Orgogliosa
Eccola che arriva! La nostra regina!
Ma perché sei così di cattivo umore, Elena?
Troppo piena di sé, quella lì. Saluta a malapena, e in realtà… è il nulla. Solo vestiti costosi, ma per il resto
Eh già! Giulia scoppiò a ridere, posando la tazzina di caffè sul tavolo. Era appena iniziata la giornata, ma lei sentiva già la testa che le scoppiava. E di fatti ieri il dottor Romano Bianchi lha nominata capo reparto. Proprio un genio, secondo la direzione.
Giulia tacque di colpo vedendo il volto di Elena incupirsi. Quel posto non le sarebbe mai toccato, e non era mai stata davvero una brava specialista, ma linvidia sapeva mostrarla come nessun altro. Giulia cercava di mantenersi alla larga da lei, conscia di quanto persone del genere potessero avvelenare la vita. Aveva avuto a che fare con Elena solo una volta, al suo arrivo in azienda, ma si era subito segnata in mente di starne a distanza. Era una donna non più giovane, ma furba come una volpe e con una lingua acuminata. E di una cattiveria che poteva spaventare. Il perché di tanto astio, Giulia non lo aveva mai capito. Ricordando i consigli di sua nonna, indossava la maschera della ragazza educata e manteneva un rigido neutralità con lei. Per fortuna lavoravano in reparti diversi e si incrociavano di rado.
Giulia prese un altro sorso di caffè e fece una smorfia: ormai freddo, era ancora più disgustoso. Non amava il caffè solubile, ma al lavoro non cera tempo per fare gli schizzinosi, bisognava accontentarsi. Sognava già il sabato, quando avrebbe potuto preparare con calma una moka di caffè vero, quello che la matrigna le aveva portato dallultimo viaggio in Etiopia. Ci avrebbe messo un po di cardamomo e una goccia di limone, poi si sarebbe seduta sul balconcino a guardare la città che si sveglia. Si prese a sorridere, ricordando di quando aveva comprato il suo piccolo appartamento. Era costata fatica e sacrifici, nonostante laiuto del padre, e la scelta era stata accurata. Ma appena era uscita sul minuscolo terrazzino di quellappartamentino trasandato in un vecchio stabile ottocentesco, era rimasta senza parole. La vista era mozzafiato. Non aveva più avuto dubbi, e la trattativa si era conclusa alla velocità della luce, lei stessa sorpresa della decisione. Di solito era prudente, e prendeva tempo prima di fare scelte così importanti.
Cauta, chiusa, difficile caratterialmente, Giulia non era amica di nessuno in ufficio, nemmeno conoscenti stretti. Tutti ricevevano lo stesso sorriso garbato, compresa Elena.
Su, andiamo a lavorare, va. Qua cè chi si spacca la schiena e chi raccoglie solo i dolci! Elena quasi gettò la tazzina lavata sullo scolapiatti e uscì dalla sala break brusca come sempre.
Giulia lavò lentamente la sua tazza, ripassando mentalmente la presentazione che avrebbe dovuto tenere, quando alle sue spalle risuonò una voce:
Buongiorno!
Si voltò e vide Paola, la giovane donna che era oggetto di tante invettive da parte di Elena.
A guardarla adesso, Giulia doveva ammettere che qualche ragione per provare antipatia Paola gliela dava davvero: era così bella che poche donne reggerebbero il confronto senza provare almeno un po di gelosia. Alta, snella, con un viso perfetto che non aveva bisogno di trucco. Giulia si avvicinò distinto per scrutarle la pelle: possibile che ci si svegliasse davvero così, come unindossatrice da copertina? Eppure nemmeno le ciglia erano truccate. I suoi occhi grigio-azzurri, di una sfumatura quasi indefinibile, la fissavano con calma e curiosità.
Buongiorno, rispose infine Giulia, trovando la voce.
Lei è Giulia Ferrari, vero? Non sbaglio?
Non sbaglia. E si può dare del tu, non abbiamo mica tutta questa differenza di età e grado
Grazie. Paola.
Giulia strinse la mano che Paola le porgeva, trovandola calda e sorprendentemente forte. Quelle dita sottili la strinsero solo un attimo, lasciando una strana impressione. Aveva letto una volta che dalla stretta di mano si capisce molto di una persona. Quella di Paola parlava di una forza inconsueta. Ma in cosa, esattamente? La curiosità di Giulia aumentò e chiese:
Cera qualcosa che volevi chiedermi?
Sì, se hai un minuto.
Il colloquio virò subito su argomenti pratici, ma Giulia rimase colpita dalla chiarezza e dalla precisione di Paola: adesso intuiva perché questa collega, in fondo un po stramba, procedesse così spedita nella carriera. Occhio acuto e attenzione ai dettagli, proprio come lei. Era raro trovare qualcuna con queste doti.
Sei arrivata da poco in azienda, vero?
Sì, solo sei mesi.
Strano che non ci siamo mai incrociate prima
In realtà ci siamo incrociate, Paola sorrise improvvisamente, e Giulia sgranò gli occhi: solo un attimo prima aveva davanti una donna seria e professionale, e ora sembrava quasi una ragazza del liceo. Il cambiamento era talmente repentino che Giulia ricambiò il sorriso in automatico. Sai, ho conosciuto i tuoi report. Sono i migliori di tutti. Lavorarci è un piacere. Sono ordinati, senza errori. Di solito ricontrollo tutto io, ma coi tuoi lavori è tutto più facile. Grazie! Mi hai risparmiato un sacco di tempo e fatica.
Giulia scrollò le spalle.
Mah, niente di speciale Lavorano tutti così.
Macché! Paola si sistemò la gonna. Lavorare così bene è una rarità. Fidati, lo so.
La salutò e uscì. Giulia si accorse che i vestiti di Paola in realtà erano semplici, vestivano bene solo perché lei aveva una silhouette perfetta, altro che brand di lusso. Quindi anche qui Elena aveva cannato il giudizio. Scacciando la noia per aver di nuovo perso tempo a pensare a chi non se lo meritava, Giulia si avviò nel suo ufficio, che divideva con due colleghi uomini. Nessuno le dava molta confidenza e a lei andava benissimo così.
Da quel giorno, notò di osservare sempre di più Paola: come camminava in corridoio, come guidava le riunioni, come accennava appena un sorriso a tutti, persino a Elena. Questultima adesso si aggirava ronzando intorno a Paola, tentando di diventare sua amica cosa che Giulia trovava odiosa, ma su cui per un po fece finta di niente. Non erano nemmeno amiche: era solo curiosità. Il momento di rompere la neutralità venne dopo due mesi, quando voci maligne e bisbigli incominciarono a serpeggiare ovunque e stavolta era impossibile ignorarle.
Tutto partì dal fatto che qualcuno chi fosse, Giulia non aveva dubbi vide il direttore generale e proprietario dellazienda, Romano, dare un passaggio in auto a Paola.
Che vi avevo detto?! Non è questione di cervello, ma di altre… doti! Elena gongolava il giorno dopo nella sala break, stipata di colleghi. Giulia si rifiutò di entrare, colta da una irritazione talmente forte che rinunciò anche al suo solito caffè.
Girò i tacchi e tornò verso la sua scrivania, ma incrociò proprio Paola.
Ciao!
Ciao! Paola aveva unaria stanca e confusa. Ma che succede oggi, sei passata dalla sala relax? Troppa gente Volevo solo un caffè.
Giulia stava per scrollare le spalle, ma poi la chiamò a bassa voce:
Non andare lì. Fidati.
Quando vide Paola bloccarsi, si pentì subito di essere intervenuta. E adesso? Doveva spiegare tutto? Ma Paola la stupì ancora una volta: la guardò negli occhi, annuì lentamente, e la ringraziò.
Grazie!
E, senza chiedere altro, tornò dritta nel suo ufficio.
Giulia cercò tutto il giorno di concentrarsi, ma il breve scambio del mattino le restava in testa. In quelle poche parole aveva intuito di più di Paola che in settimane di osservazione. E cera anche qualcosa di più, che la inquietava.
In tutta la sua vita Giulia aveva avuto una sola migliore amica: Vera, conosciuta ai tempi del liceo, con cui poi aveva iniziato anche luniversità. Ma al secondo anno Vera si trasferì in Austria con la famiglia. Ora aveva due splendidi bambini. Con Giulia qualcosa era rimasto, ma si sentivano raramente, ognuna presa dai propri impegni. Quando poteva, Giulia andava una volta allanno a trovarla e allora passavano serate intere sulla terrazza della villa di Vera, a parlare di tutto per recuperare un anno di silenzio. Il marito di Vera era fantastico: capiva quanto fossero preziosi quei giorni e si occupava dei figli, lasciando alle due amiche tutto il tempo necessario. Giulia soffriva per la mancanza di scambi così sinceri: non cera nessun altro, con cui parlare davvero a cuore aperto.
Perciò adesso si sentiva sulle spine: Paola le ricordava Vera, col suo modo riservato e la capacità di non lasciarsi andare con nessuno. Giulia non era capace di attaccare bottone per prima e non sapeva come farsi avanti. Ma una mattina fu Paola a risolvere la questione.
Vieni a pranzo con me?
Si affacciò nellufficio di Giulia con naturalezza, e lei, presa alla sprovvista, saltò subito in piedi senza pensarci. Sorrisero entrambe, e Giulia la seguì volentieri al ristorante vicino.
Sedute una di fronte allaltra, ordinarono e per un po rimasero in silenzio.
Dai, chiedimi pure, vedo che muori dalla curiosità disse Paola, piegando con gesto abile un tovagliolo. Giulia, osservandola, pensò al ritmo di una danza precisa. Quelle mani erano bellissime, tanto che si nascose distinto le proprie sotto il tavolo, ma poi si riprese e tornò allattacco.
Perché proprio oggi mi hai invitata? Prima mai?
Ti osservavo. E tu, immagino, facevi lo stesso.
Giulia arrossì, colta alla sprovvista dalla sincerità.
E sei stata lunica a non andare a sorseggiare il caffè stamattina tra le chiacchiere. Come mai?
Gli occhi di Paola divennero improvvisamente cupi, di un grigio metallico, e Giulia pensò a quella tempesta che aveva visto al mare, durante lestate a Viareggio. Onde e cielo dello stesso identico colore, tutto un tumulto di forze.
Non sopporto le malelingue, il pettegolezzo inutile, rispose a testa alta.
Capisco. Oggi era il tuo turno di finire sotto tiro.
Non ho sentito niente.
Perché non volevi sentire?
Già.
Paola pose la piccola rosa di carta sul tavolo e poggiò le mani davanti a sé.
Non mi sono sbagliata, e questo è buono. Sono contenta.
Il silenzio che cadde fu diverso, caldo, e Giulia si rilassò. Poi, decisa, le chiese:
Immagino che non sia la prima volta che ti capita di essere al centro dei pettegolezzi…
No, è già la seconda. Ma purtroppo non credo sarà lultima. Qui mi chiamano lorgogliosa, vero?
Già. Giulia annuì, ma si pentì subito. Scusa…
Ma va! Hanno anche ragione, in parte. È una protezione. Una corazza. Non ero così, sai? Raccontavo, condividevo la mia vita come tutti. Marito, figli, chiacchiere da pausa caffè. Poi la vita ti insegna, in modo duro. Meno sanno, meglio sto. E preferisco essere messa in croce come quella che pensa solo al lavoro, piuttosto di finire a pezzi sotto chiacchiere di tutti i tipi. Ma tanto, come vedi, non serve: parlano lo stesso e si inventano il resto.
Ti ferisce questo?
Sì No Non lo so. Un po sì. È brutto sapere che la gente costruisce favole su di te senza sapere niente. E però se si sapesse tutto davvero, sarebbe peggio.
Così grave?
La gente ama le etichette.
Che tipo?
Quella lì va a letto con il capo. Quella ha avuto il posto per amicizia. Non ha cervello, è solo bella. E avanti così.
Ma non è vero! Giulia ringraziò il cameriere e iniziò a mangiare, indispettita. E allora perché ci soffri?
Sciocca, Paola sorrise amaro. Mi hanno cresciuta per piacere a tutti, essere la brava ragazza che fa felici tutti. Finché ci riesci, va bene finché non smetti.
Raccontami.
È una storia lunga.
Abbiamo fretta, forse? Giulia la fissò. Non è solo curiosità.
Lo so, Paola annuì, prese un po dinsalata e poi posò la forchetta. Non ho fame.
Non iniziare! Sei già magra di tuo. Come fai ad andare avanti?
Forse di rabbia. Sì, io sono arrabbiata, Giulia.
Con chi?
Nemmeno lo so. Col destino, con la sfortuna. Pure con me stessa.
Per cosa?
Perché non so capire le persone subito. E sono troppo fiduciosa.
Paola, quello che dici tra noi resta tra noi.
Pensi che solo tu mi hai studiata in questi mesi? Io ho capito qualcosa di te. Perciò te lo chiedo: devo stare attenta a Elena?
Sì! Non hai idea di quanto può farti male. Non va temuta, ma mai sottovalutata. Soprattutto…
Soprattutto se avessi davvero una storia con il capo? Paola rise e riprese a mangiare. Non ce lho. Anche se mi piacerebbe. È una brava persona.
E allora?
Perché anche lui vede la copertina, mai quello che cè dietro.
E cosa cè dietro?
Difficoltà. Responsabilità. Un contratto con allegato: mio figlio. E nessuno lo vuole.
Paola tirò fuori il telefono, mostrò una foto a Giulia.
Mio figlio Matteo.
Un ragazzino di dieci anni, capelli chiari come lei, occhi grigi. Tentava di dire qualcosa nello scatto, il sorriso identico a quello della madre. Giulia la guardò ammirata.
Che bel ragazzo! Quanti anni hai? Ti facevo più giovane.
Non sono proprio una ragazzina. Lho avuto presto, a diciannove.
Perché la storia con Matteo la chiami condizione difficile?
Paola silenziosamente passò alla foto successiva: Matteo sulla sedia a rotelle, con un enorme gatto in braccio, che rideva felice allobiettivo.
Ora capisci?
Giulia annuì soltanto.
Si può migliorare?
No, del tutto no. Non sarà mai come gli altri. Ma facciamo di tutto. Matteo adesso prova anche a camminare: già un miracolo. Ed è intelligentissimo. Paola sospirò, ripose il telefono.
Sei forte, Giulia servì il tè a entrambe.
Faccio solo il possibile. Se non fosse per mio padre e Matteo, sarei già crollata. Sono loro che mi reggono.
Tua madre?
Se nè andata un anno dopo che è nato Matteo. Era malata. Mi voleva bene. Sognava che sposassi un uomo per bene e le dessi tanti nipoti. Tutti bellissimi! ripeteva. Mi viziava, pur di vedermi felice, si privava di tutto.
Aveva ragione: sei bellissima! Giulia scappò in un complimento.
Forse sì. Ma la bellezza non mi ha portato fortuna. Da bambina tutti mi accarezzavano le guance Che bella bambolina!, ma nessuno mi prendeva sul serio. Se non fosse stato per mio padre, neanche sarei andata alluniversità. Per fortuna lui ha insistito. E lì ho incontrato Alessandro.
Tuo marito?
Ora ex. Sì. La mia prima e forse ultima storia damore. Ero come dentro a un frullatore, la testa in subbuglio. Sai come quando stai nel mezzo di una tempesta, dove sembra che intorno sia tutto calmo ma basta un passo fuori e ti travolge?
Locchio del ciclone Giulia annuì.
Ecco. Alessandro era la tempesta. Mi travolse, mi cambiò le regole.
In che senso?
Mi ha costretto a lasciare gli studi: voleva una moglie carina, non intelligente. Era più grande di me. E mia madre era entusiasta. Così mi sono sposata dopo pochi mesi, poi sono rimasta incinta e da lì linferno.
Perché?
Alessandro i figli non li voleva. Mai. Ma non voleva nemmeno lasciarmi andare. Così mi ha messo subito davanti allaut aut: o lui o il bambino. Quando ho scelto mio figlio Paola tacque per un attimo. Non parlo mai di questo. Lui se nè andato appena ha saputo che Matteo non era sano. Mi ha implorata di lasciare il bambino allospedale, promettendo qualsiasi cosa. Quando ho detto di no, mi ha dato della pazza, che non mi avrebbe mai ripresa.
Non sei tornata indietro.
Mai. Lamore è finito quando lui ha urlato che non avrebbe cresciuto un mostro e che sicuramente il figlio non era suo.
Un poveraccio
Forse solo un uomo ferito nellorgoglio. Nessuno vuole sentirsi dire che non è stato scelto.
Paola prese la tazza, osservandola attentamente sotto.
Che fai?
Mi piace la ceramica, guardo sempre le marche sotto le tazze. Ho la mania dei servizi belli, passerei ore nei negozi darticoli per la casa. Ne ho una collezione, ma la mia preferita resta una tazza che mia mamma mi regalò, non la cambierei per niente.
Anche io uso ancora quella che mia madre aveva in casa. Ormai la uso solo nei weekend, per il caffè della moka.
Durante la settimana non cè tempo vero?
Esatto Giulia rise. Mi sveglio sempre di corsa, il caffè lo prendo qui in ufficio Ma è un disastro.
Orrendo! Paola annuì sorridendo. Mio padre impazzirebbe, odia il caffè fatto male! Lo prepara sempre lui, non si fida di nessuno, nemmeno di me.
Tuo padre ti aiuta tanto, dicevi.
Sì. Lui e Matteo sono migliori amici. Senza papà non so come farei. Da giovane lo vedevo poco era nellesercito e lo credevo distante. Ma con Matteo si è trasformato. È il mio punto di riferimento.
Ma mi dicevi, questa non è la prima volta che combatti con i pettegolezzi.
Paola sospirò.
Prima lavoravo per una grande azienda di apparecchiature mediche Il titolare era amico di mio papà, sennò col cavolo che mi prendevano senza esperienza. Avevo girato mille colloqui, tutti con richieste assurde: Tre lauree, meno di trentanni, esperienza trentennale. Quando mi presero fu una fortuna, anche se lo stipendio era basso. Mio padre stava con Matteo, io lavoravo. Finché commisi un errore enorme.
Quale?
Matteo aveva bisogno di una carrozzina nuova, quella buona non la passavano. Papà aveva già adattato la casa, ma una carrozzina di qualità cambia la vita: dà al bambino una nuova autonomia. Così ne comprai una bella e piccina, e funzionò, Matteo si tranquillizzò, iniziò persino a impegnarsi in fisioterapia. Ma in ufficio se ne accorsero. Da lì partì la leggenda: chi diceva che mio figlio fosse di chissà chi, addirittura che fosse del capo. E uno dei colleghi andò a raccontarlo alla moglie del direttore! Lei, che mi conosceva bene, non credette a una parola, ma io mi stancai di lavorare in quellambiente. Decisi di cambiare, di farcela da sola. E sono finita qui. Ma di nuovo le stesse storie.
Perché non reagisci? Perché glielo lasci fare?
Cosa posso fare? Più ti difendi, più ti sporcano la reputazione.
Giulia ci pensò su.
Bando alle ciance! Paola le versò un po di tè. Pensiamo alle cose belle. Voglio comprarmi unauto nuova. Beh, nuova usata Non mi fido dei rivenditori, mio padre non capisce nulla e io nemmeno. Conosci qualcuno che potrebbe aiutarmi?
Certo! Giulia sorrise furba. Ma non ti serve nessun amico: basta qualcuno come me! Sono figlia di un meccanico. Mio padre ha una catena di officine qui vicino. Da piccola stavo sempre in garage con lui, la matrigna non aveva pazienza, la nonna non ce la faceva.
E tua mamma vera?
Chiese Paola con una dolcezza che sciolse ogni resistenza a Giulia.
È morta poco dopo che sono nata. Sono rimasta io, lei non ce lha fatta.
E coi tuoi?
Con la matrigna? Niente. Voleva figli suoi. Mio padre invece mi ha sempre sostenuta. Mi ha aiutato a comprare casa e a pagare luniversità. Ora sono cresciuta, ha altri figli, lo vedo poco. Più indispensabile a loro che a me.
Paola annuì seria.
Saggia risposta.
Non direi. Un po mi pesa, anzi. Lo rivorrei più vicino, ma so che ora è giusto così. Ma basta parlare di noi e pensiamo alla macchina: hai già visto qualcosa?
Ho due opzioni.
Perfetto! Nel weekend ci organizziamo, vengo con te.
Così fu. Paola trovò lauto nel giro di una settimana. Due settimane dopo, Giulia la vide scendere dal parcheggio insieme al direttore, che la lasciò andare scambiando poche parole.
Che vi dicevate?
Gli ho detto che non ci sarà niente fra noi.
Gli hai parlato di Matteo?
Sì.
E lui?
Tutto come previsto, Giulia. Paola si raddrizzò. Però che soddisfazione, sentirsi ammirata almeno una volta!
Già, ma sarebbe meglio che fosse una cosa seria.
Giulia! Quella serietà ormai lho avuta abbastanza. A proposito, Matteo chiede quando torni. Dice che con nessuno si diverte online tanto quanto con te.
Gli ho comprato un gioco nuovo.
No, dai! Che rovina!
Non esagerare! Lascia che coccoli un po tuo figlio. Ho preso anche un album da disegno. Hai visto come disegna bene? Questo nuovo gioco ha la grafica che adora.
No. Ma hai visto tu?
Sì, mi ha mostrato i suoi disegni. A te si vergogna. Ti ho dato le credenziali, ora arrangiati!
Ricevuto! rispose Paola.
Pochi giorni dopo, Giulia andò da Paola e vide Matteo mostrarle con orgoglio il nuovo portatile per il gioco. Paola fece la finta severa, ma poi si sciolse in un sorriso che le accese gli occhi di un blu incredibile.
Alla domanda che Giulia le sussurrò in cucina, rispose, finalmente felice:
Non so niente, Giulia. E mi tremano le mani dallemozione. Ma dai, sognare non fa male, no?
Fa male non sognare! annuì Giulia.
E un anno dopo, accanto a Matteo che, orgoglioso, resisteva in piedi durante la cerimonia lasciando la carrozzina da parte Giulia gli sussurrò:
Felice per la mamma?
Da morire! rispose Matteo, senza staccare gli occhi da Paola in abito bianco, bellissima come non mai.
Non ascoltando più la voce della donna del Comune, Matteo si voltò verso Giulia:
Credo di aver pensato una bella trama per il mio prossimo videogioco.
Romano dice sempre che sei un genio. Di cosa parla?
Di una dea fortissima, splendida e orgogliosa, che vince su tutto e salva tutti.
Basta dire che è ispirato a tua madre! Era ora. E falla bene! Giulia strizzò locchio a Paola. Lo posso raccontare in giro?
Prova solo! si arrabbiò per finta Matteo. Ma vedendo Giulia ridere, fece la linguaccia e disse piano: Tu non mi tradirai mai! Mi aiuti a finirlo?
Sicuro! Giulia annuì, e da lontano Paola le fece cenno con un sorriso pieno di significati, stringendo forte il bouquet di fiori tra le mani.






