Da bambino sognavo di diventare grande per poter fare quello che voglio: mangiare ciò che mi piace, andare a dormire quando decido io, uscire senza dover chiedere il permesso a nessuno.

Quando ero bambina, sognavo ardentemente di diventare grande solo per poter fare tutto ciò che volevo: mangiare quello che mi pareva, andare a letto allora che mi passava per la testa, uscire da casa senza dover chiedere il permesso a nessuno. Adesso mi faccio una risata pensando a quella me stessa piccola e ingenua. La realtà mi ha colpita il giorno in cui ho iniziato a vivere da sola: pulire, cucinare, pagare laffitto, le bollette, la spesa tutto con quel miracoloso stipendio che a malapena copriva le spese. Credevo che la libertà fosse scegliere cosa cenare. Non avevo minimamente idea che volesse dire calcolare se bastavano i soldi sia per il riso che per il sapone.

Un giorno mi sono resa conto che erano settimane che non facevo una colazione in santa pace. Mi alzavo, mi facevo una doccia lampo, tiravo su il letto in tre secondi e correvo alla fermata dellautobus. Nel tragitto mi ricordavo di non aver ancora risposto a una mail del lavoro, che dovevo pagare internet entro venerdì e che la carta di credito era praticamente arrivata al limite. La tanto agognata libertà da adulta si era trasformata in una lista infinita di cose da fare, più che in un sogno realizzato.

Quando finalmente rincasavo, la stanchezza mi piombava addosso come un tombino caduto dal cielo. Aprivo il frigorifero sperando dentro ci fosse, per magia, qualcosa che si cucinasse da solo. Ovviamente no: invece via a lavare, tagliare, cuocere, poi di nuovo a lavare. Alcune sere, cenavo semplicemente con pane e provola, pur di non toccare una padella. Ma neppure allora cera tregua, perché la mia testa mi sussurrava: la bolletta dellacqua è alta, controlla la perdita in bagno, i vestiti di stamattina puzzano già perché ti sei dimenticata di stenderli.

Le mie amiche continuavano a ripetermi: Vediamoci! Ma ogni volta che tentavamo di organizzarci, ognuna aveva i suoi drammi: una faceva straordinari, una badava a un parente malato, una era al verde, laltra era semplicemente distrutta dalla stanchezza. Da ragazzine ci vedevamo quasi tutti i giorni; da adulte passava anche un mese senza riuscire a incontrarci. E quando finalmente ci riunivamo, le conversazioni ruotavano tutte attorno alla fatica, alle bollette e a quanto ci faceva male la schiena. Eravamo giovani, ma chiacchieravamo come delle nonnine ottuagenarie.

La parte più dura? Rendermi conto che la vera pausa non esiste. Anche i weekend sono una maratona di faccende: bucato, pulizie, organizzare la settimana, fare la spesa, sistemare qualcosa che si è rotto. Un sabato mi sono sorpresa a piangere, mentre lavavo il pavimento, pensando: Neanche quando dovrei riposare, riesco veramente a riposare. Da piccola chiamavo tutto questo libertà, invece avevo solo cominciato a fare da sola ciò che gli adulti avevano sempre fatto per me ma stavolta nessuno veniva a dare una mano.

E il lavoro? Non era affatto quello che mi aspettavo. Pensavo che lavorare desse soddisfazione. Non avevo capito che significava anche sorridere quando non hai proprio voglia, sopportare battute idiote, inseguire obiettivi che cambiano ogni settimana e guardare buona parte dello stipendio sparire per cose che nemmeno vedi. Un giorno mi sono ritrovata a valutare se pranzare o lasciare quei dieci euro per labbonamento dellautobus. Questo nessuno te lo dice da bambina. Nessuno ti spiega che diventare adulti è un esercizio continuo di calcoli mentali.

Credevo che crescere volesse dire libertà. Invece è un equilibrio tutto strambo tra stanchezza, responsabilità e piccoli, minuscoli momenti di vero relax.

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Da bambino sognavo di diventare grande per poter fare quello che voglio: mangiare ciò che mi piace, andare a dormire quando decido io, uscire senza dover chiedere il permesso a nessuno.
E perché dovremmo chiedere un mutuo quando possiamo avere direttamente un appartamento?