Felicità complicata
Ma come… ci separiamo? Davide, stai scherzando?
Lucia guardava il marito con occhi smarriti. Sepa-rarsi? Ma erano insieme da quasi venticinque anni! Tra due settimane avrebbero dovuto festeggiare… O forse non più? I pensieri si aggrovigliavano come spaghetti nel piatto. E il ricevimento, gli invitati? Gli inviti li aveva già spediti… Sarebbero arrivati tutti. Famiglia al completo. Gli amici continuavano a chiamarla, chiedendo cosa regalare. Alcuni, come Carla, la sua migliore amica, avevano già mandato il loro dono. Era un peccato che non sarebbe potuta venire; troppo lontana e al sesto mese di gravidanza. Meglio così, stia tranquilla a casa, poi si rivedranno e festeggeranno di nuovo. Carla aveva avuto un ruolo fondamentale nella loro storia; era stata lei a presentare Lucia a Davide, suo compagno di università. Poi, al matrimonio, urlava più forte di tutti “Baciatevi!”, riparandosi dal finto sdegno di Lucia col bouquet che la sposa le aveva direttamente consegnato, senza neppure lanciarlo.
Non capisco cosa aspetti tuo Marco, con una ragazza come te!
E dove vuoi che vada? le sistemava i capelli Carla Ognuno ha i suoi tempi, Lucia. Non è ancora pronto. E che me ne farei mai di un marito acerbo, solo per divorziare dopo due anni? Meglio aspettare che maturi. Mi sa che hai pianificato troppo avanti! Lucia rideva di gusto guardando la sua amica ritoccarsi il rossetto con aria imbronciata.
Io non riesco a vivere a metà. Se faccio una cosa, la faccio tutta.
E figli, Carla? Tutto subito anche quelli? Non un figlio, ma due?
Certo! Voglio gemelli! Un parto e via, pacchetto completo. In famiglia da noi e in quella di Marco ce ne sono stati, quindi ci sono ottime probabilità. E poi bisogna crescerli i gemelli, sai?
È più facile che crescerne uno solo.
Perché?
Semplice, Lucia: competizione sana, complicità, compagnia costante. E lo status di madre dellanno: crescere due figli in una volta! Vuoi che continui a elencare i vantaggi?
No, basta, basta! Lucia rideva, quasi certa che Carla avrebbe ottenuto tutto quel che sognava.
Così fu. Ma lassù qualcuno aveva più senso dellumorismo di Carla, e al posto dei gemelli arrivò una tripletta. Forse il cielo voleva metterla alla prova e osservare come se la sarebbe cavata.
E Carla ce la fece. Al momento giusto, la famiglia del marito laveva già adottata. Mai servile, sempre presente, calma, pronta ad aiutare chiunque. Ma il vero aiuto arrivava da Marco, che messo allopera da Carla (con la scusa che sarebbe poi toccato pure a loro aver bisogno daiuto) si lasciava guidare. Arriverà anche per noi il giorno del bisogno! diceva lei Vuoi la pasta al tartufo stasera? Allora vai da mamma e monta la libreria nuova. Ti ci vorranno due ore e lei sarà felice. Dille che vado io a pulire le finestre la prossima settimana.
Così, quando Carla ebbe bisogno di chi aiutarla coi bimbi, due nonne e un nonno furono sempre disponibili, giorno e notte. Carla crebbe tre figli nati prematuri, si iscrisse nuovamente alluniversità.
Carla! Sei matta? Quando pensi di avere tempo per tutto? Lucia era sconcertata.
E chi vuoi che osi mettere un sei a una madre di tre gemelli? In più tengo la mente attiva, e dopo la maternità mi ritrovo pure professionista, economista e laureata in legge! Cosa mi manca?
La laurea la prese brillantemente, e poco dopo trovò lavoro facilmente, assicurando il datore che lo stipendio le sarebbe bastato per la tata.
Carla, così non ti resta nulla!
Macché tata, per ora bastano le nonne, ma il capo non ha bisogno di saperlo! E poi mi serve esperienza. Che ci faccio con il titolo se non so mettere in pratica nulla? Un paio danni a stipendio minimo e poi potrò scegliere io le condizioni altrove.
Lucia guardava la vita della sua amica chiedendosi, incredula, come una donna riuscisse a fare tutto insieme senza stancarsi davvero, mentre lei da sempre faticava a scegliere anche solo le calze da indossare, rosse o blu.
Ma almeno tu, quando decidi qualcosa, lo fai davvero bene. Io invece vado avanti e indietro come un autoscontro! la rassicurava Carla Tu sei una tradizionalista, Lucia. I tradizionalisti sono i più affidabili di tutti.
Affidabili… Già! Davide ne aveva fatta di affidabilità! Come poteva? Perché? In fondo, vivevano bene! È vero, non avere figli rendeva tutto più complicato, ma si erano rassegnati. Lucia era stata volontaria in una casa famiglia e aveva capito che non sarebbe mai riuscita ad adottare un bambino estraneo; non era questione di forze o soldi. Temeva di non riuscire a diventare una vera madre, di non riuscire ad amare come si dovrebbe. Anche se non capiva bene in che modo si amasse “giusto”.
Deve solo arrivare tuo figlio. disse la direttrice, Signora Silvana, osservando i volontari danzare con i bambini intorno allalbero. Lucia fissava i piccoli con tanta malinconia che anche la temprata Silvana era turbata. Quando lo vedrai, sparirà ogni dubbio. Niente ti fermerà: difficoltà o problemi.
E se non capita? Se io non sono fatta per essere madre? Lucia sistemava i doni sui tavoli, voltando le spalle allalbero.
Allora non lo sei. Silvana lo disse così naturalmente che Lucia sobbalzò. Meglio così che prendere un bambino e poi accorgersi di non farcela. Non cè nulla di peggio che restare in balia del dolore, tu e lui. Vedi Simone? Lhanno già restituito due volte.
O Dio! Ma come si fa? Ha sei anni appena!
Nella prima famiglia è stato due anni, nella seconda uno solo.
Come mai?
Nella prima appena sono riusciti ad avere un figlio loro Simone è diventato di troppo, purtroppo. Nella seconda: famiglia numerosa, lui era il quarto, sono crollati. A distanza di un anno si era chiuso in un angolo e non mangiava più. Chiedeva di tornare alla casa-famiglia, perché nessuno lo amava. Il nostro psicologo ci ha provato, ma niente. Meglio se nessuno sillude, Lucia, io tremo per lui. È piccolo e già senza fiducia, senza speranza. Lo sguardo di uno che ha perso tutto. Servirebbe un amore raro, anzi, unico al mondo.
Quel colloquio gettò Lucia in un abisso tale da frenarla dallimpulso di farsi avanti per Simone. La riportò lucida Carla, col suo ragionare:
Sei sicura? Vuoi davvero dargli quellamore? Se lo prendi per compassione, lascia perdere. Ti prego, Lucia, non essere una di quelle che tradiscono. Vuoi provare cosa significa essere madre? Vieni a casa mia, prendi un mio figlio in affido temporaneo. Così capirai davvero cosa significa.
Lucia aveva rinunciato. Non andava più alla casa famiglia, ma ogni giorno pensava a Simone. Era diventato una specie di faro interiore, una piccola voce che ricordava di non nuocere mai a nessuno.
Lucia si strinse le braccia sulle spalle. Perché faceva così freddo? Era solo autunno, i termosifoni andavano già. Cosa doveva fare? Forse doveva aiutare Davide a fare le valigie? Quali cose portare? Anche gli abiti pesanti? A casa, in Piemonte, lestate era corta e lautunno rapido… Quando viveva con la mamma in Liguria, non sapeva nemmeno cosa fossero il freddo e il gelo. Passava linverno con una giacca leggera; i cappotti tirati fuori solo se si andava tra i monti… Lucia capì che non desiderava altro se non tornare dalla mamma e sparire con lei per qualche giorno sulle Dolomiti. Solo loro due e la libertà. Ma la mamma non cera più. E ora neppure Davide.
Dio, non voleva affatto quella libertà, voleva Davide, la loro routine caffè la mattina e anche a notte fonda, quando non si dormiva, discorsi infiniti solo per il piacere di parlarsi, fughe a teatro o fuori città. Non sapevano mai pianificare nulla; i giorni migliori erano i più imprevisti e spontanei. Davide la chiamava e diceva:
Lucia, che fai?
Sono incasinata! Ho due colloqui di lavoro e poi vado in banca.
Lascia stare, andiamo a camminare da qualche parte?
Lei mollava tutto e unora dopo erano nel bosco, a scambiare parole vuote e silenzi pieni. E stavano bene…
Oggi quello “bene” era ormai passato. Solo suo, il passato. Lo avrebbe ricordato solo lei, non lui. Lui avrebbe avuto il futuro. Con la nuova, quella che aspettava un bambino… Ecco il punto, il bambino. O forse il matrimonio stesso era stato una finzione? La prima cosa Lucia poteva provare a comprenderla. La seconda… no. Perché significava che lei non era stata capace nemmeno di rendere felice il suo unico amore.
Stava alla finestra della cucina, le ginocchia strette contro il termosifone caldo, incapace di muoversi. Sentiva Davide muoversi per la casa, aprire e chiudere cassetti e porte. Era talmente in preda ai brividi che persino il suo unico vaso, quello portato anni prima da Carla, scivolò sul bordo della finestra. Quando finalmente la porta di casa sbatté, Lucia lasciò andare le mani sul davanzale, affondando le dita, poi lasciò cadere il vaso a terra e urlò.
Non andò meglio. La terra nera e i cocci sparsi sul pavimento la riportarono bruscamente alla realtà. Giusto così, tutto è nero oramai. Nessuna luce. Se nera andata un attimo fa, sbattendo la porta, lasciandola sola. Ora avrebbe dovuto camminare a tentoni, senza altri riferimenti.
Solo uno era rimasto…
Lucia si staccò dal termosifone, camminò sopra i cocci ignorando la fitta dei tagli e raggiunse la camera. Prese il cellulare lasciato in carica.
Carlaaaaa…
Non era nemmeno un pianto. Un ululato animale le uscì dalla gola e non riuscì a dire altro. Ma a Carla non servivano spiegazioni.
Davide è andato via?
Sììì…
Ok, arrivò domani.
Sei matta! Non farlo! Stai a casa, ti prego! Non me lo perdonerei mai se succedesse qualcosa a te o al bambino… Aspetta Lucia si zittì, cominciando a capire. Lo sapevi già?
Più o meno. Ultima volta che siete venuti, Davide non mi guardava negli occhi. Ora capisco. Lucia, è meglio così.
Ma come meglio, Carla? Non ho più niente! Mi è rimasto nulla, capisci? Tutta la mia vita se ne è andata… Cosa faccio adesso?
Comprati un vestito!
Cosa?! Lucia per poco non fece cadere il telefono.
Hai capito bene: il vestito che hai sempre rimandato di comprare. Prendilo ora, subito! Poi mostralo a me. Non piangerti addosso, non serve a nulla! Compralo e poi vieni da me, in treno o con laereo. Sto bene, ho bisogno anche io di aria, andiamo tra i monti! Ma tu devi partorire a breve!
Appunto! Sembra che io sia una disabile? Staremo in albergo comodo. Passeggiata tranquilla, niente follie. Non essere egoista. Ne ho bisogno pure io! Fatti viva tra mezzora col numero del volo. Forza!
Carla chiuse la chiamata. Lucia rimase interdetta. E adesso?
Risposta arrivò da sola. Lucia si mise davanti allo specchio. Era lei: tutti gli anni sulle spalle, ma neanche così anziana. Non era finita. La giovinezza era lontana, ma non era ora di seppellirsi. Niente affatto! Carla aveva ragione. Se Davide pensava che lei si sarebbe chiusa in se stessa a struggersi per lui, si sbagliava. Carla aveva ragione.
Lucia si passò una mano tra i capelli, scacciò le lacrime e si raddrizzò. Doveva muoversi. In fretta.
Mandò messaggi per annullare tutto, poi chiamò ristorante e altri contatti. Fatto!
Prese la scopa, dimentica dei due aspirapolvere, e si mise a pulire la cucina. Poi, avrebbe comprato un altro vaso, ora non era il momento.
Il vestito sembrava cucito su di lei. Rosso, acceso, diverso da tutto ciò che Lucia aveva indossato negli ultimi tempi. Preferiva colori sobri, lasciando ai toni forti lamica Carla, regina della teatralità simpatica. Ma ora improvvisamente era diverso. Perché no? Forse poteva piacersi anche lei.
Lo specchio rifletteva unaltra Lucia: sì, stanca, confusa e triste, ma non spezzata. Qualcosa ancora cera. E nessuno lo avrebbe portato via. Forse non riusciva ad arrabbiarsi davvero. Forse capiva il gesto di Davide e sapeva quanto fosse difficile lasciare un amico, ancora più che un marito… Oh, Davide, ma perché allora?
Il volo fu complicato, con scalo, ma nessuna delusione. Più distrazioni, meno pensieri cupi.
Fu una boccata daria fresca. Tra gite sulle mulattiere e chiacchiere infinite, Lucia sentiva il peso sulla schiena scivolare via. Carla sapeva trovare parole che ridimensionavano i dolori, cambiando prospettiva a tutto.
Torna qui, Lucia. Che vuoi farci da sola a Torino? Il lavoro? Centro per bambini? Anche qui servono! Hanno appena costruito un quartiere nuovo, qui potresti aprire dieci centri e sarebbero pochi. Tuo padre è malato, lo volevi trasferire vicino a te, ora non serve cambiare nulla. Vivi con lui, o prendi un appartamento qui accanto. Pensa a te.
Lucia ci pensò. E alla fine di quello strano viaggio decise che sì, era la cosa giusta.
Divorzio, vendita di casa e auto, sistemazione dei documenti. Tutto passava via, lasciando solo ricordi ed esperienza. Cercando di separare emozioni e fatti, incontrò poche volte Davide, trattenendo le lacrime, poi cancellò il suo numero e si impose di dimenticare.
A Genova la accolsi una vera primavera, fiori di melo, sole. Respirava meglio e si buttò nellorganizzare la nuova vita. Non andò a vivere dal padre, ma comprò casa accanto. Capì subito, vedendo una donna semplice e sorridente sulla porta la compagna del padre, Signora Rosa che era giusto così. Nulla da spartire, solo la felicità di vederlo di nuovo innamorato. Lucia, assistendo al padre che lavorava in giardino mentre Rosa preparava il tè, provava solo gratitudine per lenergia che la compagnia aveva riportato nella sua vita.
Tuo padre è ancora un belluomo, vero, Lucia? Rosa guardava il padre con aria trepidante. Era chiaro: lamore cera, viveva. A qualcuno è concesso facilmente, a qualcun altro arriva con fatica, e ad altri si nasconde sempre.
Quello che Lucia vedeva dava speranza. Se il padre aveva incontrato la sua anima gemella quasi alla fine del viaggio, forse anche il suo uomo, per Lucia, era dietro langolo.
Un anno volò. Due centri per bambini in quartieri nuovi lavoravano a pieno regime; il da fare era tanto che il passato sbiadiva. Ma anche dopo aver rinnovato tutto, taglio di capelli e guardaroba nuovi, persino prendendo quel cane che aveva sempre desiderato, la malinconia tornava la sera. Sedeva in cucina al buio, a far girare la tazza di tè raffreddato, pensando che avrebbe dato tutto, se solo Davide avesse aperto la porta, accendendo la luce e chiedendo:
Che cè, Lucia? Vai male? Ti faccio un tè e mi racconti.
Lucia lo sapeva che era sbagliato: bisogna tagliare col passato, ma non riusciva a cancellare Davide dal cuore.
Quando quasi un anno e mezzo dopo la vendita della società spuntò un problema fiscale, Lucia fu quasi felice. Viaggiare, risolvere pratiche, carburare di nuovo. Ottimo!
La pratica fu rapida. Rimase un giorno libero prima del ritorno. Si mise a passeggiare in città, poi si spinse nel vecchio quartiere dove aveva vissuto con Davide. Cosa la spingeva lì? Curiosità, forse. O nostalgia. Uno dei centri era ormai chiuso, laltro fioriva ancora; Lucia sbirciò dentro a vetrata, sorridendo a vedere i bambini immersi nei colori, il giovane insegnante impersonare un orso con i piccoli che ridevano a crepapelle. Era bravo, ai bambini piaceva. E questo era tutto.
Lasciando il centro, passò davanti alla vecchia palazzina di famiglia, al parco dove sognava di portare i propri figli, alla grande area giochi. Il sentiero la chiamò da solo: panchine nuove, fontana rimessa a nuovo.
Sulla panchina davanti al getto dacqua, vide un uomo col passeggino. Solo dopo alcuni passi lo riconobbe: era Davide. Prima, non seppe dire cosa fosse cambiato in lui. I capelli ormai bianchi daltronde, in famiglia erano precoci ma gli occhi spenti, la postura piegata di chi patisce, le spalle strette come se volesse sparire. Lucia non riuscì a passare oltre. Qualcosa la spinse ad avvicinarsi.
Davide…
Lui trasalì e chinò la testa, senza riuscire a incontrare gli occhi di Lucia.
Ciao, Lucia.
Lei si sedette accanto a lui:
Come stai?
La domanda era così stupida e fuori posto che le venne voglia di scappare, ma rimase. Davide fermò il passeggino e la guardò:
Male, Lucia. Male.
Perché?
La peggiore delle domande, eppure necessaria. Se non avesse compreso davvero, non si sarebbe liberata mai.
Perché sono solo. Uno stolto che ha buttato via tutto: così, per caso, e adesso non mi resta niente.
Non è vero. Lucia capì che avrebbe voluto cancellare gli ultimi due anni. Hai tutto ciò che ti serve. Magari più di quanto hai lasciato a me.
Si rivolse al passeggino.
Maschietto o femminuccia?
Femmina. Eva.
Hai una figlia, una giovane moglie… Cosa ti manca?
Non ho più moglie. Mila non cè più. Il parto è stato duro.
Lucia sbiancò. Non le importava più se quella donna aveva rotto tutto. Provò compassione per la giovane, che in fondo aveva solo colto una chance alla cena aziendale, quando Davide, chissà perché, quella sera si era lasciato andare come mai prima. Fatto sta che la vita aveva deciso così e il risultato dormiva tranquillo nel passeggino.
Rimasero a lungo senza parlare, poi partirono le parole, tutte insieme, come una diga che crolla: Eva si svegliò e vide le luci brillare nel parco e le stelle accendersi in cielo, una dopo laltra.
Lucia si alzò per vedere la bambina e si fermò, affascinata da quel viso piccolo.
Quando vedrai tuo figlio, capirai. La voce di Silvana, dalla memoria, tornò più reale che mai.
E sei mesi dopo, proprio lei, la signora Silvana, la chiamò in ufficio: portava un ragazzino scuro di capelli, serissimo, poi uscì e li lasciò soli.
Simone, sai perché sono venuta?
Per me.
E vuoi vivere con me?
Non so. Non credo che mi prenderai.
Il ragazzo la osservava senza emozione. Una fiammella si era accesa per un istante, quando Lucia aveva chiesto se voleva vivere con lei, ma subito sera spenta quando lei tirò fuori delle foto.
È suo marito?
Sì.
Questa è sua figlia?
No, Simone. Non è mia.
La scintilla tornò, e Lucia le impedì di spegnersi.
Non è mia figlia, ma sarò mamma anche per lei. E per te. Se lo vuoi tu.
Mi restituirai.
Perché?
Tutti mi restituiscono.
Io non sono tutti. Sai perché?
No.
Perché so cosa vuol dire perdere tutto, restare senza nessuno che ti voglia bene. Fa malissimo.
Lo so…
Sai chi è una mamma, Simone?
No.
È quella che mai permetterà che il suo bambino soffra così tanto.
Le dispiaccio, vero?
Lucia lo fissò a lungo e poi scosse la testa.
No. Non voglio compatirti. Voglio volerti bene. Voglio che tu stia bene. E anche che Eva abbia un fratello maggiore. Forte, coraggioso. Che la protegga sempre. Ce la facciamo, secondo te?
Simone rimase zitto, fissandola dritta negli occhi. Capiva che quella donna era bella, sorrideva, ma dietro cera anche tanta nostalgia. Il vestito rosso era così acceso che Simone non seppe resistere: lo accarezzò sul braccio, piano.
Ti piace?
Tantissimo.
Anche a me. Lho comprato in un momento bruttissimo. E mi ha dato forza. Adesso adoro questo colore.
Anche a me piace. Simone accarezzò di nuovo la stoffa Voglio provare.
No, Simone, noi non proviamo. Noi facciamo e basta. Perché è giusto così. E non ti lascerò mai. Ma tu aiutami, daccordo? Non so ancora come si fa la mamma, ma vorrei riuscirci. Per te. E per Eva. Se me lo permettete. Mi aiuterai?
Lui annuì, e Lucia finalmente respirò.
E qualche anno dopo, su un sentiero tra i boschi, una famiglia camminava in fila indiana. Un ragazzino magro dai capelli scuri controllava una scatenata sorellina che cercava di scappare dai genitori ad ogni occasione.
Eva, nel bosco ci sono i lupi!
No!
Sì! E anche orsi… grandi e affamati.
Le loro mamme non cucinano?
No, la loro mamma non sa fare la pappa.
La nostra la fa buona.
Sì.
Dille di farne per gli orsi, così non hanno più fame.
Mamma! Eva dice che dobbiamo portare la pappa agli orsi!
Di semolino? Lucia, un po affannata, raggiunse i figli Mamma! Eva protestava dimenticando i cespugli Tu non sai fare il semolino! Gli orsi non lo vogliono coi grumi!
Ah, furbetta! Lucia sollevò la bimba e le diede un bacio sul naso Questo non ti piace, ma agli orsi piacerebbe tantissimo! Grumi compresi!
Dallo a loro domattina! Eva si appese al collo della mamma E pure il miele, quello di ieri!
Ehi no, quello piace a me! Lucia la passò a Davide, diede una pacca sulla testa a Simone Allora, Simone, che dici, semolino per gli orsi?
Io non voglio rientrare, mamma. Abbiamo ancora troppe cose da vedere. Se Eva inizia a nutrire tutta la fauna locale, poi non usciamo più dallalbergo. Forse meglio lasciarli a stomaco vuoto!
Lucia scoppiò a ridere e si voltò.
Eva, li sfameremo più avanti, ok? Imparerò la ricetta giusta.
Va bene! Eva acconsentì così rapida che Lucia e Simone si guardarono divertiti.
Oh mamma! disse lui indicando la sorella.
Oh figlio! rispose Lucia. Tienila docchio, che qui finisce che non solo diamo da mangiare agli orsi, ma troviamo pure il mostro degli Appennini, e magari qualche creatura che nessuno conosce. E dovremo portarceli tutti a casa, perché questa signorinetta non li lascia certo qui, senza amore né pappa.
Le risate si persero tra i fiori dei prati, rimbalzando tra i sentieri e svanendo nellaria rarefatta. Il mattino prometteva luce sulle vette, come un giorno appena nato.







