L’ideale dell’altro

Diario di Giovanni, 14 aprile 2024

Questa sera è successa una scena che ormai si ripete sempre più spesso a casa di mia madre, la nonna paterna di mia figlia. Sono ancora scosso e sento addosso lo stesso senso di impotenza che ogni volta mi accompagna. Forse scrivere mi aiuterà a vedere chiaro.

Ero appena tornato dal lavoro, quando ho sentito la voce squillante della mamma rimbombare tra le mura antiche dellappartamento nel centro di Firenze. La sua energia, a volte così calorosa altre volte così ingestibile, oggi sera trasformata in una tempesta: lho vista irrompere nella cameretta di mia figlia Beatrice come una folata greca, tanto che il suo grembiule color lavanda è svolazzato come una vela tesa dal maestrale.

Appoggiatasi allo stipite della porta, con le mani sui fianchi, mamma ha lanciato unocchiataccia carica di rimprovero verso Bea, che era tutta intenta a scrivere qualcosa al computer.

Ma insomma, cosa fai lì seduta? ha tuonato con la voce che io stesso temevo da bambino. Fra mezzora hai danza classica, te ne sei dimenticata?

Bea ha alzato lentamente lo sguardo; aveva delle ombre sotto gli occhi e lo sforzo per rispondere lho visto in quelle spalle di ragazzina.

Nonna, oggi non sto bene ho avvisato che non ci sarò. Sono un po stanca, la testa mi gira.

Mamma è rimasta pietrificata solo il tempo di elaborare la parolina magica no. Poi il suo viso si è indurito.

E chi te lha permesso? Hai tempo per il computer ma non per la lezione! Ti ho detto che ci vai e ci andrai, punto!

Ho visto Beatrice stringere il bordo della scrivania, consapevole che per la nonna la danza non era solo un passatempo: per lei disciplina e tenacia venivano prima di tutto.

Bea ha preso un bel respiro e, senza riuscire a mascherare la voce tremante, ha sussurrato:

Sto preparando una relazione di storia, devo consegnarla domani.

A quella risposta, in casa si è creata una tensione palpabile. Bea sperava, forse, che la nonna le chiedesse almeno come stava, magari che la portasse da un medico. Ma niente. Mia madre si è avvicinata, ha staccato di colpo il computer dalla corrente e lo schermo si è spento. Un gesto secco, senza una parola.

Beatrice ha spalancato gli occhi. Unespressione ferita, di chi ha visto sparire ore di fatica in un attimo.

Non avevo salvato! ha gridato con voce rotta, quasi piangendo. Due ore perse e la nonna che neanche la guardava:

Forza, raccogliti e cambia! Andiamo!

Non c’era spazio per discussioni: Beatrice sapeva bene che ogni volta che provava a ribellarsi, mamma diventava ancora più dura. Una lista senza fine di pretese, durezze e regole imposte che da anni scandiscono la nostra casa.

Sempre uguale a tua madre sei! ha sibilato mamma, lasciando trapelare lamarezza di una ferita mai chiusa. Anche lei sempre col naso nel computer! E guarda dove è finita!

Ho subito visto Bea irrigidirsi, come se quella frecciata le avesse tolto il respiro. Mia moglie, Ilaria, era tutto per lei. Eppure mia madre non riusciva a parlarne senza insinuazioni, senza rimproveri nemmeno da lontano.

Io so perché mamma è così: ha passato la sua giovinezza da sola, crescendo mia sorella Rita in un piccolo appartamento delle Cure. Lavorava giorno e notte allospedale di Santa Maria Nuova, non aveva tempo neanche per un caffè in pace. Rita cresceva come poteva, persa tra libri e disegni, schiva con tutti, con la testa fra le nuvole.

Quando è diventata adolescente si è opposta a ogni tentativo di essere formata. Non ne voleva sapere della scuola di danza dove lavevano iscritta, né di solfeggio, né di nuoto o di chitarra. Se mamma si ostinava, Rita mollava tutto nel giro di poche settimane. A scuola sognava ad occhi aperti, a casa si rifugiava nel primo computer arrivato. Prima i giochi, poi internet, chat e amicizie virtuali. Tutto meglio che stare sotto regole e programmi.

Mamma lo leggeva solo così: Non ha voglia, non ha ambizioni, finirà per non concludere nulla.

Quando Rita si innamorò non fu certo di un ingegnere o di un promettente architetto come avrebbe voluto mamma, ma di un ragazzo del quartiere San Frediano, Francesco, che faceva il carrozziere e sognava di aprire unofficina.

Mamma, delusa e furiosa:

Ma ti rendi conto? Non è un marito, è un rischio!

Rita rispondeva serena. Con lui sto bene, è questo ciò che conta.

Poi mollò anche luniversità, dove per altro non voleva mai andare:

Non fa per me, voglio lavorare con i computer.

E così fece: trovò posto in una piccola web agency di Prato, uno stipendio che bastava appena a pagare laffitto, ma felice come mai prima.

Quando Rita rimase incinta di Beatrice, mamma si sentì sconfitta. Non accettava che la figlia scegliesse per la sua testa unaltra strada.

E ora, con Bea orfana di madre e padre in trasferta allestero per lavoro, la nonna aveva deciso che non avrebbe permesso errori. Disciplina, futuro certo, regole ferme.

Beatrice, però, oggi non ci sta. Sente la sua mamma vicina, come un esempio, come un orgoglio. Glielho sempre detto: lasciati ispirare.

Mia mamma era una programmatrice bravissima! grida oggi con le lacrime agli occhi. Seguiva i suoi sogni e la gente la stimava.

Poi, col nodo in gola, aggiunge:

E non è colpa sua se quellautista di taxi ha sbagliato strada. È stata solo una tragica fatalità!

Mamma, glaciale:

Se solo avesse seguito i miei consigli, avrebbe sposato un uomo giusto, starebbe a casa a crescere i figli. Non sarebbe successo niente di tutto questo.

Nonostante letà, io sento le parole di mamma come un coltello. Questo non è amore, penso. È solo paura travestita da pretesa di sapere tutto.

Bea piange, stringe in mano le scarpette di danza.

Tu non capisci! singhiozza Mamma era felice quando lavorava, le piaceva creare, aiutare chi aveva bisogno.

Mia madre scuote la testa, con laria di chi sa già tutto.

La felicità è nella sicurezza, nella famiglia e nei valori. Tutto il resto illusioni.

Lei fa un gesto verso i premi di Ilaria, allineati sulla mensola. Bea sbatte la sedia, non ascolta più e corre verso larmadio.

Mio papà tornerà presto e mi porterà via con sé! urla Lui sì che mi capisce!

Sento le sue parole come una richiesta di aiuto. La vedo mentre si infila la felpa, pronta a precipitarsi fuori di casa per cercare sollievo in un altro mondo.

Peccato che il contratto di papà duri ancora tre mesi pensa. Perché non mi ha già portata via? Ma certo, la nonna ci ha messo lo zampino

Ancora mi rimbomba in testa quel battibecco fra me e mia madre: Falle finire lanno scolastico, cosa le serve andare in giro ora con te?

Beatrice lo ha capito: la nonna decide per tutti.

Mamma, intanto, la osserva dalla porta, sogghignando: Tuo padre pensa solo a se stesso, rassegnati, qui imparerai a vivere come si deve.

Un altro colpo basso, uno schiaffo morale che Beatrice incassa abbottonandosi il giacchino senza una parola, già con la testa tra la sala prove e la voglia di almeno un paio dore dove nessuno la giudica.

Meglio la danza della gabbia, anche con il mal di stomaco so già che pensa fra sé.

*******

Beatrice varca la soglia della scuola di danza, in via della Pergola. Le luci la avvolgono, lodore di cere e legni vecchi la fa sentire in un santuario.

La maestra di danza, Chiara Bellini tutta raccolta e professionalità tipica toscana la vede entrare e, appena incrocia il suo sguardo preoccupato, si avvicina.

Bea, hai unaria spenta. Stai bene, tesoro? Ti fanno male la testa o la pancia?

Beatrice, quasi sussurrando:

Mi fa male la pancia.

Da quanto? chiede Chiara, appoggiandole delicatamente una mano sulla spalla.

Dalla sera scorsa risponde, gli occhi bassi.

Chiara conosce troppo bene certe rigidità delle nonne fiorentine: Serve prendersi cura di sé pensa, subito più decisa:

Hai avvisato la nonna?

Beatrice tira su il mento, scimmiottando il tono secco della nonna:

Smettila, è solo scusa per non andare! dice, ripetendo parola per parola.

Chiara si raddrizza.

Qui non si scherza proclama risoluta. Meglio farti vedere, magari è appendicite Ti fa molto male?

Beatrice si piega un po, stringendo la zona dolente. Fa segno di sì con la testa, trattenendo a stento le lacrime.

E ti viene anche da vomitare?

Di nuovo, un sì appena accennato.

Chiara tira fuori il cellulare e in meno di due minuti compone il 118. Spiega la situazione e stringe la mano di Bea mentre la fa sedere sulla panca vicino al muro.

Riposa qui, non ti agitare. Vedrai che va tutto bene.

Beatrice non dice una parola; le lacrime scorrono silenziose mentre la maestra le copre le spalle con la sua felpa.

Il tempo sembra fermarsi. Fuori, nella sala accanto, si sente Chopin suonato male su un piano verticale; dentro, solo il battito del cuore di due donne una troppo giovane, una troppo adulta unite da una strana complicità.

Quando si sentono le sirene della Croce Rossa, Chiara stringe la mano di Beatrice.

Ecco lambulanza, ti portano in ospedale. Io avviso tuo padre.

*****

Quando Beatrice riapre gli occhi, la prima cosa che percepisce è il profumo di disinfettante e detersivo del Reparto di Pediatria di Careggi. Le pareti sono azzurrine, fuori la finestra filtra il verde dei viali.

Le tornano in mente i passaggi veloci di questa odissea: lambulanza, i medici attenti, gli esami, le punture.

Poi di colpo nella stanza entra suo padre. Non lo vedeva da quattro settimane: il contratto in Svizzera lo tiene lontano, ma oggi ha ricevuto la chiamata che lo ha fatto tornare.

Sua nonna segue a ruota, con il passo marziale finché non si ferma davanti al letto.

Da domani Bea torna con me, appena i dottori la dimettono! proclamo io, stringendo la mano di mia figlia.

Mamma sbuffa, incrociando le braccia.

E cosa le darai tu? Sempre via per il lavoro, finirà per stare davanti al computer come la madre!

Respiro profondamente, combattendo la tempesta. Tutto quello che vorrei urlarle lo ingoio per non rovinare quei minuti di tranquillità ospedaliera.

La farà almeno stare bene! esclamo a denti stretti. Finché è con te, rischia di non ascoltarsi mai!

Aggiungo, con la voce finalmente ferma:

Ti sei mai chiesta cosa davvero le piace? O chi sta diventando? Beatrice non è una figurina da attaccare dove vuoi tu!

Mia madre mi guarda con la solita condiscendenza.

Una ragazza deve saper camminare con grazia, saper intrattenere, parlare di musica Tu che ne vuoi sapere?

La sua frase finale è per Ilaria, come sempre:

Che cosa ci hai portato in famiglia Non mi stupisce che le cose vadano così!

Non mi interessa rispondere. Oggi penso solo a mia figlia.

Da oggi decido io. Bea starà con me.

Quando mamma capisce che non cè più spazio di manovra, afferra la borsa e, con uno sguardo che è una ferita, se ne va.

Ti pentirai di questa scelta! esclama sulla porta.

Non replico. Aspetto solo che sparisca dietro le porte. Poi siedo accanto a Beatrice e la stringo forte.

*****

So già dove è andata mia madre.

La immagino camminare sotto i portici di via Cavour, le gambe svelte e il passo ritmato dai tacchi sui sanpietrini. Si ferma davanti al cancello di una piccola casa famiglia. Rimugina su tutti i “sacrifici buttati”, ma dentro già si fa largo una decisione nuova:

Vorrà dire che cercherò altrove si dice, pensando a chi sarà disposta, finalmente, a seguire i suoi modelli. Magari una ragazzina senza famiglia, da portare alle lezioni di piano, ai concerti, alle mostre, senza ribellioni né sogni diversi dai suoi.

Sul volto di mia madre si dipinge una smorfia amara di chi, nel suo cuore, pensa che basterà solo riprovare, unaltra volta.

*******

Chiudo questo diario e la giornata con un pensiero che mi pulsa dentro dallo stomaco in su: a cosa serve lamore, se non lasciare spazio a chi amiamo di essere sé stesso? Per troppo tempo ho visto mia madre confondere la disciplina col controllo, la sicurezza con la felicità. Guardando Beatrice oggi, capisco che ciò che conta davvero è la libertà di scegliere il proprio sentiero. Anche se a volte, per amare davvero qualcuno, bisogna lasciarlo andare.

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