La strada senza ritorno

Strada senza ritorno

La polvere nella vecchia valigia blu puzzava di viaggi lontani, nonostante fosse rimasta per quindici anni in cima allarmadio a raccogliere silenzio. Vera non riuscì a tirarla giù al primo colpo: impigliò la cinghia nello sportello, urtò di spalla lanta, solo allora la mise per terra davanti al divano. Lì c’erano già ordinate alcune pile: due maglioni, una sciarpa pesante, un quaderno dalle pagine bianche, il mini-kit del pronto soccorso, una tazza con una sbeccatura sul manico.

Lappartamento era quasi vuoto.

Sui muri spiccavano rettangoli sbiaditi dove prima cerano delle cornici. Dal frigorifero arrivava un ronzio monotono. Dal guardaroba aperto usciva un odore di amido e qualcosa di famigliare, talmente famigliare che Vera chiuse subito lanta con il palmo della mano, quasi volesse ricacciare indietro il profumo.

Si accovacciò, tirò la zip. La cerniera non ne voleva sapere.

Come sempre, del resto.

Gleb amava dire che le cose si comprano per durare. Valigie, tavoli, pentole, persino le tende. Non per tirchieria. Semplicemente non capiva perché cambiare quello che è ancora intero. Dopo tanti anni, anche Vera si era abituata a questa filosofia: se sta in piedi, non toccare. Se non cade, lascia fare.

Anzi, no.

Più che altro, aveva imparato a non fare domande dove tanto è già stato deciso senza di lei.

Il cellulare vibrò sul davanzale. Non corse subito a vedere, ci andò dopo un minuto, quando la zip tornò a incantarsi.

Gleb aveva scritto: Lascia le chiavi dalla portinaia. E i documenti della lavatrice, se li trovi.

Né ciao, né un punto finale. Ordinario. A leggerlo sembrava non avessero condiviso metà della vita adulta, ma solo una mensola nel ripostiglio.

Vera girò il telefono a faccia in giù e si ributtò sulla valigia. La cinghia era rigida, il manico caldo di mano. Nellangolo sinistro la fodera si era scollata e il dito le sprofondò sotto la stoffa.

Si immobilizzò.

Pensò fosse cartone sfatto dagli anni. Poi sentì una busta. Sottile, secca, col bordo polveroso. Sotto cerano altri fogli piegati.

Vera li distese per terra.

Sul primo cera una striscia di cobalto, storta come un fiume su una mappa. Sul secondo, un quadrettato, fatto di grigio, panna e blu scuro. Sul terzo, una nota breve col suo stesso tratto: lino, filo morbido, non troppo preciso.

Si sedette direttamente sul tappeto.

La busta era a suo nome. La carta ormai gialla agli angoli. In alto a sinistra Ivrea, laboratorio di disegno tessile. Sotto la data. Giugno, quindici anni fa.

Vera lesse la riga dinvito una volta. Poi ancora. E di nuovo.

Le mani diventavano fredde, nonostante in casa ci fosse il termosifone acceso.

Ecco dov’era finita.

Laveva cercata quella lettera. Se lo ricordava benissimo. Non la data, non il giorno preciso. Ma proprio quella mattina, quando guardò nella cassetta della posta, salì con la busta e restò per un bel po fuori dalla porta, senza infilare la chiave. Le sembrava: adesso entro, la faccio vedere a Gleb, e tutto si risolve. Lui leggerà, le sorriderà, dirà: ma certo, vai, è la tua strada.

Macché.

Non gliela fece vedere. La nascose. Da sola. Proprio lì, sotto la fodera, in quella vecchia valigia che già allora stava lassù.

Di quella sera ricordava solo dei flash. Lasse da stiro davanti alla finestra. La sua camicia bianca appoggiata sulla sedia. Il ticchettio del cucchiaino contro la tazza. E la voce.

Ma davvero pensi di andarci da sola?

Sono solo tre mesi.

Vera, fai fatica da sola persino ad arrivare in stazione. Figurati tre mesi.

Lo disse senza scherno. Calmo. Quasi gentile. Talmente piano che era difficile ribattere. Lei allora prese il bordo del tavolo, guardò la camicia, il ferro, la lettera nella mano e rispose tuttaltro da quello che voleva:

Ma no, stavo solo chiedendo così.

Fine.

Quante cose si spezzano non per una parola cattiva, ma proprio per quel tono tranquillo. Come se qualcuno avesse già pensato per te. Come se ti proteggessero. Come se fosse meglio, per il tuo bene, mollare losso.

Vera prese il foglio con la striscia di cobalto e lo portò vicino alla finestra. Il colore si era un po scolorito. Ma la linea reggeva. Testarda. Viva.

Il telefono vibrò di nuovo.

Questa volta chiamava proprio Gleb.

Lei fissò lo schermo, lasciò squillare finché tacque. Poi arrivò un nuovo messaggio: Se non trovi i documenti, dimmelo. Passo io stasera.

Vera si alzò, andò in cucina, spense il frigo. Allimprovviso la casa diventò silenziosa. Talmente silenziosa che si sentiva una sedia che qualcuno trascinava nellappartamento sopra.

Ritornò, chiuse la valigia, la riaprì, cacciò dentro la busta e i fogli, sopra mise il maglione, il quaderno e la tazza sbeccata. Si fermò. Riprese la tazza.

Al suo posto mise delle matite colorate. Vecchie, trovate nel cassetto della credenza.

Perché?

Manco lei lo sapeva. O forse non se la sentiva ancora di dirlo ad alta voce.

Ma la valigia era fatta.

La mattina la banchina puzzava di ferro bagnato e di caffè da distributore. Vera stringeva il biglietto talmente forte che le rimase il segno del bordo sulla pelle. La valigia blu le stava vicino ai piedi, le rotelle sempre un po storte come sempre.

Arrivò in stazione troppo presto. Era la sua vecchia mania: meglio stare quaranta minuti sotto ai tabelloni che correre allultimo. Gleb ci aveva sempre riso sopra.

Anzi, non rideva. Sogghignava.

Vera comprò un caffè, ne bevve un sorso e lasciò lì. Lamaro le rimase sulla lingua. Accanto a lei una signora con il piumino contava i contenitori in una borsa enorme e diceva al telefono:

Sì che glieli porto, sì! Non è mica la prima volta!

Vera si sorprese ad ascoltare quella voce come una musica. Serena. Sicura. Semplice.

Il treno arrivò puntuale. Nellambiente aleggiava odore di polvere calda, tappezzeria vecchia e le mele di qualcuno. Vera alzò la valigia sulla cappelliera con fatica, sedette accanto al finestrino e solo dopo si accorse che stava sorridendo. Non un gran sorriso; appena accennato, come se provasse il viso di unaltra, ancora incerta che le stesse bene.

Fuori passavano lentamente depositi, recinzioni, cortili grigi. Poi campi. Poi alberi nudi, sottili, scuri. Vera prese la busta, tirò fuori i fogli e li sistemò sulle ginocchia.

Di fronte a lei cera una ragazza, ventanni scarsi, in un giacchino corto che lavorava a maglia una manica grigia. Gettò un occhio ai fogli e chiese:

Li ha disegnati lei?

Vera stava per rispondere di no. Quasi per riflesso.

Sì, disse. Tempo fa.

Belli.

E tornò alle sue maglie.

Solo quella parola le lasciò la bocca secca. Un termine semplicissimo. Non grande. Non solenne. Ma pronunciato come se non obbligasse a nulla. Come se la bellezza potesse esistere e basta, senza permesso, senza utilità, senza spiegazione.

Guardò di nuovo le linee, le griglie, le note sullorlo e si ricordò di sé, allora. Ventotto anni. Capottino leggero, mano sporca di tempera blu, pila di riviste di tessuti sul comodino. Allepoca era convinta che la vita sarebbe iniziata “subito dopo”: dietro langolo, dopo il matrimonio, dopo che si sarebbero sistemati, pagato la prima rata, comprato un armadio, un buon bollitore, nuove tende. Tra un po. Tra un po. Un pochino ancora.

Poi però gli anni sono andati diversamente.

Allapparenza tutto era dignitoso. Lavoro in biblioteca, casa dignitosa, cene della domenica da sua suocera, ferie in agosto, sedie nuove in cucina, sempre la stessa insalata a Capodanno. Gleb sapeva come vivere in piano. Anzi, era così pure in matrimonio: ordinato, affidabile, comodo per tutti. Non alzava la voce. Non rompeva piatti. Solo che intorno a lui tutto pian piano prendeva la forma che faceva comodo solo a lui.

Vera se ne accorse col tempo.

Come si nota la pendenza del pavimento in una vecchia casa. Vai, posi la tazza, chiudi la finestra, appendi lasciugamano. Solo che, a un certo punto, capisci che per anni hai camminato nel verso imposto dal pavimento.

Il treno sobbalzò su uno scambio. La busta scivolò un po. Cadde un altro foglio. Non era un disegno, ma un bigliettino piegato.

Se ci ripensa, torni uguale. Un posto si trova sempre per chi ha locchio vivo.

Senza firma. Solo un numero di telefono, ormai morto e sepolto.

Vera fissò a lungo quel messaggio. Le dita tamburellavano sul tavolino in modo nervoso.

Se ci ripensa, torni uguale.

Ci era tornata.

Dopo quindici anni. Ma era tornata.

Ivrea la accolse col vento, lasfalto bagnato e un cielo basso senza nemmeno un fazzoletto chiaro. In piazza davanti alla stazione pullulavano autobus con portiere che sbattevano, qualcuno trascinava trolley sulle lastre. Vera indossò i guanti, tirò su il bavero e, con calma, si avviò verso la fermata.

Aveva trovato lindirizzo del laboratorio in unagenda vecchia, la notte prima, mentre faceva le valigie. La via era stretta, due file di pioppi, palazzi di quattro piani con i primi occupati da laboratori, forni o parrucchieri dalle insegne stinte dal sole. Il posto giusto era un palazzo grigio con le finestre nuove. Nessuna targa di laboratorio tessile.

Vera rimase là davanti a leggere nomi sui campanelli, come se potessero cambiare davanti ai suoi occhi.

Niente.

Dentro ora cera un negozio di lampadari. Paralumi, lampadine e scatole ammucchiate. Il commesso dietro il banco fece spallucce.

Non ne so nulla, sono qui da poco.

Prima cosa cera?

Mah, chieda ai vicini, magari sanno

Neanche i vicini sapevano. Una signora nel minuscolo atelier due portoni dopo disse solo:

Qui si chiude e si apre di tutto, signora cara.

Tornò subito a lavorare la cerniera su un piumino.

Vera uscì fuori, si sedette sulla valigia nella corte. Le ginocchia bagnate dalla neve che si scioglieva sul tessuto del cappotto. Le maniche fredde. In mano la busta.

Apposto.

Era arrivata in una città che per lei, per tanti anni, non era nemmeno esistita. Trovato il portone dietro cui ormai cera solo altra luce e altre scatole. Bella pensata. Una donna adulta con la valigia, dei fogli di tempera e una nota senza firma.

Dai, ridiamoci sopra.

Abbassò la testa e guardava la goccia sottile di acqua sciolta che le arrivava allo stivale. Da una porta usciva vapore, odore di amido. Era un profumo caldo, quasi domestico, ma in cui non riconosceva nulla dalla sua vecchia cucina.

Vera alzò la testa.

Sopra una porta, una targhetta sottile: Sartoria. Confezioni. Riparazioni. Tende.

Non latelier due case più in là, no. Un’altra. Più in fondo, nellinterrato, una scaletta con passamano spelacchiato. Sul vetro, un pezzo di tulle, dietro si vedeva una sagoma che si muoveva.

Vera si alzò, prese la valigia e scese.

Dentro era stretto ma luminoso. Tre manichini appoggiati al muro. Un tavolo invaso dalle stoffe. Il ferro che sbuffava vapore. Sul davanzale una tazzina piena di spilli. Dietro al tavolo una donna con gli occhiali legati dal cordino e un maglione nero cosparso di gessetto.

Alzò lo sguardo.

Da accorciare o allargare?

No, ecco Vera inspirò. Sto cercando il vecchio laboratorio di disegno tessile. Era qui in zona.

La donna spense il ferro.

Cera. Tempo fa. Prima ancora che il vicino portasse qui i lampadari.

Sa dove si siano spostati?

E chi può dirlo… qualcuno lavora da casa, qualcuno è andato via… Qualcuno ha proprio smesso.

La donna si tolse gli occhiali, studiò i fogli tra le mani di Vera e indicò:

Quello cosè?

Vera glieli diede senza quasi pensarci. Li aprì, li distese sul tavolo.

Ha fatto tutto lei?

Sì.

Quando?

Anni fa.

Si vede. Passò lo sguardo sulla striscia blu. Ma locchio è giovane.

Vera sgranò gli occhi.

Come?

Dico che locchio è giovane. Vede dove spezza la linea? Non segue il righello, la sfasa appena. Così non è mai noioso. Raro oggi, farlo senza forzature.

Restituì i fogli.

Io mi chiamo Raissa.

Vera.

Arrivata apposta?

Vera annuì.

Raissa sospirò, ma era uno di quei sospiri dove suona la comprensione e non la pietà.

Prende un tè?

Vera stava per rifiutare. Ma si sentì rispondere:

Volentieri.

Il tè sapeva di mela e erbe secche. Raissa portò due tazze: una con un bordino blu, una bianca e basta. Si sedette, posò il metro sul tavolo e chiese:

Ha già un letto dove dormire?

Non ancora. Sono appena arrivata.

Ha il biglietto del ritorno?

No.

Già un passo avanti.

Restarono in silenzio e per la prima volta in tutta la giornata Vera non sentì di dover spiegare subito qualcosa. Dalla stanza accanto si sentiva battere una macchina da cucire. In strada una voce chiamò un ragazzo. Dal vicino arrivava profumo di lievito.

Raissa prese di nuovo il foglio blu.

Ha mai lavorato con i tessuti?

No. Solo su carta.

Le sarebbe piaciuto?

Vera abbassò lo sguardo nella tazza.

Sì.

Cosa ha bloccato tutto?

La domanda era diretta. Nuda. Senza exit strategy.

Vera passò il dito sullo spigolo del tavolo.

La vita.

Raissa sogghignò.

Parola comoda. Di solito nasconde le decisioni degli altri.

Vera la guardò.

A unestranea, di solito, si fa fatica a parlare così. Ma in quel disagio trovò finalmente una base.

Sì, immagino di sì.

Raissa non chiese altro. Si alzò, andò al tavolo sotto la finestra, tirò fuori un pacco di campioni dal ripiano.

Guardi qui.

Vera li aprì: lino, cotone, lana grossa, fodera leggera con una lucentezza quasi impercettibile. Passò la mano sui tessuti, indugiò su una gabbia grigio-blu e si sorprese a confrontare il colore proprio col foglio della valigia.

Questo è più freddo, disse. Se lo metti vicino al panna si smorza. Serve un grigio caldo invece.

Raissa le lanciò uno sguardo sopra gli occhiali.

Esatto.

E basta.

La sera la neve si faceva più fitta. Vera tornava verso la stazione lentamente, la valigia rullava sulle pietre. In tasca aveva il biglietto della pensioncina annotato da Raissa e unaltra frase, pronunciata alla porta della sartoria:

Passi domattina, se non parte. Devo scegliere delle tende per un ufficio. Vediamo che occhio ha coi colori.

Se non parte.

Vera si fermò in piazza.

Sopra le biglietterie campeggiavano gli orari. Gente in fila, cè chi teneva in borsa una baguette, chi frenava un bambino per il cappuccio, chi scavalcava una borsa. La vita andava avanti, ostinata nella sua normalità. Niente laspettava in modo speciale. Nessuna insegna col suo nome. Nessun segno. Solo la scelta.

Stava già per cercare la pensione in Google Maps, quando il cellulare si illuminò.

Gleb.

Questa volta Vera rispose.

Sì.

Dove sei?

Domanda detta come se avesse solo tardato dal fruttivendolo.

A Ivrea.

Silenzio per un secondo e basta.

A fare cosa?

Vera guardò il tabellone che cambiava numeri.

Affari miei.

Quali affari, Vera?

Neanche lei sapeva come chiamarlo quel viaggio. I fogli della valigia? Una linea mai cancellata in quindici anni? La propria vita che aveva piegato in quattro e nascosto sotto la fodera?

I miei.

Sospirò.

Ho parlato con Irene. In ufficio si libera un posto. Seduta, tranquilla, sotto casa. Quello che ti serve adesso: niente scossoni, niente sbattimenti.

Niente sbattimenti.

Così si chiamavano, da sempre, tutte le cose di troppo nella vita di Gleb: viaggi lontani, corsi, persone nuove, domande aperte, idee balorde, città dove non hai certi appigli. Di troppo era persino quella parte di Vera a cui ogni tanto veniva voglia di altro, non solo comodità.

Vera, mi senti?

Strinse il cellulare, poi la presa si allentò. Sullo schermo si riflettevano i numeri del tabellone. Aveva la bocca asciutta.

Ti sento.

Allora facciamo le persone serie. Torna. Dormi dalla zia Lidia e poi si vede.

Zia Lidia non le era mai stata simpatica. Non per nulla di grave. Solo che ci aveva sempre quello sguardo come se Vera avesse già un po di colpa solo per occupare la sedia.

Dal binario accanto la capotreno chiuse lo sportello a scatto. Uno trascinava la sacca a scacchi, un altro trascorreva rapido. Vera ebbe come una visione nitida della settimana futura. Cucina degli altri. Domande. Lufficio dal soffitto basso. Pranzo nel vasetto di plastica. Gleb che entra in modo disinvolto, amichevole, come se ormai fosse tutto giusto e a posto. E lei che si limita ad annuire al momento giusto.

No.

La parola si sistemò dentro, calma, senza tremore.

Non torno oggi, disse Vera.

Come sarebbe, non torni?

Proprio così.

E dove staresti?

Guardò la sua valigia.

Mi arrangio.

Vera, non fare sciocchezze.

E arrivò la cosa più strana del giorno: non si giustificò. Non spiegò. Non addolcì la risposta. Niente no, hai capito male.

Solo:

Non torno oggi.

E chiuse la chiamata.

Il cuore andava veloce, ma regolare. Rimase alle biglietterie, a stringere il cellulare a due mani finché le dita nelle guanti non si scaldarono un po.

Poi rimise tutto in tasca e tornò indietro, verso il cortile, dove la luce della sartoria era ancora accesa.

Raissa non fu sorpresa di vederla.

Non è partita?

No.

Lo immaginavo.

Depose le forbici, si asciugò le mani nel grembiule e indicò la scaletta in fondo.

Di sopra cè una stanzetta. Ci stava una ragazza destate, quando faceva i corsi. Letto di ferro, lavabo, tavolo. Per una settimana, si può fare. Poi si vede.

Vera stava per rifiutare per cortesia. Invece:

Grazie.

Non ringrazia me. Ringrazi se stessa. Raissa prese la valigia come fosse vuota. Prego, si sistemi. Domani alle nove si inizia. Tanto per dire: non sono per le moine.

Meno male.

La camera sopra era minuscola. Letto di ferro, finestra su cortile, tavolo, lampada col cappello verde, catino sullo sgabello. Sul davanzale un barattolo di bottoni. Dagli infissi, una fessura daria fredda, ma lodore era buono: legno e lino caldo dalla sartoria.

Vera posò la valigia e rimase a guardarla a lungo senza aprirla.

Vis à vis, una donna scuoteva uno strofinaccio, un ragazzino faceva i compiti. Dal cortile una porta che sbatte. Sotto, la macchina cuciva e si fermava di colpo.

Vera si tolse il cappotto, si sedette e si mise a ridere. Piano. Quasi inudibile. Di quelle risate che non nascono da allegria, ma perché qualcosa dentro finalmente si è mosso.

Aprì la valigia.

Sopra cerano il maglione, il quaderno, le matite, la busta. Sotto, camicia, calzini, spazzola, un sacchetto di mele comprate la mattina in stazione. Cose normali. Niente di epico. Ma tutta questa piccola collezione le parve non più un resto di passato, ma il principio di qualcosa daltro, non ancora nominato.

Prese il foglio blu e lo pinzò al muro, con una puntina trovata nel cassetto.

Che resti lì.

La notte Vera fece fatica a dormire. Ascoltava lo scorrere dellacqua nei tubi, qualcuno che tossiva nell’appartamento accanto, il bus notturno che rallentava sotto il semaforo. I pensieri andavano e venivano. Come farò fra una settimana. I soldi basteranno. Richiamerà Gleb. Ce la farò. Cosa dirà mamma. Dove cercare lavoro se qui non va.

Le domande erano tante.

Ma, per la prima volta in tanti anni, nessuna aveva la voce degli altri.

La mattina la sartoria profumava di vapore, sapone e stoffe distese. Raissa era già al tavolo che segnava con il gesso la lunghezza su una tenda grigia.

Almeno mangi qualcosa, senza alzare la testa. Sul davanzale c’è un dolcetto. Alla mela.

Vera prese il dolcetto, lo morsicò e si scottò la lingua. La pasta era calda, soffice. Non mangiava così con gusto da tanto.

Oggi andiamo a vedere quellufficio. Cè da scegliere la stoffa. La proprietaria vuole tutto beige. Ma il beige, senza sale, viene sempre triste.

Si mossero in autobus. Lufficio era in un vecchio palazzo, finestre alte, termosifoni scrostati. La signora, formosa e veloce, mostrò pareti, tavolo, poltrona e domandò subito:

Qui serve qualcosa che illumini. Ma non come allospedale. Mi segua?

Raissa indicò Vera.

Decide lei.

Vera si avvicinò alla finestra. La luce era fredda, uniforme. I muri tiravano al grigio. Sul tavolo un vaso di rami secchi. Vera prese i campioni, li accostò uno dopo laltro. Si fermò su un grigio caldo con filo blu appena accennato.

Questo, disse. E la fodera non bianca. Bianca appiattisce tutto. Meglio lino, grigio caldo.

La proprietaria strizzò gli occhi.

Non sarà triste?

No. La luce qui è già fredda. Se scegliamo un tono più caldo, si addolcisce tutto.

Raissa aspettò di uscire per commentare. In fondo alle scale, solo un:

Ecco qua.

E bastava così.

Tornarono in sartoria e lavorarono fino a sera. Vera reggeva la stoffa, passava gli spilli, segnava i sacchetti con gli scarti, ascoltava Raissa differenziare tra piega dritta e plissettatura. Parole semplici, movimenti netti. Dopo un po, Vera si sorprese a non guardare lorologio.

Gleb scrisse verso mezzogiorno: Fai sul serio?

Nessuna risposta.

Alla sera, altro messaggio: I documenti del frigorifero li ho trovati io. Lascia stare.

Fine.

Vera lesse, rimise il telefono nella tasca del grembiule e tornò alla cucitura. Il filo si aggrovigliava, ma la mano iniziava a prendere il ritmo.

Raissa diede unocchiata ai suoi punti.

Storto. Ma locchio ce lha.

Quindi si può aggiustare.

Tutto si può, se non si ha fretta.

Fuori faceva buio presto. Nel vetro si rifletteva la lampada, il manichino senza braccia e Vera col grembiule non suo, gli spilli al polso, i capelli sciolti che sempre cadevano davanti. Si sistemò una ciocca dietro lorecchio e notò che non sfregava più lanulare.

Lanello ormai era via da un mese.

Restava il segno.

Ma finalmente il dito viveva da solo.

Dopo tre giorni la valigia non era più vicino alla porta, ma sotto il tavolo in camera. La zip si chiudeva meglio, come se avesse imparato anche lei. Dentro, insieme alle sue cose, cerano nuovi campioni di tessuto, una bobina di filo grigio caldo, il quaderno con le annotazioni di Raissa e un altro foglio la notte Vera ci aveva disegnato delle righe: strette, larghe, irregolari, vive.

Allalba aprì la finestra.

Nel cortile entrava una signora con la sporta e dietro suo figlio con lo zaino più grande di lui. Dal piano di sotto saliva odore di ferro e di sapone. Qualcuno faceva tintinnare una tazza. Il cielo era sempre basso e marciano, ma già cera una fessura chiara, sottile, quasi invisibile.

Vera rimase lì, scalza, con la mano sulla finestra, a guardare in basso finché Raissa non salì gridando:

Lì sopra dormite ancora o avete intenzione di vivere?

Arrivo! gridò Vera.

E si stupì del suo tono.

Era diverso. Non più alto. Solo più fermo.

Vera chiuse la finestra, diede unultima occhiata alla valigia blu. Per quindici anni era rimasta in cima, a custodire sotto la fodera non tanto una lettera, quanto una parte di sé che da sempre le dicevano di aspettare. Ora invece stava lì, aperta, con stoffe, matite e blocco: una normale cosa in una stanza normale.

Solo che il senso era cambiato.

Prese il foglio di cobalto, lo arrotolò e lo mise nel quaderno. Poi scese, dove già sibilava il ferro, tintinnavano le forbici e la giornata stava iniziando, limpida ancora no, ma con spazio per sé.

Nella città degli altri, finalmente, cera posto anche per Vera.

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