Con te mi sento anziano

Con te mi sento vecchio

La conversazione sul divorzio non avvenne la sera in cui Vittorio disse per la prima volta che tutto era cambiato, né quando Laura trovò il telefono nella tasca della giacca di lui e vide dei messaggi che le tolsero il fiato. Accadde invece in una mattina qualsiasi di febbraio, mentre facevano colazione in cucina. Lui disse, senza alzare lo sguardo dalla tazza:

Laura, dobbiamo parlare seriamente.

Dimmi.

Voglio divorziare.

Laura posò la tazzina. Lo fece piano, senza rumore, come se avesse paura di rompere qualcosa di molto fragile nellaria.

Hai già deciso?

Ho già deciso.

Lei lo guardò. Vittorio era seduto di fronte, i capelli ai lati ormai argentei, con indosso quel maglione blu che lei gli aveva regalato lultimo compleanno. Non la guardava. Studiava il disegno della tovaglia.

Per Giada?

Laura, dai, evitiamo di fare nomi.

Perché? Ti dà fastidio pronunciare il suo nome, o vuoi fingere che non esista?

Vittorio finalmente alzò gli occhi. In quegli occhi Laura imparò a leggere in venticinque anni: aveva già deciso, ma voleva che fosse lei a rendergli il tutto più facile.

Sono stanco, Laura. È da anni che non siamo più felici.

Chi non è felice? Io non sono felice?

Tutti e due.

Non parlare per me. Se tu non sei felice, dillo pure. Ma parla per te.

Lui sospirò, si appoggiò allo schienale della sedia.

Non voglio litigare. Vorrei che ci separassimo da adulti.

E secondo te gli adulti cosa fanno? Si danno la mano e morta lì?

Laura…

Vittorio. Abbiamo vissuto insieme venticinque anni. Venticinque! Ti ricordi quando affittavamo quella stanza da zia Rosina in via Mazzini e in inverno ghiacciava persino il vetro della finestra? Ti ricordi quando giravo con te dai creditori, quando hai aperto la prima officina? E io che facevo la contabilità di notte mentre tu dormivi? Queste cose te le ricordi?

Le ricordo. E ti sono grato per tutto.

Non voglio gratitudine! Le tremò la voce, ma si tenne. Voglio una spiegazione. Mi stai lasciando per una ragazza di ventisei anni. Che fa la receptionist. Che non ha la minima idea di cosa sia costato tutto ciò che tu adesso chiami tuo.

Non è una questione detà.

E allora cosè?

Si rifugiò di nuovo nel fondo della sua tazza in silenzio.

È che con te mi sento vecchio, sussurrò infine.

Laura lo guardò a lungo. Poi si alzò, mise la tazzina nel lavello, la risciacquò, si asciugò le mani con lasciugapiatti. Tutto molto lentamente, come se ogni gesto avesse peso.

Hai quarantotto anni, Vittorio. Non sei giovane. Non è colpa mia.

Uscì dalla cucina. Lui rimase da solo.

Così finirono venticinque anni. Niente urla, nessun piatto rotto anche se a volte Laura avrebbe voluto lanciarne. Solo una mattina qualunque di febbraio, una tazza di tè e una frase: Con te mi sento vecchio.

Il divorzio fu sbrigato in fretta, senza tanti giri di parole. Non avevano figli: allinizio ci provarono, poi ci si abituarono, riempirono il vuoto con il lavoro e le cose degli altri. Lavvocato spartì tutto con efficienza: Vittorio propose di lasciare a Laura lappartamento di Corso Italia quello di tre camere in cui si erano trasferiti per scorta sette anni prima e metà dei conti bancari. Gli sembrava generoso. Forse lo era davvero. Laura accettò quello che le offrirono senza trattare. Lavvocato suo provò a discutere, ma lei gli disse: Basta.

Vittorio la prese per un segno: vero esempio di gente civile. Aveva fatto la cosa giusta.

Giada si trasferì nella casa in campagna a marzo. Ad aprile andavano già a Dubai insieme. Lui la immortalava di fronte al mare, lei postava tutto su Instagram, con tanto di geotag. Vittorio guardava quelle foto e pensava: ecco, questa è la nuova vita. Tutto brillante, tutto sembra al suo posto.

Giada era bella. Bella nel senso dei cartelloni pubblicitari: esatto, dimpatto, totalmente vuoto. Alta, capelli biondi tinti, quellabilità nel vestirsi che non deriva dal gusto ma dal portafoglio, con labitudine di tenere la testa un po allindietro come se fosse sempre in posa. Era una di quelle donne che entrano in una stanza e tutti si voltano. Allinizio, Vittorio lo vedeva come un pregio.

Nella sua azienda, Officine Orlandi, le reazioni erano varie. Tutti le sorridevano davanti e facevano commenti dietro. Il suo vecchio socio, Marco De Santis, alla prima occasione gli disse in privato:

È una donna splendida. Occhio, però.

Perché, cosè che devo vedere?

Niente. Sei adulto, fai tu.

Vittorio pensò che Marco fosse solo invidioso. La gente invidia sempre chi cambia vita, si disse.

La rimpatriata delluniversità era fissata per fine maggio. Si incontravano ogni cinque anni, e stavolta organizzava Gianluca Russo, ora avvocato con studio in centro e amante delle cose in grande: ristorante La Pergola, dodici tavoli, musica dal vivo, menù prepagato.

Vittorio aveva deciso: avrebbe portato Giada. Immaginava già lentrata, come tutti lavrebbero vista, come persino quelli che non lavevano mai stimato lavrebbero invidiato. Era meschino, lo sapeva, ma lo consolava.

Giada accettò solo dopo insistenza.

Ma che gente cè?

Ex compagni di università. Ci conosciamo da venticinque anni, ormai.

Sono ricchi?

Qualcuno sì, qualcuno no.

Mi annoierò con tutti quei vecchi.

Abbiamo quarantotto anni, Giada. Non proprio decrepiti, eh.

A te non sembrano vecchi. Io preferisco altri ambienti, lo sai.

Le comprò per la serata un abito da Firenze Moda: blu notte, lungo, schiena scoperta. Costava un occhio. Lo provò, si guardò allo specchio, disse carino e lo appese in armadio. Vittorio lo prese come un sì.

Arrivarono a La Pergola alle otto. La sala era già animata. Vittorio vide Gianluca, più largo e più pelato che mai, Michele Contini con la moglie Silvia, donna pacata, occhi gentili e aria serissima. Vide anche Francesco Pellini, oggi professore universitario, vestito come ventanni fa, per principio. Si avvicinò anche Ilaria Gromo (ora la prof. Gromo) col marito Nicola. Ilaria era invecchiata bene, con quella dignità di certe donne che smettono di lottare contro il tempo e cominciano a dialogarci.

Quando varcarono lingresso con Giada, ci fu una pausa quasi impercettibile, ma Vittorio se ne accorse subito. Gianluca venne incontro, grande abbraccio, pacca sulla spalla:

Vitti! Ma guarda che colpo! Presentaci la signorina.

Giada, e la disse come se fosse il nome di una Ferrari.

Giada sfoderò il suo sorriso da copertina: denti bianchi e dritti, labbra sporgenti, occhi sfocati ovunque e da nessuna parte. Era la più giovane e elegante lì dentro, e lo sapeva.

Si sedettero. Vittorio si trovò accanto a Silvia, la moglie di Michele. Lei subito chiese di Laura, prima ancora di rendersi conto che forse non era il caso:

Ma Laura? Non è venuta? È tanto che non ci vediamo! Lho sentita lanno scorso, mi diceva che…

Ci siamo separati, tagliò corto Vittorio.

Silvia in silenzio guardò Giada. In quel momento lei scrollava il telefono, piazzato in verticale davanti al piatto, come faceva sempre.

Capisco, disse Silvia, così piatta che Vittorio non capì cosa intendesse.

La cena andò avanti. Si parlava di figli, lavoro, chi vantava la casa in Toscana, chi si lamentava dellernia. Gianluca descriveva il suo ultimo progetto, gesticolando, Francesco lo contraddiceva in una gara di monologhi. Vittorio ascoltava, annuiva, rabboccava il bicchiere.

Giada era annoiata. Si vedeva proprio, come quando uno è stanco di reggersi in piedi. Stava seduta dritta, splendidamente vestita, e scorreva il telefono. Ogni tanto un like, una foto al piatto.

Provò pure Ilaria a coinvolgerla:

Giada, lei dove lavora?

In una concessionaria. Ero receptionist. Ora sto cercando altro.

Ah, chiaro. E conosce Vittorio da molto?

Da ottobre scorso.

Fantastico, disse Ilaria, col tono di chi non sa che aggiungere.

Giada annuì e tornò a scrollare.

Poi avvenne una scena che rimase impressa a Vittorio. Michele, sempre amichevole e un po brillo, chiese a Giada dove abitasse. Lei rispose, poi domandò:

Ma quanti metri quadrati fa il vostro appartamento?

Michele esitò.

Cioè… la casa? Centoventi. Perché?

Così, curiosità, rispose Giada, alzando le spalle.

Vittorio fece finta di non aver sentito. Ma sentì bene. Vide anche Silvia che, captato tutto, chiuse lentamente gli occhi e si girò dallaltra parte.

Un po più tardi Ilaria uscì in bagno, Silvia la seguì. Vittorio uscì a fumare nello stesso momento e, dietro langolo, sentì uno spezzone di conversazione. Non voleva origliare, gli capitò.

Poveraccio, però, stava dicendo Ilaria.

Si dispiacesse per sé stesso! rispose Silvia. Laura ha fatto di tutto per lui. Ti ricordi quando stava sveglia per le grane dellofficina?

Eh sì. Come sta adesso?

Mi ha chiamato la settimana scorsa. Sta bene. Va spesso dalla sorella a Valencia. Dice che ha perso qualche chilo, che sorride.

Bene, meno male.

Meno male, confermò Silvia.

Vittorio tornò a tavola, rabboccò il vino. Giada in quel momento scriveva al cellulare, sorridendo allo schermo. La guardava, pensava: è bella. Sì, bella. E allora?

La serata si sciolse verso le undici. Gianluca brindò allamicizia vera, tutti bevvero, si fecero foto e si lasciarono col solito chiasso e mille promesse di rivedersi.

Nel tragitto verso lauto Giada sentenziò:

Che noia, davvero. Quelli sono rimasti al secolo scorso.

Sono brave persone.

Normali sì, ma non sono i miei.

Sei stata tutto il tempo al telefono… gli scappò.

Ci si annoiava.

Non hai nemmeno cercato di parlare.

Vittorio, scusami, ma non sono obbligata a intrattenere i tuoi vecchi amici. Tu vuoi che io venga, sono venuta. Ho sorriso, mi sembra.

Non rispose. Aveva ragione nella forma, torto nella sostanza. Ma come glielo spiegava?

Salirò nel SUV Leone, nero, enorme, che Vittorio si era comprato due anni prima e amava ostentare. Giada si allacciò la cintura e tornò al cellulare.

Viaggiarono in silenzio.

Fuori città, la strada si fece più stretta e buia. Vittorio accese i fari lunghi. Era quasi mezzanotte, le TIR ogni tanto, pochissime macchine dincontro. Pensava alle parole ascoltate per caso Poveraccio, Laura che ride a Valencia, i metri quadri.

Giada parlava vicino a lui. Non ascoltava più.

Vittorio?

Sì?

Domani mi devi portare allAtlantico. Mi servono dei sandali nuovi.

Va bene.

E poi. Rita fa festa venerdì prossimo, ci ha invitato…

Non finì. Da una curva sbucò un furgone gigantesco, invadendo la corsia. Vittorio vide i fari, sterzò a destra, tentando di schivare: ma la corsia finiva su uno scarpata e il Leone urtò di lato, girò su sé stesso e poi qualcosa gli schiantò davanti. Il colpo gli tolse laria e lultimo pensiero, ancora cosciente, fu il crack della spalla sinistra e un buio denso, pesante come nebbia dinverno.

Poi nulla.

La rianimazione puzzava di candeggina e di qualcosa dospedaliero che non si cancella più dalla memoria. Vittorio tornò lucido a tratti: il corpo sembrava dargilla, la mano sinistra immobilizzata dal gesso. Il dolore era soffocato dagli antidolorifici.

Sopra di lui una giovane infermiera col berrettino blu.

Signor Orlandi? Mi sente?

Sì, e la voce sembrava arrivare da un altro.

Bene. Resti tranquillo. Siete in rianimazione, siete al sicuro.

Cosè successo… incidente?

Sì. Non si agiti.

Giada, mormorò. La ragazza che era con me…

Sta bene, disse lei. Solo qualche contusione. È stata dimessa.

Dimessa?

Sì. Da qualche giorno.

Qualche giorno?

Siete rimasto incosciente tre giorni, sig. Orlandi.

Tre giorni. Cercò di afferrare il concetto. Tre giorni. E Giada già dimessa. Quindi è venuta, pensò. Avrà aspettato che mi svegliassi. Certo, avrà chiamato, sarà stata in ansia. Sicuramente.

È passata Giada? chiese.

Linfermiera esitò.

Devo chiedere alle colleghe, e scappò subito.

Non cera niente da chiedere. Giada non era mai venuta. Vittorio lo capì prima ancora che lei tornasse con un vago cambi di turno e non posso essere certa.

Il giorno dopo lo spostarono in una stanza normale: spalla sinistra fratturata, due costole rotte, microfrattura alla scapola destra, commozione cerebrale, contusioni ovunque. Grave ma vivo. Il medico, poco più che trentenne e con occhiaie da pandemia, prospettò un mese di ricovero e poi fisioterapia. Lui ascoltava e annuiva.

In camera cerano quattro letti, ma solo uno occupato da un vecchietto con la gamba in trazione che dormiva sempre. Quasi insopportabilmente silenzioso.

Il cellulare cera, dimenticato nel comodino. Senza batteria; linfermiera promise che avrebbe cercato una ricarica. Vittorio rimase ore fissando il soffitto, aspettando che qualcuno chiamasse. Giada, o Gianluca, o Michele; dovevano sapere dellincidente, no? Nessuno chiamò. Il telefono, muto, sembrava più morto di lui.

Quando portò la ricarica nel tardo pomeriggio, al riaccendersi del telefono si accorse che cerano messaggi. Tre da Gianluca Russo: uno ho sentito dellincidente, spero stai bene, poi scrivimi appena puoi e un ultimo ma come stai? qualche giorno dopo. E basta.

Da Giada nemmeno un messaggio. Nemmeno uno.

Vittorio la chiamò. Segreteria, squilli a vuoto. Una volta, due, cinque. Nullaltro.

Tornò a provare dopo unora. Idem.

Rimase coricato a fissare il soffitto, con in testa ununica domanda insensata: perché non risponde? Forse ha il telefono spento. È fuori Milano. Forse…

Sapeva bene che il forse ormai non valeva. Ma non voleva ancora laltra risposta, quella vera.

Al terzo giorno in reparto, verso sera, quando il compagno dormiva e la notte scendeva rapida fuori, la porta si aprì. Vittorio si girò, certo fosse linfermiera coi farmaci, e vide Laura.

Entrò in silenzio, come sapeva fare. In mano il thermos e una busta. Vestita semplice: pantaloni scuri, un maglioncino chiaro, capelli raccolti. Ma era cambiata: ci mise un attimo a capire cosa era rilassata. Non più giovane a forza, ma semplicemente riposata, come chi posa finalmente una valigia pesante.

Ciao, disse.

Laura, rispose lui. E si fermò lì.

Lei posò la busta sulla sedia, il thermos sul comodino. Lo guardò con tenerezza, ma senza più dolore.

Come stai?

Vivo.

È quello che conta.

Si sedette. Lui la guardò, senza sapere cosa dire. Il dolore più grosso non era per le ossa.

Sei venuta sola? domandò.

Sola.

Giada…?

So che non è venuta, replicò Laura con voce neutra. Perciò sono venuta io.

Tacquero un istante. Laura aprì il thermos, versò brodo caldo in un bicchiere; il profumo era di casa, di una cosa che Vittorio non sentiva da mesi.

Bevi. Ti fa bene.

Laura, perché sei venuta?

Ho portato delle cose. Il tuo socio Marco mi ha chiamato, ho saputo che eri qui. Ho portato tutto quello che serve: vestiti puliti, il caricabatterie, il necessario.

Hai chiamato tu al lavoro?

Mi hanno chiamata.

Lui bevve il brodo. Caldo, saporito, vero.

Laura…

Basta, Vittorio.

Vorrei solo…

Ho detto basta. Non cominciamo.

Ti volevo ringraziare.

Lei lo fissò. Taceva.

Non devi.

Laura… Giada non è mai venuta. La chiamo, non risponde.

Lo so.

Lo sai?

Laura intrecciò le mani in grembo. Parlava calma, come di cose dolorose, ma superate.

Ho sentito delle voci. Marco mi ha spiegato. Sapevi di aver firmato qualcosa? Una procura?

In lui scese un brivido freddo.

Cosa?

Un mese fa, più o meno. Ricordi?

Sì che ricordava. Giada era arrivata con delle carte: serve una delega, disse, una formalità per le emergenze, il notaio lo consiglia, meglio avere tutto pronto. Lui firmò. Era di corsa, si fidava.

Sì, ammise piano.

Marco dice che il Leone è già stato venduto. Con quella procura.

Silenzio.

Quei tuoi orologi svizzeri, da collezione… spariti anche loro. Marco e la contabile hanno controllato i documenti. Pare ci sia di mezzo anche una valutazione per la casa in campagna.

Ma… come… non può… sono miei, coi miei dati…

Hai firmato la procura, disse Laura.

Lui chiuse gli occhi; il soffitto pesava doppio.

Qualcuno lha aiutata. Era troppo giovane per far tutto da sola.

Non so i dettagli. Ma hai chiari i fatti. Adesso agisci.

Laura, sussurrò. Perdonami.

Lei non rispose subito. Guardava fuori, il buio oltre la finestra dellospedale.

Per cosa esattamente chiedi perdono?

Tutto. Per essere andato via. Per come me ne sono andato. Per averti detto… che con te mi sentivo vecchio. Non dovevo.

No, non dovevi.

Laura, tu… tutto quello che ho…

Vittorio, e la guardò senza durezza, con quegli occhi di chi ha finito di soffrire. Chiedi scusa solo perché stai male adesso. Non perché hai capito, ma perché hai dolore. Non è la stessa cosa.

Lui avrebbe voluto ribattere. Non trovò parole.

Non sono più arrabbiata con te, riprese lei. Giuro. Lo sono stata tanto. Poi ho lasciato perdere. Ora sto bene, non voglio ricominciare da capo.

Sei diversa. Stai benissimo.

Sto semplicemente bene.

Rimasero in silenzio. Il vecchio in fondo brontolava nel sonno.

Marco dice che ti serve subito un avvocato, disse Laura alzandosi. Si può contestare la procura se ci si muove in fretta. Marco vuole venire domani. Dì alle infermiere che possono farlo entrare.

Va bene.

Lascio il cellulare in carica. Nella busta che ti ho portato cè tutto: vestiti puliti, spazzolino, tutto.

Laura.

Che cè?

Verrai ancora?

Si fermò sulla soglia. Valutò la cosa onestamente.

No, Vittorio. Credo di no. Sono venuta per salutarti, a dirla tutta. Tra poco riparto. Da mia sorella, in Spagna.

A lungo?

Non lo so. Forse per sempre. Vedrò.

Da sola?

Laura sorrise di sbieco. Non presa in giro, ma come chi si stupisce della domanda.

Ho imparato a cavarmela da sola.

Ho sentito che hai incontrato qualcuno. Gianluca…

Gianluca dovrebbe parlare meno, tagliò corto senza rabbia. Sì, ho conosciuto qualcuno. Ma non è affar tuo, onestamente.

Capisco.

Meglio così.

Laura prese la maniglia.

Rimettiti, Vittorio. Sul serio. Rimettiti in piedi, risolvi questa storia. Il lavoro ce lhai, Marco cè, hai gente che ti rispetta. Non lasciarti andare.

Laura.

Lei si voltò.

Ti amo ancora. Voglio che lo sappia.

Lunga pausa.

Lo so, Vittorio, rispose a bassa voce. Ti ho amato anchio, davvero. Per davvero. Nessuno ce lo porterà via. Ma non è detto che bisogna tornarci sopra.

Uscì. La porta si chiuse silenziosa.

Vittorio rimase solo nel buio. Sentiva il respiro pesante del vicino di letto, le voci delle infermiere in corridoio, uno sbattere di ascensore in lontananza. Tutto quello era unaltra vita, che continuava senza curarsi di lui.

Prese il telefono. Avrebbe potuto richiamare Giada. Non lo fece. Iniziò invece a scorrere i vecchi messaggi. Quelli con Giada. Scorreva e scorreva.

Ne trovò tanti. Allinizio, i suoi messaggi erano fantasiosi, ammiccanti, quelli che ti accendono. Poi sempre più brevi. Ok. Dopo. Arrivo alle dieci. Oggi no. Tornò indietro fino a novembre. Notò i silenzi prolungati, le richieste di soldi che aleggiavano su ogni chat: mi avevi promesso lanello nuovo, quando andiamo al mare?, mi serve una borsa, Vittorio, puoi bonificarmi qualcosa, mi scoccia chiedere.

Scorreva e non si riconosceva più. Non nei messaggi, ma nelluomo che li lasciava passare senza vederli.

Poi, per caso, notò una chat rimasta lì per errore, con un certo Raf che per qualche motivo era sincronizzata sul telefono. Allinizio non capì, poi sì. Era una conversazione tra due che si conoscono molto bene, da mesi.

Non sospetta nulla?

Ha firmato la procura?

La scorsa settimana. Tutto secondo i piani.

Brava.

Tu aspetta solo. Dopo un incidente, o quando è fuori tanto, allora firmiamo tutto.

Rilesse tutto diverse volte. Lentamente, come si fa quando non vuoi credere subito. Poi posò il telefono. Guardò il soffitto.

Lincidente non lo aveva architettato nessuno. Era stato casuale. Ma tutto il resto era stato pianificato. Lui, uomo di azienda, ventanni di esperienza, capace di leggere ogni contratto, aveva abboccato. Perché gli aveva fatto comodo credere che una donna giovane e bella fosse innamorata di lui, e non di quel che aveva costruito insieme a Laura in venticinque anni.

Si è preso la ragazzina, così dicono di uno come lui. Sempre pensato che fosse espressione volgare. Ora si dovette ricredere: più preciso di così.

Non dormì. Pensò a Laura chissà se era tornata a casa, o faceva la valigia per Valencia. Ripensava a quando lei aveva detto lo so dopo il suo ti amo, senza: anchio, senza troppo tardi, senza e perché me lo dici. Solo lo so. In quello cera tutto: che ci credeva, e che ormai non ne aveva bisogno.

Pensava alla rimpatriata. Al quanti metri quadri di Giada. A Silvia che si era voltata. Pensò a quando aveva fatto finta di non sentire. Lesperienza amara ha questo: arriva quando non puoi più cambiare il passato.

Nel sacchetto di cose portate da Laura, sotto il thermos, trovò i vestiti piegati con cura, il necessario. In fondo, in un fazzoletto di stoffa, una fotografia.

Piccola, su cartoncino lucido da anni Novanta. Loro da giovani: lui ventisette, lei ventisei. Sulla riva di un fiume, estate. Lui ride di gusto. Lei lo guarda, e in quello sguardo lui, lì nel silenzio dellospedale, non trovava le parole, ma capiva tutto. Era il modo in cui si guarda chi si ama davvero. Non innamorati, non attratti, ma proprio amati: serenamente, per sempre.

Alla foto era allegato un foglietto, manoscritto col corsivo di Laura che avrebbe riconosciuto tra mille:

Non è mio. È per te, per ricordarti. Guarisci. L.

Finito.

Stringeva la foto e il biglietto senza parlare. Il compagno russava. Pioveva, una pioggia di maggio che picchettava il davanzale a ritmo costante.

Vittorio Orlandi, quarantotto anni, proprietario delle Officine Orlandi, era in un letto con due costole rotte, la spalla fuori uso e una commozione celebrale. E teneva la foto di ventanni prima. Il thermos di brodo, cucinato dalla donna che aveva lasciato perché con lei si sentiva vecchio, aspettava ancora lì.

C’era una certa ironia crudele, priva di umorismo, che solo ora sentiva pienamente.

Pensava al tradimento delluomo se stesso. A quanto facile fosse stato giustificarsi: mi sono bloccato, era routine, volevo altro. Sono ottime scuse da raccontarsi, ma non valgono come giustificazioni: perché giustificazioni non esistono.

Laura era andata via. Non era lui ad averla lasciata. Credeva di esser stato lui, ma era stata lei a uscire dalla sua vita: senza litigi, senza vendetta, senza distruggere ciò che avevano costruito. Ora volava a Valencia e rideva.

Rifletteva sul senso della parola valore. Spesso sembra un concetto teorico, come da libri o discorsi di filosofi. Poi ti accorgi che i valori sono le cose di ogni giorno, quelle a cui smetti di badare finché sono lì. Una donna che fa notti di conti per te. Che ti conosce paure e debiti a memoria. Che non chiede mai quanti metri quadri ha la casa altrui. Che ti porta il brodo in ospedale anche quando avresti dato ogni ragione al mondo per non farlo.

I rapporti oltre i quarantacinque hanno regole tutte loro. Non puoi più ripartire, le magagne non si sciolgono da sole. Ogni errore diventa tuo per sempre, si scolpisce in te. Devi conviverci.

Ora lo capiva con lassoluta chiarezza che arriva solo dopo il vero botto.

Verso luna di notte provò ancora a chiamare Giada. Telefono spento. Nessuna risposta. Non si stupì. Mise via il telefono. Prese il biglietto dellavvocato, il numero lasciato da Laura. Lindomani Marco sarebbe venuto. Bisognava occuparsi della procura, del SUV, degli orologi, della casa. Bisognava recuperare il recuperabile. Sarebbe stato lungo, sporco, umiliante persino, perché avrebbe dovuto dire agli altri come aveva fatto a farsi fregare.

Ma andava fatto.

Non poteva permettersi di crollare: per puro orgoglio, almeno quello. Aveva costruito la sua officina dal nulla negli anni Novanta, scampato a tutti i rischi possibili. Era sopravvissuto, aveva trovato soluzioni assurde. Sapeva stringere i denti.

La rabbia saliva piano, come il calore dal termosifone in una stanza fredda: dapprima soffocata, poi sempre più reale. Non rabbia verso fuori, quella che spacca tavoli. Piuttosto grinta che ti fa rialzare. Soprattutto, la rabbia contro sé stesso.

Si girò su un fianco, per quello che poteva. Rimise la fotografia sul comodino, vicino al thermos. Vittorio giovane sorride nella foto, testa allindietro. Laura lo guarda.

Capire che lamore è finito è una cosa. Capire che lamore non è finito, ma sei tu che ci hai tradito, unaltra. E questa non si guarisce né con la giovinezza di unaltra, né con una macchina costosa, né con foto al mare coi tag.

Allaeroporto Laura Orlandianzi, Laura Conti, come da nubileera seduta al gate con una valigia compatta. Il volo era in ritardo di quaranta minuti, non era stressata. Si era presa un caffè nel bicchiere di carta, guardava la pista dal finestrone.

Ripensava che aveva fatto bene a passare in ospedale. Non per dovere. Non per speranza di qualcosa. Ma perché venticinque anni non si buttano come la spazzatura col rancore. È fatta così: non ce la faceva a sapere che lui era lì da solo e non andare.

La foto laveva ritrovata tre mesi prima, sistemando le sue cose. Laveva tenuta in mano a lungo. Poi aveva deciso: resta a lui. Lei aveva già tutto dentro, non le servivano oggetti. A lui lasciava la prova fisica. Magari, se avesse mai bisogno di qualcosa di vero da stringere.

Lannuncio di un altro volo squassò la sala, la gente si alzava, metteva in moto i bagagli. Laura sorseggiava il caffè caldo, un po acidulo ma decente.

Le vibrò il cellulare. Messaggio da sua sorella: Siamo già in macchina, ti aspettiamo. Anche Antonio viene, finalmente ti conosce! Antonio. Laura sorrise per conto suo. Strano, insolito, forse spaventoso ma bello. A quarantasette anni, dopo venticinque di matrimonio, dopo tutto quello che aveva passato, si trovava allinizio di qualcosa di nuovo. Chissà che sarebbe stato. Non aveva fretta di saperlo.

Per tanto tempo la sua vita era stata di qualcun altro, senza accezione negativa: i progetti di lui, le ansie di lui, il lavoro suo. Le era piaciuto così. Ma ora era la sua vita. Il suo tempo, la sua valigia, il suo caffè, il suo volo, la sua Spagna, la sua sorella, il suo nuovo strano Antonio, che ancora doveva inquadrare bene.

Le relazioni dopo i quarantacinque, se ricominciano, non hanno niente a che fare con la fretta di quando hai ventanni. Non cè voglia di etichette o di definire subito tutto. Cè invece una certa curiosità calma verso il futuro. Punto.

Annunciarono il suo volo. Laura finì il caffè, buttò il bicchiere, prese la valigia. Si mise in fila.

Fuori dal finestrone, un aereo si preparava al decollo. Il sole illuminava la pista lucida.

Laura pensava: che spreco sarebbe, portarsi ancora rabbia dietro. Rabbia per un uomo che non ce lha fatta a reggere i suoi anni, che ha scelto una scintilla al posto del calore. Rabbia per una giovane donna che ha usato la sua debolezza. Tutto questo chiede spazio e energia, che ora Laura aveva bisogno di dedicare ad altro.

Pensava: che esperienza amara dovrà affrontare lui adesso. La provava compassione. Non la compassione di chi vuole aiutare, piuttosto quella di chi osserva da distante: dolce, silenziosa, senza voler cambiare nulla.

Fecero il controllo dei documenti, entrò nel finger. Laereo aspettava tranquillo. Dentro già prendevano posto.

Laura trovò il suo posto al finestrino. Sistemò la valigia nella cappelliera. Si allacciò. Guardò fuori verso le luci della pista.

Quando capisci che lamore è finito? Forse quando smette di far male. Non dun tratto, ma gradualmente, come guarisce una brutta ferita: allinizio fa male ogni giorno, poi a giorni alterni, poi solo se la sfiori, poi resta solo una cicatrice. E le cicatrici non disturbano la vita.

Laereo cominciò il rullaggio. Prendeva velocità. Laura guardò la terra svanire sotto di sé, laeroporto ridursi, Milano stendersi in basso, grigia, silenziosa, infinita.

Non si voltò mai.

Vittorio era solo nella stanza. Fuori pioveva. La foto era lì sul comodino. Accanto, il brodo che non aveva finito.

Marco sarebbe venuto lindomani alle dieci. Dopo di lui lavvocato. Sarebbe stata lunga e pesante. Poi gli altri incontri, i documenti, il tribunale forse, le umiliazioni del caso. Sarebbe stato duro.

Ma prima sarebbe guarito. Si sarebbe rimesso in piedi. Di questo non aveva dubbi.

Prese la foto. La fissò ancora un po. Poi la rimise lì sul comodino, rivolta allinsù, dove poteva sempre vederla.

Fuori la pioggia batteva regolare, paziente, ostinata.

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