Antonietta
– Signora! Signora, si sente male?
Qualcuno schiaffeggia Antonietta sulle guance. La testa le ricade in modo molle da una parte allaltra. I capelli, ordinatamente raccolti al mattino, ora sono in disordine, e il mascara, dimenticato la sera prima, cola sulle guance tracciando fili neri che sfigurano il viso gentile.
– Si sente bene? Apra gli occhi! Ho già chiamato lambulanza, ma finché arriva!
La voce preoccupata della vicina si incrina nel panico, e Antonietta cerca di reagire. Niente, non ce la fa Le dita si muovono debolmente, ma subito vengono prese da altre mani calde, quasi bollenti.
– Signore, ma cosa devo fare con lei?! Qualcuno mi aiuti!
– Lasciala stare! Arriverà lambulanza e sistemeranno tutto. Ma perché ti preoccupi più degli altri? la voce pungente della vicina di Antonietta, la signora del chiosco accanto, si spegne sotto una raffica di insulti.
La voce profonda e sempre un po arrabbiata di Alessandro la riconosce senza dubbi. Mani forti la sollevano.
– Metti la giacca sotto la testa, svegliona! Così! Lasciala lì! Non importa se è il freddo si riprenderà prima. Antonietta! Mi senti? Apri gli occhi! Non puoi dormire adesso! Non ti sveglierai!
Antonietta prova ancora ad aprire gli occhi. La debolezza si propaga come unonda, la immobilizza, ma la calma, la culla. Sta per dormire e tutto andrà bene In pace Nessuno, Antonietta, ti farà più male
Nessuno E il dolore si rialza, unondata scuote loscurità nellanima, non la lascia respirare. Come è possibile! Davi tutto a loro, fino allultima briciola, e loro?
Il sole basso dinverno sbuca da una nuvola scura, prometteva neve, e Antonietta stringe inconsciamente gli occhi.
«Non voglio! Non voglio vedere questa luce! Non voglio nessuno, non voglio nulla e non mi serve nessuno!»
Alessandro brontola, la solleva, improvvisamente pesante, e urla:
– Da questa parte! Dove siete, cavolo!
Antonietta sente qualcuno che cerca la zip del piumino e le libera con cautela una mano.
– Va tutto bene, risolviamo tutto! Signora, mi sente? Come si chiama?
– Antonietta.
– Antonietta, occhi su! Forza, piano piano! Ecco, brava! Ha qualche allergia?
Antonietta muove le labbra impallidite, nessun suono. Ma il giovane medico capisce comunque.
– Bene! Ora si sentirà meglio. Resista ancora un attimo!
Non ricorderà altro. Né come Alessandro grida quando perde i sensi. Né come la Giulia, la vicina del chiosco, ride scettica mentre gli uomini corrono al pronto soccorso. Né il viaggio in ambulanza, il traffico romano, i suoni delle sirene nella città di Torino…
Si sveglia in ospedale.
– Infarto.
Il medico anziano la guarda quasi severo.
– Cara signora, non si vuole bene? Tanti pensieri?
Antonietta si gira dallaltra parte. Non lo puoi raccontare a uno sconosciuto. Non basterebbe raccontarlo neanche a qualcuno caro.
Ad Alessandro, forse. Ma non sapeva fosse tornato da sua figlia.
È una brava persona, molto attenta.
Che vita difficile ha avuto, eppure è rimasto un uomo degno. Due figli senza moglie ha cresciuto. Morta di parto, lasciandogli una figlia già grande e un bambino piccolo. Alessandro e la moglie erano entrambi orfani, cresciuti in collegio. Aiuti da nessuno.
Eppure! Ce lha fatta! I figli ora sono sistemati. La figlia fa linfermiera a Milano. Il figlio è marinaio. Tre nipoti già. Uno dal figlio, due dalla figlia appena partorita, e lui è andato ad aiutare, lasciando il mercato.
Sono anni che fa il portatore qui al mercato. Lo conoscono tutti. E non solo, tiene in ordine tutto il mercato. Risolve le liti, controlla che nessuno faccia il furbo. Nessuno lo ha mai nominato capomercato, è stato naturale. Lo rispettano, perché capisce la gente.
E conosce bene Antonietta. E capisce quello che succede dentro di lei anche se lei non ha mai raccontato nemmeno un decimo della verità.
Non lha mai raccontato a nessuno. Troppo doloroso. Oggi Giulia lha vista per caso, arrivando in anticipo.
Antonietta rabbrividisce, ricordando il freddo della notte nel chiosco. Ha una stufetta, ma la gelata di Torino ti entra nelle ossa. Nessuna stufa basta. Quando suo marito la portò lì trentanni fa, giovane e ingenua Antonietta non poteva immaginare cosa sarebbe diventato tutto.
Un sorriso sottile le sfiora le labbra.
Vittorio
Se fosse vivo, niente di tutto questo sarebbe successo. Quanto la amava Morde langolo del cuscino per non piangere forte.
Era felice, allora?
Forte, agile come una piuma! Dovè finita tutta quella forza? Guardarsi allo specchio è una condanna! Né viso, né corpo. Dopo il primo figlio, una brutta influenza e tutto è crollato. Dopo lultimo figlio, il tempo per se stessa non cera mai. Due bambini, non poteva badare alla sua salute. E quei tempi Si lavorava lei e il marito e non bastava lo stipendio di autista e maestra. Vittorio non mancava mai di trovare un lavoro in più: scaricava camion, sistemava le cose ai vicini. Guadagnava quello che poteva e come poteva. Antonietta non si lamentava mai. Ce la facevano. Magari proprio per quello andavano daccordo Ma chi lo sa. Nessuno può chiedere a Vittorio ora, ma lei sa che anche fosse stato ricco, non avrebbe amato meno.
Ricorda bene che il marito si svegliava prima per aiutare con il bucato. La lavatrice era un sogno, inizialmente si lavava tutto a mano.
Poi lui gliela regalò.
Che felicità! Antonietta ricorda ancora lemozione.
Se solo avesse saputo che dopo sei mesi Vittorio sarebbe mancato. E la malattia che se lo sarebbe portato via corrodendo ogni giorno di più Non lasciando scampo né a lui né a lei.
Quando Vittorio non cera più, rimasero i figli. Furono loro a darle la forza. Pretendevano attenzione e cura. E Antonietta andò avanti.
Lasciò la scuola, dove aveva insegnato tanti anni, perché con lo stipendio non si viveva. Si mise al mercato. Si guadagna poco di più, ma almeno è vicino ai prodotti. I figli non pativano la fame.
I ragazzi allinizio non si lamentavano. Ma poi, cresciuti, Antonietta sentì per la prima volta di essere motivo di vergogna.
Ma cosa avevo fatto? Non capiva. Come può essere vergognoso lavorare? Non rubava, non imbrogliava. Prodotti genuini, nessun trucco. Tanto che il titolare pensava fosse matta a essere così onesta poi la stimò. Quando aprì il secondo chiosco, affidò a lei la responsabilità delle altre commesse. Allinizio Antonietta fu felice, poi le venne la tristezza.
Cosa importa se la stima la riceve da uno sconosciuto, se i propri figli non le danno valore? Perché stanno così con me? Che male ho fatto?
Uninfermiera entra, cambia la flebo, e le accarezza piano il braccio:
– Si sente meglio?
Quella carezza fugace da una sconosciuta paradossalmente le lacera il cuore. Antonietta scoppia a piangere come una bambina. Linfermiera impaurita corre via, torna e le fa uniniezione; tutto diventa confuso, ma almeno tranquillo. I pensieri si rincorrono lenti e si sente meglio così.
– Dovrebbe dormire un po.
Lo desidera intensamente. Ma come spiegare a questa ragazzina che non dorme davvero da tempo? Si abbandona ogni tanto per mezzora, ma si risveglia come se non si fosse mai riposata, e via di nuovo a pensare.
Dove ha perso i suoi figli? Dove non è stata abbastanza attenta? Come non ha saputo scaldare i loro cuori?
I suoi figli avevano tutto. Prima, con il padre, poi, senza, Antonietta si è detta che doveva dargli tutto, ché avevano già perso una guida. Lei non si sentiva abbastanza. Cosa può fare una donna? Vestire, cucinare? Dare consigli di vita quello era da uomini, credeva.
Solo oggi capisce che non andava fatto così. Non erano pronti a combattere da soli nel mondo. Il maggiore, Michele, aveva tredici anni quando il padre morì, il più piccolo, Sandro, solo dieci. Guardandoli ora nessuno direbbe che erano così magri e fragili da bambini. Si rifugiavano da lei, cercando tenerezza. Michele presto è diventato indipendente, Sandro invece era affettuoso fino in fondo. Andato in militare, è tornato cambiato, duro.
Antonietta non lo biasimava. Ormai era un uomo, forse era giusto staccarsi dalla maternità. Però non da solo. Portò una fidanzata. E da lì iniziarono le vere difficoltà.
Accettò subito Giorgia. Educata, gentile, cresciuta dalla nonna, insegnante a vita. Antonietta fu felice, pensava che almeno sapeva come educare un figlio. La ragazza era giovanissima, appena diciannove anni e senza madre. Antonietta aveva deciso di farle da madre, o almeno da suocera gentile. In fondo basta poco: non intromettersi, aiutare solo quando serve, agire con affetto.
Mai si era tanto sbagliata. Solo la visita della nonna di Giorgia le fece capire che qualcosa non andava. Vivevano da soli, ma ogni tanto si vedevano nelle feste. Poi la lieta notizia Giorgia aspettava un bambino.
Antonietta era al settimo cielo! Il primo nipote! Michele, il figlio maggiore, stava ormai a Milano ma non metteva famiglia diceva che nessuna donna meritava davvero, che i soldi non bastavano. A lei non piacevano questi discorsi, ma non voleva discutere. Con letà, Michele era diventato pungente, impaziente. Piuttosto che sgridarlo, lo accontentava.
Tanto da Michele Antonietta aveva quasi perso la speranza per qualche nipote, così la gioia per la gravidanza di Giorgia era doppia. Preparava pasti, li portava ai ragazzi. Giorgia stava male, aveva una fortissima nausea, non riusciva a cucinare. Sandro si arrabbiava; tornava dal lavoro e trovava poco da mangiare. Così Antonietta provvedeva per entrambi. La dieta per la nuora, piatti semplici. Il pesce, per esempio, non lo sopportava.
Ma nessuno sembrava apprezzare i suoi sacrifici.
E fu la nonna di Giorgia a dirglielo, appena arrivata.
– Lasci perdere tutte queste fatiche inutili, signora Antonietta! Tanto tutto quello che porta va diretto nella spazzatura. Impossibile mangiarlo.
Antonietta restò di sasso. Mai una lamentela! Giorgia aveva sempre lodato le torte.
– Ma la povera ragazza era troppo educata per rifiutare. Si sforzava solo per rispetto.
Quel giorno Antonietta non rispose niente. Che dire? Raccolse tutto il cibo, andò a buttarlo. Non cerano né cani né gatti da sfamare, solo un barbone seduto vicino ai bidoni. Vedendola esitante, le chiese:
– Hai perso qualcosa, bella? O cerchi qualcuno?
– Un gattino, magari Ho qui un po di pesce e carne
– E stai per buttarli? Pazzesca! Dalli a me e i suoi occhi si illuminarono per favore
Così Antonietta regalò il cibo al barbone. E ascoltò la sua storia, fatta di lavoro, malattia, e la famiglia che lo aveva cacciato.
– Non serve a nessuno, cara mia. Pensione minima, non basta nemmeno per una stanza. Gli amici aiutano quando possono.
– Ma come ti curi?
Gli occhi azzurri la guardavano.
– Non mi curo. Le medicine costano. Tanto morirò prima. A chi importa?
Antonietta non resiste più. Non si può essere inutili, mai! Neanche da malati!
Alessandro aiutò quel povero: lo sistemò come custode nella parrocchia. Lì aveva un rifugio e trovò un medico che lo curava gratis.
Antonietta non volle ringraziamenti. Non siamo tra lupi, diceva, e i lupi a volte sono meglio degli uomini. Si aiutano tra loro. Anche le bestie hanno più cuore.
Non andò più da Sandro e Giorgia. Nemmeno loro insistevano. La nonna si trasferì presso la nipote per aiutare con il bambino, e Antonietta decise di non insistere. Comprò un regalo per il battesimo, dopo essersi consultata col figlio. Stringendosi i denti, si trattenne dal rovinare la festa quando le dissero che la carrozzina non era quella giusta.
Tornò a casa piangendo, rivolgendosi al ritratto di Vittorio, confidandogli il dolore per tutto quello che era diventato lontano e irraggiungibile in un solo istante.
Non avrebbe mai litigato con la nonna. Lei aveva una lingua così affilata che le sembrava sempre di stringerle qualcosa dentro, come cento scarafaggi che le camminavano addosso allanima.
Nemmeno il tempo di riprendersi e le arrivò unaltra batosta.
Il figlio maggiore, Michele, tornò a casa. Ma non da solo, portò una compagna non moglie, no. Una donna, con le sue due figlie dal primo matrimonio.
Antonietta rimase sorpresa, ma poi pensò che in fondo i bambini non fanno male a nessuno. Le bambine erano tranquille, mai capricciose.
La nuova compagna, Lucia, si integrò subito. Sistemò le figlie a scuola e trovò lavoro in un salone. Era unottima parrucchiera e guadagnava bene. Antonietta sperava in un po di ordine, magari finalmente si rifaceva casa. Cede la sua stanza alle bambine, lei si trasferisce sul divano in cucina. Quando Alessandro glielo chiede, Antonietta spiega rassegnata:
– Sono bambini. E Lucia me lha chiesto.
– E come va lì?
Antonietta non risponde. Non bene. Lucia la guardava storta se la trovava ancora a letto al mattino. Durante i giorni lavorativi Antonietta usciva prestissimo, ma nel weekend amava indugiare unora con un libro. I suoi giorni liberi erano rari: si prese altri lavori per aiutare con i costi della famiglia. Era contenta di viziare le nipoti che la chiamavano nonna sottovoce, di nascosto dalla loro mamma.
Ma con Michele e Lucia le cose non funzionavano.
– Sono dingombro. diceva ad Alessandro mentre versava il tè e apriva il barattolo di miele, lunico dolce che lui amasse davvero. Miele che Antonietta teneva sempre in chiosco per lui.
– Ma perché? È anche casa tua.
– Michele è registrato qui, è anche casa sua. Lo so, vorrei andarmene, ma non saprei dove.
Alessandro si oscurava, agitava il cucchiaino energicamente e poi, sbuffando, se ne andava lasciando Antonietta perplessa.
E lo scontro arrivò presto. Dopo un anno Lucia e Michele si sposarono ufficialmente. E Antonietta fu costretta a lasciare casa.
Non ha mai saputo discutere, tanto meno con i figli. E quando Michele una sera andò da lei in cucina, mandò via le figlie che mangiavano le brioches fatte da Antonietta, restò in silenzio a lungo prima di parlare, lei capì che era tempo di andar via.
Lo sconvolgimento fu come una valanga. Spazzò via tutto quello che Antonietta si era costruita: rimase solo la certezza che il figlio le stava chiedendo di andarsene… Sentì solo:
– Mamma, capisci sei dingombro. Casa è piccola, e poi sulla cucina al mattino non si riesce a muoversi. Lucia si fa in quattro. Stiamo quasi per rifare la casa. Vogliamo che i bambini vivano bene. E poi Lucia aspetta un figlio.
Antonietta non ascolta altro. Si avvicina al figlio, lo abbraccia sulla testa, lo bacia in fronte.
– Ho capito.
E quella stessa sera lascia casa.
Il dolore la soffoca. Vorrebbe liberarsene, ma la chiave di quella prigione del cuore è persa da troppo. Non sa più come aprire quel meccanismo che dà libertà, o la nega.
Arriva al mercato, si chiude nel chiosco e si lascia andare alle lacrime. Lì può piangere quanto vuole. Si lamenta, si maledice, maledice la vita, invoca Vittorio che lha lasciata troppo presto ma subito dopo gli chiede perdono per non aver cresciuto i figli come lui avrebbe voluto.
– Non ne ho avute abbastanza, Vittorio Perdonami! I nostri ragazzi sono bravi, ma qualcosa si è rotto. Tu lo sai, io per loro farei tutto! Ma ora, dove vado? Non servo a nessuno Sola come un cane Perché? Vittorio, perché mi hai lasciata?
A notte fonda quasi non ha più lacrime, la paralisi la prende. Siede al minuscolo tavolo del té, guarda il vuoto. Il tè è freddo da tempo, ma non ci pensa.
Davanti le scorrono le immagini della vita
Eccola ragazzina, tredici anni. Il vicino Ernesto arriva con una bici nuova regalo del papà. Il suo grido:
– Antonietta, vieni! Ti porto a fare un giro! la fa balzare via dal cortile dove stava aiutando la mamma a snocciolare le ciliegie.
Sua madre grida verso di lei ma Antonietta non la sente più, mentre il vento le sferza il viso, le risate le riempiono la gola, ed è felice, felice come non mai.
Poi larrivo in città. Paura di tutto, ma poco dopo è a suo agio: nuove amicizie, università, vita
E poi… Vittorio. Lincontro, il matrimonio modesto, i figli
Antonietta si raggomitola dal freddo, chiude gli occhi e si sente appena meglio. Il buio la avvolge dolcemente, promettendo tregua, ma un dolore sottile agita dentro, non la lascia abbandonarsi.
È colpa sua! I figli non ne hanno colpa! Lei non ha saputo… spiegarli, crescerli.
Le lacrime tornano, ma si arrabbia con se stessa. A che serve piangere? Non può cambiare nulla. Lascia che vivano, purché siano felici, anche lontano da lei.
A lei cosa serve? Prenderà una stanza, andrà avanti.
Ma perché fa così male
E allalba il suo cuore cede. Giulia, arrivata prima del solito, alza sbalordita le sopracciglia sottili e bussa alla porta del chiosco:
– Antonietta! Sei qui? Ti hanno cacciata anche da casa i tuoi ragazzi? Perché stai zitta? Indovinato? Chi si lascia trasportare, Antonietta, poi si fa calpestare! Eri maestra per niente allora!
Le parole di Giulia si infilano come sassolini negli ultimi angoli rimasti dellanima di Antonietta. E ce nerano così pochi ormai che la sua sofferenza si distese regolare, come un selciato liscio, e Antonietta capì È finita. Sente che il suo tempo è scaduto. Non oppone più resistenza al torpore che lavvolge dallinizio della notte. Esce, scansa Giulia, si siede pesante sui gradini, chiude gli occhi ed è solo silenzio.
In ospedale rimane più di due settimane. I medici scuotono la testa, senza fretta di dimettere la paziente silenziosa.
Antonietta non ha fretta. Rimane voltata verso il muro, occhi chiusi. A pranzo accetta a fatica i vassoi senza toccarli. Solo quando Alessandro arriva sembra animarsi.
– Dai Antonietta, forza, devi alzarti. Bisogna vivere.
– A che serve? gli occhi chiari non sembrano più argentati, ma grigi come una stoffa a lungo lavata. A cosa serve vivere, Alessandro?
La domanda lo mette in crisi. Chiunque gli chiedesse, direbbe subito: per i figli, i nipoti. Ma con Antonietta non sa cosa rispondere.
E si arrabbia.
Come si può cacciare una madre dopo tutto quello che ha dato? Ma che giustizia è questa?
Alessandro è certo, con lui non succederà. I figli lo vogliono con sé, lo invitano senza sosta, ma lui rifiuta sempre.
Non riesce più a pensarci. Ora tutti i suoi pensieri sono per Antonietta. Come dirle quello che vorrebbe davvero? Sa che un discorso diretto sarebbe troppo rischioso. Così aspetta che lei si riprenda un po.
Ma Antonietta sembra spegnersi ogni giorno di più, e questo lo manda in bestia perché non sa più che fare per lei.
Alla fine della prima settimana arriva in stanza una nuova paziente, e qualcosa cambia.
Maria Luigia è magra, capelli bianchi. Adora chiacchierare. Non ha più forze per altro. Dopo due infarti non riesce quasi a tenere il cucchiaio in mano. Antonietta, osservandola, si alza e la aiuta. Pranzo, cena Ed è la prima volta che il vassoio di Antonietta torna, se non vuoto, almeno più leggero.
– Mia cara, io riesco a parlare con chiunque! Non ci credi? Mia nonna faceva la guaritrice! Niente stregonerie, eh! Sapeva le erbe, sentiva le persone. Mi ha insegnato qualcosa. E io vedo che tu soffri tanto. Così tanto che lanima vuole andarsene. Ma non lasciarla! Tieni stretta la tua anima! Stringila, non lasciarla scappare. Perché è presto.
– Come fa a saperlo?
– Lo so. Quando è ora si vede. Ma tu hai ancora cose da fare qui, credimi. Non puoi andare dallaltra parte. Non pensarci nemmeno Maria Luigia, ferma, la ammonisce con il dito. Tutto a suo tempo, cara mia! Forzare il tempo non ha mai portato bene.
Antonietta ascolta, imboccando Maria Luigia, ma dentro pensa che da questa vita non potrà mai venire qualcosa di buono.
La settimana vola e finalmente Antonietta si prepara per uscire. Sta raccogliendo le cose portate dalle colleghe quando Alessandro fa capolino e la chiama fuori:
– Antonietta, vieni un attimo.
Maria Luigia, che dormiva profondamente, improvvisamente apre gli occhi azzurri e dice:
– Arriva qualcosa di buono. Non lasciarlo scappare, Antonietta!
Antonietta alza le spalle, dubbiosa, e va in corridoio.
– È successo qualcosa? chiede ad Alessandro, preoccupata I miei figli?
– No, Antonietta. Non so nulla di loro.
– E allora?
E succede qualcosa che la fa trasalire e allontanarsi, agitando le mani in aria:
– Alessandro, dai! Ma che matrimonio?! Non farmi ridere!
– Ma cosa cè di così buffo? lui tormenta il cappello Mi conosci, non parlo tanto per parlare. Vuoi diventare mia moglie? Ti porto via da qui. Ho comprato una casa in montagna, vicino alla città. Cè un bel terreno, un fiume. Apiarie grande. Alleveremo api insieme. Ci pensavo da tanto. Sì, non siamo giovani. Mezza vita labbiamo già vissuta. Ma non possiamo forse vivere il resto come vogliamo? Senza più render conto a nessuno?
Antonietta si preme al muro come per sparire.
– Lo so che non sono più un ragazzino. Ma sono ancora forte, Antonietta. Posso prendermi cura di te. Che dici?
La pausa che si crea tra loro si fa lunghissima, e la testa di Alessandro si abbassa sempre più. Rifiuterà, lo sente Perché mai dovrebbe volere uno come lui? Lei è ancora giovane, bella, e che cuore caldo ha! Anche adesso sembra che riscaldi tutto.
Quando ormai Alessandro ha quasi perso la speranza, Antonietta si avvicina, gli accarezza la guancia e dice semplicemente:
– Vengo. Ma basta chiamarti per cognome. Sarai per me solo Alessandro.
Alessandro allora tira un sospiro che fa ridere le infermiere di guardia, e Antonietta, tutta rossa, scappa in stanza.
Due anni dopo, in un piccolo paese piemontese ai piedi delle Alpi, dal portico di una bella casa in pietra esce una donna. Si stira forte, raccoglie abilmente i lunghi capelli fissandoli con un fermaglio tra i denti. Un grosso gatto tigrato le si struscia addosso, e un cane peloso si leva pigramente dalla cuccia per salutarla.
La donna si mette in testa una sciarpa e scende i gradini cercando il marito con lo sguardo.
– Antonietta! Sono qui!
Il profumo del fuoco allaperto la fa sorridere.
– Bravo! Perché non mi hai svegliata? I bambini arrivano presto e io qui così!
– Dormivi così bene. Mi dispiaceva
Un clacson ai cancelli, Antonietta sorride.
– Sono arrivati!
E il cortile si riempie di voci, Antonietta si dà da fare, abbraccia figliastre e figliocci, bacia tutti i piccoli e prende tra le braccia il più piccolo nipote.
– Ma quanto sei cresciuto! Mi pareva ieri che ti ho visto
– Attenta, mamma Antonietta! Morde! Irina, la figlia di Alessandro, mette il ciuccio al piccolo e ride. Una peste! Sono usciti i denti sotto, ormai morde tutto!
– Per quello cè rimedio!
Il coniglietto di stoffa che Antonietta aveva cucito durante la settimana viene subito masticato e promosso dal nipotino.
– Davvero! Ho comprato mille giochi, ma nessuno lo convinceva.
– Bastava un fazzoletto pulito. Un pezzetto di tela
– Non si finisce mai dimparare! Irina bacia Antonietta, poi guarda il marito con apprensione. Mamma Antonietta
– Dimmi, tesoro?
– Non ti preoccupare, ok? Irina si avvicina, accanto alla matrigna.
– Perché dovrei preoccuparmi, voi siete già
Antonietta non finisce la frase.
Sbigottita nel vedere Sandro che la raggiunge tenendo per mano il figlio maggiore, Antonietta perde tutte le parole. Una fitta le ricorda appena il dolore che un tempo aveva scombussolato la sua vita ma la sensazione svanisce subito, cancellata da una fiammata di felicità. Il nipote di Sandro somiglia talmente al padre che Antonietta per un momento si sente di nuovo giovane, sana, e pensa che il bambino che arriva verso di lei sia in realtà il suo stesso figlio tanti anni prima.
Irina prende tra le braccia il suo piccolo, tocca la spalla di Antonietta:
– Come deciderai tu, andrà sempre bene. Noi ci siamo, non temere mai, mamma Antonietta
– E io ormai non temo più niente! risponde Antonietta, tocca la guancia di Irina e va incontro a Sandro e al nipote. Ciao, Sandro!







