Notifica a Sorpresa

Notifica Improvvisa

Il telefono era poggiato a faccia in giù sul comodino, come sempre. Francesca non aveva nessuna intenzione di toccarlo. Aveva solo allungato la mano per prendere il bicchiere dacqua, la mano aveva sfiorato il bordo liscio di plastica, e lo schermo si era illuminato da solo, per caso. A volte certe cose prendono luce quando sarebbe meglio restassero nellombra.

Ha visto una sola riga. Solo una, nella notifica di Whatsapp.

Mi manchi anche a me. Oggi è stato bello. Tua Giuli.

Francesca allinizio non ha capito. Ha fissato quelle parole per uno, due, tre secondi, come se fossero scritte in una lingua straniera e servisse tempo per tradurre. Poi ha guardato il marito che dormiva accanto. Marco dormiva di lato, rivolto verso il muro, la spalla un po sollevata, respirava calmo e profondo, come uno che la coscienza ce lha pulita.

Tua Giuli.

Giulia. Giulia Romano. Amica. Quella che tre mesi fa li aveva aiutati a scegliere il colore per la cameretta del bambino. Quella che aveva bevuto decine di tè nella loro cucina. Quella che solo la settimana scorsa si era lamentata con Francesca, al telefono, che non trovava mai un uomo decente, che erano tutti uguali, che era stanca di stare sola.

Francesca ha preso il bicchiere dacqua con attenzione. Ha bevuto. Lha rimesso giù. Si è alzata dal letto in silenzio, nemmeno una tavola ha scricchiolato. È uscita in corridoio, ha chiuso piano la porta della camera, è andata in cucina, ha acceso solo la luce piccola sopra i fornelli, per non accecare gli occhi ma forse era un altro tipo di dolore.

Si è seduta al tavolo e ha fissato il piano vuoto.

Fuori era notte, una notte qualunque dautunno, con le luci sfocate dallaltra parte del cortile. Il bollitore era ancora lì, con lacqua di ieri. Non lha acceso. È rimasta solo seduta.

Oggi è stato bello.

Quando, oggi? Mercoledì Marco era tornato verso le sette e mezza, aveva detto che era rimasto a cena con i clienti, che era stanco morto, voleva solo dormire. Lei gli aveva scaldato la cena, che aveva toccato a mala pena. Poi un po di tv, lui si era addormentato sul divano, lei stessa lo aveva coperto con il plaid. Con le sue mani.

Ha stretto le dita forte sul bordo del tavolo.

Lorenzo dormiva nella stanza accanto. Otto anni, dormiva di sasso, a volte parlava nel sonno di macchinine o di scuola. Il giorno dopo lo doveva portare allallenamento per le nove. Comprare il pane. Chiamare la mamma, che non sentiva da quattro giorni e si stava sicuro offendendo.

La vita, quella di tutti i giorni, era tutta lì, in quelle piccole cose. E sotto, senza che lei lo sapesse, unaltra vita era cresciuta, silenziosa. Parallela. Altri messaggi, altre cene, unaltra donna che si firmava tua.

Francesca si è avvicinata alla finestra. Sul davanzale cera un vaso di geranio che non le era mai piaciuto, ma si ostinava ad annaffiare perché glielo aveva regalato la vicina. Il geranio era vivo, un po impolverato, tenace.

Ha pensato a quel geranio molto a lungo, senza sapere perché. Poi è tornata a sedersi.

Doveva decidere qualcosa. O forse no, forse non era il momento di decidere nulla. Dentro era tutto silenzioso, quel silenzio tagliente che cè prima che cominci qualcosa di molto rumoroso. Non pianto, non urla, solo silenzio che punge.

È rimasta in cucina fino alle quattro, senza far niente. Solo a guardare le finestre che si spegnevano una a una nel cortile. Alla fine ha acceso il bollitore. Ha fatto il tè, non lo ha finito. Ha lavato la tazza. È tornata in camera. Si è sdraiata accanto a Marco, senza toccarlo, guardando il soffitto.

Marco dormiva.

Lei ascoltava il suo respiro e pensava che fino al giorno prima quel respiro era solo parte della notte, abituale, come il rumore del frigorifero o del traffico dalla strada. Poi, improvvisamente, ogni fiato aveva un suono diverso. Come sentirlo davvero per la prima volta, dopo anni. Ed era insopportabile.

Al mattino si è alzata prima di lui. Ha svegliato Lorenzo, gli ha preparato la colazione; lui voleva pane e Nutella, non la solita pappa. Glielha preparato. Gli ha fatto il nodo alle scarpe, perché ancora è lento e cera fretta. Gli ha preso la mano ed è uscita.

Fuori faceva freddo, profumo di asfalto bagnato e foglie. Lorenzo camminava e raccontava la lezione di matematica, che la maestra era stata ingiusta, lui aveva fatto tutto bene ma lei aveva detto di no. Francesca ascoltava, annuiva, rispondeva. Giusto, al momento giusto. Lo sapeva fare, da anni.

Arrivarono in tempo allallenamento. Lha lasciato allistruttore, è rimasta un attimo alla porta a guardare come correva verso gli amici, rideva, si spingeva: un bambino come tanti. Poi è uscita.

Sulla panchina davanti allingresso, ha tirato fuori il telefono. Nella rubrica, Giulia R.. Ha guardato quel nome. Poi ha rimesso il telefono in borsa.

Non ora.

Non ancora.

In quei primi giorni pensava spesso a quando era cominciato. Rivedeva mentalmente gli ultimi mesi, come si spulciano vecchie foto cercando qualcosa di nuovo. Eccoli insieme, tutti e tre, al compleanno di Giulia a maggio. Marco rideva a una battuta di lei, e Francesca aveva pensato: che fortuna che mio marito va daccordo con la mia amica, non capita a tutti. Giulia era venuta da loro il sabato dopo, per scegliere la stoffa delle tende. Lei e Marco parlavano in cucina mentre Francesca metteva a letto Lorenzo. Poi le aveva chiesto: di cosa parlavate? Marco: di lavoro, è una designer, chiedevo idee per lufficio. Francesca aveva annuito. Certo.

Certo.

Non piangeva. La cosa la stupiva. Si aspettava le lacrime, ma niente, solo secchezza in gola e un peso freddo sotto le costole, come un sasso. Mangiava, dormiva, cucinava, rispondeva alle chiamate. Marco non notava nulla. Attento quanto sempre, non di più. Chiedeva comera andata la giornata. A volte la baciava sulla guancia prima di uscire. Lei porgeva la guancia.

Il quarto giorno Giulia chiamò.

Il telefono vibrò in tasca, e Francesca vide il nome, e per un attimo il fiato le si mozzò. Poi rispose con la voce più naturale.

Ciao, Giuli.

Franci, ciao! Che fine hai fatto? Ti ho scritto lunedì, non mi hai risposto.

La voce era normale. Calda. Un po colpevole, come se pensasse di aver fatto un torto. Proprio questo calore era insopportabile.

Scusa, sono incasinata. Lorenzo si è preso linfluenza, mentì Francesca senza fatica, nemmeno se ne stupiva più.

Davvero? Ha la febbre?

No, solo un po di raffreddore. Ora va meglio.

Mi hai spaventato! Senti, sabato siete liberi? Magari usciamo, è tanto che non ci vediamo.

Francesca fissava la parete. Cera una foto appesa: lei e Marco al mare, sei anni fa, Lorenzo ancora non era nato, entrambi ridevano, i capelli al vento. Una bella foto.

Sabato non credo riusciamo, disse. Ti richiamo io a fine settimana, va bene?

Certo certo. Ma come stai? Hai una voce strana…

Sono solo stanca. Tutto ok.

Sicura? Franci, se ti serve, chiama. Sai che ci sono.

Lo so, Giuli. Grazie. Ciao.

Ha chiuso la chiamata. Si è alzata. Ha guardato la foto di loro al mare. Lha tolta dal muro e messa nel cassetto del comò.

Quella notte finalmente ha pianto. In bagno, a lungo, con lacqua aperta per coprire il rumore. Pianto vero, fino agli occhi gonfi e la gola che brucia. Non per aver perso un uomo, e nemmeno per aver scoperto chi era davvero Marco. Piangeva per altro, per gli anni, la fiducia, per sé stessa, che aveva creduto sinceramente. Per la stupidità di quella fede. Perché Lorenzo crescerà in una famiglia dove il padre mente, e lui forse non saprà, o lo saprà troppo tardi.

Poi si è lavata la faccia con acqua fredda. Si è guardata allo specchio. Trentotto anni, né giovane né vecchia. Faccia normale, occhi gonfi. Ha pensato che il giorno dopo al lavoro doveva sembrare in forma.

E ha pensato che non si può lasciare semplicemente fare a loro. Non permettere che continuino come se nulla fosse, la loro vita segreta e questa qui, di Francesca e di Lorenzo, tenuta come sfondo. Non si può.

È tornata in camera. Marco dormiva. Si è sdraiata accanto.

Bisognava pensare.

Le due settimane seguenti Francesca ha vissuto a strati. Fuori tutto come sempre: cucinava, lavorava, portava Lorenzo agli allenamenti, parlava con Marco, sorrideva alle sue battute, perché sì, erano divertenti, e questo non si poteva cambiare. A volte si scopriva a dimenticare, vivere normalmente, e in quei momenti era peggio: significava che poteva ancora fingere che tutto fosse normale.

Dentro invece lavorava, in silenzio e con metodo. Nessun detective. Solo osservava. Dettagli che prima sfuggivano. Marco che prende il telefono e cambia stanza. Che a volte sorride guardando lo schermo, poi spegne quando la vede. Che ancora una volta mercoledì rientra tardi, sempre per cena coi clienti, e non mangia.

Un giorno, mentre era sotto la doccia, Francesca prese il telefono di lui. Sapeva il codice, non l’aveva mai cambiato. Quattro cifre, l’anno di nascita di Lorenzo. Aprì Whatsapp. Trovò la chat con Giulia.

Leggeva veloce, non tutto, solo quanto bastava a capire. Cinque minuti. Era iniziato a luglio. Tre mesi. Mentre pitturavano la cameretta, mentre Lorenzo passava in seconda, mentre lei andava dalla madre per il compleanno e Marco rimaneva a casa per lavoro, e lei ovviamente capiva.

Ha rimesso il telefono, è tornata in cucina. Ha acceso i fornelli. Ha tagliato la cipolla per la zuppa, cubetti regolari.

Marco esce dalla doccia, ancora in asciugamano, si affaccia in cucina.

Zuppa? Che buono, ho fame.

Sarà pronta tra mezzora, risponde lei.

Tono fermo. Cipolla a cubetti. Tutto regolare.

Quella notte decise che ci sarebbe stata una cena.

Non subito, non il giorno dopo. Serve tempo per prepararsi. Non per vendetta. Non pensa alla vendetta. Vuole solo guardare in faccia tutti e due, a casa sua, al suo tavolo, per dire quello che ha da dire. Calma. Senza urla. Senza scena. Ha imparato che dalle urla scappa solo chi le ascolta; il dolore resta.

Chiama Giulia il venerdì sera.

Giuli, ti chiamo per sabato. Avevi detto che volevi uscire insieme?

Sì, certo! Allora si fa?

Ho pensato: vieni da noi. Preparo qualcosa di buono, Marco cè, ci sediamo tranquilli.

Cè una pausa, minima. Un attimo, non di più.

Ok. A che ora?

Alle sette. Vieni?

Certo. Porto qualcosa?

Non serve niente.

Chiude. Va di là da Marco, che guarda la tv.

Ho invitato Giulia domani sera. Una cena fatta bene, che è tanto che non ci vediamo.

Marco la guarda. Qualcosa guizza sul suo volto, di sfuggita.

Va bene, dice lui. Ottima idea.

Sì, dice Francesca, tornando in cucina.

Sa che ora si scriveranno subito. Concorderanno la parte. Posa da amici storici. Non la turba. Non farà scenate. Lorenzo il sabato va dalla nonna, già tutto sistemato. La cena sarà tranquilla.

Tutta la settimana pensa a cosa cucinare. È importante. Non per apparenza, ma per tenere la mente occupata. Decide: pollo al forno con rosmarino e patate, insalata di rucola e pera che Giulia adora, torta di mele che Francesca fa meglio di chiunque. Che tutto sia bello, la tavola curata.

Sabato lascia Lorenzo dalla nonna alle due. La mamma chiede, come sempre, se va tutto bene. Solo stanca, risponde Francesca, bacia Lorenzo già incollato alla tv e torna a casa.

Silenzio. Marco esce di nuovo la mattina, torna alle tre con le buste della spesa. Vino buono, lo nota. Per la cena, dice. Ti dispiace? Ottima idea, risponde lei.

Lui è nervoso, lei lo vede. Controlla il telefono due volte al frigo. Poi si siede sfogliando un giornale che non ha mai letto.

Francesca cucina. Lava il pollo, pesta le spezie, taglia le patate, prepara il condimento per linsalata. Odore di rosmarino e aglio inonda casa, caldo, di casa. Apre la finestra, entra laria fredda e il profumo dautunno.

Alle sei ha già la tavola pronta. Tre piatti, tre bicchieri. Niente candele, sarebbe una farsa. Solo una tavola bella, tovaglia pulita, fiori freschi in vaso.

Alle sette in punto suonano.

Giulia arriva con un cappotto nuovo blu, elegante. Capelli in ordine, profumo che Francesca conosce a memoria. Porta una scatola di cioccolatini belli, anche se aveva detto che non serviva.

Che bello da te, Franci, dice. Che profumo.

Entra, sono contenta che sei qui, dice Francesca. Ed è vero, in un modo strano, storto.

Marco esce dalla stanza. Lui e Giulia si salutano, bacio sulla guancia. Tutto normale. Sono bravi a recitare.

Parlano mezzora di niente. Giulia racconta di un progetto per un ufficio fuori città, clienti pieni di stranezze, maniglie doro dappertutto. Marco ride, risponde delle sue stranezze di clienti. Francesca ascolta, aggiunge qualche parola, versa il vino.

Fuori è notte ormai. Accende la luce del tavolo. Diventa tutto ancora più intimo, dolorosamente.

Aspetta che siano al secondo bicchiere. Poi, quando Giulia si serve linsalata, Francesca parla, calma, senza preamboli.

Voglio dirvi una cosa. Ascoltatemi entrambi, per favore.

Si bloccano. Giulia con la forchetta per aria, Marco con il bicchiere mezzo sollevato.

So tutto di voi. Da luglio. Ho letto la chat, Marco. So quello che mi serve sapere.

Silenzio. Si sentono solo le lancette dellorologio in cucina.

Parla prima Marco. Voce strana, come se si fosse rimpicciolito.

Francesca…

Aspetta, dice lei. Non sono qui per urlare. Volevo soltanto dirvelo qui, insieme, perché entrambi dovete sentirlo. Io so. È tutto.

Guarda Giulia. Lei fissa la tovaglia, le guance rosse, le dita stringono la forchetta.

Giuli, sei stata a casa nostra magari duecento volte. Sapevi tutto di noi. Quando stavo male, mi facevi compagnia la notte. Quando partorivo Lorenzo, eri fuori dalla clinica. Lo dico non per farti vergognare. Ma perché tu sappia che io ricordo. Non ho dimenticato niente.

Giulia finalmente la guarda. Occhi lucidi, persi.

Franci, io…

Non ora, dice Francesca piano. Non adesso.

Si volta verso Marco.

Marco. Dodici anni insieme. Non starò a contare cosa è andato storto e quando hai pensato che ne avevi diritto. È lungo, e non è il momento. Oggi volevo solo stare qui, davanti a voi, e dire: io so. Voi pensavate di nascondere. Ma io so. Questa è la differenza.

Marco posa il bicchiere con cura.

Francesca, è più complicato. Dobbiamo parlarne, noi due, senza…

So che dobbiamo parlare. Ma non stasera.

Si alza. Prende il suo bicchiere, finisce il vino. Lo posa.

Stasera vorrei che finiste il pollo. È venuto bene, ci ho messo impegno. Poi potete andare, tutti e due. Lorenzo dorme da mia madre, posso chiamare e lasciarlo anche domani. Io ho da fare.

Nessuno si muove.

Marco la guarda con una espressione indecifrabile. Non colpa, no. Sconcerto, attesa, forse il mancato urlo lo ha spiazzato.

Giulia dice, la voce incrinata:

Franci, perdonami.

Francesca la guarda. Quel viso conosciuto da quindici anni. Mascara sciolto. Il profumo che una volta le aveva consigliato.

Non so Giuli, dice dopo un po. Forse, un giorno. Ma non ora.

Esce. Va in camera, chiude la porta. Si siede sul letto. Sente le voci basse in cucina, sedie che si muovono. Poi la porta dingresso sbatte. Una volta. Dopo un minuto, ancora.

Silenzio.

Rimane a sentire il silenzio. In casa profuma di pollo e un po di profumo di Giulia, che svanisce. Sul tavolo rimangono tre piatti, uno quasi intatto.

Non sa quanto tempo passa. Torna in cucina, sistema tutto. Avvolge il pollo nella stagnola, lo mette in frigo. Lava i piatti. Pulisce il tavolo, raccoglie le briciole.

Poi si siede al centro della cucina vuota.

Ecco. Così poco materiale resta di una storia lunga dodici anni e una migliore amica: tavolo pulito, odore di sapone.

Chiama la madre.

Mamma, posso lasciare Lorenzo da te fino a domenica?

Certo cara, dorme già. Ma tutto bene?

Sì. Poi ti racconto. Non ora.

Vieni anche tu, non dormo ancora.

No, mamma. Sto a casa. Mi serve.

La madre non insiste. Sa quando non deve farlo.

Mangi qualcosa almeno?

Sì, ho cucinato bene. Il pollo è venuto buono.

Ah, allora va bene, dice la madre. Quel va bene taglia più tutto il resto di quella sera.

Francesca riattacca e piange. Stavolta senza bagno o rumori dacqua. Semplice, in cucina, senza nascondersi. Piange a lungo. Poi si asciuga, si lava al lavello.

Fuori cè la città, le luci, novembre, un sabato normale. Marco e Giulia saranno per strada, in macchina, parleranno. Cosa si dicono, non lo sa e nemmeno vuole saperlo adesso.

Non sa cosa verrà dopo. Non importa. Ora è bastato arrivare a questa sera, senza urlare, senza cedere. Ha detto quello che doveva.

Marco rientra alluna passata.

Lei non dorme, distesa nel buio. Sente la porta, i passi, lo scroscio dellacqua riempire un bicchiere. Si ferma sulla soglia della camera.

Poi apre piano la porta.

Non dormi?

No.

Entra, si siede sul bordo del letto, dal suo lato. Lungo silenzio.

Francesca, non so da dove cominciare.

Allora non cominciare stanotte, dice lei. Dormi. Parliamo domani.

Non vuoi…

Marco, è notte. Sono stanca. Domani.

Lui si stende. Lei chiude gli occhi. Nessuno tocca laltro. Stanno uno accanto allaltra, come sconosciuti finiti nello stesso letto per caso.

Al mattino si alza presto. Mentre Marco dorme, prepara una borsa leggera. Non per andarsene davvero, non ancora, solo lo stretto necessario. Documenti, carta, pochi vestiti. Una foto di Lorenzo dal comodino.

Lascia la borsa vicino alla porta.

Prepara il caffè. Aspetta Marco.

Lui vede la borsa. Si ferma.

Te ne vai?

Vado da mamma qualche giorno. Con Lorenzo. Dobbiamo parlare, Marco, ma prima devo star sola, per un po.

Lui guarda la borsa, poi lei.

Francesca, voglio spiegarti.

Sto ascoltando.

Silenzio. Lei sorseggia il caffè.

Non so come sia successo. Non lho… programmato…

Nessuno lo programma, Marco. Funziona così.

Vuoi il divorzio?

La parola cade tra loro. Lei non distoglie lo sguardo.

Non lo so. Ora devo capire cosa voglio. Ma so che non posso restare qui e fingere che è tutto normale. Tu lo capisci?

Lui annuisce. Pesantemente, come chi capisce ma non si sente meglio.

Lorenzo…

Starà bene. È una cosa nostra, non sua. Mi assicurerò che sia così.

Lei finisce il caffè. Mette la tazza nel lavandino. Prende la borsa.

Ti chiamo io.

Esce.

Nel vano scale cè odore di legno vecchio e di colazione di qualcuno. Scende, contando i gradini. Dodici rampe, sesto piano, lo sa a memoria, ma oggi conta come la prima volta.

Esce in strada.

Laria è fredda, umida. Sullasfalto foglie bagnate, uno della nettezza in gilet arancione le accumula sul bordo. Il cielo è grigio, senza sole, novembre al suo meglio. Francesca sta lì sulle scale e respira questo odore e allimprovviso sta un po meglio. Solo per laria. Perché è lì, da sola, senza nascondersi.

Pensa a Lorenzo. Lui si sveglierà dalla nonna, chiederà le frittelle, le avrà, sarà felice. Non sa cosa è successo, e va bene così. Ha otto anni. Che abbia le frittelle, gli allenamenti e la maestra severa. Il resto Francesca lo affronterà più avanti.

Non sa cosa sarà. Un divorzio, qualcosa daltro, se avrà forza. Non sa se perdonerà mai Giulia. È più difficile perfino di Marco, perché col marito si può capire, succede, fa male ma succede. Lamica, a cui confidavi tutto, è diverso. Serve tempo, tanto.

Ma adesso è fuori casa con la borsa, un mattino grigio, e a due isolati cè suo figlio ad aspettarla. Fa un passo giù dalla scala. Poi un altro.

E cammina.

Mamma la accoglie senza domande. Apre la porta, guarda la borsa, la faccia di Francesca, capisce tutto. Dice solo:

Vai a lavarti, ora faccio il tè.

Lorenzo esce dalla stanza in calzini, capelli scompigliati.

Mamma! Perché sei venuta? Ieri hai detto che non venivi!

Mi mancavi, dice lei, lo abbraccia, gli infila il naso tra i capelli. Sa di shampoo e sonno.

Mi fai il solletico, ride scappando nella stanza: cè il cartone da guardare.

Lei lo segue con lo sguardo.

Poi va in cucina. La madre dispone le tazze, si siede davanti a lei. Piccola cucina, tende a fiori vecchie che la mamma non vuole cambiare, frigo pieno di magneti, uno fatto da Lorenzo allasilo, storto e bellissimo. Tutto così familiare che torna da piangere.

Ma stavolta no.

Mamma le mette la tazza davanti. Si siede. Dopo un po chiede:

Mi racconti?

Raccontarti sì. Ma non adesso. Fammi abituare.

È Marco?

Sì.

La madre annuisce. Niente parole. Solo la sua tazza. Stanno lì a bere. Dal salotto si sentono le risate del cartone, Lorenzo che ride.

Posso restare da te per un po?

Quanto vuoi, la camera è sempre tua.

È tutto quello che serve.

Poi la vita riprende, ma non sa come chiamarla. Non è provvisoria, anche se lo pare. Non è nuova, anche se col tempo un po lo diventerà. Solo vita, senza certe definizioni. Un giorno dopo laltro.

Con Marco hanno parlato. Più di una volta. Dialoghi difficili, senza urla ha tenuto fede alla promessa di non gridare, anche quando era dura. Lui diceva di non capire, di essersi trovato in qualcosa da cui non riusciva a uscire. Che gli dispiaceva. Che pensava a Lorenzo. Che non sapeva cosa fosse giusto.

Francesca ascoltava. Rispondeva. Non perdonava, non dava la colpa.

La questione del divorzio prende tempo, come tutto quello vero. Avvocati, documenti, parole su casa, su dove starà Lorenzo. È difficile, brutto, come tutto quando ci si divide davvero. Ma passa anche questo.

Giulia non chiama per settimane. Poi manda un messaggio, poche righe: Sono qui se vuoi parlare. Francesca legge e non risponde. Non per cattiveria. Semplicemente non sa cosa dire.

A fine novembre, va a prendere Lorenzo allallenamento. Cade la prima neve, leggera, quasi pioggia, si scioglie subito. Lorenzo esce dal palazzetto, il viso rivolto in su, cerca di afferrare i fiocchi con la bocca.

Neve! Mamma, guarda!

Guarda anche lei. I fiocchi scendono dal cielo scuro, o forse lei si confonde e sembrano salire guardando troppo a lungo. Sono piccoli, freddi, uno le si scioglie sulla guancia.

Vedo, risponde.

Facciamo un pupazzo questanno?

Se nevica bene sì, questo è troppo poca.

Uffaaa…

Dai che ti raffreddi. Andiamo.

Lui le dà la mano. Il guanto è caldo, con una macchinina sopra. Camminano sotto i fiocchi arancioni dei lampioni. Lorenzo racconta, lei non ricorda cosa, qualcosa sui pupazzi e un compagno che riesce a farli alti quanto lui.

Lei cammina, gli stringe la mano.

Fa ancora male. Non è finito, e non finirà presto. Dodici anni non se ne vanno in un novembre. Ma insieme al dolore cè anche qualcosaltro che non sa ancora definire. Qualcosa come aria, o libertà. Si sente che cammina, che tiene la mano di suo figlio e sceglie la strada.

Non sa se è la scelta giusta o se sarà più facile, sono cose diverse lo capisce solo ora, a trentotto anni, sotto la prima neve.

La settimana seguente trova un annuncio per una piccola casa in affitto nel quartiere accanto. Due stanze, quarto piano, vista sul cortile. I proprietari, una coppia anziana gentile, nessuna domanda in più. Francesca visita, resta nelle stanze vuote, ascolta il silenzio. Cucina piccola, ma luminosa. Dalla cameretta si vedono gli alberi.

La prende?

Sì, risponde.

Il trasloco dura un giorno. Alcuni vicini della madre laiutano. Marco porta le cose di Lorenzo, le lascia in ingresso, guarda in giro.

Bella casa, dice.

Sì, lei conferma.

Alla porta lui si volta.

Francesca. Mi dispiace davvero.

Lei lo guarda. Questuomo che conosce da tanti anni. Più stanco, un po invecchiato. Una persona come tante.

Lo so, dice. Vai, Marco.

Lui va.

Lei chiude la porta. Ci si appoggia. Poi va a disfare le valigie.

Lorenzo arriva la sera, corre subito a vedere la cameretta, adora la vista degli alberi, dice che vuole sdraiarsi sul davanzale a spiare i gatti che passano. Francesca dice che il davanzale è stretto. Lui ride: sono piccolo, mi va bene. Lei ride.

Ne ride spontaneamente, così, senza aspettarselo: qualcosa dentro si scioglie. Lorenzo la guarda sorpreso.

Che cè?

Niente. Vieni a cena, ho comprato i tortellini.

Tortellini! e vola in cucina.

Lei accende la luce sopra i fornelli, mette su lacqua. Trova il sale nella busta della spesa. La cucina ha un odore diverso, di case altrui e pareti vecchie, ma cambierà: quando inizi a cucinare, i profumi diventano i tuoi.

Lacqua bolle, versa i tortellini.

Lorenzo siede al tavolo e disegna, perché ha compiti di arte e se ne era appena ricordato.

Allora il pupazzo di neve lo facciamo?

Certo, quando scenderà davvero la neve andremo a farlo.

Prometti?

Prometto.

Lui annuisce, ritorna al disegno.

Fuori ora nevica sul serio, non più quella neve maldestra di novembre, ma neve vera, di dicembre. Si poggia sugli alberi, sul davanzale, sui tetti. La città si fa più silenziosa, più bianca, persino più gentile.

Francesca resta ai fornelli a mescolare i tortellini. Non pensa a nulla in particolare. Sta lì, mescola, ascolta Lorenzo borbottare sui suoi disegni, guarda la neve cadere.

Non sa cosa verrà dopo.

Sa solo che domani si alzerà presto, accompagnerà Lorenzo a scuola, andrà a prendere il pane, chiamerà la madre che non sente da tre giorni. La sera magari aprirà qualche scatolone in più in ingresso. O forse no, non importa, tanto restano lì.

Il dolore tornerà, lo sa. Di notte, a volte anche di giorno, quando un profumo, una voce, una memoria risaliranno dagli anni belli. Ma non ci si può fare niente, e nemmeno serve aspettare che passi di colpo.

Intanto i tortellini sono pronti. Lorenzo ha già smesso di disegnare e guarda verso di lei con occhi pieni di fame.

Arrivano! dice Francesca.

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