Diario di Assunta
Sono cresciuta nella campagna toscana, la primogenita di una famiglia numerosa. Fin da piccola, con le mie spalle larghe e la statura che superava quella dei miei coetanei, attiravo soprannomi poco gentili: mi chiamavano Giganta, a volte Montagna, oppure con altri nomignoli che avrebbero dovuto ferire una ragazzina. Ma nessuno di quei nomi ha mai davvero attecchito: non ho mai lasciato che qualcuno mi mettesse i piedi in testa.
Con letà, anche i miei amici sono cambiati e le prese in giro sono scomparse. Ho guadagnato rispetto: sapevano di potersi fidare di me, una persona donore sempre pronta a difendere gli altri e a combattere le ingiustizie. Soffrivo per chi era vittima, che fosse un bambino o un animale. E chi offendeva pagava il conto, anche se era più grande di me.
Essere la figlia maggiore non è mai stato facile. Un abbraccio da mamma o papà era raro troppo impegnati tra lavoro nei campi, animali e altri fratelli più piccoli. Io facevo da balia agli altri, spesso a discapito dei miei sogni o dei pomeriggi di libertà. Nonostante ciò, sono sempre stata brava a scuola e trovavo spazio per fare una passeggiata con le amiche lungo i viottoli, tra olivi e cipressi. Devo ancora ricordare la prima volta che mia madre, Maria, mi ha detto parole gentili: avevo sedici anni, e il mio fratellino più piccolo, Niccolò, aveva preso una brutta influenza. Era da tre notti che piangeva senza sosta, e si calmò solo cullato tra le mie braccia e finalmente si addormentò.
“Tesoro mio, sei davvero il mio dono,” disse mamma guardandomi con occhi stanchi, sfiorandomi i capelli biondi e baciandomi dolcemente la fronte.
“Vai, mamma, riposati un po’. Niccolò sta meglio con me questa notte,” le bisbigliai. “I domani ho scuola, ma gli esami ormai li so a memoria. E tu sei esausta.”
“Dovresti dormire tu,” provò a insistere lei. “Tutta questa fatica… e domani ti tocca andare tra i banchi.”
“Sono la più grande, mamma,” risposi con un sorriso sicuro. “Non preoccuparti per me. È stato sempre così: più responsabilità, ma anche più libertà. Quando finivo i lavori di casa, voi mi lasciavate uscire. E portavo sempre con me i fratellini mica mi hanno mai pesato!”
“Che amica meravigliosa che hai,” rideva la mamma. “E io ero talmente presa da faccende e figli piccoli che quasi non mi accorgevo di quanto tu fossi cresciuta.”
Non ci serviva dormire quella notte, tanto avevamo pensieri che ci giravano in testa. Così mamma mi raccontò di aver parlato con la mia professoressa: non aveva mai controllato i miei compiti, ma era rimasta sorpresa nellapprendere che ero sempre la più brava della classe. “La scuola di paese è facile ma le superiori a Firenze sono ben diverse,” mi aveva detto la zia Teresa, sorella di mamma, che viveva in città.
“Senti, che importa cosa chiedono in città?” chiese mamma, ma io ero senza dubbi: “Voglio studiare, andarci pure io. Non resterò tutta la vita qui in campagna. Voglio provare a farcela tra i fiorentini e vedere se sono davvero brava come dicono.”
Né io né mamma potevamo dormire, soprattutto pensando a Niccolò. Ma la verità è che io ragionavo già sul mio futuro. Mia zia Teresa mi aveva offerto di ospitarmi a Firenze durante gli studi. Lei aveva fatto la sua strada: lasciato il piccolo paese appena poteva, diventata economista in azienda. Mai sposata, mai figli. Ma con me aveva un affetto speciale. Se andavo a trovarla, mi portava in pasticceria, al parco o per strade che profumavano di vita nuova.
Alla fine mamma volle lasciarmi libera: “Assunta, tu sei sempre stata la mia destra e la sinistra. Ora è tempo che pensi anche a te stessa. Vai. Passa quegli esami e inseguí la tua strada.”
Mi sono sollevata, anche se era dura sapere che lasciavo la famiglia con un carico in più sulle spalle. Ma ero decisa: volevo provarci.
Il tempo passò in un soffio. Mi diplomai e fui ammessa alluniversità di Firenze. Mi adattai senza fatica alla vita universitaria. Amici, ragazzi e ragazze provenienti da tutta la Toscana e non solo, tutto sembrava nuovo e aperto. Arrivavano sempre pacchi pieni di prosciutti, formaggi, ricotta fresca e olio doliva da casa. “Ma perché così tanto?” sospirava zia Teresa. E così, ogni volta che passavo dal collegio, mi presentavo con le borse piene di bontà: pane toscano, cotechino, ciambelloni e crostate fatte dalla nonna. Era festa per tutti.
Le mie amiche a un certo punto avevano tutte un fidanzato, tranne me. Eppure non ci pensavo troppo: i ragazzi mi trovavano simpatica e, a modo loro, mi facevano capire di piacergli. Finché una sera conobbi Edoardo.
Fu a una festa universitaria, naturalmente: io me ne arrivavo sempre con due buste piene di cibarie. Mi aiutò a portarle Yuri, magro e piccino ma con una battuta sempre pronta. “Ma come fai col peso?” scherzai, “ti stanchi prima tu che le borse!”
“E infatti chiamo un rinforzo, la mia spalla Edoardo,” rise lui, e così incontrai Edo.
Alto, elegante, con il sorriso giusto. Amava vestirsi secondo lultima moda, capello sempre in ordine e la sicurezza di chi sa di piacere. Io, invece, con la mia corporatura robusta, preferivo abiti classici, colori sobri. Nonostante tutto, Edoardo iniziò a frequentare la nostra compagnia. Non mi faceva mai complimenti plateali, eppure sentivo che tra noi scorreva qualcosa. Ci scherzavamo su anche tra amici. Yuri, ad esempio, era il più basso e magro del gruppo, io la più robusta e alta. Una volta lui finse di saltare per raggiungere la mia bocca, ed io lo sollevai tra le risate di tutti.
Yuri notò subito che piacevo a Edoardo, e lo stuzzicava: “Dai, cosa aspetti?” Ma Edo era restio. “Assunta è di campagna,” borbottava. “Si vede anche se sta da anni in città. Ed è grande. Troppo.”
Quei discorsi mi davano dolore ma la verità è che neanche lui poteva resistere: finimmo con il baciarci, col vederci di nascosto, con lui sempre esitante a ufficializzare il rapporto. Io invece avrei subito voluto che conoscesse la zia Teresa, che venisse in famiglia. Ma lasciavo correre: sapevo che era attratto da me, e io ormai ero persa.
Riuscivo a sorprenderlo con la mia forza di carattere. Quando una sera dovette correre a casa per via del fratello più giovane, che aveva fatto caos con i vicini, esitai ad andare con lui. Ma fu proprio lì che Edoardo scoprì una parte di me che non si aspettava: parlai coi vicini, risolvetti la questione, e perfino il fratellino iniziò ad ascoltarmi. Non era successo nemmeno con la loro madre!
Mi amava, sì. Ma c’era un muro tra noi un muro fatto di mondi diversi. Passarono i mesi, mi laureai, la zia mi lasciò il suo appartamento dopo essere mancata all’improvviso (quanto ho pianto, ancora la notte sento la sua voce). Edoardo si trasferì da me. Trovai lavoro, guadagnai bene sin da subito non mi serviva appoggio, nonostante la sicurezza che lui cercava di darmi.
Io e Edo sembravamo una famiglia normale, eppure qualcosa non andava. Lui iniziava a sentirsi come un pesce fuor dacqua. Io portavo in casa la campagna, cucinavo piatti robusti e genuini spezzatino, ribollita, pasta fatta in casa. Lui desiderava aperitivi chic, prosecco con olive, cenette con ostriche. Una sera mi guardò mangiare con appetito la mia pappa al pomodoro in un ristorante raffinato e mi guardò come se fossi una marziana. Col tempo lo sentivo sempre più distante, e un giorno colsi un frammento di conversazione tra lui e Yuri: “Amo Assunta, ma non riesco a farmela piacere davvero. È troppo fuori dal mio mondo.”
Non mi nascosi, non stetti ad ascoltare altro preparai le sue cose, le lasciai pronte allingresso. Quando entrò e mi vide dare il conto alle sue valigie, non poté fare altro che accettare. Pianse, urlò, cercò di spiegare. Ma io ormai avevo capito.
Passai giorni immersa nel dolore. Pian piano, tra un cambio di mobili e giornate di lavoro, tornai a galla. Tornai a casa dai miei, aiutai tra gli ulivi e la vendemmia. Quando rientrai a Firenze, Edoardo mi aspettava sotto casa con i gigli in mano e promesse sussurrate. Gli risposi con un sorriso vuoto: ormai mi era indifferente.
Poi arrivò Michele, uomo concreto, con radici profonde e sogni stabili, con cui avrei costruito ciò che desideravo. Edoardo tornò a cercarmi, più volte ma aveva ormai perso la donna che aveva imparato ad amare tardi, troppo tardi.
E io, ogni notte, mi rimbocco le coperte e penso a chi sono, e a quanto valga la forza di restare me stessa. Anche qui, tra le colline e le mura di Firenze, resto comunque Assunta figlia di contadini, sorella maggiore, donna vera.







