Cestino di ciliegie
Giulia, se non sposti i rami del tuo ciliegio dal mio recinto, raccolgo io le ciliegie che sporgono e ci faccio la marmellata! Caterina stava lì, mani sui fianchi, fissando con stizza la vicina.
Cate, non ti preoccupare! Guarda quanti frutti ci sono questanno. Non ce la faccio a tener testa! E togliere i rami? Bisogna aspettare che venga Paolo o Andrea. Chi arriva prima mi darà una mano.
Che uomini di affari, il tuo genero e tuo figlio. Aspetta e vedrai che nel frattempo mi crolla il recinto!
Ma che ti prende oggi? Questa pianta è qui da anni e non tha mai dato fastidio. E poi mica toccano il tuo recinto sti rami! Cate, che cè?
Devo dar conto pure a te, adesso? Caterina sbottò, aggiungendo unespressione assai romana. Sei diventata la capo-vita del palazzo, eh!
Giulia rimase interdetta, le sopracciglia arcuate mentre seguiva con lo sguardo lamica. Che le era preso? Non avevano mai litigato così, avevano sempre vissuto in santa pace.
Le case di campagna di Caterina e Giulia erano una accanto allaltra, separate solo da una staccionata leggera di legno, che qualche decennio prima aveva costruito il papà di Caterina per tenere lontani i cani dei vicini dallorto. La mamma di Giulia, al contrario, adorava i cani: in casa, non mancavano mai almeno due pescioloni pelosi a correre tra i piedi.
I lotti li avevano ricevuti insieme i loro genitori, proprio come insieme erano nati i due casali. Avevano solo tre anni quando giocavano ore e ore sotto il grande cespuglio di caprifoglio, cucinando finti minestroni di foglie in ciotoline di metallo su un fornellino di latta. Le bambole in fila aspettavano pranzetto e le loro risate di bambine riempivano il giardino. Poi erano arrivate le passeggiate con amici lungo la strada del paese, i primi segreti sui ragazzi e i primi baci, nascosti sotto il salice, in riva al torrente. Giulia e Caterina non si erano mai perse. Quando una si spostava in città, si telefonavano sempre, passeggiavano nei fine settimana, si confidavano. Si sposarono a distanza di poco tempo luna dallaltra, i primi figli praticamente in contemporanea.
Quando i loro figli avevano ormai due anni, la vita le aveva divise un po. Giulia lasciò la città con il marito, trasferendosi per lavoro a Bologna. Lettere, telefonate, incontri quandera possibile tra visite ai genitori. Tornò con la famiglia al paese natale quando il figlio aveva tredici anni e la figlia era in arrivo. Caterina, intanto, aveva avuto altri due maschietti.
La prima volta che Giulia rivide lamica dopo tanto tempo, le mancò quasi il fiato. Dovera finita la sua Caterina, la donna solare, energica, la ragazza che si voltavano tutti a guardare? Ora sembrava svuotata, i capelli poco tinti lasciavano intravedere la grigia precoce, il volto spento e segnato.
Che chai da guardare? Prova te a correr dietro a tre ragazzacci e un marito…
La parola marito Caterina la sputò quasi. Per un attimo gli occhi le brillarono, poi tornarono opachi. Giulia lasciò da parte le domande. Se avesse voluto parlare, lavrebbe fatto. Si alzò dal tavolino del bar dove stavano e tirò Caterina via con sé.
Vieni.
Eh? Dove?
Dove ti serve. Fidati.
Caterina si alzò senza entusiasmo.
Non ho tempo, tra poco tornano i ragazzi da scuola, poi devo passare allasilo per il piccolo…
Fai in tempo a tutto, vedrai. Su.
Giulia quasi spinse lamica sullautobus, prendendola in giro per i suoi mugugni e chiedendo delle novità sui figli. Mentre il bus attraversava il ponte e andava verso il centro, Caterina guardava fuori senza capire.
Scendi! Giulia la spronò e la tenne per un braccio mentre Caterina traballava.
Che hai?
Niente, pressione bassa ultimamente.
Giulia condusse la sua amica dritta da Bellezza Eterna, il salone più rinomato della città.
Dove mi porti? Non posso permettermi posti così, Giulia, e poi la prenotazione…
Sorridendo, Giulia aprì la porta. Poco dopo, Caterina era già seduta sulla poltrona davanti allo specchio, mentre Giulia le maneggiava tra i capelli.
Ora sai dovè che sfogo la mia chimica! Giulia arricciò il naso, guardando i capelli secchi dellamica.
E tutta la laurea? Anni di studio per fare questo?
Perché no? Ho usato la chimica: quando ci siamo trasferiti, ho resistito in fabbrica solo due mesi, ammalandomi sempre. I dottori mi hanno detto di cambiare. Che altro potevo fare con due figli piccoli? Poi a un compleanno di mia suocera sono capitata dalla più brava parrucchiera della città e… ho capito. Ma certo! Perché non farlo anchio? Ho fatto il corso, imparato le forbici, e via. Qui mi hanno assunta subito, senza nemmeno chiedermi i documenti. Facevo i capelli alla capa ne rimase stupita. E oggi ti sistemo io, tranquilla.
Giulia, io non… non ho soldi.
E chi ti ha detto niente? Lascia fare. Un regalo per il tuo compleanno. Dai, non rompermi, altrimenti ti tingo di verde!
Mio marito… già basta quello.
Caterina si lasciò cadere nella poltrona, chiuse gli occhi e sospirò.
Allora, che succede tra voi due? Dai, che lo vedo…
Silenzio. Era difficile parlare dei disastri di casa propria. Ma non poteva più tenerseli dentro. Giulia era famiglia.
Sai, lui ha unaltra da un anno. Non se ne va, non lo vuole nessuno ma a me ha finito i nervi. Non ce la faccio più.
Le mani di Giulia si fermarono solo un attimo, poi continuarono a lavorare.
E perché non lo cacci via tu?
Dove vado? Lui non vuol lasciarmi la casa, che poi non cè nemmeno niente da dividere. E poi i figli…
I figli?
Ascoltano solo lui. Io non valgo niente per loro. Appena lui dice che sono sciocchezze da donne, subito mi danno addosso… anche il piccolo. Mi vuole bene, ma fa come i fratelli.
Giulia le lanciò uno sguardo deciso allo specchio e nascose la compassione. Non serviva a niente in quel momento, altro doveva dare.
Dai un attimo.
Giulia si allontanò. Caterina guardò la sua faccia allo specchio: appena due anni prima era completamente diversa. Senza rughe, senza occhiaie, senza quella pelle secca. E, soprattutto, senza quello sguardo da cane bastonato. Si voltò malevola verso la porta. Si sarebbe alzata e andata via ma Giulia aveva già messo il colore sui capelli. Sorrise amara. Adesso sarei pure pelata che figura!
Poco dopo, Giulia la prese e la portò da manicure, estetista, pedicure. Poi di nuovo alla poltrona: un nuovo taglio.
Ecco qua! Non sei una meraviglia?
Caterina si guardò e le tremarono le labbra. Ma che aveva fatto a se stessa? E invece… niente affatto, cera ancora.
Si alzò di scatto e abbracciò Giulia.
Grazie! Quanto ti devo?
Su, non esagerare. Però una volta al mese ti pretendo qui. Se serve, chiama. È il mio regalo, stop.
Ma io…
Basta! Tu servi anche a me, lo sai? Mia madre sta male, e io con le flebo non me la cavo… mi dai una mano?
Potevi anche non chiedere!
Sulla via di casa, qualcosa dentro Caterina cantava e brontolava allo stesso tempo. Si guardò riflessa nel finestrino dellautobus e sorrise. Ma subito si rimproverò per la sua indecisione. Non era mai stata così!
Aveva scelto la sua strada, aveva studiato fino alla qualifica dinfermiera caposala allospedale provinciale. Cresciuto i figli da sola, senza pochissimo aiuto dai suoceri.
A me nessuno ha aiutato, ce la farai pure tu!
E ce la fece. Fu dura con i grandi, ma con il terzo riuscì pure a godersi la maternità. Se non fosse stato per il marito Basta! Meglio agire!
Tornata a casa, Caterina raccolse le cose del marito, meticolosa fino allultimo calzino. Mise la borsa vicino alla porta dingresso e aspettò. I ragazzi, intuendo la tensione, stavano in silenzio nella loro stanza. Fece loro da mangiare; fu appena seduti a tavola che sentì la serratura girare. Il marito, bestemmiando, inciampò sulla sacca.
Che vuol dire sta roba? Caterina!
Vende i semi al mercato, Caterina. chiuse la porta della cucina. Che urli?
Oggi sei proprio spiritosa.
E ancora non hai sentito niente. Da oggi hai casa libera: prendi le tue cose e vattene.
Dove, scusa?
Ovunque. Io divorzio. Ho chiuso.
Sei impazzita? Pensi davvero che ti daranno il divorzio?
Non ti chiederò permesso.
Dove pensi di andare! Lasci tutto? E i figli!
Vuoi portarteli dietro? Porta pure. Così la tua nuova se li trova già fatti.
Lei lo guardava fisso, mentre lui si arrabbiava come mai prima. Ma Caterina non aveva più paura. Sul punto di scattare verso di lei, lei mormorò piano:
Prova a toccarmi e finisci in galera. E questa volta, niente figli che ti parino.
Dietro la porta comparve il piccolo, Tommaso:
Mamma, posso prendere un biscotto?
Certo, amore.
Non distolse un attimo lo sguardo dal marito, mentre lui abbassava la testa, sconfitto, e si avviava verso la porta.
Vedrai che te la faccio pagare!
Lei tacque. La porta si richiuse e Caterina scivolò contro il muro, piangendo e ridendo insieme. I ragazzi uscirono dalla cucina, la circondarono. Lei si ricompose, rialzò la faccia e li abbracciò.
Mi ascoltate bene: da oggi vostro padre non vive più qui. Se volete restare con me obbedite, altrimenti potete andarvene con lui. Chiunque non rispetta questa regola, si dimentichi davere una madre. Basta umiliazioni!
Rimasero. Nessuno volle andare dal padre. Perché? Caterina non lo sapeva. Solo vide il più grande mettere in riga i fratelli, pulire casa, ritirare il piccolo dallasilo, preparare la cena.
Una cosa buona: l’ex marito spariva, senza più intromettersi.
Naturalmente fu dura. Aveva mille lavoretti, iniettava medicine su richiesta, faceva le flebo in paese per arrotondare. Seguire i figli a scuola era difficile. Il maggiore, Nicola, studiava mentre il secondo, Emilio, non dava pace e ogni convocazione a scuola, Caterina abbassava lo sguardo e si metteva nellultimo banco.
Quando ti svegli la coscienza, Emilio? domandava Caterina, stremata.
Mamma, cerco di cambiare…
Ma Caterina ignorava che Emilio si stesse già impelagando in brutte compagnie. Dopo la scuola superiore rimase coinvolto in una brutta faccenda, e Caterina gli fece visite con i pacchi in mano.
Nicola prese il diploma tecnico, partì per lavoro al nord. Si sentivano poco, ché non amava chiamare. Riuscì a conoscerle il nipotino solo quando questi aveva già tre anni.
Tommaso era diverso, tranquillo e riflessivo. Caterina, in cuor suo, pensava almeno di poter contare su di lui in vecchiaia. Ma la vita la beffò. Un giorno di luglio rovente, Tommaso andò con gli amici a fare il bagno nel Po. Una ragazza, nuova nel gruppo, per farsi notare nuotò troppo lontano e si mise nei guai. Solo Tommaso le si lanciò a salvare: la spinse verso la riva, poi sparì tra le onde. Lo ritrovarono solo il giorno dopo.
Caterina rimase annientata dal dolore. Incapace di piangere, incapace di pensare. Tutto era buio, parole senza senso rimbombavano. Fu Giulia a occuparsi di tutto, a informare lospedale dove Caterina lavorava, chiedendo aiuto ai colleghi. Con la mente annebbiata, Caterina neppure comprese che Nicola, venuto per il funerale, cacciò il padre con violenza da casa.
Non farti più vedere! E se ti sento insultare di nuovo mamma, non rispondo delle mie azioni.
Giulia solo sospirò sentendo lex marito esclamare:
È colpa sua, non cè più nostro figlio!
Separando Nicola dal padre, Giulia lo abbracciò forte.
Lascialo andare. Tua mamma ha bisogno di te, adesso.
Come ha potuto?! E lui dovera? Perché tutto così?
Non lo so, Nicola… A volte la vita è crudele. Nessuno può cambiare il destino.
Senza rifletterci a lungo, Nicola riportò moglie e figli al paese natio. La moglie, Serena, acconsentì allinizio, ma col tempo fu sempre più dura.
Nicola, io non ce la faccio più. O non mi vede o ci critica in tutto. Dobbiamo prendere una decisione, sennò i bambini impazziscono quando la nonna entra in camera loro. Magari viviamo vicini ma ognuno per sé.
Serena, capisco, ma non posso lasciarla sola. Vedi in che stato è…
Caterina si era annientata. Solo il lavoro la teneva a galla: lasciò lospedale per occuparsi degli anziani in una casa di riposo. Credeva che prestando cura e gentilezza potesse espiare la colpa per Tommaso: non averlo fermato, non aver capito. Lui non avrebbe mai conosciuto la vecchiaia.
Caterina, solo tu hai queste mani di fata, nessunaltra infermiera è come te! le dicevano gli ospiti.
La amavano, la silenziosa infermiera che non sorrideva mai, che parlava poco. Ma che lavorava con una tenerezza che scaldava il cuore.
A casa, Caterina si chiudeva in camera, evitava anche i nipoti. Solo di notte, se proprio doveva, si alzava per un bicchiere dacqua, e uno sguardo a Serena le bastava per voltarsi di nuovo nella sua stanza. Talvolta si chiedeva chi fossero ormai quelle persone, oltre a Nicola, nella sua casa.
Giulia passava a trovarla, osservava tutto questo dolore. Ma niente le veniva in mente per aiutare lamica. Solo la perdita di Tommaso era davvero irreparabile.
Una primavera, Giulia le propose:
Vieni in campagna, almeno per qualche giorno.
E che vado a fare? Sarà un rudere ormai…
È ancora in piedi. Ha solo bisogno di sistemate. Basta che ti fai un giro.
Dopo qualche insistenza, Giulia la convinse; e disse ai suoi:
Questo weekend nessuno a disturbare. Mi prendo due giorni solo con Caterina, punto.
Arrivate di sera, scaricarono solo la spesa, cena al volo e letto. Giulia era stremata dal lavoro.
Domani, Caterina, domani aggiustiamo tutto.
Caterina restò sveglia quasi tutta la notte, a pensare e a sentire vecchi rumori di casa che mancavano. Pensò a Nicola, a sé stessa, a Emilio che doveva tornare a casa… come si sarebbero organizzati? In un appartamentino, con Serena e i bimbi…
E addormentandosi quasi senza accorgersene, si svegliò allalba. Uscì sul portico: il giardino, lavato da una pioggerellina notturna, profumava di terra e rinascita. Si accasciò sui gradini, travolta da un improvviso senso di pace. Da quanto non si sentiva così bene? Non voleva pensare a Tommaso. Solo un attimo di tregua, per favore.
Giulia, la mattina, trovò lamica nellorto, già intenta a potare i rami e a fare progetti.
Ce nè da fare qui! È il caos, il giardino!
Giulia sorrise di nascosto preparando la colazione. Forse, qualcosa finalmente si era mosso dentro di lei.
Dopo una settimana, Caterina decise di andare a vivere in campagna. Incontrò Emilio e informò Nicola e la sua famiglia:
È meglio così. Noi due stiamo qui, la casa in paese è ancora buona per voi. Venerdì vi aspetto.
Serena osservò, per la prima volta dopo mesi, la suocera prendere in braccio il nipotino più piccolo. Forse qualcosa poteva cambiare?
Emilio, aiutato dal fratello, sistemò la casa e il giardino. Ora era accogliente, finalmente vivibile. Ma Caterina vedeva che il figlio, anche se lavorava, era schiacciato da una malinconia che non si scrollava via. In paese non lo conoscevano quasi più, molti ortolani erano nuovi. E pian piano lo chiamavano a sistemare le cose, a potare gli alberi, a riparare, a dare una mano in giardino. Aveva davvero le mani doro, Emilio, e Caterina lo vedeva più sereno ogni giorno.
Fu dopo sei mesi che presentò a sua madre una ragazza: Lara. Il cuore di Caterina tremò, temendo solo sventure, ma cercò di scacciar via i sospetti. Lara era arrivata da poco in paese, affittava una casa nella strada accanto. Aveva due figli li conobbe una settimana dopo. Stranamente silenziosi e composti. Il ragazzo, sei anni sulla carta, teneva fortissima la mano della sorellina; sembrava di massimo due anni, ma erano in realtà quasi tre. Si sedettero a tavola senza dire nulla e mangiarono tutto, senza sprecare una briciola. Caterina, tornando in cucina un minuto, sorprese il piccolo che si infilava qualche biscotto in tasca. Non disse niente. Prese altre caramelle e il vasetto di miele. Mise tazze di tè davanti ai bambini e uscì.
Da quel giorno furono spesso da lei, le mattine sulle scale della veranda ad attendere che dicesse: Buongiorno! Colazione pronta!
Caterina capì la situazione. Il ragazzino, Marco, non parlava, per vergogna: balbettava fortissimo. Chiese a Lara se lo aveva portato da uno specialista.
Ma dai, a che serve… Ci sono già andata, costa troppo!
E in ospedale non ti danno una consulenza?
E chi ha tempo per star dietro a ste cose? Dovevo badare a Viola, mica potevo prendere i treni ogni giorno.
Capendo quanto fosse grave la situazione, Caterina si prese cura lei stessa dei bambini, portandoli a Milano per farli visitare.
La piccolina è semplicemente trascurata, se vi impegnate ci saranno miglioramenti. Il maschietto, invece…
Caterina annuì, prese carta e penna e cominciò a segnare ogni consiglio. Per la prima volta dopo anni, si sentiva di nuovo sveglia, desiderosa dagire.
Dopo qualche mese, Emilio annunciò che lui e Lara avrebbero voluto sposarsi e la portò in casa. Non volevano più affittare. Caterina non ne era entusiasta, ma almeno i bambini erano sempre lì. Si tuffò nei consigli dei medici. Concontrolli e terapie, scoprì che i problemi non erano gravi e potevano migliorare: si impegnò con tutte le sue forze. La prima parola di Viola fece sbuffare Lara:
Ueh, cosè stà storia del nonna? Dì mamma, su!
Viola si nascose subito nella gonna di Caterina, spaventata.
Vedrai che lo dirà. Smettila di spaventarla.
Quando mai mè capitato di spaventare i miei figli! Viola, in camera! Forza!
Marco in silenzio portò la sorella e poi tornò a sparecchiare con Caterina. Era il loro piccolo rituale: Marco raccoglieva i piatti e la aiutava ad asciugarli. Lei lo lodava sempre:
Bravo ragazzo! Sei fidato, non hai mai rotto un piatto, vedi che precisione! Sei in gamba!
Marco sorrideva sempre più spesso, sforzandosi di parlare. Caterina, paziente, lo incoraggiava. Stava migliorando, con costanza.
Ma non quella sera.
Ma che, ti sei fissato? La cucina è roba da donne. Guarda la tv, piuttosto! disse Lara.
Caterina sentì come uno schiaffo. Roba da donne? Laveva già sentito…
Montò una rabbia furiosa.
E perché non lavi tu i piatti, allora? Non sono la tua domestica! Domani lavoro, bambini o no, io esco prima dellalba. Non vuoi laiuto, fai tu! Buonanotte!
Lele lanciò il grembiule sulla sedia ed uscì dalla cucina. Sapeva che la discussione sarebbe arrivata, ma non si trattenne.
Sorprendentemente, la mattina la cucina era in ordine e Lara aveva preparato la cena. Una tregua fragile. Dopo due settimane Lara sparì. Emilio disperato la cercò ovunque, anche in città.
Dopo un mese, un conoscente portò notizie: Lara era partita a lavorare altrove.
Ha lasciato i bambini! Ma come si fa? Manco eravate sposati!
Mamma, lo so… ma ora che faccio?
Chissà… Caterina guardava fuori dal cortile ai due piccoli che giocavano.
Passarono altre settimane. Emilio partì per il nord a lavorare e salutò la madre.
Mamma, io vado. Non posso restare sempre qui sotto le tue ali.
E i bambini? Lara torna?
Ormai basta. Se avesse voluto si sarebbe già fatta viva. I bambini… scusa, mamma, ma non sono i miei.
Il giorno dopo, Caterina andò in Comune per avviare laffido. Non poteva più aspettare. Poi, tornata a casa preoccupata che i bambini le venissero tolti, ebbe un diverbio feroce con Giulia. Nemmeno voleva, il nervosismo esplose da solo. Caterina si sedette sulle scale, disperata. Aveva perfino invidiato Giulia: lei aveva tutto, famiglia, nipoti… E lei? Sempre in salita, sempre controvento. Si nascose il viso tra le mani, ascoltando la vocina di Viola che giocava con il fratello. Cosa ne sarebbe stato di loro? Tutto inutile allora? Tutte le terapie, lamore…
Giulia si sedette silenziosa accanto a lei.
Che timore hai di me? Parlamene, sono la tua sorella danima o sono una estranea?
Caterina sospirò e le raccontò tutto: di Emilio, di Lara, dei bambini.
Quante novità da quando manco da qui! Giulia pensò a lungo. Che desideri?
Che non li portino via.
Ce la puoi fare?
Non so, Giulia. Ma finché reggo, ci provo. Forse è la cosa migliore che posso fare nella mia vita.
Oh Cate! Ma quando la smetti di farti del male? Sei sempre stata generosa, e ora solo ti tormenti. La sorte non si può cambiare, arriva e basta. Ma io una mano te la do. Ho le conoscenze giuste, qualcosa si trova. I documenti dei bambini li hai?
Sì, Tutto qui. Ho tutto io.
Bene. Domani in città. Chiamo chi serve. Basta litigi, adesso si agisce.
Un anno dopo.
Marco, vedi di raccogliere bene le ultime ciliegie da quel ramo lì. Mezzo secchio cè ancora! Caterina, sotto il ciliegio, controllava il ragazzo.
Nonna, sono dolcissime!
Meglio così! Così metto meno zucchero. Domani arriva la zia Giulia e facciamo la composta e la marmellata. E per voi la schiuma del succo.
Ma è buona la schiuma? Viola, tutta impiastricciata di succo, si pulì la bocca ridendo.
Vedrai tu che prelibatezza! Ma ora aiutami a togliere il secchio a Marco e andiamo tutti a cena così poi ti lavi. Domani devi andare allasilo, guarda che musetto sporco hai. Prendi il cestino, mettilo in tavola.
Viola prese il cestino pieno di ciliegie, ne mangiò una, sputò il nocciolo e saltellò per il viale.
Non lo perdo! gridò.
Non credo. E la zia Giulia viene sola?
No, coi ragazzi. E anche Nicola arriva coi bambini. Ma la sera. Giocherete, vi divertirete tutto il weekend.
Che bello! Viola rise felice. Ormai parlava quasi bene, la r le scappava ancora un po, ma tra poco avrebbe recuperato Marco lui ormai parlava bene e cantava persino nel coro della scuola musicale, talento scoperto da Caterina. Presto ci andrà anche Viola, ma cè tempo.
Viola si voltò e, vedendo Marco saltare giù dallalbero, urlò:
Arrivo prima io!






