La mamma portò la rivale a pranzo e scivolò su una buccia di banana
La chiamata arrivò alle dieci e mezza di sera, proprio quando Matteo si era già tolto la vestaglia e stava per uscire verso la casa di Lucia.
Ma ti sei bevuto il cervello? La voce di sua madre era piatta, misurata, il che era peggio di una sfuriata. La vicina, la signora Adele, ti ha visto con lei al bar, in via Garibaldi. Le davi da mangiare col cucchiaio, come a una bambina.
Non le davo da mangiare col cucchiaio Matteo sistemò il telefono tra spalla e orecchio mentre si metteva la giacca . Stavamo semplicemente mangiando una zuppa. Insieme.
Non stare a sottilizzare. Capisci almeno come può sembrare? Giovane medico, chirurgo, ventisette anni e quella carrozzina ovunque. In tutto il locale. La gente guardava.
Mamma.
Matteo, te lo chiedo da donna a uomo: pensa. Una volta, solo una volta senza le tue infatuazioni. Sei un chirurgo, hai una carriera davanti e le mani doro; il dottor De Vito ti ha già lodato due volte in reparto. Capisci dove vai a finire? Con una moglie così?
Non è mia moglie. Per ora.
Pausa pesantissima. Dura due secondi, ma pesa quintali.
Come per ora?
Matteo uscì nel pianerottolo, tenne la porta per non sbattere.
Significa che sto andando da lei. Buonanotte.
Riattaccò prima che sua madre potesse ribattere. Si sorprese di se stesso: sei mesi fa non sarebbe riuscito a farlo. Avrebbe passato altri venti minuti nel corridoio, ascoltando, annuendo, promettendo di pensarci poi sarebbe andato in cucina per un tè, sentendosi spremuto come una spremuta di limone.
Lucia Alberti laveva conosciuta per caso, a un convegno sulla riabilitazione, dove era finito per sostituire un collega febbricitante. Lei stava nella terza fila, in carrozzina, con tablet sulle ginocchia, e contestava senza arroganza ma con precisione un relatore sulle barriere architettoniche. Lui la osservava, sorpreso da tanta lucidità.
Aveva venticinque anni. Lincidente a diciotto: tornava da una festa, sullauto di altri, lasfalto bagnato, un conducente inesperto, una schiena spezzata. Poi riabilitazione, resa dei conti, e infine una vita nuova di zecca. Gli aveva raccontato tutto al terzo appuntamento, coi toni di chi ti racconta una cosa che ormai non fa più male.
I primi due anni sono stati terribili, aveva detto. Poi mi sono detta che dovevo decidere: o vivere, o smettere. La scelta è semplice, ma ci arriva dopo un po.
Faceva linterior designer freelance, clienti in quattro città, portfolio che Matteo aveva sfogliato con rispetto e un filo dinvidia (non aveva mai avuto occhio per il bello). Aveva un appartamento a pianterreno in una palazzina nuova niente scalini, porte larghe. I suoi genitori vivevano in città, venivano a trovarla la domenica, qualche busta della spesa, ma niente ossessioni, niente come stai? tre volte al giorno. Sua mamma, la signora Marisa, sfornava crostate e chiedeva con sincero interesse a Matteo notizie dal pronto soccorso. Il padre, Giorgio Alberti, gli aveva stretto la mano la prima volta secco e deciso: Siamo contenti. E lo erano, senza riserva.
La madre di Matteo, Giovanna Bellini, aveva scoperto di Lucia dopo quattro mesi di relazione. Fino a quel momento lui aveva taciuto, anche se sapeva che non era giusto. Ma voleva prima capire lui.
Il confronto fu una maratona telefonica di quaranta minuti.
Matteo, ci pensi a comè la vita con una persona in carrozzina? Non è una favola. È ogni giorno, sono scale, sono ospedali, dipendenze.
Mamma, Lucia è indipendente.
Per ora. Ma dopo? E i figli? E quando sarai vecchio e non potrai più reggere tutto?
Mamma, ho ventisette anni.
A ventisette anni si pensa al futuro! Non alle storie romantiche! Sei un medico, dovresti capire meglio di chiunque.
Proprio perché sono medico, so che la sua condizione è stabile. È sana, semplicemente si muove su una carrozzina. Non è malata, è così che vive.
Così, eh, caratteristica. Vi insegnano così, ora? Che tutto va bene, tutto è normale poi uno piange sulle conseguenze!
Questa volta però Matteo non si era lasciato schiacciare. Una svolta storica.
Giovanna Bellini era una donna che tiene insieme tutto. Vedova da otto anni, capo ragioniera in unimpresa edile. Matteo laveva cresciuto sola dai quindici anni, da quando il papà era mancato per un infarto. Laveva tramutato in corazza quel dolore che non aveva mai digerito, non era cattiva, era solo spaventata e si rifiutava di ammetterlo.
Matteo lo capiva. Ma viverci dentro era tutta unaltra storia.
Lucia gli aprì con un click dallo smartphone; lappartamento era smart quanto lei. Matteo si era tolto le scarpe e raggiunse la cucina, dove lei già metteva lacqua a bollire.
Ti ha chiamato tua madre? chiese Lucia, senza voltarsi.
Come fai a saperlo?
Hai la faccia tipo ho appena fatto a botte con un aiuola e ho perso.
Si sedette e si massaggiò il naso.
La signora Adele ci ha visti al bar.
Accidenti Lucia gli mise davanti la tazza . Sai che forse dovremmo presentarla a mia zia Rosanna? Due così si divertirebbero a spettegolare di tutto il quartiere.
Matteo scoppiò a ridere, per smontare la tensione. Lucia sapeva alleggerire senza minimizzare, solo cambiando prospettiva.
Ho detto per ora, disse lui.
Cioè?
Ho detto che non sei mia moglie. Per ora. Mi è scappato.
Lucia lo fissò, seria e attenta.
E?
E lei è rimasta zitta. Prima che potessi capire cosa volesse dire, ho chiuso la chiamata.
Matteo.
Sì.
Lo pensi davvero? Quella cosa del per ora?
Guardava i suoi capelli scuri raccolti alla meglio, le mani con lo smalto scrostato (dimenticava sempre di toglierlo), il suo viso attento e calmo.
Sì, lo penso davvero.
Lucia annuì; niente abbracci, niente scenate, solo un cenno, come chi sa che una cosa è importante, ma non sorprendente.
Allora dovrai davvero parlarci, con lei. Davvero. Non attaccare.
Lo so.
Non fingerò che sia una passeggiata, Lucia strinse la tazza tra le mani. Quelle donne le ho viste: mia amica è stata messa fuori casa dalla suocera, goccia a goccia, in tre anni. Il marito non si è nemmeno accorto di aiutarla.
Io me ne accorgerò.
Ne sei sicuro?
Ci provo.
Lucia lo fissò, poi annuì ancora.
Bevi il tè. Devo mostrarti il nuovo progetto, una cliente vuole il salotto tutto in stile scandinavo, legno chiaro e montagne di tessuti. Prova tu a dirle che quella scelta con tre figli e un cane è una ricetta per la catastrofe.
Lui sorseggiava il tè e guardava Lucia sfogliare fotografie, raccontare, ridere delle richieste impossibili. Sei mesi fa non ci avrebbe creduto: che si può stare in una cucina altrui e sentirsi proprio a casa.
Tre giorni dopo, la madre lo richiamò. Questa volta più dolce, quasi supplichevole.
Matteo, non voglio litigare. Sei tutto per me, capiscimi, mi preoccupo.
Lo so, mamma.
Vieni a trovarmi. Ho fatto la focaccia con le cipolle, quella che ti piaceva da piccolo.
Accettò. E domenica sedette a tavola, addentando la focaccia, sottoposto a mezza ora di domande discrete: dove lavora, quanto guadagna, i genitori, e la salute, eh, capisci cosa intendo?.
Mamma, sta bene. Ha una lesione vertebrale, non è una cosa che peggiora, non cambia.
Ma i figli, Matteo?
Si può fare. Abbiamo parlato con il medico.
Già fatto? Siete insieme da quattro mesi!
Cinque. E sì, abbiamo parlato. Perché dobbiamo ragionare sulle possibilità.
Giovanna si alzò a sparecchiare: il suo modo di prendersi una pausa senza dire troppo.
Matteo disse alla fine, spalle ancora girate , ne ho viste parecchie, di vite che pesano più di quel che uno può reggere. Tuo padre prima di lasciarci è stato male tre anni, so bene cosè. Ogni giorno. Non solo amore, anche stanchezza, paura, senso di colpa perché non hai più le forze. A questo vuoi arrivare?
Silenzio. Matteo sapeva che questa era la sua carta vincente. Non poteva ignorare la morte di papà, quegli anni che ricordava, anche se era poco più di un ragazzino.
Lucia non è malata, mamma, rispose piano. Quello che dici tu è unaltra cosa.
Tu la pensi così, ora.
La visita finì senza litigi, ma lui capì che la madre era in trincea: raccoglieva argomenti, muovendosi passo dopo passo.
Che Giovanna avesse scritto a Lucia, Matteo lo scoprì giorni dopo: Lucia lo disse a cena, come fosse niente.
Tua mamma mi ha cercata.
Matteo si immobilizzò con la forchetta a mezzaria.
Cosa?
Messaggio. Avrà avuto il mio contatto da conoscenti comuni. Gentilissima, chiedeva un incontro tra donne.
E tu?
Ho detto che senza di te non ci vado. Lei mi ha risposto che capisce. Non ha più insistito.
Matteo la fissava: era più difficile leggerle il volto in quei momenti, aveva quella calma impenetrabile che solo chi si è allenato a schermarsi.
Ti ha dato fastidio?
Mi incuriosisce, rispose Lucia . Davvero. Mi aspettavo compassione, sai? Invece ho trovato paura. Tua madre mi teme.
Teme di perdermi.
E la stessa cosa.
Poi passano settimane in cui il bello e il brutto si alternano così spesso che Matteo smette di dividerli. Bello: la mostra di design dove Lucia espone un suo lavoro, la vede parlare con clienti e pensa che non ha mai conosciuto nessuno con idee così chiare. Il cinema insieme, i piatti nuovi presi allIKEA perché lui ne aveva solo qualcuno anonimo da scapolo, le scelte che ora diventano di entrambi (quelle piatte blu? perché no.).
Brutto: le telefonate materne regolari. A volte, accenni apparentemente innocui (Hai sentito? Marta, la figlia del panettiere, si è sposata! Fortunata, sana, simpatica), a volte diretti: Matteo, ho trovato una brava psicologa familiare Magari prendi appuntamento, giusto come curiosità? E a volte, pianti silenziosi al telefono. Senza ricatti, solo lacrime. E quelle erano le peggiori.
Ha pianto, diceva Matteo a Lucia dopo queste chiamate.
Lo so, rispondeva lei. È unabilità, anche quella. Non perché non sia vero: solo che per anni ha funzionato.
Per me rimane difficile.
È giusto che sia difficile. È tua mamma. Ma difficile non vuol dire sbagliato.
In ottobre, sua madre lo chiamò per annunciare un pranzo di famiglia. Grande evento, con zii, cugini; Viene anche tua cugina da Modena, lo zio Paolo, e puoi portare lei se vuoi.
Matteo percepì la trappola, ma non riuscì a definirla.
Vuole vederci insieme davanti a tutti? chiese poi a Lucia.
Dice che vuole conoscerci meglio.
Lucia ci pensò su.
Tu ci credi davvero?
Non del tutto. Ma se mi rifiuto dirà che la tengo nascosta.
Se invece accetti, giudicherà e troverà di meglio.
Lui la fissò.
Hai la palla di vetro?
È uno schema tipico: riunione di famiglia, molti testimoni; così nessuno può urlare o discutere.
Matteo si alzò, passeggiando in cucina.
Forse sono io che esagero.
Forse. Ma tu me lo hai chiesto, io ti dico la verità.
Vieni con me?
Se vuoi che venga, sì. Ma non starò zitta davanti a provocazioni. Te lo dico.
Non ti chiedo il silenzio.
Non immagini ancora cosa mi chiederai, una volta lì.
Aveva ragione.
Il pranzo era alle una, sabato, da Giovanna Bellini, quinto piano di un vecchio palazzo senza piani intermedi. Lascensore cera, ma per entrare bisognava fare tre scalini, senza rampa.
Salgo da sola col montascale, disse Lucia in macchina.
Non cè la rampa. Solo tre scalini normali.
Sì. Ho controllato. Mi dai una mano?
Matteo tacque un attimo.
Ti ha invitata pensando iniziò.
Non so se lha fatto apposta o solo per abitudine. Ma non facciamone adesso un dramma. Dammi solo un aiuto.
La aiutò. Lucia era brava a gestire la carrozzina, salirono. La zia Carla fu la prima ad aprire la porta: grembiule, sorriso, si fece da parte, e lo sguardo sulla carrozzina fu tutto un programma non cattivo, solo smarrito.
Accomodatevi! esclamò agitata. Giovanna, sono qui!
In soggiorno: zia Rosanna, il cugino Stefano e la sua Anna. Stefano, trentacinque anni, logistic manager, mai stato in gran sintonia con Matteo. Anna, una di quelle che sorride osservando gli altri.
Poi cera una ragazza sconosciuta. Venticinque anni, capelli biondi, maglioncino perfettino. Lo fissava con aria gentile e un filo di rossore sulle guance; Matteo capì subito, ancor prima che sua madre uscisse dalla cucina.
Giovanna arrivò con il grembiule bianco, lo strofinaccio stretto, tono familiare.
Matteo, bene che siete venuti. Questa è Francesca, figlia della mia collega Giulia. Si sono trasferite da poco nel quartiere, lho invitata. Francesca lavora in ambulatorio, fa la tirocinante infermiera.
Un secondo di gelo. Poi Lucia si drizzò appena.
Buongiorno, disse Lucia con voce neutra. Sono Lucia.
Giovanna lanciò uno sguardo alla carrozzina e tornò rapida alla sua maschera.
Buongiorno. Sedetevi, adesso serviamo.
La tavola imbandita per dieci, ma nessuno aveva tolto la sedia per Lucia. Matteo spostò una sedia, zia Rosanna rimise la cestiera del pane tre volte in pochi attimi.
Lavori? domandò Anna con falso interesse.
Designer dinterni online.
Ah, che bello. Tanti clienti?
Il giusto.
Sarà comodo, sottolineò Anna, una nota di pietà lavorare in casa. Niente traffico
Mi piace molto, Lucia sorseggiò il tè. A volte raggiungo i clienti dal vivo per vedere gli spazi.
E come fai Zia Rosanna si fermò a metà frase.
Guida manuale, tagliò corto Lucia. Vado in macchina.
Rosanna rimase bocca aperta. Stefano guardava il brodo nella sua scodella.
Giovanna servì tutti, per prima Francesca.
Francesca, non mi avevi detto che studi ancora? Medicina?
Ostetrica, secondo anno, rispose piano.
Bella professione, Giovanna guardò il figlio. Matteo, non cercate infermieri nellospedale?
Mamma.
Faccio solo una domanda.
Non serve “solo una domanda.
Cala il silenzio. Francesca si stringe nelle spalle, Lucia mangia tranquilla, ma Matteo vede lo sforzo per mantenere quella calma.
Lucia, esordì Giovanna allimprovviso i tuoi genitori non stanno in pensiero? Da sola
Stanno in pensiero come tutti i genitori. Ma vivo sola da sei anni. Sono abituati.
Sei anni la madre come se facesse un calcolo . Da quando, insomma
Sì, chiude Lucia.
Nessuno ti aiuta? Nelle faccende di casa?
Faccio tutto da sola, la casa è adatta.
Capisco. Pausa. E se ti ammali? Tossire, febbre
Mamma, ora il tono di Matteo era diverso.
Mi preoccupo, viso di arenaria . Hai davanti una vita in cui farai da medico, marito e assistente. Lo trovi normale?
Signora Giovanna, le lanciò Lucia. Subito silenzio, tutto il tavolo in apnea , non mi serve unassistente. E Matteo non dovrà mai esserlo.
Tesoro, non volevo offenderti.
Non mi hai offesa, solo non hai detto la cosa giusta. Capisco la differenza.
Giovanna la scrutò. Lucia mantenne lo sguardo.
Sei molto sicura, borbottò la madre.
Mi impegno.
Zia Carla tentò la fuga verso la meteorologia (questanno le mele niente da fare!), Stefano fece eco, la tensione si sciolse un poco.
Poi Giovanna tornò alla carica col secondo.
Matteo, hai sentito che il dottor De Vito cerca personale per il nuovo centro? In via Verdi. Ottimi stipendi. Ci hai pensato?
Ci ho pensato, mamma.
Per la famiglia è importante la stabilità economica. Soprattutto se ci sono circostanze particolari.
Che tipo di circostanze? Lucia.
Eh spese, carrozzina, forniture, medicine Tutto costa.
Mi pago tutto da sola, risposta secca. Mai chiesto un euro a Matteo.
Per ora.
Che vuoi dire per ora?
Quando sarete famiglia, condivide il portafoglio
Signora, io guadagno abbastanza. Posso mostrare le fatture, se serve.
Qualcuno tossì piano. Forse Stefano.
La madre sorrise sottile, quasi invisibile.
Non dubito delle tue capacità. Solo che la vita riserva sorprese. Infortuni, chirurgia Matteo, ricordi come stette tuo padre? Lavoravo in due posti e lo assistivo. So cosè.
Mamma, questa è unaltra storia.
Così pensavo anchio.
Matteo lasciò cadere il coltello.
Mamma.
Cosa?
Basta.
Sto solo parlando di vita reale.
Parli di Lucia come fosse un prodotto da controllare, di quelli col cartellino: difetti inclusi.
Zia Carla picchiettò la forchetta sul piatto. Rosanna si fece piccola piccola.
Matteo, sono pur sempre tua madre
Hai diritto alle tue opinioni. Non hai diritto di umiliare una persona alla mia tavola. Anzi, alla tua.
Non umilio nessuno. Ghiaccio puro. Solo discorsi maturi.
Non sono discorsi: è la terza umiliazione in unora. A bassa voce, ma pur sempre umiliazione.
La madre fissò il figlio a lungo. Poi Lucia.
Ti è così insopportabile la mia presenza? domandò a Lucia.
Solo alcune domande. Ma capisco lorigine.
Sarebbe?
Ha paura. Di perdere suo figlio. Timore molto comune.
Giovanna rifletté a labbra strette.
Sei una psicologa?
No, solo una persona.
Pensi di capire come mi sento.
Credo che ama Matteo, e questa forma damore è più una presa che un abbraccio. Non è la stessa cosa.
Silenzio di ghiaccio. Francesca studiava il tovagliolo come se volesse scomparire. Stefano contava i quadretti della tovaglia.
Giovanna si alzò.
Porto il caffè.
In cucina. Sollievo collettivo. Stefano chiese il pane, Matteo lo passò, guardando Lucia: le sue dita bianche sulla tovaglia.
Lappoggiò la mano sopra. Lucia la lasciò lì.
Al ritorno, Giovanna si mise a sedere, poi, senza guardare nessuno in faccia, lanciò lennesima perla:
Ho letto che con certi traumi le gravidanze risultano difficili. Matteo, da medico lo saprai.
Matteo posò la tazza.
Alzati, sussurrò a Lucia.
Matteo
No, ascolta. Si mise in piedi. Voce chiara, sentita da tutto il palazzo. Mamma, te lo dico una volta sola, davanti a tutti perché voglio sia chiaro: Lucia Alberti è la persona che amo e con cui voglio costruire la mia vita. Non per compassione, non per capriccio. È intelligente, vera, e con lei sono meglio. È una decisione, non un errore. Nessuno mi ha manipolato, nessuna illusione.
Pausa.
Oggi le hai fatto capire più volte che la consideri un peso, un difetto. Hai portato unaltra ragazza a tavola, fissò Francesca, che rabbrividì e non è giusto nemmeno nei suoi confronti. Lo hai fatto elegantemente, ma proprio per questo è più crudele di mille urla.
Giovanna strinse le mani sul tavolo.
Ti voglio bene, mamma. Tanto. Ma non posso più permettere questo. Se vuoi restare nella mia vita, devi accettare Lucia. Non sopportarla: accettarla. Se non ci riesci, è una tua scelta. Ma le sue conseguenze sono tue.
Sedette. Zia Rosanna mormorò senza voce, Carla fissava la madre.
Giovanna non pianse. Si sedette dritta, roccia, guardando il figlio come non lavesse mai visto.
Hai scelto.
Sì.
Va bene.
Sorseggiò il caffè. Non rivolse più una parola a Lucia. Il resto del pranzo fu un silenzio pesante, minaccioso.
Francesca fu la prima a salutare: uno sguardo a Matteo, più imbarazzata che altro, forse compassionevole senza sapere a chi.
Lucia tacque tutto il tragitto verso la macchina.
Tutto ok? chiese lui.
Sì. Pausa. Mi ha chiamata cara tre volte.
Ho sentito.
È un modo per farti sentire piccola.
Lo so.
Non ha funzionato, rispose Lucia. Con una sicurezza che rimise a posto tutti i pezzi dentro Matteo.
Due giorni dopo, Giovanna era di nuovo al telefono. Tono duro.
Hai umiliato tua madre davanti a tutti.
Ho detto la verità.
Mi hai fatta passare per un mostro. Davanti a Carla, Rosanna, Stefano ora penseranno che
Hanno ascoltato quello che hai detto.
Mi preoccupavo per te!
Stavi offendendo Lucia.
Facevo domande!
Signora Giovanna, rispose Lucia, gelando Matteo; aveva il telefono in vivavoce, non laveva detto . La sento. Non le chiedo di volermi bene. Solo di smettere di mettere suo figlio di fronte a una scelta. Lha già fatto.
Pausa.
Sei arguta, concesse la madre. Questo non lo tolgo.
Non voleva essere un complimento. Ma grazie.
E riattaccò.
Da quanto ascolti? chiese Matteo.
Da inizio chiamata. Ero qui. Scusa se non ho lasciato la stanza.
Hai fatto bene.
Annui, in quel silenzio sagomato, perfetto.
Le settimane dopo, silenzio. Prima volta da quando Matteo è adulto. Non sa se essere felice o spaventato.
Si sta preparando, predisse Lucia.
Per che cosa?
Passare a un altro livello. Il silenzio non è resa, è rincorsa.
Aveva ragione.
Tre settimane dopo, il primario De Vito fece chiamare Matteo in ufficio.
Matteo, due parole. Dopo il giro. Una soffiata anonima alla direzione della clinica: preoccupazioni di scelte personali in grado di influire sulla reputazione e sul lavoro. Nessun cenno diretto, ma lui capiva.
È stata mia madre.
De Vito tacque.
Te lo dico confidando, non cambierà nulla formalmente. Ma dovevo dirtelo.
Grazie.
Uscì, rimase nel corridoio a fissare il muro. Uninfermiera lo guardò perplessa; le sorrise, tranquillizzata.
A casa raccontò tutto a Lucia.
Telefonata al lavoro, disse Lucia. Era prevedibile.
Non ci avevo pensato.
Io sì. Perdonami, speravo di sbagliarmi.
E ora?
Lucia guardava fuori: ottobre precoce, buio.
Ora devi scegliere tu. Io posso anche andarmene, se vuoi.
Stai zitta.
Matteo
No, questa conversazione non esiste.
Lei lo fissò.
Sai che non mollerà mai?
Lo so.
Continuerà, finché potrà.
O finché non ce ne andiamo, rispose lui.
Pausa.
Che? Lucia.
Mi hanno offerto mesi fa un posto a Parma. Allepoca ho rifiutato. Non so perché. Probabilmente per lei. Ma la clinica là è eccellente, ottimo centro di riabilitazione e meno intrusioni stipendi migliori pure.
Vuoi scappare da lei?
No. Voglio stare con te e costruire dove ci conviene. Se poi allevia la sua presenza quotidiana tanto meglio.
Lucia tacque.
Lucia?
Sto pensando.
A cosa?
A non farti sentire cacciato via. Voglio che, ovunque andiamo, sia per una scelta felice, non per fuga.
Lo scelgo perché voglio vivere con te, in un posto dove si stia bene insieme. Non dove sono comodo io e basta.
Lei annuì, pesando le parole.
Allora parliamone sul serio.
Discussero fino a notte, di soldi, di casa, di accessibilità a Parma (molto meglio che qui), dei suoi clienti online, delle possibilità concrete. Lei ammise che il cambio di città sarebbe stato nei suoi desideri comunque: un taglio col passato, una vita nuova.
Quindi era destino, disse Matteo.
Quasi, rispose lei.
Giovanna chiamò giorni dopo, tono morbido come quello della focaccia alla cipolla.
Matteo, possiamo parlare? Forse sono stata ingiusta.
Silenzio.
Vieni, ti devo raccontare una cosa importante.
Lei arrivò domenica. In casa, i piatti blu, una piantina sul davanzale. Un dettaglio impercettibile si incrinò in lei: aveva capito che dentro la casa di Matteo, ora, cera la presenza di unaltra persona.
Siediti, mamma.
Lei si sedette, lui rimase in piedi.
Ho deciso di accettare il trasferimento alla clinica di Parma. Io e Lucia partiamo tra due mesi. Te lo volevo dire io.
Giovanna lo fissò.
Per colpa mia.
Un po. Ma non solo.
Scappi da me.
Costruisco la mia vita.
Lo stesso.
No, mamma. Vivere senza respiro vicino alla mamma non è vivere. Vado via per non essere così.
Silenzio lunghissimo.
Viene con te? si riferisce chiaramente a Lucia.
Sì.
Quindi vivete già insieme?
Per ora due appartamenti, ma vicini. Vorrei chiederle di sposarmi, magari prima o appena arrivati.
La madre si avvicinò alla finestra, guardando la strada.
Tu pensi che io non ti ami, disse.
So che mi ami come sei capace. Ma non posso vivere secondo le tue regole.
Le mie regole
Le tue dicono che lei è diversa, che non è abbastanza, che mi rovinerà la vita. Ma ciò che io vedo ogni giorno è lopposto.
La madre si voltò piano.
Sei accecato dallamore e non sei obiettivo.
Mamma. Ho ventisette anni. Sono chirurgo. Se posso prendere decisioni sulla vita delle persone in sala operatoria, vuoi fidarti almeno delle mie scelte di vita privata?
La madre, un attimo in più, poi la borsa.
Me ne vado.
Ok.
Se fuggi non aspettarti te lavevo detto.
So già che lo dirai, rispose sereno . Ma non cambierà nulla.
Lei uscì. Matteo rimase tra le stoviglie blu.
Chiamò Lucia.
È andata.
Comè andata?
Come sempre. Pausa. Ma stavolta non ho mollato. E sono fiero.
Si sente, Lucia. Si sente dal tono.
Il trasloco prese circa tre mesi. Matteo chiuse la pratica allospedale, consegnò i pazienti, il dottor De Vito gli strinse la mano. Lucia riorganizzò il lavoro, alcuni clienti li seguì da remoto; altri no, ma trovò sostituzioni. Nuova casa a Parma, secondo piano, palazzo moderno, rampa e porta larga. Primo mese vite separate, poi Lucia si trasferì. Si accorsero che ormai la maggior parte delle sue cose erano lì. Nessuna scenetta, nessuna finta, solo fatto.
Lui le chiese di sposarlo a marzo. Nessun anello nascosto nella torta, niente ristorante. Erano a casa, lei disegnava, lui leggeva.
Lucia?
Sì?
Mi vuoi sposare?
Lei alzò gli occhi.
Sul serio?
Sul serio.
Subito?
Subito.
Lei posò il tablet.
Daccordo. Ma scegliamo insieme gli anelli. Se scegli tu da solo, prendi qualcosa di assurdo.
Perché assurdo?
Perché hai scelto piatti casalinghi, ricordi? Tutti bianchi, impilati.
Lalternativa era la plastica!
Appunto.
Presero lanello insieme, in una gioielleria in via della Repubblica; Lucia scelse uno con una pietra verde e disse: Mi fa pensare ai boschi, solido.
Lui non commentò la logica, semplicemente pagò.
Giovanna venne a sapere del fidanzamento da zia Carla. Chiamò Matteo.
Quindi vi sposate.
Sì.
Mi invitate?
Pausa minima.
Se vieni col giusto spirito, sì.
Cosa vuol dire giusto spirito?
Essere felice per me, non voler comandare.
Silenzio.
Sei cambiato.
Sono sempre io. Solo che ora dico quello che penso.
È colpa sua
Mamma, la fermò lui, gentile ma fermo , non più su questo.
Lei chiuse. Lui non richiamò.
Il matrimonio fu intimo: solo amici, genitori di Lucia, Stefano e Anna che abbracciarono i due e Stefano gli sussurrò: Hai fatto bene, doveva sentirselo dire davanti a tutti.
Giovanna non venne. Mandò un telegramma: Auguri. Felicità. Nessuna firma, ma il messaggio era chiaro.
Lucia lo lesse, lo mise da parte.
Ha scritto felicità. È già qualcosa.
Non ti arrabbia?
Con lei? Lucia rifletté. No. Mi fa un po pena. Devessere terribile avere così paura di perdere qualcuno da perderlo davvero.
Non lha perso del tutto.
No. Ma il controllo, quello sì.
A Parma la vita prese ritmo nuovo: la clinica era avanti, gente capace, tanta tecnologia, discussioni animate con i colleghi. Matteo fece due pubblicazioni, diventò riferimento per la riabilitazione. Lucia triplicò la clientela in un anno, iniziò pure un corso online sullaccessibilità degli spazi abitativi. Funzionò così bene che dopo diciotto mesi aveva già un piccolo studio e due collaboratori.
Lo sai che sei diventata famosa fra gli addetti ai lavori? osservò Matteo una sera.
È una nicchia piccola.
Ma importante.
Sì, concisa e decisa.
Giovanna telefonò due o tre volte il primo anno: mal di schiena, un consulto, conversazioni neutre tipo Che tempo fa lì? e poco più.
Poi la sorpresa.
Sono andata sul sito dello studio di Lucia, disse Giovanna. Ho scritto una recensione negativa. Anonima. Su una piattaforma.
Matteo rimase in silenzio.
Mamma.
Lo so, suono stanco , lo so.
Sai che si può risalire agli IP?
Lo so.
Lucia lo sa?
Non lo so. Forse se nè accorta.
Chiuse gli occhi.
Perché?
Non lo so. Era non lo so.
Vuoi che ti perdoni?
Non lo so.
Mamma, scrivere una recensione falsa contro il lavoro di mia moglie capisci cosa vuol dire?
Silenzio.
Non ci sentiremo per un po. Mi serve che tu capisca che non è un gioco.
Non replicò. Riappese.
Lucia lo seppe la sera stessa.
Lhanno già tolta, disse. Si vedeva che era falsa, nessun riferimento, la piattaforma ha agito.
Lo sospettavi?
Sì, dallo stile. Ma non avevo certezza.
Perché non me lo hai detto subito?
Volevo vedere se me lo avresti detto tu. Ci sei arrivato da solo. Pausa. Questo conta.
Matteo le prese la mano. Lei non la tolse.
Sai che sei la persona migliore che abbia mai incontrato?
So che tu la pensi così, sorrise . Io non sono migliore. Sono solo stanca di lottare contro ciò che non posso cambiare. Non è saggezza: è risparmio energetico.
Risero insieme.
Giovanna non si fece sentire per mesi.
Poi, il compleanno. Auguri. Stammi bene. Tre minuti di telefonata.
Ogni tanto un messaggio: Come va, Abbi cura di te. Lucia sapeva, non cerano segreti.
Ci sta provando, notò Lucia.
Sì. A modo suo.
Pensi che cambierà?
Lucia valutò.
Credo sia solo stanca. Non è cambiamento, ma a volte la stanchezza basta.
Passa altro tempo. Lucia resta incinta. Lo scoprono una sera, lei glielo mostra su un test. Lui lo guarda, la guarda.
Come ti senti?
Un po spaventata. Ma più che altro felice.
Anchio.
Vanno da specialisti, si informano, tutto fila liscio. Sarà impegnativo, ma fattibile.
I genitori di Lucia arrivano due settimane dopo la notizia; Marisa piange di gioia e riempie il freezer di crostate, Giorgio stringe la mano a Matteo come sempre: Siamo felici per voi, vero quanto non mai.
Matteo telefona a sua madre. Non sa dove iniziare.
Mamma, aspettiamo un bambino.
Silenzio di dieci secondi.
Quando?
Novembre.
Pausa.
Come sta Lucia?
Bene. Tutto sotto controllo, visita regolare.
Sei un buon medico. Controllerai tutto.
Non sapeva se era un complimento o un commento qualsiasi.
Ti faremo sapere la data, se vorrai venire.
Non arrivò subito una risposta.
Ci penserò, disse infine.
Avrebbe potuto ribadire che era una scelta sua, che non lavrebbe pregata. Ma ormai non ce nera bisogno.
Ok, mamma. Pensa pure.
Riattaccò e raggiunse Lucia che, gambe distese sul divano, stava leggendo con una tazza di tè e un gatto sovrappeso adottato a marzo. Gatto rosso, nome Ottobre (idea di Lucia, lui ormai si arrendeva).
Ho chiamato mamma, disse.
Ho sentito. Il silenzio che segue era sempre pieno. Allora?
Ha detto che ci pensa.
Lucia annuì. Ottobre si spostò sulla sua pancia, facendo le fusa.
È un bene o male?
Non so. Forse è semplicemente quello che cè.
Fuori Parma era già autunno pieno. Foglie gialle sui marciapiedi, la prima gelata che non sa se restare. Matteo guardava Lucia, la sua mano sulla copertina, lanello con la pietra verde.
In unaltra città, Giovanna Bellini fissava dalla finestra il marciapiede dove Matteo aveva imparato ad andare in bicicletta. Non piangeva. Solo guardava.
Il telefono era sul tavolo.
Non lo prese.






