Signor Paolo, mi scusi tanto, ma oggi dovrei uscire prima. Potrei avere il permesso? Mio figlio si è ammalato.
Chiara appoggia sulla scrivania i documenti pronti e lelenco degli appuntamenti del giorno dopo. Mancava ancora unora alle cinque, lora di uscita, ma dallasilo avevano già chiamato due volte e lei aveva deciso di rischiare chiedendo il permesso. Era entrata in questa impresa edile da poco tempo, quasi per miracolo, vista la completa mancanza di esperienza come segretaria e lenfasi che lannuncio aveva dato alle doti esteriori. Davanti allo specchio, prima del colloquio, Chiara aveva scosso la testa:
Eh già. Quella parte dellannuncio di sicuro non è rivolta a me.
Il vecchio cardigan, a cui teneva molto, aveva ancora un bellaspetto, ma la gonna lasciava proprio a desiderare. Laveva cucita sua madre, scegliendo con cura la stoffa e lavorando giorni interi con la macchina da cucire prima di trovare il coraggio per tracciare unaltra cucitura.
Guarda che non sarà peggio di quella che si compra.
Mamma, è fatta a mano! Certo che non è peggio. Chiara mentiva un po, ma sapeva quanto per sua madre fosse fondamentale sentirsi dire quelle parole.
Di soldi per vestiti nuovi in casa loro non ce nerano mai stati. Chiara ricordava bene i tempi in cui suo padre era ancora in vita e la scelta degli abiti non era un problema. Dopo la sua morte, però, tutto era cambiato. Con lo stipendio da infermiera la mamma cercava di far quadrare i conti. Andavano avanti, finché non si era ammalata la nonna. I rapporti tra la mamma di Chiara, Lidia, e sua suocera erano tuttaltro che idilliaci.
Lidia! Tu non capisci il valore della famiglia. Ma, conoscendo le tue origini, non mi meraviglio. Comunque, ora sei dei nostri. Perciò abituati a prendere la responsabilità degli altri membri della famiglia.
Chiara era ancora troppo piccola per cogliere il senso profondo di quelle parole, che pure suonavano solenni. Col tempo aveva capito che erano solo belle frasi, perché funzionava sempre in una sola direzione: sua madre doveva prendersi cura della suocera, darle gran parte dello stipendio, e quella accettava tutto da vera regina, senza mai sentire il bisogno di ricambiare. E le lamentele erano infinite.
Mamma, perché non dici niente? Perché lasci correre? chiedeva Chiara, ormai cresciuta, dopo lennesima predica della nonna fatta alla madre. Lidia la portava dalla suocera solo quando non aveva alternative, ma quella pretendeva la presenza della nipote.
Perché, Chiara mia, so che non ha ragione. E so anche che è una persona malata e molto sola. Ormai, tranne noi, quasi non ha più nessuno. Ha litigato con la sorella e i nipoti non vogliono saperne niente di lei. Lidia piegava con cura la biancheria stirata. E poi Ho promesso a tuo padre che non lavrei mai abbandonata. Come potrei venire meno a una promessa del genere?
Chiara covava rabbia verso la nonna, avrebbe voluto dirle tutto, ma la madre la fermava sempre con lo sguardo dolce e triste.
A che serve, Chiara? Non me la prendo. Lascia stare. Limportante è che so di aver fatto tutto nel modo giusto e che tua nonna non ha di che lamentarsi.
Non avrebbe problemi nemmeno senza di noi! borbottava Chiara tra sé, ormai consapevole di come andasse il mondo.
Poi aveva scoperto che la nonna non era affatto una poveraccia: aveva un grande appartamento, più un altro affittato da anni, una bella pensione e il conto in banca lasciato dal nonno. Viveva come aveva sempre vissuto, senza rinunciare a niente.
Perché dunque ti prende i soldi, mamma? Non le bastano? protestava Chiara, facendo i conti delle spese familiari con la madre.
Chiara! Lidia sbatteva il canovaccio sulla tavola.
Che cè?
Basta, ti prego. diceva più piano. Non diventare come…
Come chi, mamma?
Non importa, sii solo te stessa! Non lasciarti avvelenare il cuore da questi pensieri. Ricordalo: tutto ciò che è di tua nonna è suo, non nostro. Non lo è mai stato e non lo sarà. Lidia allineava con cura le tazze sulla tovaglia pulita, e Chiara ammirava quella forza che a lei mancava sempre. Ogni gesto accorto della madre mostrava la fatica che le costava non cedere. Non pensare mai a prendere ciò che non è tuo, nemmeno in mente. O dopo sarà dura uscirne.
Solo quando la nonna era morta, Chiara capì cosa intendesse la madre. Il testamento e una lettera daddio stavano nel cassetto. Dopo averli letti, Lidia aveva sospirato, accartocciato le lettere e detto:
Andiamo!
Dove? Chiara non capiva.
Qui non abbiamo più niente da fare. Ho saldato il mio debito con tua nonna.
Allora Chiara non fece domande. Solo dopo seppe che la nonna aveva lasciato tutto ai nipoti. Del contenuto della lettera la madre accennò una sola volta, esasperata dalle domande di Chiara:
Lha lasciato ai parenti di sangue. Basta Chiara, non chiedere più nulla! Sono cose che non servono, lasciale perdere.
Ha mai dubitato che fossi sua nipote? chiese Chiara, non resistendo.
No rispose infine la madre. Diceva solo che eri troppo simile a me e nulla avevi preso da tuo padre. Sangue estraneo.
Ma davvero non assomiglio a papà?
Chiara… sei il suo ritratto. Ma, più che altro, la somiglianza è nel cuore. Tuo padre era la persona migliore che abbia mai conosciuto. Io ti dico: prendi dalla famiglia solo il buono e lascia andare il resto. Non serve a nessuno.
Chiara non discusse. Intuiva quanto fosse importante per la madre restare fedele a certi valori.
Gli anni passarono: Chiara finì il liceo e si iscrisse a matematica. La famosa gonna venne cucita proprio in quella stagione. Con quella Chiara diede esami, andò alle lezioni, iniziò a insegnare, conobbe anche il futuro padre di suo figlio. Quella gonna era il suo portafortuna. Così la indossò anche per il colloquio. Non che avesse altro, non era il caso di presentarsi in jeans, no?
In ufficio le occhiate e le risatine non mancarono, ma Chiara, ricordando le parole di Lidia, tenne la testa alta.
Signorina, con nessuna esperienza, un bimbo piccolo Dove ha lavorato prima?
Insegnavo in università.
E perché cambiare settore?
Ho voluto provare qualcosa di nuovo. Chiara cercava di controllarsi, ma le gambe le tremavano. Temette di essere subito respinta.
E invece, stranamente, non successe. La responsabile le fece ancora qualche domanda e poi la prese come segretaria, con periodo di prova. Non sentì ciò che si dissero poi alle sue spalle.
Stefania, perché mai? A Paolo questa gallina proprio?
Gli piacciono le donne brillanti. Vediamo come va. E poi non è una gallina. Con un po di stile, vi batte tutte. Allora, più lavoro e meno chiacchiere!
Con Paolo il rapporto si stabilì subito bene. Vedendola leggere con attenzione il manuale della macchina del caffè, si mise a ridere.
Mai vista una donna che prima di spingere i pulsanti legge le istruzioni. Lavoreremo bene insieme!
Il lavoro non era difficile. Paolo era pignolo, ma col tempo si accorse di quanto Chiara fosse precisa e dotata di memoria incredibile. Riusciva a trovare chiunque e a combinare gli appuntamenti in modo che tutti fossero contenti. Solo una cosa le veniva rimproverata: chiedere spesso permessi per il bambino.
Chiara, capisco bene, ma ormai è unabitudine. Rischio di restare senza segretaria… Paolo sospira.
Le fa male la testa? Vuole una pastiglia?
No, no, mi passa. Vada pure. Ma deve trovare una soluzione. Suo figlio è allasilo, vero? Avrà bisogno solo se si ammala? Non ha qualche nonna, una babysitter, un parente?
Non ho nessuno replica Chiara, rabbuiandosi.
Nessuno?
Nessuno. Mia madre è mancata, e non ho famiglia qui.
Mi dispiace davvero. Allora una tata?
Non posso permettermela, almeno per ora. Però prometto che troverò una soluzione. Ha ragione, è un mio problema.
Chiara esce dallufficio. Era demoralizzata. Allasilo la aspettava Giacomo con la febbre; a casa, i soliti pensieri. Si sentiva stanca e sola. Perché tutto deve andare così? Perché è tutto così difficile? Lo sapeva già, la risposta. Come diceva sua mamma:
Non sempre Si incontrano solo brave persone. Anzi, a volte le conti sulle dita di una mano, ed è quando le incontri che devi apprezzarle di più.
E se proprio non capita?
Non esiste, Chiara. Tu che sei una matematica, pensaci: che probabilità cè di non incontrare mai una brava persona? Suvvia! Lidia rideva. Non possono essere tutti cattivi, no? In fondo i cattivi veri sono pochi, sono persone malate. Gli altri pensano solo a sé stessi. Anche noi tutti, ognuno a modo suo: chi è egoista apertamente, chi meno. Io spero che ne incontrerai tanti, di quelli buoni.
Ripensando alle parole della madre, Chiara si pentiva sempre un po di non averla ascoltata ai tempi del padre di Giacomo. Giovane ricercatore promettente, tutto un fuoco Lui aveva quella passione che mancava a lei. Solo che avevano obiettivi diversi: Chiara voleva famiglia e scienza, lui vedeva solo il presente e quando gli offrirono un posto allestero, accettò senza esitare, pure se una settimana prima le aveva chiesto di sposarlo.
Aspettiamo uno o due anni, poi si vede. Non è un problema.
Giulio Non posso aspettare. Avremo un figlio…
Lei lo vide cambiare in volto e seppe che era finita.
Dobbiamo proprio ora? Non si può rimandare? Giulio girava per casa nervoso, senza guardarla.
No. Ma non preoccuparti. Chiara prese la borsa, si fermò alla porta e, con voce ferma, disse: Ce la farò da sola, ti auguro ogni bene!
Non si videro più.
Giacomo nacque un mese dopo la morte di Lidia. Un infarto laveva colpita in ospedale, ma nessuno era riuscito a salvarla. Chiara la salutò senza piangere.
Dopo, mamma. Ora viene Giacomo, poi piangerò, va bene?
Ma nemmeno dopo riuscì. Il bambino era debole, bisognoso di cure. Non cera tempo per il dolore. Chiara viveva in automatico: lavare, pulire, spesa, passeggiata, pappa. Lasciò luniversità, non tollerando più i mormorii e gli sguardi di chi la biasimava.
Scusami mamma, sono troppo sensibile Ma non ce la faccio. Cosho fatto di male? Ho solo avuto un figlio, non ho obbligato Giulio a sposarmi Forse avrei dovuto insistere? Almeno nessuno mi guardava storto Ma tu mi avresti detto che è stupido pensare agli altri. Guarda avanti, avresti detto. Ci provo, mamma. Non va un granché, ma ci provo.
Appena fu possibile, iscrisse Giacomo allasilo. Il primo anno fu il peggiore: il bambino sempre malato, Chiara costretta a lavori precari. Si adattava a fare la donna delle pulizie in un centro estetico vicino a casa. Si ripeteva che, appena passata la tempesta, avrebbe cercato di meglio.
Ripensava a tutto questo tornando dallasilo con Giacomo con la febbre in braccio. Fermatasi in farmacia, poi a casa, salutò la vicina Antonella:
Ciao, Anto.
Ciao! Ancora? accennando a Giacomo spossato.
Già. Finalmente Chiara riuscì ad aprire la porta. Mi licenzieranno a giorni, è la seconda volta in un mese. Speravo di aver girato langolo dopo sei mesi interi senza problemi…
Ancora troppo poco. sospirò Antonella. Lo sai quanto spenderebbe per una tata? Ora che ti pagano meglio
Non abbastanza sospirò Chiara, facendo entrare il figlio. Dai, togliti le scarpe, amore.
Eh già, le tate costano. Solo per loro si lavora ormai. Peccato tu non abbia una nonna
Peccato. Ciao, Antonella, io vado appena chiusa la porta, un breve singhiozzo.
Mamma, quanto mi manchi
Ma Giacomo la riportò subito alla realtà. Lo mise a letto, gli diede il tè caldo e rifletté. Bisognava agire
Un lieve bussare la distrasse. Giacomo ormai dormiva, e lei navigava silenziosa su siti di annunci di babysitter. Chiedendosi chi non avesse usato il campanello, si avvicinò alla porta.
Buonasera, Chiara!
Sulla soglia cera la signora Giuseppina, la vicina dellandrone accanto. Si salutavano, nulla di più.
Buonasera Cè qualche problema? chiese perplessa.
Sì, in un certo senso. Non mi fai entrare? O discutiamo sul pianerottolo?
Oh, certo! fece spazio.
Giuseppina avanzò sicura, si tolse le scarpe e chiese:
La cucina è di là?
Sì
Andiamo, non svegliamo il piccolo. Il sonno è la miglior medicina.
Chiara la seguì perplessa. Giuseppina si mise a sedere stringendo le mani, la guardò dritta negli occhi:
Ti serve una nonna a ore?
Come, scusi?
Una nonna a ore. Per tenere il tuo bimbo quando serve. Se sta male o altro. Giuseppina ripeté paziente, con quel tono dolce e tenace che aveva anche la mamma.
E come dove potrei trovarla?
Non devi più cercare. Sono qui. Vuoi che sia io la tua tata?
Chiara esitò. Li sarebbe stata la soluzione perfetta ma sapeva poco di Giuseppina. Affidare così suo figlio
Ma come lha saputo che cercavo una babysitter?
Macché segreto! sorride Giuseppina. Ho visto Antonella oggi. Me lha detto lei.
Capisco Mi scusi, non fraintenda però se
Chiedi pure quello che vuoi. Devo custodire tuo figlio! Se vuoi, ti racconto io la mia storia. Poi decidi tu se vuoi un aiuto così.
Chiara la fissò, si fece coraggio e, dopo averle versato il tè e offerto delle caramelle, si sedette di fronte:
Mi racconti!
La storia era semplice e schietta.
Sono nata qui. Mio padre e mamma operai. Anchio sono cresciuta e sono andata in fabbrica. Lì ho conosciuto mio marito, ho avuto due figli. Li abbiamo cresciuti e fatti studiare. Poi mio marito se nè andato presto, nemmeno cinquantanni aveva. I miei figli, finito il militare, sono andati a vivere altrove e si sono sistemati. Sono rimasta sola. Ho anche dei nipoti, quattro: due per ciascun figlio. Ma li vedo di rado. Non avevano bisogno di me, le nuore avevano le mamme vicino, e ora che i nipoti sono grandi non servo più a nessuno. Giuseppina si commuove. Vedo i bambini del cortile e mi si stringe il cuore. Antonella mi ha suggerito di fare la babysitter. Così mi sono detta: perché no? Tu avresti qualcuno che ti dia una mano, io starei meglio. Che ne pensi? Ci pensi su? Non chiedo tanto. Ma decidi con calma, mi dirai domani.
Chiara annuì. Accompagnata la vicina alla porta, si mise a riflettere.
Che ne dici, mamma? Mi sembra strano. Ho appena pensato che avrei voluto qualcuno, ed ora è arrivata questa persona. Vuol dire qualcosa?
Dagli occhi della madre in foto, Chiara non trovava risposta. Anni di difficoltà le avevano insegnato a non fidarsi subito di nessuno. Eppure, la notte non dormì. Al mattino aveva deciso.
Signora Giuseppina, buongiorno Accetto la sua proposta.
Così iniziò la loro collaborazione. Così la chiamava Giuseppina.
Siamo colleghe, Chiara! Tu lavori, io pure. Vai serena, io tengo compagnia a tuo figlio e tu hai meno pesi sulla testa.
I suoi figli invece, la aiutano?
Sì, ma solo in caso di necessità. Se sto proprio male, allora mi aiutano. Hanno già troppi pensieri loro. Finché ce la faccio con le mie gambe, ci penso io a guadagnarmi qualcosina.
Nei primi tempi, Chiara osservava con attenzione, ma tempo poco Giacomo si affezionò. Avevano legato dal primo momento.
Dai, piccolo, hai la febbre? disse Giuseppina al primo incontro Niente paura! Ora ti preparo il tè con la marmellata e ti racconto una fiaba. Vedrai che domani starai meglio.
Ma in casa non ho la marmellata si scusò Chiara.
Lho portata io, figurati se ne hai il tempo, tu! Ora vai, ci penso io.
Dopo pochi mesi, Giacomo mostrò a Chiara abilità nuove. Sapeva già leggere e giocava bene a dama e scacchi.
Ha solo cinque anni! Giuseppina
Ma il tuo bimbo è sveglio. Sai che potrebbe andare ad un corso di scacchi? Lo accompagno io.
Prima di rendersene conto, Giacomo praticava scacchi e nuoto regolarmente.
Non mi sarei mai potuta permettere tutto questo. È tempo che io non ho! raccontava Chiara allamica Antonella Sono felicissima! Grazie davvero, Anto.
Di nulla! sorrideva Antonella Appena mia figlia cresce, ti rubo Giuseppina!
Il tempo passava, Giacomo andava a scuola e laiuto di Giuseppina serviva meno spesso, ma ormai erano inseparabili.
Chiara, secondo me sei troppo sottovalutata qui. Paolo la osservava un giorno. Con la tua preparazione potresti fare molto di più. Mai pensato a cambiare ruolo? Sei matematica, no?
Sì ma non ci ho mai pensato. Sto bene così.
Ma guarda che perdo un talento, così! Sai cosa? Ti mando a quel corso di formazione della ditta, poi vedremo dove ti puoi esprimere meglio.
Un nuovo ruolo, nuove prospettive tutto stava migliorando. La situazione economica diventava più serena, Giacomo cresceva e Chiara respirava finalmente.
Dai, Chiara, sono contentissima per te! la felicità sincera di Giuseppina si sentiva.
Il loro rapporto era ormai famiglia. Per questo, quando Giuseppina sparì allimprovviso, Chiara si preoccupò seriamente.
Antonella, dove può essere finita? Non mi ha detto nulla, non ha avvisato. È strano!
Hai provato a telefonare in ospedale?
Ci ho già provato ovunque. Ho chiamato anche la polizia, ma mi hanno detto che non sono parente.
E i suoi figli?
Hanno detto che non sanno nulla e che non possono venire
Non ci si può contare su di loro, ormai è chiaro.
Che faccio allora?
Continua a chiamare, cerca. Che altro resta?
Senza più speranze nei telefoni, Chiara iniziò a girare per gli ospedali.
Lei che parente è? Come, nessuno? E allora cosa cerca? le chiedevano, sempre con lo stesso tono.
Una settimana intera ci mise a trovarla.
È entrata senza documenti. Si è ripresa dopo due giorni, ma non ricorda nulla.
Chiara guardava Giuseppina, minuscola nel letto dospedale. Il cuore le batteva forte per la paura.
Perché non mi avete detto prima che cera? Sarei venuta subito! Cosa ha? Cosa è successo?
Investita da unauto. Probabile perdita di memoria temporanea. Lei che parentela ha? chiese il giovane medico di turno.
Sono la figlia! Dovè il primario?
Dopo alcune ore, allocata in una stanza riservata, Chiara la stringeva tra le mani.
Come si sente?
E tu chi sei?
Sono Chiara. Non si preoccupi, piano piano le tornerà tutto in mente. Ora si deve solo riposare.
I tentativi di contattare i figli furono inutili. Nessuno venne. Hanno impegni.
Pazienza! Ce la caviamo da sole! Chiara voleva scagliare il telefono, ma si trattenne. Avevi ragione, mamma. Le persone pensano solo a se stesse.
Dopo una settimana dimisero Giuseppina. Chiara la portò a casa.
Giacomo, Giuseppina non ricorda nulla. Chiamala nonna Giusy, come sempre, e cerca di tenerla tranquilla. Il medico dice che così la memoria può tornare.
Deve vivere con noi ora?
Sì!
Con aria seria, Giacomo annuì:
È giusto.
Adesso era lui il custode di Giuseppina. Tornava da scuola, riscaldava il pranzo e poi, dopo averla convinta a mangiare, si sedeva con lei per i compiti:
Appena finisco, giochiamo a dama, vuoi?
Giuseppina annuiva felice. Chiamava Giacomo nipote, Chiara figlia, e a chi importava davvero quale fosse il legame di sangue? Limportante era il benessere reciproco.
Il figlio di Giuseppina si fece vivo dopo sei mesi.
Chiara quel giorno era di corsa: era il compleanno di Giacomo. Prese la torta ordinata e, davanti al portone, fu fermata da un uomo alto, vagamente familiare.
Sei Chiara?
Sì.
Io sono Marco. Il figlio di Giuseppina.
Piacere Chiara stringe più forte la scatola.
Posso vedere mia madre?
Certo. Era ora!
Sì io Marco si impappina e Chiara lo osserva.
Non giudichi dalle apparenze. Non voglio nulla da sua madre. Lei per noi é stata importante, è stata una presenza vera quando serviva. Perciò quello che faccio ora è solo riconoscenza.
Ma non hai capito Marco si commuove e Chiara sorride amaramente.
Facciamo così: certo che la vede, è sua madre. Ma non la porto via da qui. Non insista.
Perché? Volevo riportarla con me.
Se lo voleva davvero, sarebbe venuto prima. Ora è tardi. È cambiata, e si trova bene qui. Forse nemmeno la riconoscerà. Andiamo.
A casa, Giacomo apre la porta:
Che bella scatola!
E la torta è ancora meglio! Auguri, amore! Chiara lo bacia. Presentati, Marco
Marco Ricci.
Marco Ricci, il figlio di Giuseppina.
Chi? Giacomo rischia di far cadere la torta, Chiara calma con un gesto.
Ricorda il medico? Non farla agitare. Portala in cucina, Giacomo.
Giuseppina, purtroppo, non riconosceva Marco. Lui, vedendo la madre così fragile, restò senza parole. Quella donna in poltrona, coperta di cuscini, non assomigliava più a sua madre.
Non la riconoscerà? chiede a Chiara andandosene.
Non lo so. I medici non si sbilanciano. Una cosa la so: qui è serena, e resterà qui. Venite a trovarla quando volete.
Chiara lo vede allontanarsi triste e pensa che forse non tornerà per molto, forse mai. Ma poco importa. Qui lei e la sua famiglia improvvisata hanno trovato il loro equilibrio.
Giacomo! Metti su il bollitore! Si festeggia!
Mamma, anche a nonna Giusy la torta?
Certo, la fetta più grande! Lo diceva sempre: per essere felici serve un po di dolcezza.
E anche a noi non guasta! Chiara chiude la porta, e corre in cucina con il figlio.







