La nuora scomoda

– Giulia, ma hai letto bene la lista? Te lho data, cè tutto scritto la voce di Signora Elisabetta suonava come se parlasse con una che proprio non ci arrivava. È spiegato: gelatina di carne con tre tipi di carne. Tre, Giulia. Non due, non una. Tre.

– Signora Elisabetta, lho letta, ma volevo proprio parlare di questo. Il compleanno è tra una settimana e pensavo…

– Pensavi. Lei fece una pausa, lasciando la parola pensavi sospesa come un rimprovero. Tu pensavi e io ti dico: gelatina di tre carni, torta rustica con cavolo e una coi funghi, pesce in carpione, insalata mimosa, insalata russa, anche quella con surimi, uova ripiene, crespelle con panna acida, anatra alle mele, rotolini di patate, sformato di ricotta, torta millefoglie e torta della nonna. Questo è il minimo, Giulia. Minimo. Vengono quaranta persone.

Giulia teneva il telefono e guardava fuori dalla finestra. Fuori scendeva una pioggia mista a neve di novembre, fredda e fuori luogo come quella telefonata.

– Ho capito, Signora Elisabetta. La richiamo più tardi, va bene?

– Meglio non rimandare. Non cè tempo fino a sabato.

Appoggiò il telefono sul tavolo della cucina e rimase qualche secondo solo a fissarlo. La lista scritta a penna, con una calligrafia grande e imperativa di Elisabetta, era lì sotto il porta sale. Giulia la prese e rilesse: quattordici voci. Accanto a ognuna cera lindicazione: fatto in casa, non del supermercato, come laltra volta, però meglio.

Come laltra volta. Era stato per il quinto anniversario di matrimonio di Lucia, la cognata. Giulia aveva iniziato a cucinare tre giorni prima. Non aveva quasi mai dormito, le gambe facevano male già dalla seconda sera, le mani tutte screpolate. Marco, quegli stessi giorni, rientrava a casa, si serviva dal pentolone e andava a guardare la tv. Una volta aveva chiesto se serviva aiuto. No, ce la faccio, aveva detto Giulia. Lui aveva annuito e se nera andato, senza rabbia, solo se nera andato.

Al pranzo, Elisabetta assaggiò la gelatina, chiamò Giulia a bassa voce e disse piatta, senza emozione: Un po salata. E basta. Gli invitati fecero i complimenti, chiesero il bis, dissero che certe torte rustiche non le mangiavano da anni. Elisabetta scrollava la testa e diceva: È la nostra tradizione. Di Giulia non disse una parola.

Seduta in cucina della casa in via dei Fabbri, dove stava con Marco da diciannove anni, Giulia pensava che tradizione per Elisabetta voleva dire qualcosa di molto preciso. Tradizione: la nuora cucina. Tradizione: la nuora pulisce. Tradizione: la nuora è grata di essere invitata al tavolo.

Il cellulare vibrò. Lucia.

– Giulia, hai parlato con mamma? Dice che eri un po strana.

– Non ero strana. Solo un po stanca.

– Ecco, appunto. Il compleanno è tra una settimana, dovresti già fare la spesa. Posso venire con te mercoledì, ti aiuto coi sacchetti. Pausa No, mercoledì no, ho lestetista. Giovedì?

– Lucia, la spesa la faccio da sola, non ti preoccupare.

– Comunque mamma vuole proprio lanatra fatta con le mele annurche, non quelle gialle. Le annurche danno quella punta acidula, lo sai.

– Lo so.

– E la gelatina deve essere trasparente. Laltra volta era un po torbida.

Giulia chiuse gli occhi. Gelatina di tre carni trasparente. Mele annurche per lanatra. Due torte. Quaranta persone.

– Va bene, Lucia. Ho capito tutto.

Ripose il cellulare e si alzò. Era ora di iniziare la cena: Marco sarebbe rientrato alle sette, affamato, e se non cera cena ci sarebbe stato quello sguardo interrogativo, la frase Non hai cucinato niente oggi? non con rabbia, no, ma con lo stesso stupore di uno che aspetta lautobus e non lo trova.

Aprì il frigo. Tirò fuori pollo, cipolle, carote. Mise la pentola sul fuoco. I gesti erano automatici, da diciannove anni.

Aveva conosciuto Marco a ventisei anni, lui divertente e rumoroso, bravo a raccontar storie che facevano ridere tutti. Alla prima cena Elisabetta disse: Giulia, sei proprio brava, si vede subito. Lei lo aveva preso per un complimento. Poi aveva capito che brava voleva dire: non fa storie.

Sposata a ventotto. I primi anni ancora accettabili. Poi nacque Matteo. Poi lui crebbe e se ne andò a studiare a Torino. Poi restò questo: un appartamento, una cucina, una lista di piatti su una pagina a quadretti.

Il brodo prendeva il bollore. Giulia abbassò il fuoco e andò in salotto. Voleva chiamare sua madre, solo per sentirne la voce. Ma il telefono squillava già. Era la mamma.

– Giulia, la voce era appuntita dal timore, tanto che Giulia sentì freddo allo stomaco puoi venire oggi?

– Cosè successo?

– Tuo padre sta male. Ho chiamato lambulanza. Siamo già in ospedale.

Giulia indossava già il cappotto quando si ricordò del brodo. Tornò indietro, spense i fornelli. Scrisse un messaggio a Marco: Papà sta male, vado dai miei, la cena è pronta in pentola. Prese la borsa. Uscì.

Fuori era buio e umido. Prese al volo un taxi e guardò per tutto il tragitto le luci bagnate dai fari sul lungarno. Giovanni, papà. Settantadue anni, cuore dacciaio, mai un lamento. Diceva: A me non cè da lamentarsi, vi seppellisco tutti. Giulia ci aveva sempre creduto. Voleva ancora crederci.

Lospedale la accolse con lodore tipico e le corsie bianche e infinite. La mamma era nellatrio, piccola, col cappotto ancora addosso, la borsa stretta al petto.

– Mamma.

Si girò. Aveva gli occhi asciutti, ma quando Giulia la guardò, sentì un nodo alla gola.

– Hanno detto che la pressione è molto alta. E qualcosa alla testa. È caduto in corridoio. Sono uscita dalla cucina, era già a terra.

– E ora?

– Lo stanno visitando. Il medico ha detto di aspettare.

Aspettarono sedute su una panchina dura. La madre le teneva la mano, piccola e fredda. Giulia pensava che non vedeva i suoi da quasi tre settimane. Sempre di fretta, sempre qualcosa da fare, la spesa, la cucina, le chiacchiere sul menù con Elisabetta.

Dopo unora e mezzo arrivò il medico, giovane, occhiali spessi, aria stanca.

– Lo stato è stabile ora spiegò. Ma sospettiamo un problema di circolazione cerebrale. Servono altri accertamenti, almeno una settimana in osservazione.

– Si rimetterà? fece la mamma.

– Vedremo, è presto per dirlo.

Giulia riportò la mamma a casa, le preparò una camomilla, rimase finché non si addormentò in poltrona. Poi se ne stette un po in cucina ad ascoltare il silenzio di quella casa, morbido come una coperta vecchia. Sul davanzale i gerani della mamma fiorivano anche senza accudirli. Al muro una foto: lei a sette anni che tiene la mano al papà e guarda lontano, il papà che guarda lei.

Tornò a casa dopo mezzanotte.

Marco era ancora sveglio. Stava col telefono, ma lo mise via appena la vide.

– Come sta?

– Male. Sospettano ischemia.

– Accidenti. restò in silenzio. Hai cenato almeno?

– No.

– Cè il pollo in pentola, lho scaldato. Prendilo.

Giulia lo prese. Mangiò in piedi, davanti al lavello: non aveva la forza di mettersi a tavola. Poi si sdraiò. Faticava a dormire. Pensava al viso del padre, alle mani della madre, al profumo di quella cucina.

Il mattino dopo chiamò Elisabetta.

– Giulia, ho saputo che ieri sei uscita. Marco ha detto che tuo padre non sta bene. Spero che tu capisca che mancano sei giorni al compleanno.

– Signora Elisabetta, papà è in ospedale.

– Ho sentito. Ma lospedale non è lontano, no? Tu mica sei ricoverata. Quando pensi di cominciare a cucinare?

Giulia sentì dentro una calma strana, densa, immobile. Come lacqua che smette di scorrere e resta.

– Non lo so ancora.

– Come, non lo sai? la voce di Elisabetta aveva quello stupore che riservava alle risposte inaspettate. Giulia, è il mio settantesimo. Uno nella vita. Capisci?

– Capisco. Anche mio papà è uno.

Silenzio.

– Beh… disse infine Elisabetta, penso che farai tutto. Non devi mica stare sempre in ospedale. Vai, lo saluti, poi sei libera.

Giulia non rispose. Salutò e chiuse.

Marco era in cucina che beveva caffè. La fissò.

– Ha chiamato mia madre?

– Sì.

– E?

– Chiedeva della cucina.

Annui, bevve. Poi disse:

– Guarda, Giulia, lo sai: è un compleanno importante. Quaranta persone. Non si può annullare ora.

– Non voglio annullare niente.

– Appunto. Ce la fai. Tuo padre lo vai a trovare, certo, è normale. Ma puoi cucinare lo stesso, no?

Giulia lo guardò. Marco aveva lo sguardo fisso sul cellulare, la fronte leggermente aggrottata non per colpa sua, ma per via di quello che leggeva lì.

– Marco, disse se fosse tua madre in ospedale?

Lui alzò lo sguardo.

– Che centra?

– Solo una domanda.

– È diverso.

– Perché?

– Perché è mia madre, disse come se bastasse a spiegare tutto.

Giulia si vestì e andò in ospedale.

Il padre era in stanza con altri tre. Al suo arrivo era addormentato, e il petto si strinse. Linfermiera poi rassicurò che dormiva. Giulia gli sedette vicino, a guardare quel viso segnato, barba grigia, mani grosse sulla coperta, dita nodose. Quelle mani le avevano costruito uccellini di legno, quando era bambina. Lavevano presa al volo, una volta che stava cadendo dalla bicicletta.

Si svegliò.

– Sei arrivata, disse. La voce flebile, non la sua solita voce da piazza.

– Certo che sono arrivata. Come va?

– Insomma. Giramento di testa. Sciocchezze.

– Non sono sciocchezze, papà.

– Occhei, occhei. Si tira avanti.

Rimase due ore accanto. Poi uscì e chiamò la mamma: è sveglio, parla. La mamma fece: Meno male, con quella voce che le inumidì gli occhi.

Tornò a casa in autobus. Guardava il finestrino appannato e pensava che questo era importante: papà in ospedale, mamma da sola. Era quello adesso importante. Non il menù di Elisabetta, non la gelatina trasparente, non le mele annurche. E si chiese come mai non lavesse mai pensato davvero, o forse non si era lasciata il tempo di capire fino in fondo.

La sera Marco era allegro, aveva portato il pane, raccontava del lavoro. Giulia ascoltò, annuì. Poi disse:

– Marco, io non cucino per il compleanno.

Si fermò. Posò il bicchiere.

– Che vuol dire?

– Che non cucino. Papà è in ospedale, la mamma ha bisogno, non posso stare tre giorni in piedi ai fornelli.

– Giulia, disse il suo nome intero, come faceva solo quando iniziava ad arrabbiarsi. Ci sono quaranta persone. Mia madre ci tiene agli ospiti. È il suo compleanno.

– Marco, mio padre ha avuto unischemia.

– Capisco, è grave. Ma ci sono i medici. Non vuol dire che tu devi stare lì notte e giorno.

– No. Vuol dire che non posso cucinare dodici piatti per quaranta persone se mio padre è in ospedale.

Marco si alzò e fece avanti e indietro in cucina.

– Ma lo capisci che mia madre non può annullare? È tutto organizzato. Lucia ha avvisato tutti.

– Si ordina da mangiare.

– Ordinare? Lo disse scioccato, come se Giulia avesse proposto qualcosa di scandaloso. Lei vuole tutto fatto in casa, lo sai.

– Lo so, disse Giulia. Lo so bene.

Marco la fissò. Aveva negli occhi una sorta di smarrimento, non rabbia. Come uno che vede improvvisamente rompersi una cosa che dava per scontata.

– Giulia, pensaci. È solo una volta. Tuo padre è in ospedale, ma lo vai a trovare ogni giorno. Cucini lo stesso, no?

– No.

– No?

– No, Marco.

Lui se ne andò in camera. Poco dopo chiamò Lucia.

– Giulia, che succede? Marco dice che ti sei rifiutata di cucinare. Ma ci sono quaranta invitati, ti rendi conto?

– Mi rendo conto.

– È il compleanno! Settanta anni! Conta qualcosa, no?

– Conta. Ma mio padre adesso non sta bene. Conta anche questo.

– Ma non si può spostare la festa!

– Lucia, disse Giulia. Potete ordinare. O cucinare voi. Vi passo anche le ricette.

Silenzio. Poi:

– Noi non siamo capaci come te.

– Imparerete.

Chiuse. Le mani non tremavano. Quasi si sorprese. Si aspettava paura, esitazione. Invece dentro solo calma, ferma, quella di stamattina.

Il giorno dopo tornò in ospedale. Papà andava un po meglio. Già seduto, mangiava una crema, si lamentava ma mangiava. Qui ti danno cose da asilo, diceva. Giulia rise. Portò il brodo fatto in casa, che la mamma aveva cucinato la mattina. Papà lo bevve tutto, Ecco, questo è un altro vivere.

Poi, con la mamma, stette in cucina, nella cucina dei suoi genitori, a bere il tè. Piccola, con tendine a fiori, frigo con la maniglia che ballava. Profumo di pane e menta secca, quella che la mamma aveva raccolto allorto. Giulia pensava: questo è il mio odore. Non quello della cucina di un altro, di piatti preparati con fatica senza neanche una parola di ringraziamento.

– Tu come stai, Giulia? chiese la mamma.

– Bene. Ce la faccio.

– E Marco?

– Sua madre compie settanta anni sabato.

– Tu vai?

– Forse. Ma non cucino.

La mamma tacque. Poi, piano, come chi toglie un peso:

– Giulia, ma lì tu stai bene?

– Cosa intendi?

– Niente, solo che ti vedo sempre stanca, di corsa. Non ti fermi mai, nemmeno adesso guardi ancora il telefono.

Giulia ci pensò. Era vero.

– È labitudine.

– Capisco, disse la mamma. Non aggiunse altro. Solo altro tè.

Mercoledì chiamò Elisabetta. Aveva un tono speciale, basso, un po tremolante, quello delle grandi occasioni.

– Giulia, vorrei parlarti da adulta ad adulta.

– Le ascolto, signora Elisabetta.

– Capisco che tuo padre non sta bene. Mi dispiace, davvero. Però sai che ho aspettato ventanni questo compleanno? Ho settantanni, Giulia. Una vecchia signora. Non ne avrò altri.

Giulia taceva.

– Non ti chiedo di lasciare tuo padre diceva ancora Elisabetta Solo di fare ciò che sai fare. Tu cucini meglio di chiunque altro. Lo sai anche tu. È il tuo contributo alla famiglia. Non è forse così?

– Signora Elisabetta, disse lenta Giulia in questi giorni ho capito una cosa. Il mio contributo alla famiglia non è la gelatina né le torte rustiche. Il mio papà ora sta in ospedale e io voglio stargli vicino.

– E statci. Chi te lo impedisce? Vai la mattina dallospedale, poi la sera cucini. Non ti chiedo limpossibile.

– Per voi non è impossibile. Per me sì. Perché non posso far finta che vada tutto bene, quando non è così.

Silenzio lungo.

– Sei sempre stata complicata osservò Elisabetta infine. Senza astio, come si parla del tempo.

– Forse.

– Marco ci è rimasto male.

– Lo so.

– Dice che sei cambiata.

– Può darsi.

Chiuse. Nessuna mano che tremava.

Giovedì mattina Giulia preparò una borsa piccola: cambio, caricatore, il beauty, i documenti. Non ci pensò troppo, lo fece e basta. Scrisse a Matteo: Nonno va meglio. Sto dai nonni qualche giorno. Tutto ok. Lui rispose subito: Mamma, ti chiamo stasera. Sei sicura di star bene?. Lei: Sicurissima. Un bacio.

Quando Marco uscì per andare al lavoro, lasciò sul tavolo un biglietto: Sto dai miei. Ti chiamo.

Rimase un attimo sulla soglia della cucina. Diciannove anni di quella cucina, di quel tavolo, di quella stufa, di quellodore la mattina.

Chiuse la porta. Scese. Uscì.

Non nevicava più. Freddo, aria limpida, il cielo di Firenze grigio-blu che solo a fine autunno si vede. Giulia andava alla fermata, pensando che diciannove anni sono tanti, quasi metà vita, e che per metà vita le era bastata la misura di quello che le davano. Mai di più.

A casa dai suoi la accolse il profumo di menta e quella luce calda. La mamma aprì vedendo la borsa non chiese nulla. Si scostò. Poi la strinse. Forte e breve. In quellabbraccio Giulia sentì qualcosa che si allentava, dentro, dopo tanto.

– Resti? chiese la mamma.

– Qualche giorno. Se va bene.

– Se va bene… la mamma la guardò con dolce rimprovero. È casa tua.

Rimase dai genitori quattro giorni. Ogni mattina lei e la mamma andavano in ospedale. Il padre migliorava. Parlava meglio, si arrabbiava per le flebo, voleva cibo vero. Il medico disse che la prognosi era buona con attenzione e riabilitazione.

In quei giorni Giulia dormì tanto, come non dormiva da anni, senza sveglia. Mangiai i piatti della mamma, semplici senza fronzoli: pasta e burro, minestrone, torta di mele con le annurche che la mamma aveva raccolto dalla campagna. Semplice, ma il profumo faceva pizzicare gli occhi.

– Che cè? chiese la mamma.

– Niente. È buono, tutto qui.

La mamma annuì senza insistere.

Marco telefonò. La prima volta, venerdì sera. Era teso.

– Quando torni?

– Non so ancora.

– Giulia, domani è il compleanno. Sono tutti qui.

– Lo so.

– Mia madre è nel panico. Lucia si sta arrangiando, sta bruciando tutto.

– Ordinino, lho già detto.

– Lo sai che mamma ci è rimasta male?

– Dispiace, ma io sono qui adesso.

Lunga pausa.

– Sei cambiata, disse lui. Quasi come Elisabetta, ma diverso: tra accusa e smarrimento.

– Forse sì, ammise Giulia.

Sabato, non andò al compleanno.

La mattina portarono il brodo e una focaccina fatta dalla madre allalba. Papà mangiò tutto, elogiò la focaccina, disse che presto tornava lui e cucinava lui, che la mamma si stava disabituando. La mamma rise: Eh, questo lo vediamo. Giulia ascoltava le loro schermaglie di sempre, che in realtà erano solo un modo di volersi bene. Settantanni tutti e due, e ancora così.

La sera, era in poltrona col libro. Nemmeno lo leggeva. La mamma lavorava a maglia. Fuori nevicava, lento e regolare, quello neve di dicembre. Il telefono vibrò più volte: Lucia scriveva Un disastro, sono arrivati gli ospiti e quasi non cera da mangiare, vergogna!. Elisabetta niente. Marco mandò solo: Allora?

Giulia posò il telefono e tornò al libro.

Parlò a fondo con Marco solo qualche giorno dopo, quando rientrò in via dei Fabbri: cerano le sue cose e i documenti. Il papà ormai era in reparto, stava migliorando, la mamma okay.

Marco era in cucina. La guardò appena entrò. Anche lui era cambiato, come se dentro si fosse rotto qualcosa.

– Parliamo? chiese.

– Parliamo.

Parlarono a lungo, sul serio. Non litigarono, solo parlarono. Forse la prima vera conversazione dopo anni. Giulia spiegò che era stanca. Stanca di essere solo una funzione. Diciannove anni a essere comoda per tutti, a un prezzo che quasi non sapeva neppure definire. Marco ascoltava, ogni tanto si giustificava Non pensavo male, è venuto così, la mamma è la mamma…. Giulia non ribatteva, spiegava semplicemente comera per lei.

– Vuoi il divorzio? domandò Marco allimprovviso. Diretto, senza giri.

– Voglio vivere diversamente rispose lei, sincera il come preciso non lo so ancora.

Lui annuì. Si versò dellacqua.

– Chiamo Matteo.

– Sì.

Matteo arrivò due settimane dopo, senza preavviso, con una borsa grande e quellespressione da parliamo sul serio che aveva fin da piccolo.

– Mamma, come stai?

– Bene, Teo. Sul serio.

– Papà mi ha detto che… che è un casino.

– È solo la verità. Solo questo.

Restò tre giorni. Discutettero, una volta si arrabbiò con lei, una con il padre, poi si calmò e stette solo vicino. Al momento di partire, labbracciò sulla porta:

– È la prima volta che non sembri stanca da anni.

– Così si vede?

– Si vede tanto.

Fecero il divorzio senza liti, come due che già da tempo vivevano paralleli. Marco rimase in via dei Fabbri, Giulia prese le sue cose e si trasferì temporaneamente dai genitori. La mamma non protestò mai: liberò una stanza e ci mise lenzuola fresche e luccellino di legno scolpito dal padre, tanto tempo fa. Giulia lo vide quella prima sera; lo prese in mano: leggero, liscio, pieno di tacca del coltello.

Il padre tornò a casa inizio dicembre, si reggeva al bastone ma camminava da solo. Sulla soglia si fermò e guardò Giulia:

– Siamo tutti a casa, ecco.

Il Capodanno lo passò con mamma, papà e Matteo. Addobbarono lalbero, videro film vecchi, mangiarono insalata russa e una torta rustica di cavolo della mamma. Semplice, senza troppe pretese. Giulia aiutava la mamma in cucina, pensava: ecco, questo è cucinare per le persone. Non per la lista. Non per abitudine. Per chi ami.

A febbraio affittò un piccolo appartamento: un bilocale al quinto piano, con vista su un cortile tranquillo con due betulle. Casa modestissima, ma profumava di pulito e dinizio. Giulia arrivò con le sue scatole, restò a guardare la stanza vuota, poi si affacciò: le betulle già promettevano primavera.

Lucia la chiamò una sola volta, in marzo. La voce era un misto di offesa e voglia di pace, complicata.

– Giulia, come va? Qui… insomma, mamma ci pensa, anche se non lo dice, la conosci.

– La conosco.

– E ora come va?

– Bene, Lucia. Vivo.

– Non vieni ogni tanto? Almeno per le feste. Qui non ce la facciamo tanto bene.

Giulia sorrise. Lucia non poteva vederla, ma lei sorrise lo stesso.

– Vedrò… Vediamo come sarà.

– Tu almeno la gelatina la sai fare. Noi abbiamo provato, ci è venuta torbida.

– Lucia, ti mando la ricetta. Il segreto è filtrare il brodo due volte nella garza. Provaci.

– Davvero?

– Davvero. Devi solo provarci.

Inviò la ricetta. Lucia rispose con una emoji sorpresa e non chiamò più.

Il papà migliorava piano; a primavera andava già senza bastone, scherzava con i medici, diceva che voleva tornare allorto. I dottori Vedremo. Lui: Intanto io ci vado. Alla fine ci andò in maggio, quando la terra fu più calda. Giulia lo accompagnò, aprirono la casa in campagna, accesero il camino. Sedevano in veranda, tè nelle tazze smaltate, e la campagna odorava di pioggia e ciliegio in fiore.

– Papà, chiese ti ricordi quando mi facevi gli uccellini di legno?

– Certo. Tu li perdevi tutti.

– Uno non lho perso. Ce lho ancora.

– Lo so disse lui. La mamma mi ha detto. Taceva un attimo. Sei stata brava, Giulia.

– Per cosa?

– Sei solo stata brava. Poggiò la tazza sulla balaustra e guardava fuori. La vita è lunga. Basta non spenderla male.

Giulia annuì. Profumo di segale e dolcezza nellaria, nessun rumore, solo un cuculo lontano.

Quella primavera Giulia tornò a lavorare. Un tempo faceva la contabile, poi per anni quasi niente Elisabetta diceva la famiglia conta, Marco era daccordo. Ora aveva trovato posto in unazienda piccola, ambiente sereno, lavoro facile. Allinizio fu strano, poi tornò il ritmo, e per la prima volta sentì che le sue giornate, finalmente, erano sue.

Nel weekend tornava spesso dai genitori. A volte dormiva lì. Con la mamma faceva torte, senza lista, solo per loro. Il papà stava in cucina, dava consigli che nessuno chiedeva. La mamma Senza di te si fa presto uguale!. Luccellino di legno sulla mensola restava immobile.

Un giorno, già destate, Matteo chiamò solo per parlare.

– Mamma, come va?

– Bene, Teo. Davvero bene.

– Sai fece una pausa sono contento per te. Sei proprio unaltra persona ora.

– Unaltra, sì.

– Migliore.

Giulia rise.

– E tu? Novità?

– Tutto a posto. Qui col lavoro e i miei amici… Vorrei venire da te ad agosto.

Lei ascoltava la sua voce e guardava dalla finestra le betulle, già verde intenso, il cortile come unisola di foresta.

– Vieni, ti aspetto. Ti preparo il minestrone.

– Quello solito?

– Quello solito, come lo fa la nonna.

– Più buono non ce nè disse Matteo. Daccordo, mamma.

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