Non solo una tata
Alessia era seduta al tavolino della biblioteca universitaria di Firenze, circondata da una selva di libri aperti, dispense sottolineate e appunti scritti col tratto spesso di chi ha già bevuto più caffè di quanto la salute consigli. Le dita sfogliavano rapide le pagine, lo sguardo balzava da una formula allaltra: aveva limpressione che il prof, tanto temuto quanto severo, avesse deciso di basare la prova scritta sullunica lezione che aveva saltato a causa dellinfluenza. E la sessione era già abbastanza stressante di suo, senza bisogno di colpi di scena allitaliana.
Proprio in quel momento si avvicinò Martina, la sua collega di corso, tipa sempre un po teatrale e con la soluzione pronta per ogni problema. Si sedette sul bordo del tavolo, inclinando teatralmente la testa verso Alessia e sussurrò:
Hai ancora bisogno di un lavoretto, vero?
Alessia, senza distogliere gli occhi dallevidenziatore, annuì con la serietà di una che deve memorizzare la Divina Commedia in una notte. Il tempo era tiranno e da studiare c’era più roba di quanta pizza porta un giro-carrellata in pizzeria.
Mmm, grugnì, cercando di non perdere il filo del discorso con Dante. Ma tutto dipende dagli orari. Lo sai, abbiamo lezione tutti i giorni fino alle due, saltare non si può.
Martina, con la comprensione di chi ha vissuto le stesse ansie, fece un sorriso che rasentava la complicità mafiosa.
Ho la proposta perfetta. Il mio vicino, Giulio, è un papà single niente di scandaloso, la moglie è mancata qualche anno fa, almeno così si dice, io non sto a indagare sui dettagli e ora è completamente sommerso dal lavoro. Ha urgentemente bisogno di una tata per il tardo pomeriggio, dalle quattro alle otto.
Alessia alzò finalmente gli occhi, colpita sia dalla proposta, sia dallespressione di Martina, che sembrava aspettasse solo un cenno per risolvere la questione.
Ti piacciono i bambini, studi Scienze della Formazione, e con lesperienza che hai… voglio dire, quattro fratelli minori non sono uno scherzo!
Alessia rifletté. Al di là della fatica, con i bambini aveva sempre avuto un feeling speciale. Crescere in una famiglia numerosa era difficile, ma anche bellissimo: bastava pensare alle risate in cucina o alle urla durante la partita a calcetto in salotto.
Quanti anni hanno i bambini? chiese, con voce già vagamente tenera.
Mentre giocava nervosamente con la penna nelle mani, la prospettiva di lavorare come tata la attraeva e spaventava allo stesso tempo. I fratelli sono una cosa, i figli di altri tutta unaltra storia.
Gemelle, sei anni circa, rispose Martina con un tono da presentatrice TV. Giulio ha anche un altro figlio, ma è ormai adolescente. Federico ha tredici anni, fa sport a raffica, quindi è quasi sempre in palestra: poco utile a casa!
Ma davvero mi prenderebbe? chiese Alessia, tamburellando la penna come una batterista sotto esame. Mi mancano ancora gli ultimi esami, sono solo al quarto anno
Certo, ne aveva viste di tutti i colori a casa e persino durante il tirocinio allasilo, ma avere la responsabilità dei figli di un estraneo era un altro paio di maniche.
Martina agitò la mano come per scacciare un moscone:
Ma sì! Proprio ieri Giulio mi ha chiesto se conoscevo qualcuno fidato. Vuoi che gli dia il tuo numero?
La sicurezza della collega era contagiosa. Alessia gettò uno sguardo agli appunti, allorologio meno mezzora alla prossima lezione e sentì che forse era la svolta che cercava: lavoro vicino, flessibilità e magari pure delle gemelline adorabili.
Il cuore prese a batterle più forte, per lagitazione ma anche per quella strana, dolce sensazione di novità.
Ok, dai! rispose dun fiato.
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Alessia era in crisi mistica. Era il suo primo vero giorno di lavoro e, anche se aveva fatto la baby-sitter ai fratelli, qui era tutta unaltra storia. Aveva controllato la borsa almeno cinque volte: telefono, chiavi, quaderno per gli appunti e persino snack per le gemelle. Tutto sotto controllo almeno sulla carta.
Il giorno prima aveva conosciuto Giulio e i bambini: sorprendentemente, tutto era andato per il meglio. Giulio era un uomo pacato, gentile, con dei modi calmi da farmacista di provincia, ed era chiaro che ci tenesse molto allordine in casa. Le due gemelle Chiara e Letizia sulle prime si erano rifugiate dietro le gambe del papà, ma dopo dieci minuti chiacchieravano già come vecchie amiche e mostravano ad Alessia i capolavori fatti allasilo. Limpressione era più che buona, e Alessia, da parte sua, non riusciva a non intenerirsi di fronte al loro entusiasmo.
Ma la vera, inaspettata rivelazione fu proprio Giulio. Martina aveva completamente glissato sullargomento aspetto fisico, e Alessia si era ritrovata a borbottare fra sé e sé per quel piccolo dettaglio taciuto: alto, sorriso caldo, occhi gentili e barba curata come si fa nelle migliori famiglie toscane. Si ritrovava a dover lottare con sé stessa per non arrossire ogni volta che lui le rivolgeva la parola.
«Non perdere la testa, si ripeteva. È solo lavoro, solo lavoro.»
Arrivò davanti allasilo una villetta color crema con altalene, scivolo e il profumo di pino nellaria. Giulio aveva già preavvertito le maestre: la tata avrebbe preso le gemelle quel pomeriggio, con tanto di delega formale. Alessia respirò a fondo, si sistemò i capelli e varcò il cancello.
Il cortile era una festa: bambini che correvano in tutte le direzioni, urla, risate. Ma Chiara e Letizia spiccarono subito, immobili di fianco allaltalena, che la osservavano in silenzio con occhi grandi e pieni di aspettativa. Vedendola, trattennero appena un sorriso timido.
Alessia si avvicinò lentamente per non spaventarle, si mise alla loro altezza e sorrise:
Che ne dite se andiamo a casa? Vi preparo qualcosa di buono.
Chiara guardò la sorella, poi avanzò di mezzo passo:
Cosa prepari? domandò con aria sospettosa.
Uhm, forse crepes con la marmellata? O magari biscotti al cioccolato?
Letizia si accese come una lampadina:
I biscotti! Li voglio con le gocce di cioccolato!
Affare fatto, fece Alessia, porgendo loro le mani. Pronte?
Le due, titubanti appena un istante, decisero allunisono. E in quellattimo ad Alessia passò lansia: sentì qualcosa di familiare, caldo, quasi casa.
Le bambine erano incredibilmente sincronizzate in tutto: stesse mosse, stessi sguardi, un affiatamento invidiabile anche per una coppia di ballerine. Eppure, negli occhi serissimi avevano una maturità insolita per la loro età.
Alessia, ancora sorpresa dal loro modo di fare, ricordò le parole di Federico, il fratello maggiore. Il giorno prima, con fare quasi adulto, aveva chiesto due minuti a quattrocchi e si era confidato, abbassando la voce:
Prima erano diverse, diceva, giocherellando nervosamente con lorlo della maglia. Sempre allegre, un po appiccicose, volevano abbracciare tutti. Dopo beh, da quando la mamma non cè più qui la voce si incrinava. Non hanno mai capito davvero cosa sia successo. Credono di essere state loro, quelle cattive.
Si fermò, poi riprese, con un coraggio tutto adolescenziale:
Piangevano sempre, chiedevano: Siamo così cattive che la mamma è andata via? Io e papà abbiamo cercato di spiegare che non è colpa loro, che la mamma le adorava Ma sembrano chiudersi sempre più. Non sorridono quasi più. E con gli estranei niente da fare. Prima ci aiutava la nonna, ma ora è malata anche lei. Così papà ha dovuto cercare una tata.
Nel suo tono cera una stanchezza da adulto, mista a un senso di responsabilità molto più grande della sua età. Alessia ricordava ancora il nodo in gola. Ora, guardando le gemelle, sentiva tutta la fragilità di quellincarico.
Però con me le piccole hanno fatto amicizia in fretta, disse Alessia con un mezzo sorriso. Dopo un po si sono sciolte: ho pure improvvisato qualche gioco di prestigio con i fazzoletti e ridevano così forte che le maestre sono venute a vedere.
Federico la fissò con occhi acuti:
Ecco perché papà ha scelto te. Ha visto che loro ti piacciono. Prometti solo di non deluderci, va bene?
Tanto di cappello: pure Alessia, da dura, dovette ingoiare. Ma annuì decisa:
Farò di tutto, promesso.
Federico si rilassò, anche se per un secondo solo. Poi, tornando il ragazzino di sempre, dichiarò solennemente:
Ogni tanto baderò io alle gemelle: so raccontare storie favolose.
E allora saremo una squadra fortissima, rispose Alessia, sentendo veramente che era così.
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E così, da due mesi ormai, Alessia lavorava coi Rossi. Molte cose in casa erano cambiate: la paura e la diffidenza delle gemelle avevano lasciato il posto a un affetto vispo, rumoroso, talmente appiccicoso che ogni saluto serale diventava una trattativa in stile ONU.
Quella sera, mentre si preparava ad andare, riordinando i giochi e canticchiando una delle canzoncine impresse nelle orecchie da settimane, Alessia vide le gemelle fissarla con due occhioni tristi dal divano.
Resta da noi! gridò Chiara allimprovviso, saltandole addosso e abbracciandola con tutta la forza duna bimba determinata. Che ci vai a fare a casa?
Alessia restò paralizzata un istante, poi rise piano, chinandosi per stringerle a sé.
Devo studiare per luniversità domani ho lezione, sai? Ma domani torno e non vi do neanche il tempo di sentire la mia mancanza!
Letizia, neanche a dirlo, la seguì a ruota, abbracciandole entrambe.
Già ci manchi! dichiarò con candore da Oscar.
Alessia guardò quelle due faccette in ansia, con quegli occhi sinceri ed esageratamente pieni daspettativa. Si mise alla loro altezza:
E dove dovrei dormire, eh? Mica posso stare in camera con voi due pestifere!
Chiara ci pensò un secondo, poi propose radiosa:
Nel lettone di papà! Lì ci stiamo tutti!
Letizia subito fece la spalla:
Certo! Papà la notte lavora, manco se ne accorge!
Alessia trattenne una risata imbarazzata e certo che le bambine erano innocenti, ma la scena di lei che dorme nel letto di Giulio non le sembrava esattamente neutra. Però era tanto tenera la loro offerta che scacciò i pensieri e accarezzò le guance alle piccole.
Che proposte generose! Ma davvero, stasera devo proprio andare. Però domani arrivo prima e facciamo di tutto: biscotti, giochi, storie quello che volete!
Le bimbe si consultarono con una linguaccia reciproca, poi Chiara sospirò:
Va bene ma torni davvero?
Certo che torno, rispose Alessia, stringendole ancora un attimo. Non deluderei mai le mie ragazze speciali.
Poi si sciolse dolcemente, e disse:
Ora via a sistemare tutto, che tra poco torna papà e vuole trovare la casa un gioiellino!
Loro accettarono a malincuore ma senza tragedie. Si diedero la mano e andarono a mettere via i giochi, trovando miracolosamente una sintonia acrobatica che faceva sorridere chiunque guardasse.
Insomma, quella storia del letto aveva mandato in crisi Alessia. Lei capiva, le bimbe avevano solo voglia di non perderla. Ma la sua mente, birichina, la tradiva: immaginava serate tranquille a casa Rossi, luci soffuse, una tazza di thé e una chiacchiera con Giulio Non certo nel lettone (eh no!), ma magari al tavolo, a raccontarsi la giornata e ridere insieme.
Si rimproverò subito: È lavoro, non va confuso con altro, si disse mentre metteva la giacca ed eludeva altri inviti delle gemelle. Appena fu fuori, respirò a pieni polmoni laria fresca di quella sera fiorentina, sperando che almeno il rossore le passasse prima di incrociare qualcuno che conosceva.
Qualcuno, però, la stava osservando: Federico, spuntato in corridoio. Sorrise, sornione. Aveva notato come la casa cambiasse ogni volta che Alessia arrivava: papà più allegro, le gemelle più serene, e Alessia beh, Alessia sempre più presa di quanto non volesse ammettere.
Secondo me, ci scappa il fidanzamento, pensò Federico, compiaciuto. Desiderava solo che in casa tornasse una donna vera, di quelle che sanno far sorridere un papà e tenere unite due pestifere come le sorelle.
Ma perché nessuno dei due fa una mossa? Questi adulti sono proprio strani si disse. Poi decise: era ora di intervenire.
La sera stessa, quando Giulio rientrò dal lavoro con la faccia stanca, Federico gli si piantò davanti appena posò la borsa.
Oh, babbo, ma ti vuoi muovere o no? chiese con aria scocciata, braccia incrociate.
Giulio rimase basito:
Eh? In che senso?
Nel senso che ti piace Alessia! Dai, invita la ragazza fuori. Basta con questi giri, eh!
Giulio arrossì e si massaggiò il naso:
Fede, non è così semplice Alessia è la tata, si trova bene con voi, e io non voglio cambiare le cose
Ma babbo, si vede che le piaci! Basta con queste storie: basta un andiamo a prendere un gelato e vedi che si sblocca tutto!
Giulio si lasciò cadere sulla sedia, mani tra i capelli. Stava per rispondere, ma Federico lo prevenne:
Vabbe, allora inizia facile: tutti insieme. Facciamo una domenica in parco, oppure una pizza niente di impegnativo. Così uno si rilassa, si parla e, magari, ci scappa il dopo!
E in effetti Giulio iniziò a pensarci davvero: forse unuscita collettiva bambini, tata e babbo era il modo giusto? Potrebbe abituare tutti, senza pressioni, a una nuova normalità.
Pensi davvero che funzionerà? chiese ancora dubbioso.
Sicuro! Limportante è cominciare, dopo viene da sé!
E così risero insieme, sentendosi già parte di qualcosa di molto più grande di una famiglia normale.
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Da quel giorno, Giulio non smise più di pensare alle parole di suo figlio. Iniziò a osservare meglio Alessia: sì, effettivamente spesso abbassava lo sguardo quando lui le rivolgeva la parola, e non solo quando le chiedeva comera andata a scuola alle gemelle. Gli veniva pure da sorridere ripensando agli sguardi fugaci e agli imprevisti arrossimenti.
Un pomeriggio, mentre tornava in casa col suono delle risate delle gemelle nellaria, rimase in ascolto. Sentì Chiara:
Alessia, ma il nostro papà non è il più bello del mondo?
Ovviamente, rispose la ragazza, intrecciando una treccia elaboratissima con la pazienza di una sarta.
È anche gentile, vero?
Molto gentile.
E pure bello, dai?
Troooppo bello… ehm, cioè, simpatico! Tantissimo, davvero.
Solo dopo averlo detto sprofondò in un rossore memorabile. Letizia colse lattimo:
Ma tu gli vuoi bene?
Alessia si bloccò, incastrata nel dilemma classico tra confessione e fuga. Poi, con labilità di anni di esperienza coi bambini, cambiò rapidamente argomento:
Ragazze, che ne dite di aiutarmi a preparare la cena? Magari vi insegno a fare la pizza fatta in casa!
Le piccole accettarono volentieri, dimenticando linterrogatorio filosofico. Giulio, osservando la scena dalla porta, si sentì sciogliere e propose:
Che ne dite se stasera vi porto fuori a mangiare il vostro gelato preferito? Tutti insieme?
Un tripudio di urla e saltelli fu la risposta.
Alessia, che aveva seguito il momento, sorrise sinceramente. Forse era proprio così che si inizia condividendo la quotidianità per poi vedere che succede.
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Passarono i mesi, fra uscite allOrto Botanico, pomeriggi a giocare a carte, pizze e gelati in compagnia. In casa si respirava una serenità nuova: Giulio era più sorridente, Alessia non arrossiva quasi più, le gemelle erano ormai un incrocio perfetto fra sorelle Brontë e mascotte della fiorentina.
Spesso, la sera dopo che le piccole erano a letto, Alessia e Giulio restavano seduti sul divano a bere una tisana e raccontarsi aneddoti sempre più personali. Era evidente per chiunque che ormai la tata non era più solo la tata.
Fu una sera di fine maggio che Giulio, con la consueta timidezza dei grandi sentimenti, decise che era arrivato il momento:
Senti, disse guardando le luci della città dalla finestra, non riesco più a immaginare questa casa senza di te. Senza i tuoi sorrisi, senza il modo in cui parli alle bambine, senza la tua voce Ti amo, e vorrei che tu diventassi parte di questa famiglia per sempre.
Alessia, sorpresa ma felice come non lo era mai stata, rispose con tutto il cuore:
Anchio ti amo. E non vedo lora di passare la vita con te.
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Organizzare il matrimonio fu più semplice del previsto: entrambi volevano qualcosa di intimo, informale, senza fuochi dartificio ma con tanto amore (e un po di chiasso, ché Toscana è anche questo). Il pranzo era in una trattoria fuori città con i parenti stretti, un paio di colleghi e, ovviamente, martina, lamica artefice del tutto.
Le gemelle, con i vestitini rosa e i cestini di confetti, sembravano due fatine e distribuivano petali agli invitati come i coriandoli a Carnevale.
Papà, sei troppo fico! sussurrò Chiara abbracciando Giulio.
Alessia è una principessa, sentenziò Letizia, fissando la futura matrigna con occhi sgranati.
Federico si gonfiava di orgoglio al fianco del padre. Quando arrivò il momento delle fedi, Chiara e Letizia tennero stretta la scatolina, come se contenesse il gioiello più prezioso del mondo.
Allora papà te lavevo detto che andava tutto bene, bisbigliò Federico, mentre scappava una lacrima a mezzo parente.
Giulio sorrise, posò la mano sulla spalla del figlio, poi si voltò verso Alessia, lo sguardo pieno di speranza.
Adesso siamo davvero una famiglia, mormorò lei, intrecciando le mani alle sue.
E così, fra brindisi, risate, balli e una torta più grande delle gemelle messe insieme, la storia si chiuse con la consapevolezza che lamore nasce anche quando si pensa di fare solo la tata.
La sera, sulla terrazza, sotto un cielo pieno di stelle e zanzare (quelle non mancano mai), Giulio le sussurrò:
Il giorno più bello della mia vita, Ale.
Anche per me, rispose lei. Ma lo sai? Forse saranno ancora di più quelli che verranno
E serenamente, insieme, pensarono che ci sono famiglie che nascono per caso e restano, semplicemente, la cosa più bella che ci sia.






