Non più moglie
8 novembre
Tò, Tò. Hai misurato la pressione oggi? Hai preso la pasticca? Gli ho chiesto dalla porta della sala, asciugandomi le mani nel grembiule.
Santo cielo, Valeria, lasciami in pace con questa storia della pressione! ha borbottato senza alzare lo sguardo dal cellulare. Sto per una riunione tra unora. Dovè la mia camicia azzurra, quella di cotone? Lhai stirata?
Te ne ho stirate tre ieri. Quella mi hai detto tu stesso di portarla in lavanderia, aveva una macchia
Confondi sempre tutto! Non si può confidare in niente con te. Va bene, dammi una qualsiasi. E fammi un tè forte, questo tuo alla camomilla non lo sopporto più.
Mi si sono induriti le spalle, ma non ho risposto. Ho raggiunto la cucina.
Fuori la pioggia di novembre a Milano, cielo basso e grigio. Le case di fronte, nove piani di finestre tutte uguali, solo in pochissimi punti la luce filtra. Sullacquaio, il mio bollitore vecchio con la punta smaltata sbeccata. Volevo cambiarlo già in primavera. Non lho fatto. Non era tempo.
Ho messo lacqua, due cucchiaini di nero forte, come piace a lui. Ho preso il piatto di tartine preparate alle sei: pane, un poco di burro, formaggio, due fette, senza crosta che a lui lo stomaco fa i capricci. Ho tagliato il pomodoro, che in novembre sa di niente ma almeno qualche vitamina cè. Ho messo tutto sul vassoio e via di nuovo in sala.
Antonio Pietro Costa, cinquantotto anni, seduto in poltrona col suo cellulare. Da tre mesi è diventato dirigente del suo ufficio. Prima era un tecnico come tanti, da ventanni sempre quello. Poi il capo è andato in pensione, e Antonio, come il più anziano, ha preso il suo posto. Lo stipendio aumentato di ottocento euro, lufficio solo per lui, e una visione di sé completamente nuova.
Metti qui, ha annuito al tavolino senza sollevare gli occhi.
Ho appoggiato il vassoio, sono rimasta un secondo in piedi.
Tò, davvero, prendi la medicina. Ieri dicevi che ti faceva male la testa
Ieri sì, oggi no! Basta, devo fare una telefonata.
Sono uscita. In corridoio, davanti alla fila dei cappotti: il suo, il mio piumino e lombrello che ormai dà acqua. Mi sono appoggiata alla parete, a guardare il nulla. Poi, senza pensarci, ho preso lo straccio e iniziato a pulire il davanzale della cucina. No, non sapevo come passare quel minuto.
Era così da ormai tre settimane. Da quando Antonio aveva avuto la promozione e partecipato a un corso aziendale vicino a Bergamo. Da lì era tornato diverso. Più curato, taglio nuovo, uno sguardo diverso. Allinizio mi sono persino rallegrata. Poi ho iniziato a notare.
Ha iniziato a criticare quello che cucinavo. Prima mangiava e zittiva, adesso trovava il risotto troppo saporito, le polpette secche, e la pasta roba da studenti, non da dirigente. Ho chiesto se avevo sentito bene: mi ha fissato come se avessi detto una sciocchezza.
Valeria, è ora di preparare roba decente. Pesce al forno, qualche insalata vera, non sempre il solito insalata russa!
Ho cotto pesce al forno. E insalate varie. Ha mangiato senza parlare, ho pensato che andasse bene così. La sera dopo, però, è tornato scontroso: Sai che la moglie di Giorgio, uno che ho conosciuto al corso, non lavora e sta dietro la casa. Eppure sembra una signora.
Sono stata zitta. Sapevo cosa avrei voluto rispondere: che pure io non lavoravo da quattro anni, da quando hanno chiuso il mio ufficio contabile. Che mi alzavo alle sei mentre lui dormiva, che facevo tutto in casa, andavo in farmacia per le sue ricette, in coda in parafarmacia, controllavo che prendesse i medicinali, cambiavo gomme in inverno perché lui era impegnato. Che potevo anche dirglielo, ma ho taciuto. Per abitudine.
Due giorni fa, però, è successo qualcosa dopo cui non sono più riuscita a tacere.
È rientrato verso le otto. Io finivo di cucinare il brodo di pollo, leggero, secondo brodo come disse il medico per il colesterolo. Due ore ai fornelli. Profumo di prezzemolo e sedano.
Quanto ci metti? lho sentito dalla cucina.
Ho fatto tardi, scusa, dai, a tavola che è pronto.
È entrato, ha guardato la pentola. Storpio il naso.
Ancora sto pollo.
Antonio, il medico dice
Lo so che ho il colesterolo! Non sono un ragazzino. Ma sono stufo di mangiare da malato anche a casa.
Ho versato il brodo nei piatti. Affettato il pane. Ha mangiato, poi si è alzato. Neppure il piatto a posto. Io in cucina, a lavare, pulire, buttare le briciole. Torno in sala solo per dirgli che cera la macedonia, se voleva.
Era seduto che smanettava con il cellulare. Sullo schermo, qualcosa di rosa non ho capito. Lui ha subito inclinato il telefono.
Tò, vuoi la macedonia?
Si è voltato, mi ha fissato a lungo come se dovesse decidere qualcosa.
No, poi, dopo una pausa: Vale, ma ti sei vista?
Non ho capito subito.
Che?
Dico, ti sei vista? Quandè che sei andata da un parrucchiere? Guarda che capelli E sempre sto grembiule a quadri. Sembri mia nonna montanara.
Dal rubinetto colava una goccia. I vicini avevano la TV accesa, laudio indistinto.
Antonio ho detto piano.
Cosa? Sto solo dicendo la verità. Ora che vado a cene, incontri la moglie deve avere un aspetto! E tu così non va.
La moglie deve avere un aspetto? piano, scandita. Ma da mesi non porti nessuno a casa, Antonio.
Perché mi vergogno, ecco! ha alzato la voce. Quella parola, vergogna, è cascata nella stanza come una pietra. La moglie di Moriconi è uno spettacolo. Curata, elegante. E tu ingrassata, sempre in ciabatte, i capelli non tinti
Antonio, gli ho detto il nome per intero che quasi mai usavo. Tu fra poco ne compi sessanta. Io cinquantasei. Siamo grandi ormai.
Appunto! è scattato in piedi, come fosse largomento decisivo. Proprio per questo bisogna darsi un contegno! Io vado pure in palestra. E tu stai a casa tutto il giorno
Sto a casa tutto il giorno, ho ripetuto piano. Stranamente calma, mi ha sorpresa la mia stessa voce. Va bene, Antonio. Ho capito.
Sono uscita. Ho chiuso la porta alle spalle, piano. In cucina ho sistemato il pane, spento la luce sopra i fornelli. Tutto quasi meccanico, ma dentro di me qualcosa si è spostato. Non rotto, né crollato; solo spostato, come mobile che trascini in sala allinizio stona, poi pensi che andava fatto già da tempo.
Quella notte non ho dormito. Stavo dalla mia parte del letto, guardando il soffitto. Lui già russava. Sentivo il suo respiro e pensavo.
Che gli ultimi dieci anni ho vissuto da serva: sveglia, cucino, stiro, lavo, vado in farmacia, prendo appuntamenti, accompagno alle visite auto non abbiamo più, venduta che era diventato pericoloso per la sua pressione, quindi servivo anche come tassista pagando Uber dal mio bancomat. Organizzavo tutta la terapia: una per la pressione, una per il colesterolo, e poi medicina per le articolazioni cara che costava settantacinque euro a scatola, tutto segnato su un quaderno, mai uno stop.
E ora lui mi aveva detto che si vergogna di me. Che sembro vecchia. Che la moglie di Moriconi è meglio.
Pensavo, e verso luna mi è passata in testa una cosa limpida: basta.
Non me ne vado, non chiedo il divorzio, non faccio una scenata. Basta continuare quello che lui non vede e non apprezza. Basta essere il rubinetto da cui lui attinge e chiude, sempre pronto. Ora sarà lui.
La mattina seguente mi sono alzata come sempre, alle sei. Mi sono fatto il tè che piace a me, alla camomilla, quello che lui odia proprio. Ho acceso il cellulare al tavolo. Ho guardato il sito del parrucchiere dentro il centro commerciale in Porta Romana dove non sono mai andata, per il prezzo: 60 euro almeno un taglio. Mi sono prenotata per mercoledì. Ho trovato un corso gratuito di camminata nordica, tutte le mattine in settimana nel parco vicino a casa. Me lo sono segnato.
Quando Antonio è uscito in cucina alle sette, cera solo la sua tazza per il tè. Pane nel cestino, burro in frigo. Da cavarsela.
E la colazione? ha chiesto, guardando intorno.
Cè pane, burro, formaggio, ho risposto senza distogliere lo sguardo dal telefono.
È rimasto sulla soglia. Ha preparato da solo il tè, si è fatto il pane. Ha mangiato in piedi, guardando nel frigo. È uscito senza una parola.
Ho visto la porta chiudersi sentendomi mai così sollevata.
Il mercoledì sono andata dal parrucchiere. La ragazza, giovane, con un taglio corto e tanti orecchini, mi ha osservata tanto i capelli e mi ha chiesto:
È molto che non li tinge?
Almeno tre anni, le ho detto. Non ne avevo voglia.
Ha buone basi. Facciamo un colore naturale, un po di riflessi, e sistemiamo il taglio?
Due ore e mezza sulla sedia. A guardarmi cambiare nello specchio. Sono uscita diversa. Non giovane, no, ma viva. Simile a me stessa, solo a quella che avevo dimenticato.
Ho speso 110 euro. Tornando, ho comprato anche una crema viso di farmacia, non quella più economica, ma una anti-age, 32 euro. Pensavo fosse tanto, ma pensando alla moglie di Moriconi lho presa.
Antonio la sera ha notato il cambio. Mi ha scrutato i capelli. Non ha detto nulla.
Ma non mi aspettavo niente.
La settimana dopo sono finite le sue pasticche per la pressione. Una volta ci pensavo io: guardavo le confezioni, tre giorni prima andavo in farmacia. Ora ho solo lasciato la scatola vuota sul suo comodino. Così, da vedere.
È tornato a casa, è andato dritto, non ha guardato nemmeno. Non ho detto nulla.
Il giorno dopo si mette a cercare la medicina.
Va-le-ria! Le pasticche sono finite!
Lo so, ho risposto dalla cucina.
Perché non le hai comprate?
Sei adulto, Antonio. Puoi andarci tu.
È stata una pausa lunga.
Io lavoro
Anche io ho i miei impegni.
Davvero ne avevo: il martedì e il giovedì camminata al parco, lì ho conosciuto due signore sui sessantanni, Nina e Rosa. Nina è vicepreside in una scuola e ride forte, Rosa invece è già in pensione e accudisce i nipoti. Si cammina, si parla, si respira, ed è qualcosa di piacevolissimo. Non sapevo nemmeno che fosse possibile.
Antonio la medicina alla fine lha presa. Tornato con unaria da eroe. Ha lasciato la scatola nuova sul comodino. Nessuno ha detto altro.
Più o meno in quei giorni ho chiamato la mia amica Giuseppina, ex collega.
Pina, sei libera sabato?
Che cè?
Andiamo da qualche parte. Un film, un caffè.
Vale, tutto ok? È rimasta sorpresa: non andavamo in un bar insieme da almeno quattro anni.
Meglio del solito, ho detto.
Sabato ci siamo trovate davanti al metrò. Giuseppina ha visto i miei capelli e spalancato gli occhi:
Vale, ti sei fatta i capelli! Stai benissimo!
Dal parrucchiere.
Finalmente! Mi chiedevo quando
Ecco, ora.
Ci siamo sedute in caffetteria, un latte macchiato e una fetta di torta a testa. Fuori iniziava a nevicare per davvero, fiocchi grandi, che si scioglievano ai miei piedi.
Racconta, ha chiesto Giuseppina.
Le ho raccontato tutto. La promozione di Antonio, il corso, il cambiamento, le critiche alla cena, la moglie di Moriconi. Il suo guardati e il suo vergogna. Ho parlato calma, senza piangere, quasi come se fosse la vita di qualcun altro.
Giuseppina mi ha ascoltata mescolando il caffè.
E tu cosa hai deciso?
Nulla. Solo smesso di fare quello che non serve. Capisci? Non per ripicca. Solo, non ha senso.
Non ha senso, ha ripetuto. Hai ragione.
Non so se è giusto. Ma non riesco più a fare altro.
Ha annuito. Ha staccato con la forchetta un pezzetto di torta.
Ma lui se ne è accorto?
Che non gli compro più la medicina? Sì. Che non gli stiro più le camicie ogni giorno? Pure! Ieri prese la prima stropicciata che ha trovato, si è vestito e via.
Nessuna scenata?
No. È come se non sapesse cosa dire. Era abituato a ricevere silenzio. Ora lo trova, ma un altro tipo.
Giuseppina mi ha fissata.
Vale, e il divorzio?
Ci penso. Ma non ora. Prima devo scoprire chi sono davvero senza tutto questo. Senza le sue medicine, la sua pasta, le sue camicie. Quanto tempo è che non mi guardavo davvero?
Siamo rimaste ancora, doppio caffè, fuori ormai buio e neve. Prima di salutarci Giuseppina mi ha detto:
Sentiamoci. E sabato prossimo, ancora?
Certo.
In metro, pensavo che era da almeno sei, sette anni che non stavo così bene a parlare, senza fretta, con una persona cara. Prima non cera mai tempo, sempre qualcosa di più importante: Antonio e la sua salute, la sua pensione, la sua cena.
A casa, lui davanti alla TV. In cucina una tazza sporca e il piatto della sua frittata, che aveva fatto da solo. Lho vista, prima avrei lavato. Ora lho lasciata.
Dove sei stata? Senza neanche voltarsi.
A vedere Giuseppina.
Ci stavi molto.
Sì.
Sono andata in bagno, ho messo la crema nuova. Mi sono guardata allo specchio. Niente di grave: cinquantasei anni, una faccia non giovane, ma viva. Rughe agli occhi, una piega sulla bocca. I capelli con nuovi riflessi. Una donna non giovane: va bene così.
Dicembre è arrivato col gelo vero. Mi sono comprata degli stivali di pelle nuovi, non più quelli scadenti di gomma, usati tre inverni. Speso 160 euro e ogni volta ne valeva la pena.
In casa qualcosa stava cambiando senza quasi notarsi. Continuavo a cucinare, ma basta menù speciali solo per lui. Facevo quello che piaceva a me: pasta e fagioli con la cotenna, pollo e patate, ogni tanto i ravioli già pronti, perché no? Niente più polpette al vapore. Mangia quel che cè, il medico te lo ha spiegato, regolati.
Le camicie, ora, lavate insieme a tutto il resto. Addio lavatrici separate e centrifughe delicate non più.
Lui notava tutto. Senza commenti. A volte stoccate secche:
Ancora ravioli?
Sì, ravioli, rispondevo pacata.
Ma cucini ormai pochissimo
Ieri cera il minestrone. Domenica il brasato.
Lui andava via scontento. Ma niente di più.
Io, intanto, proseguivo col parco il martedì e il giovedì. Nina mi ha consigliato una buona ginecologa; era una vita che rimandavo, ho preso appuntamento. Anche un corso gratuito di acquarello in biblioteca il mercoledì, due ore in cui esiste solo il foglio e il pennello.
A metà dicembre, Antonio cominciò a fare tardi la sera. Prima avrei chiamato in ansia, il piatto si sarebbe raffreddato. Ora mangiavo quando avevo fame, andavo a dormire, tutto normale. Una delle sere arrivò alle undici e trenta. Non chiedevo nulla. Lui taceva.
Non ci ho messo molto a capire che cera qualcunaltra. Non dal telefono, proprio dal profumo: rientrò che sapeva di donna, uno troppo dolciastro. Non era ristorante o lavoro. Lì ho realizzato.
La stranezza era: non ha fatto male. Niente dolore, aspettavo il dolore e invece sentivo quasi una curiosità stanca, mista a una specie di liberazione. Se se ne va, è una sua decisione, io non sono da biasimare.
Non ho detto una parola. Son andata a dormire. Ho dormito bene.
Così per altre tre settimane. Andava in ufficio, tornava più tardi, a volte parlava al cellulare in bagno una volta lho sentito: ma ti ho detto, Elena, sabato. Elena. Va bene.
In queste settimane ho pensato a molto. Che ho vissuto trentadue anni con questuomo, cresciuto nostro figlio Michele, che ora sta a Bologna con moglie e due bimbi. Che da giovane Antonio era diverso: spiritoso, usciva, pescava col figlio. Quando è cambiato? Anno preciso non cè: è successo piano, come lacqua che filtra piano nel muro.
Ho pensato a me. Che ho passato trenta anni a occuparmi di lui, trascurando me stessa, fuori e dentro. Cosa mi piace davvero? Musica, libri? Dove vorrei andare? Tutto annegato sotto piatti e medicine.
Le lezioni di acquarello si sono rivelate più importanti del previsto. La professoressa, Natalia Borghese, 52 anni, mi ha detto: Valeria, ha un gran buon occhio per il colore, davvero. Una frase semplice, ma era tempo che nessuno, tantomeno Antonio, mi diceva cose simili.
A inizio gennaio, la storia con Elena era finita, da quanto ho capito dal suo modo di essere. Tornato nel solito orario, TV, silenzio. Niente più telefonate dal bagno. Più spento, qualche colpo di tosse.
Io preparavo il minestrone, lui mangiava. Una sera si è seduto mentre bevevo il tè, e ha detto, allaria:
Fuori fa freddo.
Sì, dicevano meno dodici.
Mhm.
E se ne andava. Tutto qui.
Di Elena seppi qualcosa da un amico comune, Sergio Pallucci, telefonata per chiedere della casa al lago, poi tra un discorso e laltro: Sai che dicono che Antonio si stava vedendo con unaltra? Ma pare che labbia lasciato di corsa. Io ho risposto: Ah, si era sentito, lui ha riso e via.
La verità la immagini: la ragazza pensava a un dirigente benestante, cene e viaggi, invece si è trovata un quasi-sessantenne pieno di acciacchi che vuole il tè servito forte e le camicie stirate. Non lha retta.
Non lo compiango. È come quando ti passa un mal di denti dopo mesi e senti soprattutto sollievo.
A febbraio la sua salute è peggiorata. Ha iniziato a prendere le medicine in maniera casuale, senza il mio ordine ossessivo. Ogni tanto ne dimenticava, altre volte due insieme. Una volta lho visto raddoppiare la dose perché aveva saltato. Non ho detto nulla. Il medico glielo aveva detto mille volte, magari ora capirebbe.
Le sue crisi aumentavano. Più pallido, lamentava ronzii. Una mattina:
Mi gira la testa.
Vai dal medico, gli ho detto.
Prenoti tu? Non so come si fa.
Hai il numero sulla tessera sanitaria. Leggi e chiama.
Mi ha guardata. Io sorseggiavo calma il mio tè.
Non mi ricordo come si chiede il turno.
Antonio, sei un dirigente, no? Te la cavi.
Alla fine ha prenotato lui. È andato, portato a casa la ricetta di una medicina nuova.
Ecco, mi ha passato il foglietto.
Va bene.
Me la prendi?
Domani devo andare in centro, posso fermarmi. Mi dai i soldi?
Si è stupito. Prima compravo tutto, gestivo tutto senza chiedere. Ora così.
Mi ha dato i soldi. Ho comprato la medicina, posata accanto alle altre. Nulla di più: nessun foglietto riepilogativo, nessuna lista appesa al frigo. Solo il blister preso e posato.
Marzo e la città che si scioglie. Marciapiedi pieni di pozzanghere, gocce sotto i portici. Ho iniziato a uscire per camminare anche senza meta. Mi sono regalata una giacca beige, con cintura, non una a sacco come prima. Davanti allo specchio, ho pensato che erano anni che non compravo nulla per me così.
In quel marzo sono venuti a trovarci Michele e la moglie Irene, qualche giorno da noi. Michele alto, quarantanni, molto simile al padre comera da ragazzo, ma più dolce. Irene simpatica, tranquilla. Ci hanno portato una scatola di cioccolatini e un barattolo di miele.
La prima sera ho preparato la tavola: patate al forno, insalata russa, bollito come lo faceva mia mamma. Antonio era taciturno. Michele raccontava del lavoro, Irene mi chiedeva dei corsi.
Mamma, dipingi? ha chiesto Michele sorpreso.
Sto imparando, acquarello.
Fantastico. Mi fai vedere?
Ho mostrato i disegni delle lezioni. Una mela, un vaso di fiori, il panorama dalla biblioteca. Michele guardava serio, Irene mi diceva che erano belli.
Mamma, sembri ringiovanita!
Ho solo cambiato finalmente parrucchiere, ho sorriso.
Ho notato che Michele osservava il padre. Antonio mangiava in silenzio. Tra loro qualcosa si era rotto, Michele lo sentiva, ma non ha chiesto nulla davanti a Irene.
Il giorno dopo, da sola con Michele che aiutava a preparare ravioli, mi ha chiesto:
Mamma, va tutto bene a casa?
Perché, tesoro?
Papà è strano, sembra spento Non è malato?
Ha problemi di pressione, va dal medico, prende le sue medicine da solo, ormai.
È rimasto zitto. Ha preso un pezzetto di pasta, lo schiacciava.
Non avete litigato?
No, ho detto. Ed era vero: non abbiamo litigato. Solo si vive da coinquilini.
Se cè qualcosa fammelo sapere
Michele, sto bene. Sul serio. Sono in pace con me stessa, finalmente.
E mi ha creduta. Perché era vero.
Sono ripartiti domenica. In casa il vuoto era quasi un sollievo. Ho lavato, pulito, sistemato. Antonio davanti alla TV.
Tardi la sera è venuto in cucina, ha bevuto un bicchier dacqua guardando fuori.
Michele è in forma, ha detto.
Sì, è vero.
Anche i bambini sono belli, si è interrotto.
Sì.
Ha bevuto, posato il bicchiere, se ne è rientrato. Luci fioche sui topini, lo sguardo nel nero fuori dalla finestra, ultimi fiocchi di neve, quelli che in questa stagione restano poco.
Aprile è iniziato con lui seduto in corridoio, pallido, mano sul petto.
Vale, sto male.
Sono uscita. Lui seduto per terra. Rosso in viso, sudato.
Vieni, gli ho detto. Lho aiutato a stendersi sul letto. Ho preso il misuratore: centottantacinque su centodieci. Mescolato male.
Prendi una pastiglia demergenza, la trovi nel comodino. Stai sdraiato. Ricontrolliamo tra mezzora.
E tu?
Sto in cucina.
Mi sono messa a preparare il tè. Dalla camera sentivo i suoi movimenti lenti. Dopo unora era sceso, un po meglio.
Resta a letto oggi, non andare in ufficio.
Ma ho la riunione
Chiama e rimanda. Oggi non vai.
È rimasto a casa. Gli ho portato tè e fette biscottate. Non perché lha chiesto, ma perché mi veniva. Cè differenza fra non voglio più occuparmi e fingo di non vedere il male di un altro.
Lui, dopo tanto silenzio, ha sussurrato:
Vale
Dimmi.
Sono stato uno stupido questi mesi.
Non ho detto subito nulla. Mi sono appoggiata al letto.
Sì, Antonio, ho detto tranquilla. Uno stupido.
Sai in testa dopo la promozione avevo tutto diverso. Pensavo che dovevo fare qualcosa in più. Che ero finalmente qualcuno.
E invece già lo eri. Capo ufficio.
Eh pausa E tu sei rimasta quella che eri si è bloccato, non intendevo così.
Ho capito cosa vuoi dire, a voce bassa.
Mi sono alzata, ho portato via la tazza. Nessuna scena, nessun abbraccio. Ha detto stupido, e io ho solo confermato.
Aprile va, viene maggio. Continuo col parco, lacquarello. Nina mi propone il teatro, non ci andavo da una vita. Due biglietti per la prosa municipale, belle poltrone. Sedere lì, col succo allarancia in mano al buffet, e guardare chi recita. Una meraviglia.
Ho 56 anni e sto scoprendo che non è la fine di nulla, ma linizio di altro.
Con Antonio ora si vive in parallelo. Niente più critiche al cibo, nessun riferimento a una moglie migliore. Talvolta si parla normale, di faccende. A volte la sera lui guarda la TV e io leggo, un libro che mi ha dato Nina. Serenità nuova: non sento più obblighi.
Una volta mi ha chiesto di ordinargli il medicinale online perché costa meno.
Non so come si fa, mi ha detto. Tu sì.
È semplice, ho risposto. Cerchi il nome, aggiungi al carrello, scegli la farmacia.
Ma tu lo sai meglio
Sì, ma tu puoi imparare.
Si è messo, mi ha chiesto solo una volta, poi ce lha fatta. E questo conta: non fare al posto di altri quel che possono fare da soli. Una volta pensavo aiutare volesse dire sostituire; ora so che è sbagliato.
Giugno caldo. Mi sono comprata un vestito a fiori, leggero. Indossato, mi sono sentita bene. Non come una vecchietta ma come una donna che si regala qualcosa di bello.
Le coppie acciaccate della mia età si sistemano come possono: alcune litigano, altre sembrano amici, altre non si parlano. Con Antonio è unaltra forma: non è guerra, non è pace, non è gelo. Qualcosa daltro, si divide ancora il tetto ma si vive ognuno per sé.
Del futuro non so. Il pensiero del divorzio cè, ogni tanto. Ma prima devo ritrovarmi, poi scegliere.
Lestate scorre. Vado da Michele a Bologna due settimane, la prima volta da sola. Antonio resta in casa, dice ho da lavorare. Siamo a posto così. Infilo il necessario in valigia, le faccio anche un cuscino ricamato per la nipotina imparato su YouTube.
Due settimane meravigliose con Michele, Irene, i piccoli Stefano e Marta. Lì capisco che prendersi cura può essere bello, quando lo si vuole.
La sera Michele domanda come sto. Rispondo la verità: va tutto bene, anche se è complicato. Annuisce, non predica. Ho proprio un figlio buono.
Torno a casa abbronzata e serena. Antonio mi accoglie con un sei tornata? e mi prende la valigia. Un piccolo passo.
Agosto torrido. Ho comprato un ventilatore per la camera, un bel cocomero al mercato me ne mangio metà io, il resto lo preparo per lui. Mangia e per la prima volta, dopo mesi, mi dice: grazie.
Poi, a settembre, quando il fresco torna e i pioppi giallognoli tremano alle finestre, accade ciò che sentivo nellaria.
Un venerdì sera, rientra alle otto. Faccia spenta, cammina lento. Io bevo tè e leggo in cucina.
Vale, dice dalla porta. Sto male.
Che succede?
Pressione, credo. Mal di testa. E qua si tocca il petto, una stretta.
Mi alzo.
Da quando?
Da mezzogiorno più o meno. Speravo passasse.
Hai preso la solita pillola?
Sì, alle tre, ma non serve.
Siediti.
Gli prendo la pressione: centonovanta su centodiciassette. Peggio di aprile.
Antonio, è serio. Serve il pronto soccorso.
Ma dai, magari unaltra pasticca
No. A centonovanta e dolore al petto, serve il medico.
Allora chiama tu
Ecco, lì mi sono fermata. Nelle mani ho il misuratore, gli occhi su di lui.
Ho visto luomo: volto spento, occhi sgranati, mano sul petto. Stava male sul serio. Lho anche preso in pena, una pena vera, umana. Non era più il mio carnefice, era un uomo malato e impaurito.
Ma ho anche capito: questanno lui ha guardato sempre aldilà di me. Mi ha detto parole che non si cancellano. Aveva smesso di vedermi molto prima che io smettessi di farmi in quattro.
E ho capito cosa fare.
Antonio, tranquilla. Hai il telefono. Il numero per lambulanza lo conosci.
Mi ha fissata interdetto.
Come?
Telefona tu al 118. Dai il nostro indirizzo, dì che hai dolore al petto e sei iperteso. Verranno.
Vale Nella sua voce una paura da bambino. Non mi aiuti tu?
Ti ho aiutato: ti ho misurato la pressione e detto che serve il dottore. Adesso tocca a te.
Ma io
Antonio. Ho posato il misuratore sul tavolo. Tu chiama il pronto soccorso. Sei un uomo adulto, un capo. Puoi farlo.
Sono uscita. Ho attraversato il corridoio, mi sono chiusa la porta della mia stanza alle spalle. Non ho sbattuto, solo accostato.
Dalla cucina, dopo un po, la sua voce tremolante:
Pronto? Sì, ambulanza. Lindirizzo è
Mi sono versata il mio tè alla camomilla. Ho preso la tazza, sono passata in cucina senza una parola, lui ancora al telefono col centralino, mi ha guardata di lato. Mi sono avvicinata alla finestra: fuori il cortile era vuoto, il lampione giallo che illuminava solo lasfalto bagnato, tutte le foglie dei pioppi sotto la pioggia. Panchina deserta.
Ha chiuso la telefonata. Silenzio.
Stanno arrivando, ha detto piano.
Bene, ho risposto.
Forse dovresti venire con me, in ospedale
Mi sono voltata. Era ancora seduto, grigio, la mano sul petto. Mi ha fatto pena davvero. Un uomo anziano e malato. Nessuna gioia nel vederlo così.
No, Antonio. Non vengo. I medici ti visiteranno, niente paura.
Vale
Faranno tutto loro, è il loro mestiere.
Ho preso la mia tazza, sono tornata in camera. Ho riguardato dal mio finestrone lalbero di pioppo e le luci lontane dei condomìni, mentre dalla cucina venivano voci, passi rapidi. Poi ancora silenzio. Poi il rumore dellascensore.
I soccorsi erano arrivati.







