianto. Fa di tutto per portarmi via Riccardo! Si mette elegante, proprio oggi!
Mamma ha scosso la testa in un misto di disapprovazione e stanchezza rivolto più a tutta la situazione che a mia sorella.
Martina, ma davvero dovevi farti così bella? ha commentato pacata, quasi rassegnata. Giulia ti aveva avvertita che sarebbe tornata col ragazzo
Ma io dovevo uscire! E nemmeno dovevo incontrarlo, ha controbattuto Martina abbottonandosi di rabbia. Ormai non conto più nulla in questa casa? Sono sempre io quella da colpevolizzare
Lo vedete? ho puntato il dito contro di lei, la voce incrinata.
Riccardo si è frapposto tra noi, voce ferma ma supplichevole:
Vi prego, restiamo calmi. È tutto un malinteso. Siamo una famiglia, no?
Ma io ormai ero travolta dalle emozioni. In un attimo mi sono lanciata verso Martina, ho stretto il tessuto sul suo braccio e ho strappato un pezzo dellabito.
Sei impazzita? ha sussurrato Martina, ferita. Dovresti farti vedere da uno bravo…
E tu? Non vedi come lo guardi? ho accusato, tremando.
Ma non mi interessa per niente! si è ritratta lei, gelida. Questa è tutta una fantasia tua.
I miei erano fermi, quasi fossero spettatori impassibili. Papà si è rimesso a leggere il giornale, mamma ha appena scosso la testa:
Martina, cerca di essere più diplomatica con tua sorella. Dovresti capirla.
Più diplomatica? Martina era furiosa, Mi fate sempre passare per la cattiva. Io volevo solo andarmene!
Ma intanto nessuno ascoltava più davvero. Io, in cerca di complicità, ho guardato Riccardo:
Dillo tu! Dille che ha torto!
Lui è rimasto in silenzio a lungo, poi ha detto sommesso:
Giulia, veramente non vedo malizia in Martina. Mi spiace sia diventata una lite
I miei occhi bruciavano di rabbia e umiliazione.
Quindi anche tu le dai ragione? Dopo tutto quello che ti ho detto?
Ma Riccardo, ormai stremato, ha alzato le mani:
Non sto dalla parte di nessuno, Giulia. Solo… non capisco tutta questa storia. Poteva essere una bella serata.
Martina, sempre più stanca, ha sfiorato la stoffa strappata, gli occhi lucidi dietro la sua corazza indifferente. In quel momento non sembrava distante, ma esausta. E io sono rimasta lì, a bocca asciutta, piena di vergogna e rabbia.
Non volevo, ho sussurrato; ma lo sapevamo entrambe che era troppo tardi.
Mamma le è andata vicino.
Vediamo se si può sistemare il vestito
Lascia perdere, mamma. Mi cambio e poi esco comunque. Sono in ritardo.
Infine papà ha rotto il silenzio:
È il momento che vi calmiate. Giulia, dovresti scusarti. Martina, prova a comprendere di più tua sorella. È molto sensibile
Ma era ormai chiaro a tutti che la frattura cera stata. Da quellincidente in casa nostra calò un gelo che non ricordavo da tempo. Poco dopo, Riccardo si trasferì momentaneamente da noi per problemi col suo appartamento (linquilino sopra laveva allagato). I miei gli concessero una stanza, Martina invece rimase nella sua, guardinga e chiusa in un silenzio totale nei miei confronti. Ogni scambio di sguardi era filtrato dal rancore.
Una mattina, entrando in cucina, la trovai intenta a studiare. Cera odore di tè caldo, e lei sembrava improvvisamente più vecchia, stanca; le occhiaie segnate e alcune ciocche argentate nei capelli. Aveva un esame importante.
Lo fai apposta, vero? ho sibilato dalla porta. Vuoi solo attirare lattenzione di Riccardo! Tutta presa dai libri, chissà come mai proprio ora
Ha posato la tazza con un ticchettio delle unghie. Sembrava fragile.
Giulia, ha detto piano ma ferma, voglio solo finire il mio tè e andare allesame. Un esame che per me significa tutto.
O unaltra scusa per fare la superiore davanti a Riccardo? ho incrociato le braccia. A quel punto, però, persino io mi sono sentita ridicola.
Basta! ha reagito lei, la voce venata dira e tensione. Quando la smetterai di vedere tutto come una sfida? Non puoi essere, almeno una volta, contenta per te? O per me?
Perché sei sempre stata meglio! ho urlato, i nervi ormai a fior di pelle. Più grande, più brava, più bella. Ora vuoi anche lui!
La sua espressione è cambiata di colpo: il dolore negli occhi mi ha colpita, ma ha saputo mascherarlo con la freddezza di sempre.
Se davvero lo pensi, allora non ha senso restare.
Così si è chiusa in camera e ha iniziato a fare le valigie. Io lho osservata, la lingua paralizzata, la coscienza avvelenata da una vergogna cocente. Ma no, non sono riuscita a scusarmi.
Il giorno dopo Martina è andata via. Ha chiamato una sua amica che viveva in centro e le ha chiesto ospitalità. Lamica non ha fatto domande: evidentemente sapeva quanto le pesava la casa.
Nei primi giorni Martina si sentiva persa, ha confidato poi a qualcuno. Ma un poco alla volta, era tornata a respirare. Nessuno la accusava di vivere nellombra di nessuno. Studiava, lavorava, beveva caffè la sera con la coinquilina, e si sentiva, per la prima volta dopo anni, finalmente libera e utile a sé stessa.
Qualche volta i miei hanno provato a chiamarla, ma se largomento della telefonata diventava la lite, o peggio ancora unaccusa a lei, Martina chiudeva fermamente la conversazione.
*****************
Sono passati due mesi. Io e Riccardo ancora vivevamo sotto lo stesso tetto; ma le cose tra noi erano diventate faticose. La mia gelosia, la rabbia, i continui sospetti avevano logorato Riccardo. A volte cercava di parlarmi, mi spiegava che il problema era insito in me, nelle paure che mi portavo dietro. Ma io non ascoltavo. Continuavo a vedere i complotti ovunque, anche dove non cerano.
Una sera lo vidi preparare la valigia.
Non ci riesco più, ha esordito stanco, fermo in ingresso. Mi togli il respiro. Ogni parola, ogni sguardo visti come una minaccia. Mi sono stancato di giustificarmi per nulla.
Te ne vai? le braccia mi sono cadute, ero immobilizzata. È per colpa sua, vero? Di Martina?
Non centra lei, Giulia, sospirò. È per te. Non distingui più la realtà dalle tue ossessioni. Hai costruito dei muri, poi mi accusi di non riuscire a raggiungerti.
Se nè andato lasciando dietro di sé solo silenzio. Ho sentito la porta chiudersi lenta, come un confine che non avrei più varcato.
E quella sera, per la prima volta, nella solitudine che avevo creato, mi sono chiesta con terrore: e se davvero Martina non centrasse nulla? Se la guerra fosse stata solo nella mia mente? Quante altre volte ho gettato lontano le persone importanti con la mia paura?
Quando i miei hanno saputo della rottura, hanno iniziato a preoccuparsi ma più per le conseguenze pratiche che per i miei sentimenti. Latmosfera era data dal disagio quotidiano. Io, confusa e distrutta, avevo smesso di aiutare in casa. Mamma tentava di coinvolgermi, ma io la liquidavo:
Ma ti pare che possa pensare agli stendini quando la mia vita va in pezzi? piangevo tra i cuscini.
E lei, paziente e ormai esausta, si caricava di tutto: panni, piatti, spesa. Ma col vuoto addosso lasciato dalla mancanza di Martina. Senza di lei, tutto andava peggio: la casa trascurata, la cucina trasandata, e io isolata nelle mie fantasie.
Un giorno i miei decisero di chiamare Martina.
Lei rispose solo dopo alcune ore era in biblioteca, immersa nei libri. Vedevo spesso la sua foto su WhatsApp, ma mi mancava la sua presenza severa e concreta nei corridoi e ai pasti. Anche lei, ogni volta che vedeva il nome di casa apparire sullo schermo, sentiva una fitta: nostalgia mista a sollievo.
Quella volta rispose a mamma.
Martina, ti prego Non torneresti a casa? la voce di mamma era rotta, molto più grave del solito; quasi supplichevole.
Perché? rispose lei calma, anche se trasaliva dentro.
Beh adesso siamo in due a barcamenarci tra lavori di casa, io e papà non ce la facciamo più, mise le mani avanti mamma. Lui ha la schiena bloccata, e io inizio a sentirmi stanca…
Mamma, la voce di Martina era impeccabile, io ormai ho ripreso a vivere da sola. Ho i miei impegni, il mio lavoro, i miei ritmi. Non posso fare finta che nulla sia successo. Dopo tutto quello che mi ha detto Giulia. Dopo il mio vestito strappato.
Ma Riccardo se nè andato, ha detto mamma, con un tono nuovo, quasi irritato. Adesso si sistema tutto. Giulia si calmerà, vi riappacificherete
Non era Riccardo il punto! ha sospirato Martina, ora più dura. È il modo in cui sono stata trattata. Quando arriverà un altro suo fidanzato, cosa succederà? Sarò ancora un problema?
Dallaltra parte il silenzio era pesante.
Davvero ci abbandoni così? ha chiesto mamma, la voce incrinata.
Non vi abbandono, vivo soltanto altrove, ha risposto Martina con delicatezza. E, comunque, ti volevo dire che ho conosciuto qualcuno.
Improvvisamente, il mondo si fermò, almeno nella cornetta.
Chi? chiese mamma, scioccata.
Si chiama Davide. Lavora nellinformatica. Viviamo insieme da poco. Io ora sto bene. Sono felice, mamma. E non voglio che nessuno ci conosca, almeno per ora. Giulia non lo reggerebbe ancora.
Dallaltro lato solo una frase smarrita:
Va bene tanti auguri allora.
Era giusto che lo sapeste da me. rispose Martina sorridendo.
Rimasta di nuovo sola, Martina si sentì finalmente sollevata dal peso di anni. Guardava fuori dalla finestra della biblioteca, nuvole che si rincorrevano sopra la piazza di Padova, studenti di ogni tipo. Dentro di sé sapeva che quella era la vita che voleva davvero. Alluscita, Davide la stava già aspettando: sorrise e le diede la mano, il loro calore bastava per scacciare i ricordi amari.
Era tutto a posto? le chiese lui appena si avvicinò.
Sì, era la mamma. Ha risposto lei stringendo la sua mano. Volevano che tornassi a casa, ma io ho detto di no. Adesso sto bene qui con te.
Davide le sorrise. Andiamo. Gli amici ci aspettano per decidere dove andare in montagna questo fine settimana.
*****************
Io, invece, rimasta senza Riccardo e senza Martina, mi sono trovata costretta a guardarmi dentro. Ripensavo a quella scena in corridoio, il rumore stridente della stoffa che si lacera tra le mie mani, lo sguardo di mia sorella ferito. Sentivo la vergogna bruciare anche adesso. Ma non riuscivo ancora a chiedere scusa. Passavo le giornate sul letto, scorrendo Instagram e guardando serie italiane, fingendo che la realtà fosse altrove. Papà e mamma cercavano di riportarmi nella vita quotidiana, ma io opponevo solo silenzi e sguardi rabbiosi.
Finché, una sera, mamma perse la pazienza.
Giulia, disse seria sulla soglia della stanza, mentre io mi rannicchiavo sotto il piumone. Sono settimane che non metti il naso fuori. Ora basta. Non possiamo continuare così.
E che dovrei fare? le ho chiesto a voce bassa, senza forza. Hanno tutti lasciato me sola. Non avete mai preso le mie difese. Sempre dalla parte di Martina.
Papà è intervenuto dalla porta, il tono deciso ma non duro:
Devi capire, Giulia. Non puoi sempre dare la colpa agli altri. Hai allontanato tu sia Martina che Riccardo. Sei tu a doverti prendere le tue responsabilità.
A quelle parole ho sentito qualcosa dentro sciogliersi. Erano stanchi. Li vedevo più vecchi, più curvi che mai.
Ma cosa posso fare ormai? ho sussurrato.
Ricomincia da poco, ha suggerito mamma accomodandosi accanto a me. Domani aiuta a sistemare casa. E poi chiama Martina. Chiedile scusa. Non aspettarti miracoli, basta poco per sentirsi meglio.
Io non chiederò scusa! ho sbottato, tornando subito ostinata. Non sono io quella in torto!
Mamma si è limitata a scuotere la testa. Ho visto nei suoi occhi un velo di dolore. Per la prima volta, ho capito quanto sia dura, davvero dura, vivere rinchiusi nelle proprie illusioni.






