Per la prima volta in sette anni
Mamma, ma mi stai ascoltando davvero? Giulia era ferma in mezzo alla cucina con le braccia incrociate, lanciando a sua madre uno sguardo che sembrava dire hai appena rivelato di voler traslocare sulla Luna. Tra due settimane Riccardo ha la verifica di matematica. Chi lo aiuterà a studiare?
Va a scuola, cè la maestra lì, rispose serenamente la signora Maria Grazia, senza staccarsi dalle pentole.
La maestra! Giulia quasi rise, ma il suo suono era corto, amaro. Ti sei già dimenticata come fanno le spiegazioni lì? Poi tocca a noi due rifarlo per ore. Ti sei scordata?
Non ho scordato proprio niente.
Allora perché hai comprato quel viaggio? Senza nemmeno avvertire! Lho scoperto per caso, domenica a pranzo! Ma che modo è?
Maria Grazia tolse la pentola dal fuoco. Il minestrone si era tinto di un verde intenso, profumava di verdure fresche e alloro che si spandevano per tutta la cucina. Prese il canovaccio, si asciugò le mani, e si girò verso la figlia.
Giulia, io ho cinquantasei anni. Non ti chiedevo il permesso nemmeno quando avevi tre anni ed io dovevo scendere a prendere il pane.
Non è la stessa cosa!
E perché no?
Giulia aprì bocca, la richiuse. Poi la riaprì di nuovo.
È diverso perché ora abbiamo bisogno di te. Riccardo ha bisogno di te. Lo capisci che significa bisogno?
Certo che lo capisco, disse Maria Grazia. Da sette anni lo capisco.
In corridoio si sentì il rumore secco dei passi. Paolo era tornato dal lavoro prima del solito, lanciò la giacca sul gancio allingresso e diede unocchiata in cucina. Nellaria, la tensione era fitta almeno quanto il vapore del minestrone.
Che succede?
La mamma va in vacanza alle terme, rispose Giulia, avvelenando la parola terme quanto poteva. Paolo si rabbuiò.
Dove esattamente?
Alla Baia Azzurra, giù in Liguria. Dieci giorni.
Paolo guardò la suocera, poi la moglie.
Quando parti?
Tra due settimane, rispose Maria Grazia. Il ventitré di giugno. Torno il tre luglio.
Il ventitré… ripeté Paolo piano. Maria Grazia, io il venticinque consegno il cantiere. Quei giorni non sarò mai a casa. Pensavamo tu restassi con Riccardo…
Riccardo è vostro figlio, disse Maria Grazia, senza cattiveria. Vostro, di te e di Giulia.
Silenzio pieno come una braciola ben tagliata. Il minestrone sobbolliva piano sotto il coperchio.
Io non ti capisco, disse Giulia, con la voce che le si faceva roca. Ti trattiamo forse male? Qualcuno ti ha offeso? Dimmi e sistemiamo.
Siete brave persone, rispose Maria Grazia. E vi voglio bene, a tutti e tre.
Allora perché?!
Perché sono stanca.
Quella parola cadde sul tavolo come un bottone, piccolo ma pesante.
Maria Grazia era nata e cresciuta a Asti. Aveva frequentato la stessa scuola elementare della madre, poi il liceo classico, poi trentadue anni tra gli scaffali della biblioteca comunale. Conosceva Asti come le sue tasche: il ponticello storto sopra il Tanaro, il giardinetto con i quattro pioppi, la panetteria dove il profumo di lievito si mescola a quello di vaniglia.
Quando suo marito Carlo era scomparso per un infarto, otto anni prima, lei aveva creduto che il mondo si sarebbe spezzato in due. Invece era rimasto intero. Al funerale offriva grappa, tagliava larrosto, ringraziava chi entrava e lei stessa si stupiva di quanto riuscisse a restare composta. Solo la notte, quando la casa era vuota, abbracciava la tazza di tè e restava sveglia fino allalba. Lì realizzò di essere sola, per davvero.
Ma la solitudine non durò. Giulia era incinta di Riccardo, viveva con Paolo in un bilocale a tre fermate di autobus. Maria Grazia aveva iniziato a passare tutti i giorni. Prima per aiutare con la cameretta, poi quando nacque Riccardo si fermava giorno e notte, poi lo andava a prendere allasilo, poi a scuola. Sette anni volati senza accorgersene. La pensione era arrivata, eppure la vita era la stessa: stessa sveglia, stesso zaino di Riccardo vicino alla porta, stesse polpette a cena.
A volte Maria Grazia si chiedeva: ma la mia vita? Però era una domanda confusa, si perdeva tra lodore del detersivo e il fischio del bollitore. Sapeva che non tutti i genitori vivono allo stesso modo con i figli adulti. Alcune nonne le vedi una volta al mese, altre si infilano così tanto nella quotidianità da non sapere più dovè la linea tra dare una mano e essere indispensabili.
Il viaggio alle terme laveva prenotato ad aprile, in unagenzia turistica sulla via Maestra. Era entrata per caso, tornando dalla farmacia, attirata da una foto in vetrina: mare azzurro, scogli bianchi, pini. Si era fermata. Aveva spinto la porta.
La ragazza dietro il bancone le sorrise come a una vecchia amica.
Dove le piacerebbe andare?
Lì, indicò la foto.
Baia Azzurra, Liguria. Terme molto buone, tutto incluso. Quando parte?
A giugno, rispose Maria Grazia, sorpresa lei stessa dal coraggio.
Il malumore in famiglia si era acceso pian piano, come la legna umida. Giulia ne aveva fatta una questione di principio, aveva iniziato a chiamare meno, a trattare la madre con una cortesia ostentata, più pesante di qualsiasi litigio. Poi Paolo aveva affrontato la suocera con calma, carte e argomenti: era un periodo pesante, la consegna del lavoro, Riccardo che aveva preso un brutto voto in pagella, Giulia nervosa, tutto allegramente appeso a un filo.
Maria Grazia, lei è una donna intelligente. Lo capisce, vero?
Lo capisco, annuì lei. Ma parto lo stesso.
Paolo la guardò in modo diverso. Non cattivo. Come se fosse un mobile che improvvisamente è stato spostato.
Poi, una sera di mercoledì, la chiamata di Giulia tra le lacrime, che urlava che la mamma non laveva mai amata veramente, che si era sempre messa al centro, che almento il papà sapeva amare. Maria Grazia stava accanto alla finestra, guardava i pioppi carichi di batuffoli che sembrano neve a maggio, ascoltava senza interrompere. Alla fine, quando la figlia si zittì esausta, Maria Grazia disse calma:
Ti voglio bene, Giulia. Ho già pagato, la vacanza è prenotata. Vado.
Sei egoista, sbottò Giulia.
Forse.
Pensi solo a te stessa!
Per la prima volta in sette anni, rispose Maria Grazia. Non è tanto.
Poi il tut-tut dei toni di occupato.
Maria Grazia appoggiò il telefono, mise su il bollitore. Le mani tremavano un po’, non per la paura o la rabbia. È così quando lasci andare un peso che hai portato troppo a lungo: il corpo non sa subito che, finalmente, non cè più.
Fece il tè, aprì una scatola di biscotti che aveva preso la settimana prima, e ne mangiò un paio. Fuori, il pioppo faceva il suo fruscio sommesso. Silenzio, e un senso strano.
Si rese conto di non sentirsi in colpa. Era lì che la colpa avrebbe dovuto arrivare, ma invece sentiva qualcosaltro. Una piccola gioia, prudente e ancora timida.
In quei tredici giorni prima della partenza, Maria Grazia continuò la sua solita routine: prendeva Riccardo a scuola, preparava la cena, stirava le camicie. Però dentro qualcosa era cambiato. Notava piccoli dettagli: che Giulia non diceva mai grazie per la cena, semplicemente si sedeva, mangiava e andava in salotto, come se il piatto si riempisse da solo. O che Paolo, passando in corridoio, sembrava guardarla attraverso, come se fosse una parete. Era diventata carta da parati. Un armadio a muro.
Solo Riccardo la trattava come sempre. Correva a casa da scuola, lanciava lo zaino sullingresso e gridava: Nonna, ci sei?. Ed ogni volta, quel ci sei? le aggiustava il cuore, un misto di tenerezza e malinconia.
Nonna, ma parti davvero? le chiese una sera, mentre controllavano insieme il tema di lettura.
Davvero. Per dieci giorni.
Lontano?
Al mare. Hai mai sentito parlare della Liguria?
Sì, in geografia. Lì il mare è azzurro e salato.
Proprio così.
Riccardo ci pensò su, con la serietà dei suoi sette anni.
Io al mare non ci sono mai stato, disse piano, dispiaciuto.
Magari in estate ci andate con mamma e papà.
Dicono che non hanno tempo.
Maria Grazia non disse nulla. Gli passò una mano tra i capelli. Il bambino emanava un profumo di matite e mela, la stessa che lei gli aveva dato dopo scuola. E pensò: è per questo che torno. Non per il minestrone o le camicie stirate. Ma per questo.
Il ventitré giugno il tempo era fresco e nuvoloso, profumo di asfalto bagnato dopo la pioggia. Maria Grazia preparò una piccola valigia: due vestiti, il costume nuovo (preso apposta, blu scuro, il primo da cinque anni), la crema della farmacia, qualche libro scelto la sera prima con grande attenzione. Portò un romanzo, una raccolta di racconti e un vecchio libro di poesie che Carlo le aveva regalato.
Giulia non venne a salutarla. Un messaggio: Spero che ti riposi. Senza emoji, senza mamma. Maria Grazia lesse, e ripose il cellulare.
Paolo la chiamò alle otto, quando lei era già sulla porta.
Maria Grazia, te lo dico per lultima volta. Il venticinque ho la consegna. Giulia da sola con Riccardo non ce la fa, lo sai.
Paolo, disse lei Giulia può farcela. È sua madre.
Capisci che se qualcosa va storto
Allora mi chiami e io ascolto. Ma non torno indietro.
Sospirò.
Parli sul serio?
Serissimo.
Maria Grazia uscì e prese un taxi. Guardava la sua Asti dal finestrino. In sette anni era andata in stazione solo tre volte: una per accogliere la vecchia amica Claudia, una per un funerale fuori città, e una, dinverno, semplicemente per guardare i tabelloni delle partenze, senza comprare nulla. Allora non era riuscita a trovare un motivo. Ora sì. Era stanca, e tanto bastava.
La stazione odorava di ferro caldo, brusio di gente, voci dallaltoparlante. Maria Grazia comprò un caffè in bicchiere di carta, una brioche ai semi di papavero, e salì sulla carrozza.
Nel suo scompartimento cera già un uomo. Sui sessanta, solido e canuto, con la testa china sul giornale. Appena entrò, lui sollevò gli occhi e fece un cenno.
Buongiorno.
Buongiorno, rispose lei sistemando la valigia sulla mensola.
Lui era Vittorio. Lei non sapeva ancora che quello sconosciuto con il giornale, in dieci giorni, le sarebbe rimasto più caro di tante conoscenze duna vita.
Il treno partì lieve, quasi senza accorgersene. Le case, i lampioni, gli orti e i campi iniziavano a scorrere lenti fuori dal finestrino. Maria Grazia sedeva a guardare e sentiva qualcosa che si scioglieva dentro. Come se fino a quella mattina avesse portato uno zaino pesante e ora, finalmente, lavesse poggiato per terra.
Vittorio abbassò il giornale e lo mise via.
Va lontano?
Fino a Levante. Poi alle terme, Baia Azzurra.
Che caso, sorrise lui, senza sorpresa Anchio alla Baia Azzurra. Un premio dalla ditta per i vecchi dipendenti, a sorpresa.
Che lavoro faceva?
Ingegnere ferroviario. Quarantanni sui treni. Vittorio.
Maria Grazia. Bibliotecaria. Ora in pensione.
Furono per un po’ in silenzio, guardando le campagne fresche di pioggia. Maria Grazia sentì improvviso il desiderio di piangere, senza tristezza. Solo perché erano così belle, e lei non le guardava da tempo.
È la prima volta che viaggia da sola? chiese lui senza invadenza.
Sì, la prima in tanti anni.
Fa paura?
È strano, rispose lei. Un po’ paura e un po’ piacere.
È giusto che sia così.
Parlarono con una naturalezza che si trova solo tra estranei sui treni: senza passato, senza bisogno di impressionare. Vittorio preferiva ascoltare, ma quando parlava era sempre preciso. Raccontò che sua moglie era mancata tre anni fa, figli grandi, viveva da solo e stava imparando ad abituarsi.
Allinizio non sapevo dove stare, disse. La casa era la stessa, ma io mi sentivo ospite.
Capisco, disse Maria Grazia. E lo sentiva davvero.
Alla sera divisero il tè con biscotti portati da casa. Vittorio prese un pezzo di torta di patate e rimase zitto per un attimo, poi affermò che era buonissima.
Grazie, sorrise Maria Grazia. Ho sempre cucinato per la famiglia.
Pensò tra sé: mangiano, non amano. Due cose diverse.
Il mattino dopo, poco prima dellarrivo a Levante, spense il cellulare. Prima silenziato, poi spento davvero. Lo lasciò nella borsa, tra i libri.
La Baia Azzurra era su una collina sopra il mare, nascosta tra i pini marittimi. Laria odorava di resina, sale, qualcosa di fiorito e fresco. La struttura era un po vecchia, ma ordinata e luminosa, con verande di legno e poltroncine di vimini.
Maria Grazia ebbe una stanza piccola ma che guardava il mare, una striscia blu lucente fra i tronchi. Appoggiò la valigia e restò a fissare lorizzonte, ascoltando in silenzio. Non aveva mai pensato a quanto era bello, il mare, se lo guardi da sola.
I primi due giorni li passò a prendere confidenza con la calma. Faceva i trattamenti: bagno ai fanghi, massaggio, stanza del sale. In sala da pranzo gustava tutto con lentezza. A casa mangiava sempre svelta, qui nessuna fretta.
Alla sera passeggiava sulla spiaggia, i ciottoli sotto i piedi scivolavano e rotolavano, fastidiosi ma vivi, caldi di sole e veri. Toglieva i sandali e camminava scalza, le onde fredde le accarezzavano i piedi, si ritraevano e tornavano.
Vittorio aveva la camera nellaltra ala, ma si trovavano al mattino, e a volte per una passeggiata. Era tutto leggero e facile. Lui non chiedeva mai attenzione, ma quando cera, il silenzio era pieno, una compagnia.
Non è da tutti saper stare zitti insieme, disse un giorno, È raro.
In biblioteca alla fine impari, rise lei.
Non è solo abitudine. Tanti sono bravi a stare zitti da soli. Stare in silenzio bene con qualcuno, è altro.
Ci rifletté la sera in camera. Il mare si sentiva fin lì, sulla collina. Pensò: con Carlo lo sapeva fare, con Giulia mai. Con Giulia bisognava sempre spiegare, parlare, giustificarsi. Se tacevi, lei si allarmava: Mamma, sei arrabbiata?. Ma no, Maria Grazia, stava solo in silenzio.
Sono le generazioni, pensò. Non per i valori diversi o i telefonini, ma per la grammatica del silenzio.
Il terzo giorno la chiamò Giulia. Maria Grazia il telefono laveva riacceso, non per paura: per rispetto, verso il nipote, verso la famiglia.
Mamma, disse Giulia senza saluti. Riccardo ha la febbre a trentotto e due.
Hai dato la tachipirina?
Sì. Ma non so cosa cucinargli. Tu lo sapevi sempre.
Brodo di pollo, semplice, non fare soffritto. Pane tostato.
Mamma, io lavoro, oggi ho una riunione importante!
Giulia, rispose Maria Grazia lasci da solo Riccardo con la febbre?
Pausa.
Paolo oggi non può.
E allora uno di voi prende un giorno di malattia.
Non è così facile, da noi…
Giulia, tagliò corto Maria Grazia. Io sono alle terme. Non posso venire. Potete farcela. Chiama il pediatra, prendi appuntamento, fagli bere acqua, metti una pezzuola fredda sulla fronte. Siete adulti.
Allaltro capo si sentiva il respiro, pesante.
Quando sei diventata così? chiese Giulia. Non arrabbiata, solo stupita.
Così come?
Distaccata.
Maria Grazia guardò fuori, il mare era oggi verde-grigio mosso, le onde grosse.
Non sono distaccata, Giulia. Sto soltanto riposando. È diverso.
La figlia chiuse la chiamata. Maria Grazia ripose il telefono e scese in spiaggia.
Vittorio la trovò lì. Non cercava: arrivava, semplicemente.
Tutto bene? si sedette accanto, su una roccia.
Ha chiamato mia figlia. Il nipote ha la febbre.
Grave?
Solo temperatura. Capita.
E lei?
Non torno, disse lei. Sentì la terra muoversi appena. Dirlo a voce alta, a volte è più difficile che pensarci.
Fa bene, disse lui.
Ma lei non crede che sia da egoisti?
Credo che i genitori devono imparare a cavarsela da soli, rispose pacato. Non è crudele. È giusto.
A loro sembra egoismo, sospirò Maria Grazia me lo ha detto in faccia.
Sembra così, disse Vittorio. Ma a volte prendersi cura di sé è lunico modo per non diventare un peso.
Lei lo guardò. Lui, schiena dritta, viso rivolto allacqua.
Non si è mai sentito usato? domandò.
Rimase in silenzio.
Dal lavoro, sì. Gli ultimi anni prima della pensione. Finché andavo in trasferta andava bene. Quando sono un po invecchiato, ero dimpiccio. Non lo dicevano, semplicemente smettevano di chiedermi.
E lei che ha fatto?
Sono andato in pensione, un anno prima. Sorrise di lato. Erano felici loro, anche io, se devo essere sincero.
Rimpianti?
Allinizio tanti, poi meno. Poi ho capito che andava bene così.
Maria Grazia raccolse un ciottolo bianco. Lo tenne in mano.
Mi sorprende una cosa, disse. Li aiuto da sette anni, tutti i giorni. E solo ora che sono partita si sono resi conto di ciò che faccio. Quando ero lì, era scontato. Come laria.
Si chiama essere utili senza esser visti, rispose lui. È una trappola, soprattutto per le donne.
Perché per le donne?
Perché ci insegnano che la madre, la moglie, la nonna buona è quella silenziosa, che non chiede e non ha bisogno. Anche gli uomini lo imparano, ma in modo diverso: lavora e non lamentarti.
Lei rise, davvero, di cuore.
Sembra un epitaffio.
Già, annuì lui.
A casa, per Giulia e Paolo, lassenza di Maria Grazia fu lo spartiacque. Nei primi giorni si arrangiarono. Poi Paolo fece tardi per lavoro, Giulia aveva da fare, Riccardo mangiò tortellini pronti che non voleva, non cera la camicia stirata per la riunione. Qulli di casa non erano abituati a doversi dividere i problemi, e bisticciarono non tanto per i lavori, ma per la stanchezza e i nervi saltati. Prima Maria Grazia era lì. Si poteva sempre andare da lei in cucina, sedersi, prendersi un tè, stare in silenzio. Non dava consigli, non giudicava. Semplicemente cera. E questo era tanto.
Ti rendi conto che vivevamo come invalidi? osservò Paolo una notte dopo lennesima discussione. Riccardo dormiva. Stava tutto in piedi perché cera qualcuno che faceva quello che noi non volevamo o non potevamo fare.
Ti riferisci a mamma come ad una stampella?
No. Ma ci comportavamo come chi si regge su una stampella.
Giulia rimase a giocherellare col bordo della tovaglia. Era stata la madre a metterla lì, un anno prima.
Non ci avevo mai pensato così, confessò.
Nemmeno io. Ci ho pensato tre giorni fa, quando ho dovuto chiamare io il pediatra e non ne conoscevo nemmeno il nome. Per sette anni tua madre ha portato Riccardo sempre dallo stesso, e io non so come si chiama.
Giulia abbassò lo sguardo.
Si chiama Dottor Rinaldi, sussurrò. Lo so io. Ma era sempre mamma a telefonare.
Dopo una pausa, Paolo disse:
Forse dovremmo trovare una persona una donna delle pulizie, magari due volte a settimana.
Costa troppo.
Costa meno di un divorzio, replicò serio.
Si guardarono a lungo. Era il loro primo vero confronto, non per litigare, ma perché cera troppa verità da ignorare.
Maria Grazia intanto viveva davvero. Ogni giorno faceva il bagno in mare. Allinizio piano, poi scoprì che lacqua era tiepida e trasparente. Si lasciava galleggiare, le braccia aperte, sopra quel cielo così azzurro. E pensava che lasciarsi portare, davvero, era la spiegazione migliore di riposarsi.
Riprese il romanzo iniziato a casa e mai finito: qui era tutto diverso, non leggeva più per distrazione. Adesso la storia la coinvolgeva.
Le sere con Vittorio erano passeggiate sulla passeggiata della Baia. I lampioni erano radi, il mare a un lato: nero, lucente sotto la luna, vivo. Parlare di libri, figli, dei vecchi anni felici, oppure tacere. Lei raccontava della biblioteca, dellodore dei libri vecchi, della nostalgia della pensione.
A volte ci torno, ogni settimana, solo per prendere qualcosa in prestito e staccarmi gradualmente.
Hai fatto bene, notava lui, Io dal lavoro sono uscito di colpo. Ogni tanto sogno di essere ancora in cantiere.
Ti manca?
Il lavoro, sì. Alcune persone anche. La sensazione di costruire qualcosa.
E ora?
Ci pensò.
Ora costruisco qualcosaltro. Dentro. Non so spiegare. Un ordine, forse. Un senso.
Maria Grazia guardò lacqua scura.
Io non ho mai pensato a me stessa come persona singola, confessò. Sempre figlia di qualcuno, poi moglie, poi madre, poi nonna. Ma Maria Grazia, da sola, chi è?
Adesso lo sta scoprendo.
Lei rise, ma quasi pianse. Lui non fece domande, restò accanto.
I famosi confini personali, letti in qualche articolo che Giulia le girava. Maria Grazia si era sempre stupita non sono già naturali? No, non lo erano. Non per lei: non si era mai concessa lo spazio e il diritto al riposo, alla calma, ai progetti propri.
Al sesto giorno, Giulia chiamò di nuovo. Maria Grazia era sulla veranda, con un libro e un caffè preparato in una vecchia caffettiera trovata in cucina; buono, denso, sorseggiato piano, come un piccolo lusso.
Mamma, la voce era diversa, stanca abbiamo parlato con Paolo.
Bene.
Prenderemo una signora che aiuti in casa, due o tre volte a settimana. Labbiamo già trovata.
Maria Grazia restò un attimo in silenzio.
Mi sembra una buona soluzione.
Abbiamo capito che abbiamo abusato troppo di te. Le parole uscivano a fatica, si sentiva.
Giulia, non aspetto scuse.
Non mi sto scusando, ti sto spiegando.
Capisco.
Silenzio.
E tu come stai? chiese la figlia. Quel come stai era nuovo, quasi estraneo.
Davvero bene, rispose Maria Grazia.
Sei abbronzata?
Un po, cera parecchio sole.
Riccardo mi ha chiesto se porterai i sassi dal mare.
Maria Grazia sorrise.
Glieli porto. Digli così.
Dopo la telefonata rimase un po’ a guardare il mare. Pensava che il distacco tra genitori e figli fosse una strada a due sensi: non solo i figli devono imparare a vivere da soli, ma anche i genitori devono lasciarli andare. Lasciare andare anche sé stessi, labitudine alla necessarietà, la paura di essere messi da parte se smetti di dare.
E si chiese: e se non fossi partita? Un altro anno di minestrone, compiti, camicie. Giulia e Paolo non si sarebbero mai detti la verità. Riccardo penserebbe che la cena si materializza da sola. E Maria Grazia avrebbe continuato a consumarsi dentro, chiamandolo amore.
Non era solo amore. Era anche paura, automatismo, incapacità di dire no. Lamore cera, ma nascosto sotto troppe zolle.
Come si smette di essere una vittima? Aveva letto questa frase da qualche parte. Ma lei non era una vittima: nessuno la forzava, era stata lei a scegliere, a rimanere, a cucinare. Solo non si era mai chiesta: lo voglio davvero?
Lottavo giorno, con Vittorio andarono sulla scogliera sopra la baia. Il sentiero saliva tra i pini, ripido. Maria Grazia pensava di non farcela. E invece arrivò in cima. Si sedettero sui sassi, guardando lacqua trasparente sotto, le barche, i gabbiani.
Si sta bene, disse lei.
Si sta, convenne lui.
Rimasero in silenzio. Giù si vedeva la spiaggia bianca, le persone piccolissime.
Vittorio, chiese lei Si sente solo?
Solo, rispose lui senza tristezza. Ma non infelice, sono due cose diverse.
E non si annoia?
A volte. Ma ci si abitua anche alla noia. Poi passa.
Non pensa mai… non le piacerebbe… stare ancora con qualcuno?
Lui la fissò.
Ogni tanto sì. Ma cerco qualcuno con cui non ci sia bisogno di riempire vuoti. Piuttosto condividere lo spazio.
Maria Grazia non sapeva cosa rispondere. Era stato preciso, come capita solo a chi ha capito.
Torneremo ciascuno nella propria città, disse lui.
Sì, rispose lei.
Ma sono contento di averti conosciuta.
Anchio.
Scendendo dalla collina, i piedi tra gli aghi di pino odorosi di resina e terra, Maria Grazia pensava: questa è una vita per sé, non contro qualcuno, non al posto di qualcuno. Semplicemente propria. Cinquantasei anni al ritmo degli altri. Ora aveva scelto la sua strada. Anche se era solo la scogliera sopra la baia, era importante.
La signora che Giulia e Paolo avevano assunto si chiamava Valeria, cinquantacinque anni, divorziata, due figli grandi, abitava fuori città e veniva in autobus. Giulia ne parlò alla madre e Maria Grazia sentì subito simpatia, quasi sorellanza.
Cucina bene? chiese Maria Grazia.
Non come te, ammise Giulia. Ma decente.
Perfetto.
Mamma, non ti dispiace?
Di cosa?
Insomma… che abbiamo trovato unaltra persona.
Maria Grazia guardò fuori. Il vento batteva forte, cerano onde grosse.
Giulia, sono contenta, rispose. Non voglio mai essere la persona insostituibile. È una prigione.
Silenzio.
Voglio venire da voi quando ho piacere di vedervi, aggiunse Maria Grazia. Non perché mancano le polpette.
Di nuovo, silenzio. Poi Giulia:
Anche io voglio vederti, mamma. Solo che me nero scordata come si dice.
Maria Grazia chiuse gli occhi. Il mare si sentiva.
Basta dirlo, rispose.
Lultima sera la passò in spiaggia da sola. Vittorio sarebbe rimasto un altro giorno. Si salutarono la mattina, scambiandosi i numeri. Lui lo scrisse su un pezzo di carta, con una calligrafia ferma da ingegnere. Maria Grazia guardò quelle cifre senza sapere se lavrebbe mai chiamato. Non importava. Il senso era che quei dieci giorni erano stati. Che avevano parlato, avevano taciuto.
Si prenda cura di sé, disse lui.
Anche lei.
Si strinsero la mano. Lui tornò al suo alloggio, Maria Grazia lo seguì con lo sguardo. Una bella persona, pensò.
Quella sera, camminò ancora sulla riva. Il sole scendeva rossastro sul mare. Raccolse qualche sasso: bianchi, grigi e uno rosa, quasi trasparente. Per Riccardo. Niente conchiglie belle, pazienza: i sassi erano stupendi.
Restò lì, coi piedi nudi tra i ciottoli ormai freddi, il mare che andava e tornava. Pensando a come sarebbe stato il ritorno. Non sapeva esattamente. Ma sapeva che la persona che tornava non era più quella di prima. Non meglio, non peggio. Solo diversa.
Tornò nella sua Asti un mattino nuvoloso dinizio luglio, il profumo dellasfalto umido. Nessuno laspettava, e non se lera nemmeno aspettato.
Prese un taxi, percorse le solite vie. I pioppi già sfioriti. Lestate era piena.
Prima a casa sua, un monolocale, portò le valigie, aprì le finestre, mise i tre sassi sulla mensola accanto alle foto di Riccardo.
Sul telefono il messaggio di Giulia: Mamma, sei tornata? Ti aspettiamo a cena, se vuoi. Valeria oggi non cè, cucino io. O almeno ci provo.
Maria Grazia sorrise. Scrisse: Arrivo alle sei. Poi aggiunse: Ma solo da ospite, va bene?
Giulia rispose subito: Va bene.
Aggiustò il telefono sul tavolo, si fece un tè. Dal finestrino guardò passare lautobus, quello delle sette e mezza che aveva preso ogni mattina per sette anni. Ora andava oltre la curva, senza di lei.
Alle sei era alla porta di Giulia. Riccardo aprì, la fissò un secondo e poi labbracciò forte alla vita.
Nonna! gridò.
Lei lo abbracciò più forte. Profumava lo stesso: matite e zucchero. Forse era cresciuto in quei dieci giorni. O forse era lei diversa.
Hai portato i sassi?
Certo. Tre! Uno è rosa.
Esistono rosa?
Certo, lo giuro.
Giulia era sulla soglia, canovaccio in mano, sguardo un po’ smarrito. Dal cucinotto usciva odore di qualcosa che cuoceva troppo.
Mamma, le polpette mi si stanno…
Vedo, entrò Maria Grazia. Toglile subito dal fuoco.
Sono nere da un lato.
Girale. E prendi la presina.
Giulia stava tentando di recuperare il danno. Paolo uscì dal salotto.
Bentornata.
Grazie. Il cantiere?
Consegnato. Stremati, ma fatto.
Bene.
A tavola cera una piccola imbarazzo, un nuovo equilibrio in cerca di parole. Le polpette un po’ salate, un po’ dure. Riccardo mangiava in silenzio, poi:
Nonna, ma il mare è davvero salato?
Proprio come le polpette di oggi.
Giulia fece una smorfia. Paolo trattenne una risata, Maria Grazia fu la prima a ridere davvero, poi risero tutti.
No, Riccardo, il mare è più buono.
Ci andremo anche noi?
Questo devi chiederlo a mamma e papà.
Riccardo si girò ai due, deciso.
Andiamo al mare?
Giulia e Paolo si guardarono, unocchiata rapida ma nuova. Cera qualcosa di diverso, più attento, più vero.
Andiamo, disse Paolo. Scegliamo dove.
Alla Baia Azzurra! ordinò Riccardo.
Vedremo, disse Giulia. Poi guardò la madre: Mamma, tu ci verresti con noi?
Maria Grazia girò il cucchiaino nel tè.
Vedremo, rispose. Manca ancora tempo.
Giulia annuì, senza offendersi. O se si offendesse, stavolta lo tenne dentro. Anche questo contava.
Dopo cena Maria Grazia aiutò sistemare la cucina. Non perché ci si aspettava, ma perché voleva. Poi salutò, prese la giacca, la borsa.
Mamma, non ti fermi?
No, torno a casa mia.
Domani ci vediamo?
Chiamami, ne parliamo.
Giulia le lanciò uno sguardo lungo. Come se la vedesse veramente per la prima volta.
Mamma, sei cambiata.
Può darsi, rispose.
È una cosa buona, disse Giulia piano. Sembrò sincera.
Maria Grazia scese le scale. Uscì, nel profumo di luglio, derba e asfalto bagnati. La sua Asti di sempre.
Percorse il tratto fino a casa a piedi, passando davanti al panificio che odorava di vaniglia, al giardinetto con i pioppi, al ponticello storto sopra il Tanaro.
Nel taschino cera ancora il sassolino rosa. Si era dimenticata di darlo a Riccardo.
Glielo avrebbe dato domani.







