È nata una bambina, ma una bambina con delle difficoltà

Tutto sembrava andare bene. Secondo lecografia, la bambina era perfettamente sana. Ma il parto si rivelò difficile, quasi irreale, come se la sala dospedale fosse immersa in una nebbia lattiginosa. Era una femmina, ma con gravi problemi, tanto che i medici, con volti sfocati come fantasmi di una vecchia fotografia, iniziarono a convincermi a lasciarla.

Mia figlia si trovava in unincubatrice luminosa che pareva galleggiare al centro della stanza come una lanterna sulle acque di Venezia. Quando mio marito, Filippo, venne in visita, il medico di turno, dal camice troppo lungo, gli disse che forse la bambina non ce lavrebbe fatta e, anche se fosse sopravvissuta, sarebbe diventata un peso insopportabile. Filippo rimase in silenzio a lungo, poi con uno sguardo perduto tra le piastrelle a scacchi, decise che era meglio lasciarla lì, per non rovinarsi la vita. Io non dissi nulla ero immersa in una malinconia densa come la pioggia su Milano.

Ma, poco prima delle dimissioni, dissi chiaro che non avrei mai abbandonato mia figlia. Filippo raccolse in fretta le sue poche cose e sparì, lasciando dietro di sé leco dei suoi passi. Tornai con la bambina, che si chiamava Ginevra, in un appartamento che sembrava diventato improvvisamente enorme, spalancato come un cortile vuoto. Ero sola. Ma decisi che avrei combattuto per Ginevra, volando da un ospedale allaltro, chiacchierando con dottori che apparivano e scomparivano come figure di un sogno antico, sfruttando ogni occasione concessa dal destino. E qualcosa cambiò.

Mi sorressero molte mamme: donne con occhi saggi che avevano anche loro figli con i cuori fragili. Un giorno, nel corridoio ovattato di un ospedale romano, incontrai un uomo con il sorriso stanco, Marco, che mi raccontò la sua storia. Sua moglie lo aveva lasciato per un ragazzo più giovane, e senza figli viveva le sue giornate come un naufrago senza isola.

Guardò Ginevra con un amore silenzioso e delicato che sembrava illuminare laria, e mi vennero le lacrime agli occhi. Mi aiutò, con parole, consigli e anche con pochi euro che tirava fuori dalla giacca come fossero sassolini magici. Divenimmo inseparabili e ben presto, senza che me ne accorgessi davvero, non avremmo più potuto stare lontani. Ci sposammo davanti a un piccolo gruppo di amici in una chiesetta che profumava di incenso e basilico.

Adesso, Ginevra è quasi del tutto guarita, la sua risata riempie la casa come il canto delle cicale destate. Abbiamo anche un altro bambino: un maschietto, Matteo, che porta con sé la gioia di una nuova alba tra i vicoli di Firenze.

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