Il tempo non ha cancellato il passato

La prescizione non è ancora scaduta

Signora Lei si rende conto di chi sono io?

Non risposi subito. Terminei di compilare la registrazione sul registro dingresso, posai la penna con cura e solo allora guardai la donna davanti a me.

Aveva poco più di trentacinque anni, ne dimostrava anche meno. Capelli biondi freschi di parrucchiere o forse veniva proprio da lì, dato il profumo che quasi mi pizzicava il naso. Il cappotto era color cammello, di cashmere purissimo, lo capivi anche da lontano; la borsa sullavambraccio, una di quelle che costano più dello stipendio di sei mesi di un impiegato.

La ascolto, risposi con calma.

Allora perché non apre? Sono qui che aspetto da almeno tre minuti.

Lei non ha un tesserino, spiegai io. Lho già detto al suo autista quando ha chiamato. Il tesserino va richiesto per tempo.

Mio marito affitta qui metà dellottavo piano! La voce le salì di tono. Società Vittoria Commercio. Ha idea almeno di che parlo?

Ho capito benissimo, annuii. Ma il tesserino per lei non cè. Chiami suo marito, venga giù lui o ci chiami, sistemiamo tutto in un attimo.

Non intendo chiamare nessuno! Sono la moglie di chi paga, dovete lasciarmi passare!

Strinsi leggermente gli occhi su di lei, senza rabbia. Solo osservando, come si guarda qualcosa di banale e un po stancante.

Le regole valgono per tutti, replicai, pacato.

La donna fece un passo verso di me, si chinò leggermente e sussurrò in modo chiaro ma basso:

Senta, nonna. Lei sta lì, nella sua scatola, prende le sue poche lire e crede di potermi comandare? Chieda a chi di dovere e apra il tornello. Oppure farò in modo che qui lei non ci lavori più.

Rimasi silenzioso un secondo.

Va bene, dissi allora, alzando il telefono.

La donna si tirò indietro, soddisfatta.

Compilai il numero, attesi che qualcuno rispondesse:

Andrea Sementa, sono il postazione uno. Al portone cè una signora senza tesserino, dice di essere la moglie di Vittorio Lari, ottavo piano. Sì, attendo.

Riposai la cornetta e tornai al mio registro.

Quanto devo aspettare? chiese lei.

Finché non rispondono.

La donna sbuffò, tirò fuori il telefonino e iniziò a ticchettare, ostentando quanto fosse offesa. Passarono un paio di minuti. Poi, dallaltra parte dellatrio, dai montacarichi, si avvicinò un uomo: alto, impeccabile, il viso un po teso.

Anita che succede? mormorò.

La tua portinaia non mi fa entrare.

È la procedura normale, te lho detto che…

Vittorio, non intendo avvisarti ogni volta che vengo da mio marito al lavoro.

Lui mi guardò.

Buongiorno. È mia moglie, Anita Lari. Possiamo fare un tesserino temporaneo?

Certamente, replicai, aprendo la scheda giusta.

Mentre inserivo i dati, la signora Anita stava un po di lato a telefonare. Prima di attraversare il tornello, si voltò e commentò ad alta voce:

Siamo alla follia.

Il marito la seguì, senza guardarmi.

Li seguii con lo sguardo, richiusi il registro, mi versai il tè dal thermos ormai era quasi freddo.

Pensavo. Non ad Anita Lari, no. Piuttosto pensavo a quel cognome, Lari, che non compariva in quelledificio per caso. E avrei dovuto prevederlo.

Vittorio Lari.

Chiusi gli occhi per un attimo.

Ventidue anni, una vita. La gente cambia, invecchia, mette su famiglia, compra uffici agli ottavi piani. Ma certe cose non cambiano. E questo lo sapevo con certezza.

Il centro direzionale Orizzonte dominava viale dei Costruttori già da otto anni: vetro grigio, scalini di granito, parcheggio riservato, bar al piano terra con panini a cinque euro. Tutto al giusto posto. Ventiquattro locatari da piccoli studi legali a aziende commerciali più grandi. Vittoria Commercio quasi tutto lottavo piano, pagava sempre e considerata tra i migliori clienti.

Io questo lo sapevo, perché leggevo tutti i contratti. Tutti. Protocolli, verbali, registri: solo per abitudine.

Al posto di guardiano ero da sette mesi.

I colleghi mi trattavano con simpatia, con la condiscendenza che si riserva a un pensionato venuto a integrare la pensione. Mi aiutavano con la procedura del nuovo programma, portavano paste, ogni tanto coprivano i miei turni senza storie. Accettavo tutto volentieri senza disilluderli mai.

Il direttore del centro, Andrea Sementa, cinquantadue anni, era un tipo preciso e un po ansioso. Faceva tutto per bene, prendeva decisioni sensate, gestiva gli affittuari con fermezza senza mai alzare la voce. Lo osservavo di buon occhio. Mi piaceva.

Nessuno lì dentro sapeva che ero proprietario unico della società di gestione delledificio. E non solo di quello, ma ora non conta.

Avevo deciso di lavorare come guardia lottobre scorso, dopo una discussione con mia figlia.

Papà, tu non hai idea di cosa succede tra la gente, mi disse. Lei direttore finanziario di una delle mie società, parlava senza mezzi termini, e io apprezzavo. Te ne stai in ufficio a vedere numeri e prendi decisioni. Chi sono davvero queste persone? Non vedi come si comportano quando credono di non essere visti.

Aspettai. Chiesi:

Credi che non sappia comè fatta la gente?

Penso che è troppo tempo che non li guardi da vicino.

Aveva ragione. Lo ammettevo, come sempre quando la verità era limpida.

Sette mesi nel ruolo mi diedero tanto. Vedevo come trattavano le addette alle pulizie. Chi salutava la portineria e chi passava oltre. Piccole meschinità e piccole gentilezze, normali trame della vita vera.

E ora Anita Lari.

Non ero uno che decide in fretta. Mi detti una settimana.

In quella settimana Anita venne in Orizzonte altre due volte. Una volta senza preavviso, spiegando stizzita a Marco, il giovane collega, che aveva il tesserino, non capiva perché non funzionasse. Aveva dimenticato il tesserino a casa. Lui fu cortese, lei sbottò; alla fine dovette scendere di nuovo il marito. Io osservai tutto dal posto vicino, fingendo di controllare lo schermo.

La seconda volta venne venerdì sera, mentre la signora Rosa puliva il pavimento, col secchio appena passato davanti agli ascensori. Anita attraversò soprappensiero il pavimento bagnato. Rosa le disse qualcosa dietro, invitandola ad aspettare un attimo; Anita si voltò, disse qualcosa di sottovoce. Non sentii le parole, ma lessi la faccia di Rosa dopo.

Rosa da sei anni in Orizzonte, sessantatré anni, cresceva i nipoti, mai una lamentela.

Chiusi la settimana riflettendo, domenica sera, a casa davanti a una tazza di tè e una cartellina di documenti.

Poi chiamai Andrea Sementa.

Buonasera, ingegnere, esordii. Scusi lorario. Può passare domattina unora prima?

Signor? Aveva un tono sorpreso. Certo è successo qualcosa?

Tutto bene, solo devo parlarle.

Alle otto va bene?

Dormii tranquillo quella notte. Ma prima di addormentarmi fissai soffitto. Ventidue anni sono tanti, ma certi debiti non hanno prescrizione. Non in senso giuridico: in senso umano.

Lunedì, alle otto, salii nel suo ufficio.

Sementa era seduto alla scrivania, mi fissava con cortese imbarazzo. Avrà pensato che avessi una richiesta: cambio turno, osservazioni sul servizio. Era pronto a tutto meno che a quello che venni a dirgli.

Poggiai la cartellina davanti a lui.

Cosè? chiese.

Guardi.

Aprì. In cima la procura, poi visura della società, poi varie lettere con la mia firma.

Leggeva lento. Poi sollevò gli occhi. Poi tornò sulla cartellina.

Lei? È davvero lei?

Sono io.

E questi mesi ha fatto il guardiano.

Sì.

Restò silenzioso. Poi, quasi stupito:

Posso chiedere perché?

Volevo vedere con i miei occhi senza report. Personalmente.

Lui annuì, piano. Nessun risentimento, notai con piacere. Solo sorpresa e qualcosa di simile al rispetto.

È soddisfatto di ciò che ha visto?

In generale sì. Lei lavora bene. Anche il suo staff. Ma ho bisogno del suo aiuto su una questione.

Mi dica.

Vittoria Commercio, ottavo piano. Voglio chiudere il contratto.

Sementa riguardò la cartellina.

Il contratto scade a marzo prossimo. Senza infrazioni. Rischiamo una causa…

Ingegnere, lo so. Prepa ri la notifica ufficiale della mancata proroga e proposta di rescissione anticipata con buon indennizzo. Ma devono andare via.

Sementa mi fissò ancora. Alla fine annuì.

Lo faccio. Entro quando?

Una settimana per la notifica, tre mesi per liberare i locali. Più che sufficiente.

Chiederanno spiegazioni.

Lo so. Dica che la proprietà ha deciso una ristrutturazione strategica. Non è una bugia: vorrei fare sale riunioni.

Lui si alzò, ci stringemmo la mano. Lui alla porta si voltò:

Rimarrà al posto?

Ci pensai un attimo.

Ancora un po. Finché non chiudo cosa iniziato.

Vittorio ricevette la notifica il mercoledì. Giovedì lo vidi uscire dallascensore con la faccia di chi ha appena incassato un pugno. Venerdì, unora abbondante in ufficio del direttore.

Andrea mi raccontò velocemente.

Chiede spiegazioni. Dice che ha sempre pagato, ha clienti, partner, che non può spostare tutto in tre mesi. Offre il venti per cento in più daffitto.

No, ribattei.

Lho già respinto.

Bene. Grazie.

Pensavo fosse finita lì. Avrebbe trovato un altro ufficio; spiacevole, sì, ma non la fine del mondo; gli affari li sapeva fare.

Invece tornò. Non da Sementa. Da me.

Lo individuai subito, si avvicinava al banco in modo diverso dal solito. Sembrava uno che ha preso una decisione, ma teme di aver sbagliato.

Signor… mi rivolse la parola.

Sollevai lo sguardo calmo.

Buongiorno, Vittorio.

Si bloccò. Forse sorpreso dalla mia calma.

Possiamo parlare?

Dica.

Si guardò attorno. La hall era quasi vuota.

Ho scoperto chi è lei, disse piano.

Si è informato.

Me lhanno detto. Taceva un attimo. Vorrei spiegare.

Che cosa?

Quello che è successo. Nel 99.

Pogiai la penna.

Il 1999. Avevo allora quarantatré anni. Mio padre, Nicola, era ancora vivo; iniziavamo appena a costruire ciò che poi è diventato lattività. Cera un piccolo magazzino, debiti, speranza. Cera anche un socio giovane e promettente, cui ci fidavamo.

Vittorio aveva ventisette anni, educato, in gamba. Lavorò con noi un anno e mezzo. Gli insegnavamo, lo aiutavamo; mio padre lo vedeva come un figlio.

Poi se ne andò. Con la lista clienti che aveva copiato di nascosto e con un contratto che aveva rifatto su di sé, mentre papà era in ospedale dopo un infarto. Non mortale, il primo. Il secondo, tre anni dopo, lo portò via.

Non avevo mai collegato direttamente il secondo infarto al tradimento; non sarebbe onesto. Papà stava male e basta. Ma ricordo ancora la sua frase in ospedale, appena capito cosa era accaduto: Non capisco, Gino. Lo trattavo come un figlio.

Non lho dimenticato.

Mi dica, invitai Vittorio.

Parlò con voce che aveva preparato: era giovane, fece un errore, lo comprende solo adesso, ci ha pensato negli anni. Poi, esitante:

Ho qualcosa che vi appartiene. A voi, alla vostra famiglia.

Tacqui.

Nicola mi aveva affidato un oggetto. Si ricorda… Un orologio di famiglia.

Mi ricordai. Un vecchio orologio da tasca, di quelli di fine Ottocento. Il nonno laveva portato in guerra ed era lunico oggetto custodito gelosamente. Papà ci teneva; una volta lo lasciò mostrare a Vittorio per un orologiaio di fiducia. Poi ospedale, rottura, e lorologio rimase a lui.

Voglio restituirlo, aggiunse Vittorio. E chiedo di rivedere la questione dellaffitto.

Così stavano le cose.

Lo osservai. Labito costoso, le mani che mostrano incertezza. Cinquantanni sulle spalle ormai, tempie brizzolate. Una vita che, a quanto pare, era andata avanti: moglie col cappotto di cashmere, ufficio grande, auto sotto il palazzo.

Pensai: davvero gli dispiace? In realtà, non so. Forse sì. Forse teme solo di perdere lufficio. Lanimo umano è complicato.

Porti qui lorologio, conclusi.

Sospirò.

Quando preferisce, porto…

Porti. Lo lasci al banco. Lo ritirerò.

E laffitto?

Decisione presa.

Mi guardò.

Lei capisce cosa significa per me? Ho investito tutto qui…

Nicola investì qualcosa anche in te. Lo ricordi?

Si zittì.

Lorologio, grazie. E non torni a parlarmi di questo.

Rimase qualche secondo, poi si allontanò.

Lorologio arrivò il giorno dopo, chiuso in un panno, lasciato a Marco, senza che Vittorio volesse farsi vedere.

Lo aprii a fine turno. Quello era, senza dubbio. Un po graffiato, ma integro, il meccanismo pareva funzionare.

Lo tenni in mano a lungo.

Poi lo misi nella borsa e andai a casa.

Le due settimane seguenti in Orizzonte furono tese ma tranquille. I dipendenti di Vittoria Commercio dapprima nulla, poi alcune voci. Qualcuno dellottavo andava da Marco, chiedeva se fosse vero. Marco rispondeva sinceramente che non ne sapeva nulla.

Anita si rifece viva una settimana dopo la discussione con me. Era giovedì, intorno a mezzogiorno. Ero in servizio.

Si avvicinò al banco con passo più lento del solito. Cappotto blu scuro, volto diverso non più quel sorrisetto di chi si sente superiore.

Buongiorno.

Buongiorno.

Vorrei parlarle.

Passi pure, le apro.

No. Scosse il capo. Vorrei parlare qui.

Sollevai le sopracciglia, incuriosito.

Ascolto.

Restò in silenzio. Si vedeva che non era brava a chiedere scusa; lo mostrava il modo in cui stava, come muoveva le mani. Ma era lì, ed era già qualcosa.

Sono stata scortese, disse infine. Laltra volta, senza tesserino. Le ho detto certe cose. È stato… sbagliato.

Mi ha chiamato nonna.

Anita abbassò lo sguardo, poi tornò a fissarmi.

Sì. Mi scusi.

La osservai. Una donna giovane che non sa chiedere scusa. Cresciuta in un mondo dove contano i soldi, lo status, dove la guardia allingresso è quasi un mobile.

Accetto le sue scuse.

Anita annuì. Poi, sottovoce:

Non cambierà decisione sullufficio?

No.

Capisco.

Stava già per andarsene, quando la fermai:

Anita. Attenda un secondo.

Si voltò.

La fissai a lungo, con attenzione. Lei sostenne lo sguardo, anche se chiaramente impacciata.

Lavora?

Come?

Lavora. Fa qualcosa.

Io no. Gestisco casa, nostro figlio.

Quanti anni ha?

Otto. È alle elementari.

Quindi di giorno è libera.

Mi guardava confusa.

Avrei un posto, proposi. Nellarchivio. Il lavoro è semplice ma necessario: sistemare, archiviare, digitalizzare. Non quello a cui è abituata, lo dico subito.

Silenzio.

Mi offre un lavoro? domandò, piano.

Sì.

Perché?

Riflettei qualche istante.

Perché è venuta qui, ha detto ciò che doveva, e non se nè andata subito.

È solo la normalità, fece lei, la voce più tagliente. Educazione basilare, possibile che basti questo?

Anita, risposi piano. La normalità, appunto. Solo che lei non lo fece la prima volta. Né la seconda. Oggi sì, senza più nulla da perdere. È altro.

Anita rimase muta. Poi:

Stipendio?

Il minimo. Ma regolare, con tutto a norma.

Lunga pausa.

Ci penserò, disse.

Va bene, annuii. Il contatto di Sementa lo ha già, lui la sistemerà.

Ripresi il registro. Conversazione finita.

A marzo Vittoria Commercio lasciò lottavo piano, in silenzio e senza polemiche. Vittorio prese il rimborso e trovò uno spazio nuovo, in periferia, più piccolo e meno caro. Dicono che abbia perso qualche contratto, chissà se vero.

Guardavo mentre portavano via mobili e computer dalla finestra al terzo piano, dove ero salito per caso. Due facchini con i carrelli, uno con una lastra di vetro imballata nella pellicola. La fine di un ufficio, lavvio di altro. Nulla di strano.

Mi tolsi gli occhiali, li detersi col bordo del cardigan e li rimisi.

Ventidue anni. Lungo tempo.

Non sentivo trionfo. Forse lavevo sperato, invece no. Sentivo qualcosa di diverso, pesante e appena decifrabile, come quando ti accorgi che una cosa tenuta stretta si scioglie.

Mio padre era morto nel 2002. Cinquantasei anni. Ho fatto tutto da solo senza soci, senza gran fiducia nel prossimo, veramente da solo. Mi è costato tanto, e tanto mi ha dato.

Non mi sono mai lamentato. Solo, ho sempre ricordato.

L’archivio era nelledificio accanto, sempre proprietà della società. Centro senza pretese, niente scalinate di granito. Lì trenta persone in silenzio e con ordine. Un posto era davvero vacante, non lavevo inventato per Anita.

Lei chiamò Sementa dopo quattro giorni da quella conversazione.

Me lo disse lui.

La signora si è presentata, comunicò. Confuso, ma troppo discreto per domandare altro. Settimana prossima inizia. Ho completato tutto.

Grazie.

Continuerà qui al posto?

Guardai fuori dalla finestra. Viale dei Costruttori, cielo grigio, gli ultimi mucchi di neve sui prati, pochi passanti.

No. Credo che possa bastare. Ho imparato ciò che dovevo.

Peccato. I colleghi si erano abituati.

Salutali da parte mia. E Marco in particolare. Bravo ragazzo.

Lo farò.

Uscii dal servizio a fine settimana, in silenzio, senza cerimonie. Lasciai nel cassetto il thermos, una penna buona e un piccolo cactus in vaso lo avevo portato là a novembre. Una nota: Al cactus basta poca acqua ogni quindici giorni. Nientaltro.

Rosa mi incontrò davanti allascensore, ormai col cappotto.

Va via?

Sì.

Peccato. Rosa si interruppe, poi: Lei salutava sempre. Tutti i giorni. Ci sono quelli che in un anno non dicono mai buongiorno; lei invece sì.

La guardai.

Non è un merito, Rosa. È solo normale.

Eh sì, concordò. Solo che non per tutti.

Ci salutammo fuori.

Uscii. Laria era fredda, fine marzo non sembrava voler scaldarsi. Mi abbottonai il cappotto e mi avviai verso lauto, parcheggiata apposta a due isolati. Unabitudine, anche quella.

Camminare era piacevole.

Pensavo ad Anita. A cosa ne sarebbe scaturito. Nessuna illusione: un colloquio con la guardia non cambia nessuno. Il lavoro darchivio nemmeno. La vita non trasforma così in fretta, non è un racconto morale.

Ma Anita era venuta. Aveva detto ciò che doveva. Qualcosa conta, fosse anche un piccolo seme. Da lì può crescere qualsiasi cosa o niente. Sta a lei.

Io le ho dato unopportunità. Nientaltro.

Il resto non dipende da me.

Aprii la macchina, mi sedetti, poggiai la borsa sul sedile. Dentro, lorologio. Di tanto in tanto lo prendo in mano. Il meccanismo funziona; lho fatto vedere in febbraio, lhanno pulito, mi hanno detto che può andare avanti altri cento anni.

Un belloggetto. Robusto.

Rimasi seduto alcuni minuti senza mettere in moto. Guardavo la facciata di Orizzonte riflettersi nel parabrezza.

Sette mesi, pensai. Sette mesi di banco, registro, telefono, thermos di tè. E in quei mesi ho capito più sulle persone, sul mio lavoro, su di me, che in anni di ufficio con vista e report.

Mia figlia aveva ragione.

Accesi il motore.

Tornando a casa, riflettevo che la coerenza morale non è mai perfetta. Non è mai pulita, come nei libri. Vittorio riportò lorologio per salvare un ufficio. Anita chiese scusa dopo che il marito le rivelò con chi aveva avuto a che fare. Cera sincerità? Forse. Le persone sono complesse, le motivazioni si mescolano, paura e vergogna camminano insieme, spesso non si sa cosa prevalga.

Non li rende cattivi. Li rende umani.

Nemmeno io sono un santo. Ho concluso il contratto non solo per Rosa. Ma perché si chiamavano Lari, perché il 99 non l’ho né dimenticato né perdonato, a prescindere dalle parole.

Perdonare è lasciar andare. Io ho lasciato andare. La memoria è rimasta.

Anche questo è umano.

A casa regnava tranquillità. Mia figlia telefonò la sera, a lungo parlammo di lavoro, progetti per lestate, del nipote che tra poco andrà a scuola.

Comè andato il tuo posto? chiese alla fine.

Basta, risposi. Ho fatto quel che dovevo.

E che hai imparato?

Esitai.

Che in fondo la gente è come sembra. Un po buona, un po cattiva. E che rispetto non dipende dai soldi o dal ruolo. Lo sapevo da sempre, ma lavevo dimenticato.

Papà, a volte parli come un libro, rise.

Perché sono vecchio, replicai. È normale.

Ci salutammo.

Riposi il telefono, mi avvicinai alla finestra. La città andava avanti: luci accese, la gente coi sacchetti nei negozi, lautobus che passava. Le verità della vita sono fatte così: nessuna luce speciale, nessuna solennità. Solo una sera, una finestra illuminata, la sensazione di aver fatto la cosa giusta.

Non perfetta. Ma giusta.

Son cose diverse, lho imparato da tempo.

Anita iniziò la nuova mansione il martedì.

Lo seppi perché Sementa mi scrisse un messaggio: È arrivata. Per ora silenziosa. Risposi: Grazie.

Non sapevo come sarebbe andata. Forse avrebbe resistito una settimana e mollato il lavoro darchivio è pesante e monotono, nessun status, serve solo sedersi e lavorare tra la polvere. Forse un mese e poi avrebbe capito qualcosa di sé stessa. Forse nulla, appena salutare chi è inferiore.

Non speravo miracoli. Ho dato una chance, senza promesse. Il resto non è compito mio.

Vittorio non lho più visto né cercato.

Lorologio lho messo sulla mensola in salotto, vicino alla foto di papà. Lì deve stare.

Questa è la storia di una vita iniziata in un piccolo magazzino con il tetto che perdeva, passata attraverso tutto: perdite, vittorie, tradimenti, solitudine, anni di lavoro senza sconti, senza spalle forti accanto.

Ora sono qui alla finestra. Settantanni. In casa mia, con una tazza di tè. Fuori una sera di primavera, il nipote ormai pronto per la scuola, le faccende che avanzano.

Questo è vivere.

Non una favola di buoni e cattivi, non una parabola. La vita vera, con i suoi conti e i suoi debiti, con chi fa il male e qualche volta paga, con chi fa il bene e qualche volta pure lui paga. O almeno, riceve qualcosaltro.

Versai il tè, mi allontanai dalla finestra per andare in cucina a preparare la cena.

Domani avrò un incontro per il nuovo progetto. Lottavo piano di Orizzonte ora è vuoto e ci voglio fare sale riunioni ben insonorizzate e caffè decente. Serve, è giusto, e ho ancora forze e idee.

Affettavo la cipolla riflettendo che le verità più semplici sembrano banali, finché non guardi quelli intorno e capisci che non lo sono per tutti. Che cè chi passa la vita trattando le guardie come mobili, le addette alle pulizie come aria, chi è meno in alto come sfondo.

E il conto, prima o poi, arriva. Non sempre rumoroso: talvolta silenzioso, come una raccomandata che avverte non si rinnova. A volte in un solo dialogo alla reception che ti resta dentro per giorni.

Le cipolle pizzicavano gli occhi.

Mi asciugai una lacrima, senza smettere di tagliare.

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Il tempo non ha cancellato il passato
La lista dei pazienti nel quartiere Nadia Semënovna percorreva il corridoio della ASL, tenendo stretta una pila di cartelle cliniche, mentre il tesserino le tirava giù il colletto del camice e gli occhiali scivolavano costantemente sul naso. Nel corridoio rimbombavano voci, stridii di sedie, qualcuno starnutiva rumorosamente; su tutto aleggiava l’odore pungente di candeggina e sapone dei bagni. — Infermiera, quanto manca ancora? — si udì da sotto la parete. Lì, una donna corpulenta in piumino stringeva al petto una busta con le analisi. — Uno alla volta, — rispose Nadia Semënovna, senza nemmeno guardare. — Avete consegnato le cartelle? Allora aspettate. Curvò verso il laboratorio, posò le cartelle sul tavolo, si tolse i guanti ancora un po’ appiccicosi alle dita e sospirò. Mancavano tre giorni a Capodanno, ma se ne accorgeva solo dalle sporadiche decorazioni ai portoni degli studi e dalle chiacchiere dei pazienti che si lamentavano non solo per la pressione, ma anche per i prezzi al supermercato. — Nadia, tutto bene? — la dottoressa, esile e con la solita coda di cavallo, sbirciò nella stanza. — Ti ho lasciato due visite domiciliari, non arrabbiarti. Sono i nostri anziani. — Che posso farci, — disse Nadia Semënovna. — Dammi pure. Prese il foglio con gli indirizzi, lo infilò nel taschino, controllò la borsa con il misuratore di pressione e le siringhe. Le chiamate erano tutte nella sua zona: palazzoni di nove piani che conosceva ormai ascensore per ascensore. All’ora di pranzo il laboratorio si svuotò. Nadia Semënovna indossò sopra il camice una giacca calda, infilò gli stivali che teneva sotto il tavolo e uscì. Il ghiaccio scricchiolava sotto i piedi, le auto parcheggiate lungo la strada erano ricoperte di neve sporca. Portava sotto il braccio la borsa degli strumenti e si diresse verso la fermata. La prima visita era nel cortile accanto. Palazzina dal facciata grigia, portone pesante da spingere con il fianco per chiuderlo. Dentro, odore di cibo per gatti e straccio bagnato. La lampadina tremolava, da qualche parte si sentiva musica. Appartamento al quinto piano senza ascensore. Nadia Semënovna contava i gradini mentre saliva; al terzo si fermò a prendere fiato, appoggiandosi al muro. Il cuore le martellava, le ginocchia facevano male. Pensò che presto sarebbe lei a chiamare qualcuno “a domicilio”, invece di correre per altri. Aprì la porta una donna magra, sui quaranta, con un maglione largo. — Prego, entri pure, — disse e chiamando verso l’interno: — Mamma, è arrivata l’infermiera. Sul divano, vicino alla finestra, una vecchietta stava sdraiata in un cardigan di lana. Sul davanzale tre vasi di fiori e, tra loro, una pallina di vetro appesa a un filo. — Ha la pressione ballerina, — disse la figlia sistemando la coperta della madre. — E tossisce. La dottoressa ha detto di far controllare. Nadia Semënovna prese il misuratore, avvolse la fascia attorno al polso sottile. L’anziana la guardava con occhi vivaci, leggermente velati. — State già preparando per Capodanno? — chiese mentre l’apparecchio sibila. — Dove vuoi che vada, — rispose Nadia Semënovna. — Turni, chiamate. Accendo la tv, faccio un’insalatina — e basta. — Noi invece… — la vecchietta pivotò appena la testa verso la finestra. — Abbiamo appeso la pallina, così non ci scordiamo della festa. Mia figlia lavora, ha il turno. Io festeggerò da sola. Ma va bene, ci sono abituata. Lo diceva calma, senza tristezza, ma Nadia Semënovna si sentì a disagio. Si ricordò del suo monolocale: lo stendino col bucato non tolto dall’autunno, l’aneto secco nel bicchiere. L’albero di Natale non lo fa da cinque anni, la scatola degli addobbi sta in solaio coperta di polvere. — La pressione va bene, nonna, — le disse guardando i numeri. — Continuate con le medicine. Ora ascolto la tosse. Appoggiò il fonendoscopio al petto sottile, sentì il respiro raschiante, l’espirazione debole. Silenzio in stanza, solo il ticchettio dell’orologio e il rumore di stoviglie dalla cucina dei vicini. — Verrà di nuovo da noi prima della festa? — chiese la vecchina mentre sistemava gli strumenti. — Solo se chiamate, — rispose Nadia Semënovna. — Altrimenti non si può venire semplicemente. — Sì, — assentì l’anziana e domandò all’improvviso: — E lei avrà qualcuno? Una visita, per brindare? La domanda era semplice, ma troppo diretta. Nadia Semënovna sentì una stretta al petto. Alzò le spalle. — Chi volete che venga da me, — disse, pentendosi subito del tono. — I figli vivono lontano, sono grandi ormai. Mi chiameranno, certo. La vecchietta la guardò comprensiva, con un calore inspiegabile. — Allora guarderemo insieme i programmi alla tv, — disse. — Io qui, lei lì. Scendendo le scale, Nadia Semënovna pensava a quelle parole. “Guarderemo insieme la tv”. Ricordò quando aveva dormito prima della mezzanotte, con la lampada accesa e la tv a basso volume in cucina. La mattina via a lavorare, senza che la festa cambiasse qualcosa. La seconda visita era nel suo palazzo, altro portone. “Paziente allettato”, diceva il foglio. Conosceva la casa: un uomo solo reduce da un ictus, seguito da badanti. Ingresso identico al suo: pareti grigie e cassette della posta con i numeri scritti a pennarello. Aprì la porta una badante in gilet imbottito. In stanza, davanti alla finestra, disteso c’era un uomo intorno ai sessanta, grande e con le braccia flosce. La tv trasmetteva un vecchio film. — Non c’è male il nostro eroe? — chiese alzando le sopracciglia. — Eh, — sospirò la badante. — Ha tossito stanotte, pressione alta. Ho chiamato la dottoressa, ha mandato lei. L’uomo fissava il soffitto, le labbra quasi immote. — Buonasera, — disse Nadia Semënovna chinandosi da lui. — Sta arrivando la festa, e lei qui? Non si fa. Un mezzo sorriso scivolò su un angolo della bocca. — Quale festa, — mormorò. — Basta non di notte. Misurò la pressione, controllò la flebo, annotò qualcosa sul quaderno. Odore di medicine e di cucina in stanza. Sul davanzale una vecchia ciotola, che ricorda piena di caramelle. — E parenti? — domandò a bassa voce la badante mentre salivano in corridoio. — Ha una sorella, — rispose. — Ma lontana, viene raramente. Per Capodanno non ci sarà, l’ha detto al telefono. Io lo seguirò di notte, sono di turno. Sulla scala, scendendo, Nadia Semënovna pensò che proprio nel suo condominio c’erano persone che avrebbero festeggiato in silenzio, in letto. E lei, vicina di casa, li conosceva solo per lavoro. Tornata in ambulatorio, restituì le cartelle; era già buio. Fuori, sotto il lampione, danzavano pochi fiocchi di neve. In sala medici qualcuno addentava un panino, la tv borbottava notizie. — Nadia, sei strana oggi, — chiese la dottoressa mentre versava il tè. — Stanca? — Come tutti, — rispose togliendosi la giacca. — Senti, nel nostro quartiere ci sono tanti soli? Proprio soli soli? — Che ne pensi? — rise la collega mescolando il tè. — Mezzo elenco è così. O sono senza parenti, o solo sulla carta. Perché lo chiedi? Nadia Semënovna tacque, guardando la lista dei turni alla parete. Nella sua testa ronzavano le frasi: “Festeggerò da sola”, “Che festa è questa”. — Pensavo… magari si potrebbe… So, fare gli auguri. Una clementina, un tè. Solo passare. La dottoressa la guardò sorpresa. — Sei matta, — disse bonaria. — Ci danno la multa. Niente regali, niente iniziative. Lo sai com’è ora. — Lo so, — replicò subito Nadia Semënovna. — Non dalla ASL. Da persona a persona. Ma li conosco come infermiera, e penso… La dottoressa sospirò. — Nadia, sei buona, ma non caricarti. Siamo già esauste. Se vuoi, vai tu privatamente. Ma non dire che vieni dalla ASL. Se no arrivano reclami, peggio per te. La parola “reclamo” era come una doccia gelata. Sapeva bene quanto fossero temuti. Ogni foglio portava problemi, rapporti, rimproveri. Rientrando a casa, Nadia Semënovna camminava nella notte gelida. La borsa sembrava più pesante del solito. Nelle finestre brillavano luci colorate, al piano terra bambini saltavano attorno all’albero finto e alle ghirlande. Nel portone regnava il silenzio. Sul davanzale del primo piano troneggiava una piantina ormai secca accanto a un alberello di plastica. Sulle pareti un avviso dell’amministratore annunciava lo stop all’acqua calda, attaccato con lo scotch. Nel suo appartamento accese la luce, posò la borsa su uno sgabello vicino alla porta. In cucina era fresco, dalla finestra semiaperta entrava aria fredda. Mise su il bollitore, preparò la tazza ma, mentre l’acqua bolliva, sedette al tavolo e tirò fuori il blocco. Alla prima pagina scrisse: “A chi è solo”. Poi si fermò. Ricordò la vecchina con la pallina, l’uomo allettato, altre pazienti del vicino palazzo che si lamentavano di non avere “nessuno”. Fece la lista di nomi e indirizzi. Circa dieci righe. Guardò quei nomi e si sentì stanca. Nella testa voci contrarie: “Non è affar tuo”, “Non sei obbligata”, “Non ci sono forze”. Si massaggiò la fronte. Se comprassi solo qualche clementina e la portassi, pensò. Senza discorsi, senza poster. Basta bussare e dire auguri. Chi vuole, accetta. Chi no, chiuda. La spaventava più la possibilità di dover parlare con qualcuno, che di vedersi la porta chiusa. In ambulatorio si sentiva sicura: lì le regole sono chiare — iniezioni, pressione, cartelle. Qui, invece, era come entrare brevemente nella vita d’altri. Il bollitore scattò. Versò l’acqua, sedette col tè, fissandosi sulla lista. Alla fine, quasi senza pensarci, aggiunse una riga: “Appartamento 87, la vicina di sopra, allettata”. La conosceva solo dai rumori dei bastoni nel corridoio e dal profumo di minestrone che arrivava da sotto la porta. Il giorno dopo arrivò in ASL prima del solito. In laboratorio c’era solo il rumore del bidello mentre lavava il pavimento. Nadia Semënovna appese il camice, tirò fuori il blocco e lo mise sul tavolo. Dopo poco entrò la collega, robusta e con i capelli corti. — Buongiorno, — salutò. — Oggi sarà un delirio. Tutti vogliono curarsi prima delle feste. — Senti, — disse Nadia Semënovna mentre indossava i guanti. — Pensavo che tra i nostri pazienti ci sono quelli davvero soli. Magari ci mettiamo ciascuna cento euro, compriamo clementine, tè. Li porto io a casa mia, a fine giornata. La collega la guardò incredula. — Non ci cacciano per questo…? — non finì la frase. — Non dalla ASL, — ribadì Nadia. — Solo tra persone. Niente elenchi, nessuna firma. Non dirò che viene da te. Solo per non lasciare tutto vuoto. La collega esitò, poi tirò fuori una banconota. — Daccordo, — disse. — Ma non dirlo a nessuno. Se scoprono che in servizio faccio altro… A pranzo il suo blocco era pieno di banconote: qualcuno offrì venti euro, qualcuno cento, qualcun altro disse che tirava a campare. Una dottoressa sbuffò: — Pensi che con le tue clementine cambierà qualcosa? Dovresti battersi per i farmaci gratuiti. Nadia scrollò le spalle. I farmaci sarebbero giusti, ma non toccava a lei. Le clementine invece sì. Dopo il turno passò al supermercato. Tra la gente che si spingeva, prese due chili di clementine, qualche confezione di tè, un paio di scatole di biscotti. Alla cassa la commessa chiese, annoiata: — Prepara per la festa, lei? — Sì, — rispose Nadia. — Un piccolo pensiero. A casa sistemò la spesa sulla tavola: nei sacchetti puliti mise clementine, una confezione di tè, biscotti. Ne vennero nove. Li guardò e sentì una strana emozione, come prima di un esame. — Son fuori di testa, — disse a voce alta, ma non li mise via. La sera, dopo aver stretto bene la sciarpa, prese tre sacchetti per mano; gli altri li avrebbe portati dopo. Si iniziò dai vicini: il signore allettato e la signora di sopra. Salì per prima dal signore. Il cuore batteva, le mani sudavano nei guanti. Suonò. Dal di là, passi e scatto di serratura. Aprì la badante. — Oh, è lei, — disse. — Ancora qualcosa? — No, — rispose Nadia. — Solo… un piccolo pensiero per la festa. Clementine, tè. Prende? La badante si fissò sul sacchetto. — Chi le manda? — chiese sospettosa. — Dai vicini, — rispose Nadia dopo una breve pausa. — Da chi vive qui. Giusto per non lasciarvi… soli. Dalla camera la voce dell’uomo: — Chi è? — Quella dell’infermeria, — gridò la badante. — Dei regali. — Che regali, — brontolò. — Non mi serve niente. Nadia si affacciò: — Sono io, l’infermiera. Non arrabbiatevi. Sono solo clementine. Le lascio, decida lei cosa farne. Lui la fissò di sottecchi, poi guardò il sacchetto. Esitante, ma negli occhi brillò qualcosa. — Buone feste, — aggiunse e realizzò quanto suonava buffo in quella stanza. — Uguale, — borbottò, tornando alla tv. Sul pianerottolo si fermò a respirare. Almeno non l’hanno cacciata, pensò. Salì lenta dalla vicina di sopra. Porta vecchia, vernice graffiata. Suonò. Silenzio lungo, stava per andare via quando sentì uno scatto. Sulla soglia una donna sui settanta, in vestaglia e fazzoletto in testa. — Sì? — chiese cauta. — Sono la sua vicina, — disse Nadia. — Non ci conosciamo bene, l’ho vista solo per lavoro. Ho portato qualcosa per la festa. Clementine e tè. Li prende? La donna fissò il sacchetto e poi lei. — E che devo dare in cambio? — domandò diretta. — Nulla, — disse Nadia. — Solo auguri. La donna tacque, poi prese il sacchetto con tutte e due le mani, come una cosa fragile. — Grazie, — sussurrò. — Pensavo: magari qualcuno bussa. Almeno uno. Queste parole le colpirono più delle lamentele. Nadia annuì, senza sapere cosa dire. — Se serve, io sono sotto, — fece. — Chieda pure, se ne ha bisogno. — Mi vergogno, però. Lei lavora già tanto. — Mai dire mai, — tagliò Nadia. — Ora scappo. Scese da sé, prese i sacchetti rimasti e uscì. Era quasi buio, i lampioni illuminavano pochi passanti. Fino al palazzo della vecchietta con la pallina ci volle poco. Davanti all’ingresso si fermò, guardò le finestre. Al terzo piano la luce era accesa, sul davanzale le sagome dei fiori. Entrò, salì contando i gradini. Aprì la figlia. — Siete venuta per la visita? — chiese sorpresa. — No, — rispose Nadia. — Passavo di qui. Posso entrare? La vecchina era come sempre, la pallina brillava sotto la lampada. — Credevo non tornasse più, — disse. — Invece è qui. — Solo un piccolo pensiero per la festa. Clementine e tè. L’anziana allungò la mano tremante al sacchetto. — Grazie, — disse. — Non posso darle niente. — Non serve, — rispose Nadia. — Allora le dico solo una cosa, — sorrise la nonnina. — Lei è buona, va bene? Un nodo alla gola. Nadia distolse lo sguardo, guardò i fiori. — Va bene, — disse. — Ma non si approfitti. Risero, la tensione sparì. Restò qualche minuto a parlare di tempo e tv, poi uscì. Le visite successive furono varie. Una donna chiuse la porta dicendo: “Non mi serve, ho tutto.” Un’altra si scusò per il disordine. Un signore sulle stampelle domandò se fosse una promozione. Qualcuno fu contento, qualcuno si vergognò, altri brontolarono. Ogni volta che scendeva le scale, Nadia si sentiva un po’ sciocca e un po’ più leggera. Sapeva di non salvare nessuno, non risolvendo grandi problemi. Ma per qualche secondo, tra una porta e l’altra, nascevano cose insolite. Poi, nell’ultimo delirio festivo, ancora corse per la ASL. I pazienti portavano scatole di dolci ai medici, “per tutti” di nascosto. In sala medici pacchetti col cioccolato. L’amministrazione appese l’avviso: vietato accettare regali. Ma nessuno ci fece troppo caso. — Nadia, — le strizzò l’occhio la collega, — hai consegnato tutto? Non che qualcuno ci resti male. — Chi ho potuto, — rispose. — Il resto la prossima volta. — Sei un’eroina, — disse la ragazza, — ma non dirlo a nessuno! La sera i corridoi si svuotarono. Solo la donna delle pulizie trascinava il secchio, lasciando tracce d’acqua. In laboratorio silenzio, solo il frigo dei vaccini borbottava. — Andate a casa, — disse la caposala. — Domani festa, riposatevi. Niente visite, solo emergenze. Nadia si sfilò il camice, lo appese con cura. Sulla sedia restava un’ombra della piega. Prese la borsa, spense la luce, uscì nel corridoio. Solo le luci notturne accese, aria fredda. Passò davanti all’accettazione, dove una sola impiegata lavorava a maglia. Davanti al pannello degli avvisi: screening, orari dei medici. Accanto alla porta, che di giorno era sempre affollata. Fuori le prime micce di Capodanno. Un botto lontano, una scia rossa. La neve scricchiolava. Andava piano, le gambe pesanti, la schiena dolorante. Davanti al portone la fermò una giovane madre con carrozzina. — Nadia Semënovna, — disse. — È passata dalla mia vecchia ieri? Ha raccontato che è venuto il “babbo Natale”. — Quale babbo Natale, — sbuffò Nadia. — Ho portato solo clementine. — Eppure, — sorrise la vicina. — È contenta. Parlarono un po’ di bambini e di fuochi, poi la donna sparì nel cortile. Nadia salì, aprì casa, accese la luce. Silenzio. L’orologio segnava i secondi. Si levò la giacca, posò la borsa, andò in cucina. Sul tavolo il piatto di zuppa fredda della mattina. Si sedette, versò il tè, aggiunse il limone. La tv era spenta. Non aveva fretta d’accenderla. Da fuori brilla ogni tanto una luce di petardo. Si rammentò i volti di chi aveva incontrato. La vecchina con la pallina, l’uomo con la flebo, la vicina col sacchetto. Una signora che, ricevendo il dono, disse: “Pensavo tutti si fossero dimenticati”. Non si sono dimenticati di me, pensò all’improvviso. Non perché riceve regali, ma perché oggi, bussando a porte sconosciute, queste si sono aperte. E dietro c’erano persone che la guardavano non solo come un’infermiera, ma come una persona qualunque. Finì il tè, passò in salotto. Nella vecchia scatola sul mobile c’erano gli addobbi natalizi, rimasti lì da anni. La prese, la aprì: dentro, tra la carta di giornale, palline di vetro, figurine, fili lucidi. Non aveva l’albero, ma prese una pallina, la pulì col polsino e l’appese al gancio vicino alla finestra, dove di solito stavano le chiavi. Il riflesso della pallina catturava la cucina, il tavolo, lei stessa. Guardandosi in quel riflesso, sentì un po’ meno pesantezza nel petto. Nessuna magia. Domani nuovi turni, code, lamentele, stanchezza, scartoffie e orari. Ma ora aveva quel piccolo elenco nel blocco, accanto ai nomi una mentale spunta. Non come relazione, ma come promemoria: ci sono persone da visitare non solo per una puntura, ma anche solo con una clementina e un “buongiorno”. Un petardo fece tremare il vetro. Si scosse, poi sorrise. Si avvicinò al davanzale. Fuori, nel cortile, bambini correvano con stelline luminose, gli adulti infagottati guardavano. Nadia Semënovna rimase qualche minuto, poi attraversò la cucina buia e andò in salotto. Accese la tv: in onda lo show di Capodanno. Presentatori che sorridono, cantanti che intonano melodie note. Si sedette sulla poltrona col cellulare in mano. Pensò e scrisse un messaggio: “Buon anno. Qui va tutto bene.” Un altro alla vicina di sopra: “Se serve, sono in casa.” Le risposte arriveranno dopo. La figlia dirà che chiamerà a mezzanotte. La vicina di sopra scrive solo: “Grazie”. Nadia posò il telefono, si lasciò andare sullo schienale. Dalle pareti si sentiva brindisi e risate. In casa sua regnava il silenzio, ma non sembrava più vuoto. Chiuse gli occhi, ascoltò la casa, il rumore dei botti lontani e il suo proprio respiro. Era stanca, ma meno sola di prima. E questa sensazione, minuta e ostinata, le sembrava la cosa più giusta per concludere l’anno.