Il muro a suo favore
Giulia, ma perché ti intrometti in questa conversazione? disse Vittorio senza nemmeno voltarsi verso di me. Stava vicino alla finestra con un calice di vino rosso, largo di spalle, sicuro, quella sua sicurezza di sempre. Parlava piano, quasi carezzevole, ed era proprio quello che faceva più male. Andrea aveva chiesto a me, capisci? A me. Non agitarlo con le tue idee.
Andrea Benedetti, nostro ospite e partner di Vittorio in qualche nuova operazione logistica, guardava dentro il suo piatto. Era evidente che si sentiva a disagio; lo si capiva dal modo in cui si era spostato sulla sedia e aveva preso la forchetta pur non avendo alcuna intenzione di mangiare.
Dicevo solo che ci sono enormi spazi vuoti in centro città ribattei a voce bassa, neutra.
Giulia… Vittorio finalmente si girò e negli occhi aveva quellespressione che ho imparato a decifrare in ventisette anni insieme. Non rabbia. Peggio. Indulgenza. Hai preparato una cena eccellente, i nostri ospiti sono soddisfatti. Perché non vai a prendere il dolce, va bene?
A tavola cerano altre quattro persone. Lara, la moglie di Andrea, mi lanciò uno sguardo rapido in cui parve brillare qualcosa di simile alla compassione. O forse me lo sono solo immaginato. Mi alzai, presi alcuni piatti e andai in cucina.
Rimasi un minuto appoggiata al lavello, guardando fuori dal buio della finestra. Pioveva, una pioggerellina sottile e autunnale che faceva brillare di giallo le luci dei palazzi oltre la strada. Avevo cinquantadue anni. Dalla sala arrivava il brusio della conversazione, le risate di Vittorio, il tintinnio dei bicchieri. Presi dal frigo la torta che avevo preparato al mattino e tornai dai miei ospiti.
Così era la mia vita.
La nostra casa si trovava in un bel quartiere di una grande città del nord Italia. Ci vivevamo da sempre insieme. Laveva costruita Vittorio, quando il suo lavoro aveva preso il volo, quindici anni prima. Grande, due piani, garage e giardino. Il giardino lo avevo creato io, perché Vittorio non aveva mai tempo e il giardiniere combinava solo disastri. Tutti dicevano: Che casa, Giulia! Che gusto!. Sorridevo e ringraziavo, perché sì, quel gusto era il mio. Le tende, gli scaffali, il ribes vicino al cancello: tutto era mio.
Tutto tranne la proprietà: formalmente la casa era intestata a Vittorio.
Non avevo mai lavorato come lui. Dopo luniversità (lì ci conoscemmo), insegnai per qualche anno disegno tecnico in un istituto tecnico. Poi nacque Gabriele, il lavoro di Vittorio crebbe, si iniziò a ricevere gente, partecipare a eventi, essere sempre al suo fianco. Lasciai il lavoro. Vittorio diceva: Cosa te ne fai di uno stipendiolo così? Penso io a te. E lo faceva, senza avarizia, sì, ma ogni volta dovevo chiedere i soldi anche solo per una sciocchezza mia, oppure metterli da parte dalla spesa di casa.
Un giorno mi ritrovai a fare gioielli. Era stato per caso: bloccata in montagna per la pioggia, trovai una vecchia scatola di perline che avevo comprato anni prima. Realizzai una collana, bella davvero. Poi unaltra, poi unaltra ancora. Le amiche la chiedevano in regalo, poi cominciarono a offrirmi dei soldi. Mi procurai gli strumenti, cominciai a lavorare con pietre e minuteria dargento. Era diventato il mio spazio, tutto mio.
Vittorio la vedeva come la mia passione per i pomodori dellorto: qualcosa che occupava il mio tempo, per fortuna.
Con le tue perline, Giulia… diceva ogni tanto, se gli facevo vedere un nuovo pezzo. Ma cosa pensi di farne, di venderle al mercato?
Non rispondevo, che senso aveva?
Gabriele crebbe, si trasferì a Milano, lì si sposò e si stabilì. Ci vedevamo durante le feste, mi telefonava la domenica, chiedeva della salute, io chiedevo del lavoro. Bene, tutto bene. Ci volevamo bene, ciascuno nella sua vita.
La mia vita era solo quella degli altri.
Gestivo una grande casa, un marito, cene con ospiti due volte la settimana, pranzi benefici ai quali Vittorio partecipava per conoscenze utili, ed io sempre lì, col vestito adatto e il sorriso giusto. Una sorta di biglietto da visita umanizzato: uomo di successo, bella famiglia, moglie elegante, lei sa ricevere. E sì, anche quella è una professione. Solo che non ti pagano e nemmeno ti dicono grazie.
Una mattina di febbraio arrivò una lettera. Busta normale, mittente uno studio notarile in via degli Artigiani, nome sconosciuto. Laprii sul tavolo della cucina, mentre Vittorio dormiva ancora.
Una cugina di secondo grado di mia madre, Nina Bellandi lavevo vista solo tre volte in vita mia, lultima svariati anni fa ai funerali di un parente era morta a dicembre. Nessun figlio. Mi lasciava in eredità uno stabile. Non un appartamento, ma un intero edificio: un ex-capannone industriale nel centro città, costruzione di due piani degli anni Cinquanta, trecentoquaranta metri quadri, abbandonato da chissà quanto.
Rilessi la lettera tre volte.
Poi chiamai il notaio.
Sì, signora Giulia, tutto corretto. Nina Bellandi ha voluto designare proprio lei come unica erede. E, tra laltro, anche il terreno sotto lo stabile fa parte del lascito. Lo aveva intestato a sé dagli anni Novanta. Tutto pulito.
Il terreno… in centro? chiesi incredula.
Proprio in centro. Piccolo ma dalla posizione ottima.
Ringraziai e chiusi la telefonata, rimasi a fissare la lettera ancora a lungo.
Non dissi nulla a Vittorio. So io perché: già vedevo come sarebbe andata. Lui sarebbe andato a vedere, avrebbe deciso di abbatterlo o venderlo, conosco chi potrà occuparsene, e tutto si sarebbe messo in moto, con me di nuovo spettatrice mentre altri decidevano al mio posto.
La prima volta ci andai da sola, dicendo che uscivo con unamica.
Lo stabile era in una traversa dietro il vecchio teatro, in una zona densamente stratificata: splendide signorili liberty accanto a palazzi razionalisti e nuovi uffici in vetro. Silenzio, acciottolato antico, alberi che già si coloravano di boccioli.
Il capannone faceva paura: intonaco cadente, finestre sbarrate, cancello arrugginito. Ma quel muro era ancora solido. Lo girai due volte, toccai il mattone, guardai il tetto: reggeva. Entrai dalla porta laterale, sbloccata.
Soffitti alti. Grandi finestre dai vetri rotti. Solette in legno marcite solo in parte, eppure ancora vive. A terra piastrelle depoca sotto una coltre di polvere. Odore di umido e qualcosa di antico.
Me ne stavo in mezzo alla stanza, lo sguardo verso il tetto bucato che lasciava vedere il cielo.
E avvertii una sensazione stranissima. Non era paura né malinconia. Forse come quando entri in un luogo sconosciuto e pensi: Ecco. È mio.
Il notaio era un uomo gentile, quarantaquattro anni forse. In due settimane facemmo tutto. I documenti li ritirai io stessa, li chiusi in una cartella e la nascosi nello stanzino dove realizzavo i gioielli, uno spazio dove Vittorio non entrava mai.
La mia amica Nadia, quella dei tempi della scuola, lavorava come agente immobiliare. La chiamai e raccontai tutto.
Sul serio? chiese dopo una lunga pausa.
Sul serio.
Giulia, ma sono un sacco di soldi. Un edificio in centro! Tu capisci?
Capisco. Ma non voglio vendere.
E cosa vuoi farne?
Restai in silenzio, poi dissi:
Nadia, ricordi quando andavamo a mostre? Da giovani. Alla vecchia Casa degli Artisti in via Proletaria.
Certo che sì.
Vorrei qualcosa del genere. Uno spazio per le persone. Per esporre, lavorare, imparare. Un luogo darte, direi oggi.
Nadia tacque ancora più a lungo.
Ma è un investimento fuori dallordinario. Ristrutturare, impianti… ti serve un capitale.
Lo so.
Hai i soldi?
Al momento no. Ma li troverò.
Nadia non chiese altro. Era una che sapeva ascoltare e tacere, per questo le volevo bene.
Cominciai a cercare denaro come sapevo fare: coi miei gioielli. In dieci anni ne avevo creati molti. Cerano lavori che consideravo i miei migliori: ciondoli dargento con pietre italiane, bracciali artigianali, interi set prodotti in settimane di paziente lavoro.
Nadia coinvolse una sua conoscente che gestiva una bottega di oggetti darte e gioielli artigianali. Così facemmo: Nadia portava le mie creazioni, diceva solo unartista riservata, la bottega tratteneva una piccola percentuale. La prima partita andò venduta in tre settimane.
Giulia, non immagini mi disse Nadia al telefono le chiedono di nuove. Ricordi lanello con la labradorite, quello che non volevi mai vendere? Preso subito.
Per quanto?
Mi disse la cifra, in euro ovviamente.
Uscii sul balcone, la stanza mi sembrava troppo stretta.
In tre mesi vendetti gioielli per una somma che mai avrei pensato possibile. I soldi li ammucchiavo su una carta prepagata aperta a mio nome in una banca vicino dal notaio. Vittorio non la conosceva.
Intanto cercai degli operai. Non tramite le conoscenze di mio marito, ma su internet, con incontri nei bar durante lorario dufficio, quando Vittorio era in azienda. La squadra scelta alla fine era piccola, guidata da un certo Maurizio, uomo di poche parole, che guardava ledificio come me, senza disgusto.
Buoni muri disse picchiettando i mattoni. Il tetto va rifatto. Il pavimento al piano terra in parte cambiato. Finestre tutte nuove. Limpianto tutto da rifare, ovviamente. Quattro mesi, forse meno, se si lavora senza interruzioni.
Non ci si ferma, assicurai io.
Maurizio mi guardò. Non curioso, solo attento.
Va bene, rispose.
La routine in casa era la solita. Preparavo cene, ricevevo ospiti, accompagnavo Vittorio ai suoi eventi, ascoltavo discorsi incentrati su logistica e investimenti. Lui parlava, io annuivo e intanto pensavo alle finestre, alla luce giusta per la sala mostre, agli scaffali dove riporre le tele.
Vittorio non notava nulla. Sono sempre stato lo sfondo, e lo sfondo non si osserva.
Solo una volta rischiai. Trovò uno scontrino di un negozio di bricolage nella mia borsa avevo preso dei campioni di colori.
Questo cosè? domandò a cena.
Ho comprato qualcosa per casa risposi calma.
Che tipo di primer…
Voglio sistemare il muro in cantina, cè umidità.
Scrollò le spalle e tornò al telefono. Discussione durata trenta secondi.
Maurizio era un bravo artigiano. Non aveva fretta dove non era necessaria, stringeva dove serviva. Parlavamo di lavoro, nessuna parola in più. Spesso arrivavo al cantiere, mi piazzavo al centro mentre intorno battevano, segavano, scartavetravano. E mi sentivo bene. Proprio bene, nel corpo e nella testa. Laria era cambiata.
Nadia venne a vedere in giugno, quando le finestre erano già montate e i muri lisci.
Santo cielo, Giulia disse, guardando attorno diventerà un posto meraviglioso!
Sì annuii.
Ma hai pensato a cosa farci di preciso? Quali eventi? Un posto così va concettualizzato, come dicono adesso.
Ho pensato. Mostre darte, ovviamente. A Milano ne abbiamo di ottimi, ma mancano spazi per esporsi. Workshop. Laboratori affittati a chi cerca un rifugio creativo. Un piccolo caffè al piano terra. Un angolo di libri.
Hai già tutto in mente sorrise Nadia.
Era da tre anni che ci riflettevo. Solo, non avrei mai pensato fosse davvero possibile.
A settembre incontrai Caterina. Esponeva le sue bambole artigianali ad un mercatino, seduta a un tavolino, persa nella lettura mentre la folla scorreva. Le bambole erano davvero particolari. Ne presi una, la guardai.
Le fai tu tutte? chiesi.
Sì, da sola.
Da quanto?
Sette anni. Mi scrutò. Piacciono?
Molto. Sono Giulia. Sto per aprire uno spazio, una specie di laboratorio darte. Cerco persone disposte a lavorare o esporre.
Caterina chiuse il suo libro.
Così nacque il gruppo. Caterina conosceva due pittori. Uno portò uno scultore, che era marito di una ceramista che da anni cercava un laboratorio decente. In ottobre avevo già una lista di dodici persone che attendevano lapertura.
I soldi iniziavano a finire. I pezzi migliori da vendere erano sempre meno. Maurizio doveva ancora essere pagato per la fase finale, restavano da comprare le luci e fare linsegna.
Vendetti il mio pezzo preferito, quello che volevo davvero tenere per me stessa: un set realizzato in due anni di lavoro, argento e ametista lombarda. Nadia mi chiamò il giorno dopo.
Giulia, lhanno comprato subito. Una donna, appena visto. Ha chiesto se ne avevamo altri così.
Non più, dissi io.
Sei triste?
No risposi. Ed era vero.
Lo spazio aprì i battenti a inizio novembre. Niente fronzoli, solo un post su Facebook: Si apre un centro artistico, artisti e curiosi benvenuti. La prima sera arrivarono una sessantina di persone.
Vittorio quel giorno era via per lavoro. Gli dissi che stavo da Nadia. Rispose: Ok, riscaldo io la cena.
Stavo in piedi in mezzo alla sala, guardavo la gente osservare le opere, discutere, prendere in mano le bambole di Caterina. Mi tremavano leggermente le mani. Non per paura. Era per quello strano tremolio che arriva quando hai sognato una cosa troppo a lungo e finalmente succede.
Anche Maurizio venne. Rimase contro un muro, osservò.
È venuto proprio bene.
Merito vostro dissi.
Il merito è il vostro rispose asciutto.
Poi tutto accelerò. I laboratori furono affittati, i corsi di ceramica pieni, il caffè gestito da una giovane, Sonia divenne subito un punto di ritrovo. Uscirono due articoli su un giornale locale.
Un giorno incrociai in vicolo un vecchio vicino, un signore che da decenni abitava lì di fronte.
È stato lei ad aprire qui? chiese indicando il palazzo.
Sì, io.
Vivo qui da trentanni, non cè mai stato niente. Finalmente un posto dove andare. Complimenti davvero.
Lo ringraziai e sorrisi, penso, fino a entrare in macchina.
Vittorio lo seppe a gennaio. Non da me. Un suo conoscente aveva letto larticolo con la foto dellinaugurazione dove cera anche il mio nome. Ne parlò a tavola.
Giulia, mi chiese quella sera, dopo che tutti gli ospiti se nerano andati cè qualcosa che vuoi raccontarmi?
Stavo lavando i piatti. Con calma.
Sì dissi. Siediti, preparo un tè.
Gli raccontai tutto. Leredità, il cantiere, i gioielli. Ascoltava in silenzio. Impossibile leggere la sua espressione: era la sua maschera da affari.
Quando ebbi finito, attese un attimo e disse:
Me lhai tenuto nascosto.
Sì.
Perché?
Lo guardai. Forse voleva capire davvero, forse solo sembrava.
Perché se te lavessi detto subito, Vittorio, avresti deciso tu per me. E sarebbe diventato il tuo progetto, non il mio.
Non è giusto.
Non è giusto confermai. Come non è giusto che in ventisette anni tu non mi abbia mai domandato davvero cosa volessi fare.
Si alzò, prese la tazza, rimase a fissare fuori dalla finestra.
Vuoi che ti dica che sono fiero di te?
No risposi. Puoi anche non dire nulla.
Non disse nulla.
Vivemmo ancora qualche mese insieme, tutto uguale in superficie, ma qualcosa era cambiato. Non cera rottura, solo uno spostamento silenzioso, come quando il ghiaccio comincia a sciogliersi piano e cambia forma senza strepito.
E poi arrivò il ballo.
Il Ballo di beneficenza cittadino si teneva ogni febbraio nel vecchio palazzo comunale, una festa dove si incontravano imprenditori e amministratori locali. Vittorio ci andava ogni anno. Quellanno arrivò anche un invito a nome mio. Una signora dellorganizzazione mi chiamò: per la prima volta si sarebbe assegnato il premio Nuovo Spazio Urbano, e lassociazione artistica Bellandi, intitolata da me a zia Nina, era tra i vincitori.
Potrà venire di persona?
Certamente, risposi.
Vittorio seppe del premio subito; non avevo nessuna intenzione di nasconderlo. Mi guardò in modo strano, come si guarda chi si è creduto di conoscere e improvvisamente sembra diverso.
Complimenti, disse secco.
Grazie.
Labito lo comprai da sola, blu notte, taglio impeccabile, senza fronzoli. Misi un anello con labradorite che avevo realizzato in sostituzione di quello venduto, e orecchini di piccoli granati.
Ci misero a tavoli separati. Vittorio, come membro storico del comitato, sedeva vicino al palco. Io, come vincitrice, dallaltra parte, accanto ad altri premiati. Lo cercai con lo sguardo quando mi sedetti. Mi guardò, accennò un cenno, ricambiai.
La sala era meravigliosa: vecchio palazzo borghese, stucchi ai soffitti, lampadari di cristallo, lodore dei fiori e musica in sottofondo. Mi sedetti dritta e pensai che un anno prima sarei stata lì a lavare piatti e ascoltare da dietro una parete le risate di altri.
Quando annunciarono il premio, mi alzai e andai verso la scena. Passi lenti, le gambe quasi molli, ma non si vedeva. Arrivai sul palco. Il presidente del comitato, un uomo dai capelli argento e voce ferma, disse due parole sullimportanza dei luoghi di cultura per la città. Poi chiamò il mio nome, mi consegnò una piccola statuina di vetro e una busta.
Vuole dire qualcosa?
Presi il microfono. Nella sala era sceso il silenzio. Scorsi Nadia tra la folla, seduta col marito che sorrideva a trenta metri di distanza. Cercai anche Vittorio. La sua espressione era indecifrabile, a metà fra lorgoglio e la sorpresa.
Voglio ringraziare le persone che hanno creduto in questo posto prima ancora che esistesse, dissi. Gli artisti, gli artigiani, chi è arrivato e ha deciso di restare. E mia zia Nina, che non sapeva che mi avrebbe lasciato molto più che quattro mura.
Parlai tre minuti, non di più. Applausi. Scese dal palco stringendo la statuetta e mi sedetti.
Nadia corse da me durante la pausa, mi abbracciò forte.
Giulia, ma hai visto la sua faccia?
Lho vista.
E allora?
Niente risposi. Niente di speciale.
Vittorio si avvicinò dopo la parte ufficiale, quando la gente si era sparsa fra balli e tavoli.
Discorsa bella, disse.
Grazie.
Sei in gran forma.
Vittorio, feci io, lasciamo stare.
Tacque.
Dobbiamo parlarne, davvero.
Lo so. Ne parleremo a casa.
Il confronto fu lungo. Niente scenate: eravamo entrambi troppo stanchi per litigare sul serio, ammesso che ci siano mai stati veri litigi. Più che altro, quella stanchezza vuota, quando sei accanto a qualcuno ma è come se non ci fossi.
Gli dissi che volevo il divorzio.
Tacque a lungo. Poi chiese:
Cè un altro?
No. Voglio solo la mia vita.
Ma ormai la tua vita ce lhai. Adesso.
Sì. Ma la voglio continuare sola.
Si alzò, camminò nella stanza.
La casa, disse. Come la dividiamo?
Formalmente è tua, risposi. Ma il terreno sotto è mio.
Si voltò di scatto.
Cosa?
Spiegai con calma. La proprietà del terreno era passata anni prima tramite la solita zia Nina, e l’avevo scoperto solo grazie al notaio preparando leredità. Tutto regolare. Il terreno era mio.
Mi guardò come mai aveva fatto prima.
Lo sapevi da tempo?
Da quando ho sistemato leredità.
E non hai detto nulla.
No. Come tu hai omesso tante altre cose.
Si sedette.
Parlammo ancora a lungo, senza urla. Due adulti stanchi, non più giovani, che dopo tanti anni insieme si guardano e si scoprono estranei, o forse solo dimenticati.
Tre mesi di lavoro per gli avvocati. Divorziammo senza clamore. Lasciai la casa a Vittorio, ma secondo clausole molto precise che il mio avvocato seppe descrivere bene. La liquidazione linvestii nella Bellandi: ampliammo il caffè, aprimmo una piccola sala espositiva al secondo piano.
Presi una piccola casa in affitto. Sempre nello stesso quartiere della Bellandi. Quarto piano, vista sui tetti vecchi e un tiglio storto che, ogni primavera, profuma tutto anche a finestre chiuse.
La prima notte mi svegliai alle tre, stesi nel letto, ascoltando il silenzio. Nessuna voce, niente passi, nessun fiato accanto. Solo qualche auto lontana e un po di pioggia.
Avevo cinquantatré anni. Ero sola e non avevo paura. Già questo mi sembrava fondamentale.
Passò un anno.
La Bellandi lavorava a pieno ritmo quellinverno. Tre artigiani affittavano studi lì, i corsi di ceramica passavano tre sere a settimana, sempre pieni. Sonia trasformò il bar in qualcosa di accoglientissimo, tavolini di legno, foto depoca milanesi alle pareti. Il venerdì sera cerano anche concertini jazz.
Caterina aveva venduto tutte le sue bambole: ora le faceva solo su ordinazione. Era diventata mia amica, di quellamicizia che nasce quando trovi qualcuno al momento giusto.
Hai dieci anni di meno, Giulia, dico sul serio scherzava Nadia.
Mi sono solo riposata, rispondevo.
Continuavo a creare gioielli. Non per soldi, per me stessa. Alla sera, quando la città sprofondava nel buio, accendevo la lampada, sistemavo i materiali e mi mettevo a lavorare. Era tempo solo mio, senza padroni.
Incontrai per caso Vittorio allinizio di dicembre, uscendo da un bar vicino alla Bellandi. Lui veniva dalla direzione opposta. Ci vedemmo nello stesso istante.
Sembrava invecchiato. O forse ero io. Forse prima non lo vedevo, perché lo guardavo sempre degli stessi occhi.
Giulia, disse.
Vittorio. Ciao.
Ci fermammo. Nessun imbarazzo, solo il silenzio di chi si conosce da una vita e sa di non dover dire molto.
Come va?
Bene. E tu?
Si tira avanti. Fece una pausa. Senti, una domanda. Avrei bisogno di trovare uno spazio da showroom, in centro. Sai per caso chi sta lavorando alle ristrutturazioni nella zona? Gente affidabile.
Lo guardai. Dentro di me qualcosa cercò di emergere: una storia antica, la voglia insopprimibile di risolvergli problemi, quella stessa abitudine di ventisette anni. Essere daiuto, decidere, correre per lui. Era diventata unaltra pelle.
Sorrisi.
No, Vittorio risposi calma. Non lo so.
Parve sorpreso. Non ferito. Sorpreso.
Va bene, disse. Capito.
In bocca al lupo, gli augurai.
Anche a te.
Prendemmo direzioni opposte. Raggiunsi langolo della strada, tirai su il bavero. Una gelida tramontana, ma secca, piacevole. Dallaltra via arrivava il profumo di abeti del mercatino natalizio.
Pensai che quella sera sarei tornata alla Bellandi: Caterina montava la nuova mostra, ci sarebbero stati amici, forse una torta di Sonia, e jazz. Voci, luce calda tra le grandi finestre.
Ripresi a camminare.






