Ventisei anni dopo
Quel sabato sera il minestrone venne particolarmente bene. Lucia tolse il coperchio dalla pentola, assaggiò un cucchiaio, ci mise ancora un pizzico di sale e rimase soddisfatta. In ventisei anni aveva imparato a cucinarlo proprio come piaceva a Giulio: denso, con le verdure belle compatte, abbondante basilico fresco aggiunto allultimo, se no perdeva il profumo. Preparò la tavola in soggiorno, sistemò il pane croccante, mise la sua tazza preferita, quella smaltata che lui non voleva mai buttare via, anche se ormai era quasi uno scheletro.
Giulio arrivò a casa verso le otto e mezza. Si tolse il giubbotto al volo e lo lanciò sullattaccapanni, che ovviamente crollò giù per terra, poi se ne andò diretto in cucina, senza nemmeno guardare Lucia.
Minestrone? chiese, ficcando il naso nella pentola.
Minestrone, sì. Siediti che ti verso la tua porzione.
Lui si sedette, prese subito in mano il cellulare e cominciò a scrollare chissà cosa. Lucia si mise davanti a lui con una tazza di thè già quasi freddo. Da fuori si sentiva il vento di novembre scuotere i rami del melo che avevano piantato insieme appena sposati, nel loro primo anno in quella casa.
Giù, disse Lucia, secondo me dobbiamo parlarci.
Lui sollevò lo sguardo. Nessuna rabbia, nessun coinvolgimento. Solo la faccia di uno che è stato interrotto da qualcosa che non gli interessava.
Di che cosa?
Non lo so. È da mesi che sembriamo due sconosciuti. Torni sempre tardi, la mattina sparisci prima di me. Non ti vedo mai. C’è qualcosa che non va?
Giulio posò lo smartphone. Prese il pane, ne spezzò un pezzo.
Lù, ma sei seria? Che vuol dire non va?
Parlo di noi. Di come siamo. Del nostro rapporto.
Si fermò qualche secondo. Poi le lanciò quello sguardo definitivo, tipo labbiamo già risolta.
Vuoi la verità, Lucia?
Sì, la voglio.
La verità è che non sono innamorato di te. Da un pezzo ormai. Ti rispetto come donna di casa, organizzi tutto, tieni pulito, non rompi mai. È comodo. Ma se parliamo damore, quello fra me e te, Lù… è sparito da anni.
Lei lo guardava, sentendolo parlare con quella calma chirurgica, come se stesse scegliendo quale olio mettere in macchina. Nessun astio, nessun rimpianto, nemmeno un po di vergogna.
Dici sul serio? sussurrò lei.
Quando è importante, sono sempre serio.
E me lo dici così? Davanti a un piatto di minestrone?
E quando vuoi che te lo dica? Sei tu che me lhai chiesto. Ti ho risposto.
Lucia si alzò, raccolse la sua tazza, la poggiò nel lavandino. Restò qualche istante ferma davanti alla finestra a guardare il buio, una luce della casa di Rosanna la vicina brillava tra le foglie. Probabilmente anche lei stava cenando.
Ho capito, disse Lucia. E se ne andò in camera.
Quella sera non si parlarono più. Lui finì di guardare qualcosa nel cellulare e si sdraiò sul divano del soggiorno, dove ormai dormiva da mesi. Lei rimase al buio, occhi aperti, ad ascoltare il suo russare dallaltra parte del muro. Il minestrone restò lì, quasi intatto sulla cucina.
Questa non è una storia inventata. Troppo vera. Troppo quotidiana nella sua crudeltà.
La mattina dopo Lucia si alzò alle sei come sempre. Mise a bollire lacqua per il caffè, andò in giardino a dare da mangiare alla gatta che era arrivata due anni prima da sola e non se n’era più andata. L’aria di novembre era tagliente, odorava di terra bagnata e foglie marcite. Lucia restò con la giacca sopra la vestaglia a guardare il cortile. Il melo era spoglio, tutto storto. Sotto, le mele ormai marce che non aveva raccolto. Non aveva fatto in tempo. O forse non aveva voluto.
È comodo, ripeté a mente la frase di suo marito.
Ventisei anni. Ventisei anni di cibo, lavatrici, ospitate, sapersi muovere tra amici e parenti, non insistere mai con le domande sbagliate, mantenere la casa così bene che tutti dicevano: Lù, sei una maga!. Questa era la sua parte. E la recitava bene. Finché non si era accorta che il copione era un altro. Non moglie. Non amata. Solo comoda.
La gatta si strofinò contro la sua gamba. Lucia si chinò, la carezzò.
Tocca pensare, amica mia, disse piano.
Il caffè era pronto. Rientrò.
Quella mattina niente colazione da preparare. Dopo ventisei anni. Si fece un tè, prese una fetta biscottata, si sistemò sulla poltrona davanti alla finestra. Giulio uscì alle sette e mezza, fissando il tavolo vuoto.
Colazione?
Niente in cucina, rispose Lucia, senza alzare gli occhi dalla tazza.
Lui restò immobile qualche secondo, poi prese il suo cappotto e se ne andò. Si sentì solo il rumore della portiera dellauto e poi il silenzio della casa che diventò quasi tangibile. Lucia ci restava dentro a sentire che qualcosa di importante era cambiato. Non in lui, non tra loro. In lei.
La vita dopo i cinquanta, pensava, a volte ricomincia proprio così: da una frase buttata lì la sera. Da una conversazione che ti ribalta la routine. Aveva cinquantadue anni. Lui cinquantacinque. Vivevano da sempre nella loro casa vicino Modena, in un paese dove si conoscono tutti e dove ogni famiglia aveva il suo pezzetto di terra, lorto, la solita routine. La casa era bella. Grande. Due piani, il terrazzo, il melo. Lucia aveva sempre pensato che la casa fosse la loro cosa in comune. La vera cosa in comune.
Solo che adesso si chiedeva: di chi era davvero quella casa? A nome di chi erano i documenti? Chi aveva pagato il terreno, chi aveva messo i soldi che lei aveva ricavato dalla vendita del suo appartamento, appena sposata?
Lucia poggiò la tazza e per la prima volta in vita sua si fece delle domande da sempre considerate scomode. Non aveva mai seguito i soldi di famiglia. Giulio diceva sempre: Ci penso io, tu non ti stressare. E lei non si era mai stressata. Lui lavorava nelledilizia, tra compravendite e consulenze, dettagli di cui lei non aveva mai chiesto troppo. Soldi in casa ce nerano. Si viveva bene. Punto.
Ora qualcosa dentro di lei scattò. Piano, senza pianti, senza urli. Solo quel clic, e capì che doveva capirci qualcosa. Su tutto.
Verso mezzogiorno chiamò la sua amica Rosa, da sempre la sua confidente, anche se lei viveva a Bologna e si vedevano poco.
Rosy, devo vederti.
È successo qualcosa?
Giulio mi ha detto ieri che mi trova comoda. Non indispensabile, non amata. Comoda. Come una sedia.
Pausa.
Vieni subito da me, disse Rosa. Subito.
Si incontrarono nel bar sotto casa di Rosa. Lei era una donna pratica, dal carattere di ferro, divorziata due volte e, come diceva sempre scherzando, più furba che bella. Ascoltò Lucia senza interrompere. Poi restò a lungo in silenzio, girando il cucchiaino.
Lù, disse infine, ti ricordi quando hai venduto il tuo appartamento nel 98?
Sì, dovevamo costruire questa casa.
E i soldi dove sono andati?
Lucia ci pensò su.
Beh… nella casa. Giulio ha seguito tutto.
E i documenti? Casa, terreno, a nome di chi sono?
Lucia aprì e richiuse la bocca. Non lo sapeva. Non poteva proprio dire se la casa fosse realmente anche sua.
Esatto, disse Rosa. Non voglio spaventarti, ma devi sapere. Tutto. E subito. Inizia dai documenti.
Pensi che ci sia qualcosa che non va?
Penso che quando un uomo ti dice che sei solo comoda, si sente talmente sicuro che non pensa tu possa levargli la sedia da sotto il sedere. Hai capito?
Lucia tornò verso casa ripensando a quelle parole. Le persone che puoi perdere facilmente non le metti mai in allarme. Era una frase semplice ma tagliente.
A casa andò nello studio. Giulio non amava che lei ci mettesse piede, diceva che lì dentro cera un suo ordine che nessuno doveva toccare. Lucia aveva sempre rispettato. Ora accese la luce e diede unocchiata.
Scrivania, cartelle, cassetti. Da fuori sembrava un ufficio qualunque. Aprì un primo cassetto; estratti conto, fatture, bollette. Il secondo era chiuso a chiave. Il terzo si aprì, trovò una cartellina: Casa – Documenti.
Si sedette sul pavimento e cominciò a leggere. Rogito di casa: Giulio Bernardi. Rogito del terreno: sempre lui. Compromesso di compravendita: lui. Scorse tutto fino in fondo. Il suo nome non cera proprio.
Restò seduta per venti minuti a fissare quei fogli. Poi li rimise a posto con calma, richiuse tutto e uscì. Andò in cucina, mise il bollitore, fece un tè con un cucchiaino di miele pregiato quello che prendeva al mercato, e lo bevve tutto, piano piano.
Non pianse. Stranamente. Una volta ci avrebbe pianto, se la sarebbe presa, si sarebbe chiusa in camera aspettando che lui andasse a cercarla. Ora dentro di lei c’era una nuova energia, come se si stesse preparando per un viaggio del quale ancora non conosceva la direzione, ma sapeva che bisognava partire.
Quella notte accese il computer e iniziò a informarsi. Guida ai diritti delle donne sposate in caso di separazione. Come difendere il proprio patrimonio. Che cosa è la comunione dei beni. Leggeva e prendeva appunti su un quaderno. Alle due aveva già una pagina di domande.
Il mattino dopo chiamò uno studio legale i cui riferimenti aveva avuto tramite conoscenti, non attraverso Giulio, non amici comuni. Fissò un colloquio.
E poi le venne in mente unaltra cosa.
Avevano un avvocato di famiglia. Giulio si serviva da anni di una certa Avvocatessa Rinaldi. Lucia laveva incontrata a qualche cena di lavoro, un paio di volte anche a casa rossa di capelli, sempre vestita in modo impeccabile, aria decisa. Lucia laveva sempre considerata solo una professionista.
Adesso prese il telefono del marito, che lui aveva lasciato sul comodino per farsi la doccia. Nessuna occhiata ai messaggi, niente detective. Guardò solo la lista delle chiamate: lultima con la Rinaldi era alle 22:30 della sera prima. Rimise tutto a posto.
Le bastò quellindizio per intuire la direzione degli eventi. Non aveva le prove, ma capiva dove bisognava guardare.
La consulenza legale fu tre giorni dopo. Lavvocato, Pierpaolo Chini, sui cinquantanni, parlava tranquillo e diretto. Lucia spiegò tutto: ventisei anni di matrimonio, casa a nome solo del marito, lei aveva venduto il suo appartamento allinizio della convivenza, nessuna carta che provasse il suo investimento.
Situazione tipica per quegli anni, disse lavvocato. Ma non significa che i suoi diritti non contino.
E cosa significano?
Per legge, ogni bene acquistato durante il matrimonio è comune, a prescindere da chi sia intestatario. Però bisogna vedere quando è stato comprato il terreno, quando è partita la costruzione, se suo marito aveva già dei capitali documentabili…
Lappartamento, disse Lucia, lho venduto e dato a lui per costruire la casa.
Ha il contratto di vendita?
Ci pensò su. Doveva esserci da qualche parte.
Credo di sì. Devo cercarlo.
Lo trovi, è fondamentale. Se si può ricostruire il passaggio del denaro, cambia molto.
Lucia tornò a casa con una missione vera e propria. Passò la giornata a frugare in ogni angolo, scatoloni vecchi, sacchi di carte mai sfiorati. In fondo a uno scatolone dietro libri e giornali del 98 trovò il rogito di casa sua. Limporto cera.
Guardava quel foglio ingiallito e si sentiva sollevata. Esisteva. Era la prova.
Le due settimane successive furono una specie di doppia vita. Fuori, tutto quasi uguale: cucinava per sé, puliva solo le sue cose, non stirava più le camicie di Giulio. La cosa non passò inosservata.
Lù, ma la camicia è tutta spiegazzata!
Sì, lo so.
Non la stiri più?
No.
Lui la guardò sorpreso, spaesato, come davanti a qualcosa di nuovo.
Ce lhai ancora con me per quella sera?
No, Giù. Ti ho semplicemente capito. Hai detto che ti servo per comodità, allora riflettevo: la comodità ha dei limiti. Se non sono tua moglie, solo la governante, perlomeno chiarisci le condizioni.
Non seppe cosa rispondere. Si richiuse nel suo studio e Lucia lo sentì parlare a bassa voce al telefono. Non spiò. Aveva altro da fare.
Iniziò a studiare tutti gli appunti, non per gelosia, ma perché ora era necessario. Aveva trovato fra le sue carte diversi atti di compravendita immobiliare. Due, in particolare, la insospettirono. Li portò dallavvocato.
Che succede qui? chiese.
Sono compravendite fittizie tra aziende collegate, spiegò lui. Qui il venditore e lacquirente hanno la stessa sede legale, insomma, sembra tutto fatto per gonfiare i prezzi sulle carte.
E questo è illegale?
Da approfondire. Ma per lei la questione è diversa: se questi atti saltano o arriva un controllo, e casa sua entra nellelenco dei beni sequestrabili, rischia pure lei.
Quindi rischio anchio?
Se la proprietà è cointestata o dimostrano che era a conoscenza, sì. Visto che siete ancora sposati e convivete, occhio.
Le cose si facevano serie. Lucia tornò, si mise in cortile nonostante il gelo. Fine novembre, terra durissima, le foglie già fradice. La gatta era lì accanto, tranquilla.
Un marito tossico pensava Lucia non urla, non spacca piatti. Spesso è solo uno che non ti vede. Ti usa come contorno per i suoi piani finché tu stessa non capisci più quando hai smesso di essere persona e ti sei fatta accessorio.
Aveva deciso.
L’avvocato la aiutò a scrivere una causa per la divisione dei beni. Insieme raccolsero tutti i documenti possibili: atto di vendita dellappartamento, ricevute, fatture del materiale edilizio con le date giuste. Tutto faceva vedere che la casa era nata durante il matrimonio e pure coi soldi di Lucia.
Non disse niente a Giulio. Continuò a vivere lì, parlando con lui pochissimo, neutrale. Lui, probabilmente, vedeva il tutto come un broncio che sarebbe passato.
Intanto Rosa che lavorava nel settore delle verifiche fiscali aveva indagato fra i suoi contatti. Una sera chiamò:
Lù, ehi: ascolta, ho trovato una cosa. Puoi parlare?
Vai.
Giulio ha aperto una nuova società questanno. E come socia cè la Rinaldi.
Lucia restò in silenzio.
Lù?
Sento, Rosy.
Capisci cosa significa?
Sì. Non sono solo colleghi.
Sono soci. E visto che è tutto nuovo, stanno probabilmente girando patrimoni sulle nuove società. Muoviti.
Lucia chiamò subito lavvocato e gli spiegò tutto.
Se sta passando beni sulle nuove società, dobbiamo chiedere subito il sequestro cautelare, spiegò lui. Così si blocca tutto fino a divisione conclusa.
Se ne occupa lei?
Venga domani mattina, ci pensiamo.
Il giorno dopo firmarono tutto. Lavvocato le spiegava ogni carta, che cosa serviva, passo per passo. Lucia lo tempestava di domande e prendeva appunti. Quel mondo che le sembrava impossibile e solo da uomini importanti si stava rivelando più semplice, bastava cercare il proprio bene e trovare chi ti aiutasse.
Quando uscì, stava nevicando. La prima neve dellanno, lenta, dolce. Guardava i fiocchi posarsi sui tetti, sul suo cappotto. Dentro sentiva una sensazione nuova: non gioia, non rivincita, ma un rispetto per sé stessa. Per la donna che finalmente aveva deciso di indagare.
Giulio seppe tutto una settimana dopo. La chiamò mentre lei era al supermercato.
Cosè questa storia?
In che senso?
Lucia, mi hanno chiamato dal tribunale: divorzio? Sequestro cautelare?
Sì, Giù.
Sei impazzita? Solo per quella sera?
Per ventisei anni, disse calma. Mo devo passare alla cassa, a casa ne parliamo.
Attaccò. Non tremava, non si sentiva agitata. Ci restò anche un po sorpresa.
La discussione a casa fu dura. Giulio agitato, faceva la spola in soggiorno, parlava velocissimo.
Lucia, la casa è mia! Lho costruita io, pagato io!
Anche con i soldi della mia casa. Ce lho per iscritto.
Sono stati un regalo! Lhai detto tu!
Ho detto che li mettevo nella NOSTRA casa. Peccato che lhai intestata solo a te.
Hai chiamato un avvocato alle mie spalle?
Sì. Come tu hai aperto società con la Rinaldi alle mie spalle.
Silenzio. Lungo.
Che vuoi dire?
Che con la Rinaldi avete una nuova società, nata in marzo.
Lui si mise a sedere. La guardò in modo nuovo, quasi con rispettoostile, ma rispetto.
Ti sei preparata bene.
Ho imparato che dovevo. Hai detto che bisogna essere utili. Ora lo sono. Per me.
Non disse più nulla. Sul tavolo cera ancora il suo caffè, ormai freddo.
Lù, risolviamola da persone civili.
Daccordo. Ma solo tramite avvocati.
I tre mesi successivi furono infernali. Non tanto per i sentimenti certo, cerano momenti difficili ma perché erano pieni di appuntamenti. Tribunale, incontri, documenti, mediazioni. Lavvocato era luomo giusto: spiegava ogni mossa senza terrorizzarla o rassicurarla a vuoto. Le diceva la verità: qui stiamo bene, qui è dura, qui ci vuole tempo.
In mezzo alle trattative, saltò fuori che le compravendite di Giulio erano piene di criticità. Niente di penalmente grave, però lAgenzia delle Entrate aveva già il naso tra i suoi conti. Questa cosa, paradossalmente, aiutò Lucia: lavvocato la usò come argomento forte.
Giulio, vedendo che la tempesta gli veniva addosso, si fece più malleabile. Le due squadre di avvocati arrivarono a un accordo. Lucia avrebbe tenuto la casa; lui avrebbe trattenuto un patrimonio di immobili che comunque rischiavano di andare in fumo per la situazione fiscale. Anche la Rinaldi, notoriamente attenta, si fece da parte appena fiutò delle grane.
Lucia lo venne a sapere da Rosa, che aveva parlato con unamica comune.
Pare che la Rinaldi abbia mollato. Da quando sono usciti i controlli fiscali, amen.
Donna sveglia, disse Lucia senza astio.
Non sei arrabbiata?
Con la Rinaldi? No. Lei faceva i suoi interessi. Io non facevo i miei, ecco tutto.
Firmarono laccordo a febbraio: giornata gelida e cielo grigio. In una stanza, Lucia vicino al suo avvocato, Giulio col suo, un vecchietto dallaria stanca. Poche parole, solo firme. Giulio la guardò una volta sola; Lucia ricambiò con uno sguardo calmo. Niente trionfo, niente rancore. Solo fine.
Appena usciti, lavvocato le strinse la mano.
Ha retto bene, signora.
Ho solo fatto quello che doveva essere fatto, rispose lei.
La casa era sua. Ora di fatto, oltre che sulla carta. I documenti erano nel cassetto della camera. Lucia non era ancora abituata a quella libertà. Non era un esultare, più uno spazio nuovo, una calma imparata. Non era più una pausa tra unentrata e laltra di Giulio.
La primavera quellanno arrivò presto. A fine marzo sul melo si vedevano già le prime foglioline. Lucia uscì con il caffè in mano e restò un quarto dora a guardarlo. Vecchio, storto, con la corteccia ruvida. Ma vivo.
La gatta emerse dalla porta, si stiracchiò, si sdraiò sul gradino della veranda e chiuse gli occhi.
La sera Rosa la chiamò.
Come va?
Bene. Ho pulito il cortile, sotto il melo ho trovato un nido vuoto.
Simbolico. Lucia, hai qualche progetto adesso?
Ti dico la verità?
Certo.
Lucia guardò fuori, il giardino buio, due stelle che bucavano il cielo azzurrino.
Sto pensando di affittare il secondo piano. Tre camere vuote da sempre, ci tiro su uno stipendio. Voglio anche iscrivermi a un corso di pittura. Da ragazza lo sognavo, poi la vita…
Un corso di pittura?
Ridi?
Ma va! Anzi, mi sa che è la prima volta che dici cosa vorresti fare TU.
Sì, disse Lucia. La prima volta.
Rosa non ebbe bisogno di aggiungere nulla.
È giusto, disse solo.
Riguardo allamore e ai matrimoni, ora Lucia la vedeva diversa. Non con amarezza o voglia di riscrivere tutto. Piuttosto con curiosità: come ti fanno diventare funzione e non persona, senza che te ne accorgi. Forse Giulio non laveva mai fatto apposta. O forse era solo comodo così.
Una storia di separazione, adesso che la poteva raccontare, non era fatta di lacrime o urla. Ma di documenti trovati in fondo a una scatola. Di avvocati con la voce piatta. Del primo mattino in cui Lucìa non aveva preparato colazione e il mondo era ancora lì. Che lalfabetizzazione economica non è una lezione in banca, ma il coraggio di chiedersi: la casa in cui hai abitato ventisei anni, di chi è?
Ad aprile sistemò la locandina per affittare il piano di sopra. In due settimane ricevette una giovane coppia dalla provincia di Parma: educati, gentili, lavoravano a Modena, ogni tanto portavano pane fresco dal mercato. Un piacere, senza impegni eccessivi.
A maggio iniziò il corso di pittura nella scuola darte del paese accanto. Cera di tutto: pensionati, una ragazza in maternità, un uomo di sessantanni che aveva fatto il muratore tutta la vita. Il maestro un artista baffuto e un po trasandato, occhi da lince parlava poco, ma con valore.
Alla prima lezione Lucia disegnò una mela. Veniva tutta storta. Guardandola, le scappò una risata, solo per sé. Una mela storta: come il suo melo in cortile.
Una sera di giugno, seduta sulla veranda a leggere, sorseggiando una tisana, il telefono restava silenzioso. Giulio non chiamava da mesi e nemmeno lei. Di rimbalzo aveva saputo che viveva in affitto a Modena, restando a galla con le sue pratiche fiscali. Della Rinaldi nessuna traccia. Lavorare senza una moglie comoda era meno facile.
Lucia non ci trovava gusto in tutto questo. A essere sincera, era indifferente. Non per cattiveria, ma per serenità. Quel che succedeva a Giulio non era più un suo problema.
Come si sopravvive al tradimento? Lucia la risposta non la sapeva. Forse ognuno ha la sua. La sua soluzione era restare coi piedi per terra: niente analisi infinite, niente lamenti, niente rabbia inutile. Si parte dai documenti. Si cerca uno specialista. Si fa il passo dopo.
Dicevano la sorte delle donne, come se fosse data e basta. Rassegnati, pazienti, adattati. Ma a cinquantadue anni Lucia capiva che sorte non è una condanna. È un punto di partenza, una direzione da scegliere, se hai coraggio.
Lei il coraggio finalmente laveva trovato. Forse tardi. O magari no. Perché la vita dopo i cinquanta, stranamente, era tutto fuorché la fine. Era un inizio. Cauto, complicato, senza garanzie. Ma pur sempre un inizio.
A fine giugno incontrò Giulio per caso. Entrambi in fila allanagrafe comunale. Lui la notò per primo. Si bloccò, poi si avvicinò.
Lucia non se laspettava. Era in fila con la sua cartellina di documenti, in un vestitino di lino chiaro.
Ciao la salutò lui.
Sembrava più magro, una faccia stanca. Buon abito, ma tutto stropicciato. E Lucia pensò: Ecco, prima lavrei stirato io.
Ciao, disse.
Rimasero in silenzio un attimo.
Come va? chiese lui.
Bene. E tu?
Sto sistemando un po di cose. Troppi casini accumulati.
Eh, succede.
Lui la fissava. Negli occhi qualcosa che non aveva mai visto. Forse incertezza. Forse lentezza nel capire, troppo tardi.
Lucia, volevo…
Giù, lo interruppe dolce, lascia stare. Davvero. Non ho né rabbia né risentimento. Tutto già deciso. Non serve altro.
Chiamarono il suo numero. Lucia si avvicinò allo sportello. Quando si voltò, lui era allaltro. Uscì, chiuse la porta di vetro dietro di sé.
Fuori cera sole pieno, aria destate, lodore di asfalto caldo e magari, proprio dal cortile vicino, il profumo dei tigli in fiore. Si fermò un attimo, il viso al sole, gli occhi chiusi.
Poi il telefono squillò. Era Rosa.
Allora, hai consegnato?
Sì, fatto. È tutto in regola.
Dai, ti porto sabato a una mostra dacquarelli, che dici?
Certo, rise Lucia.
Come stai?
Rimase a pensarci. Guardò fuori: la gente passava, il cielo azzurro, la lanugine dei pioppi bianca che viaggiava nellaria, senza preoccuparsi di niente.
Sto bene, Rosy. Sul serio. Né felice, né triste. Ma bene. Finalmente.
È già tanto, Lucia.
Sì, disse lei. È davvero tanto.







