Non svegliate la mamma, ha lavorato tutta la notte.
Vittoria si svegliò perché in casa era troppo silenzioso. Di solito, la mattina dalla cucina arrivava laroma di caffè e il clangore delle padelle: Marco adorava friggere le uova con la salame pure se era in ritardo per lufficio. Ma oggi, niente, solo freddo e silenzio. Allungò la mano verso il cuscino accanto: vuoto, e il letto ormai freddo da un pezzo.
Marco? chiamò nel vuoto.
Silenzio.
Alzarsi non le andava per niente. Fuori, una mattina di novembre tutta grigia e liquida spalancava pioggia contro i vetri; nei tubi limpianto di riscaldamento fischiava per protesta. Vittoria si infilò la vestaglia, mise i piedi nelle pantofole e si trascinò in cucina. Sul tavolo cera un biglietto fermato dalla saliera. Grafia orribile, Marco scriveva come un dottore stanco:
Vitto, me ne vado. Così non si può più. Sei sempre a lamentarti, non ci sono soldi, casa piccola, la bambina urla. Ho incontrato unaltra. Lei è normale, senza paranoie. Prendo la mia roba poi. Non cercarmi. Marco.
Vittoria lo lesse tre volte. Le parole non facevano frasi, le lettere saltavano davanti agli occhi. Si sedette sullo sgabello, la testa fra le mani, cercando di respirare. Ma il respiro non veniva, i polmoni compressi come se qualcuno sedesse sul petto.
Dalla camera arrivò un pigolio: si era svegliata Bianca. Otto mesi, piccolo bottone, ancora nemmeno gattona come si deve, solo capace di rotolarsi avanti e indietro. Vittoria si rialzò, le gambe di cartone, andò di là e prese la figlia in braccio, strinse forte e scoppiò a piangere, affondando il naso nei capelli ancora profumati di latte e crema per bambini.
E adesso, amore mio, che facciamo? Eh, che facciamo adesso?
Bianca zitta, si succhiava il pugnetto, gli occhi grigi grandi fissi sulla madre.
Marco riapparve dopo una settimana. Arrivò con due amici, senza nemmeno guardarla, raccolse le sue cose: giacche, jeans, quegli strumenti che teneva nellandrone, ferraglia per la macchina, la borsa sportiva con i pesi. Vittoria, con la piccola in braccio, stava nel corridoio e lo guardava trascinare via la sua vita.
Marco, mormorò. Almeno guardala, tua figlia. Sei suo padre.
Lui si bloccò, lanciò una rapida occhiata a Bianca, poi si voltò indifferente.
Ciao, bofonchiò e sparì.
Gli amici, due energumeni con giacche blu identiche, indugiarono, si scambiarono uno sguardo incerto e lo seguirono, trascinando sacchi e cianfrusaglie. Vittoria rimase a sentire i passi che si spegnevano sulle scale. Poi si avvicinò alla finestra e vide caricarsi tutto sulla vecchia Panda, Marco al volante che partiva senza voltarsi, la macchina che usciva dal cortile e si perdeva dietro langolo.
Bianca si mise a piangere forse perché la mamma la stringeva troppo forte, o forse sentiva che qualcosa non andava. Vittoria si riscosse, la cullò, la baciò e andò in cucina a scaldare il latte.
Il tempo passava in una nebbia. I primi sei mesi sopravviveva solo con gli assegni familiari, qualche bonifico della madre, che stava a Torino e faticava pure lei a tirare avanti con la pensione. Marco di mandare il mantenimento non aveva tempo, introvabile, telefoni spenti, poi addirittura nuovo numero. Vittoria andava dai Carabinieri, compilava denunce; quelli alzavano le spalle: Signora, ci pare, ma le storie così sono migliaia, arrangiatevi.
I vicini sparlavano. La signora Giovanna del piano terra, ovunque fiutasse pettegolezzi, fermava Vittoria allingresso:
Ma che tha mollata, Vittò? Dicono sia andato con la contabile, la Lucia. Bella, ben curata, e senza marmocchi. Tu invece magra da far paura, sembri un fantasma. Bisogna badare a te stessa, cara, agli uomini serve piacere alla vista.
Vittoria taceva, la testa bassa, passava oltre. Che poteva dire? Che non dormiva più perché Bianca le metteva i dentini e urlava tutta notte? Che i soldi per il parrucchiere non cerano, che finiva tutto in pannolini e latte artificiale? Che allo specchio non si riconosceva neanche lei?
Le amiche poche che aveva, allinizio chiamavano, sospiravano, offrivano aiuto. Poi puff, ognuna presa dai suoi affari, mariti, casini. Solo Serena ancora ogni tanto la passava a trovare, portava un sacchetto di roba dei figli, ormai troppo piccola, diceva con slancio:
Resisti, Vitto. Passa pure questa. Tanto sono tutti uguali, sti stronzi.
Vittoria annuiva, ma pensava: come resisto se non ho più fiato, se la notte mi alzo per Bianca dieci volte, e la mattina corro in farmacia, poi stiro-lavo-pulisci, poi di nuovo? Un girone, mese dopo mese, anno.
Quando Bianca compì un anno, Vittoria decise che doveva fare qualcosa. I soldi sparivano come neve al sole. La madre le spedì gli ultimi cinquanta euro, si scusò: Vitto, mi dispiace, qui non ce la faccio, pensione da fame e le medicine costano. Vittoria non si offese, ormai non si offendeva più, non aveva energia neanche per quello.
Le tornò in mente che a scuola era brava a cucire; la prof di taglio e cucito diceva: Vitto, tu dovresti fare la sarta: hai talento. Ma allepoca Vittoria sognava leconomia come tutte, entrò in ragioneria, rimase incinta, mollò, si sposò, e ora eccola, con una bimba piccola a chiedersi come darle da mangiare.
La vecchia macchina da cucire Singer della nonna era lì, antica, con la pedivella, ma funzionava ancora. Vittoria la pulì, oliò, infilò il filo e provò a cucire a Bianca dei pantaloncini con un vecchio lenzuolo. Vennero storti, ma stringevano il necessario. Poi una camicina, poi un vestitino. Quando la vicina, la zia Rita, vide Bianca sfoggiare i nuovi vestiti, chiese: Vittoria, mi stringi un abito? In negozio mi calza come un sacco da patate. Vittoria glielo sistemò. Zia Rita felice, le diede dieci euro: Se avanza altro, vengo ancora.
E da lì cominciò tutto. Prima i vicini, poi le amiche dei vicini, poi il passaparola. Vittoria tappezzò il palazzo: Riparazioni e cucito su misura. Prezzi modici. Il telefono una continua suonata. Tutti hanno da stringere, accorciare, rammendare. Vittoria faceva tutto, dalle camicie da bimbo agli abiti da sera, imparava dai tutorial, forum, riviste, comprò un overlock usato.
Marco tornò dopo due anni, che Bianca ormai correva dappertutto e parlava a frasi intere. Arrivò ubriaco, piombò in casa senza bussare la serratura sempre la solita, tanto le mani per cambiarla non cerano mai.
Che vuoi? gli fece lei, bloccando laccesso alla stanza dove Bianca guardava i cartoni.
Devo vedere mia figlia, biascicava, traballante. Ne ho diritto.
Quale diritto? Hai mai pagato il mantenimento? Hai mai chiamato? Tu chi sei?
Sono suo padre! urlò, e Bianca spuntò nella porta, spaventata.
Mamma, chi è questo?
Nessuno, amore, guarda il cartone, richiuse la porta e si rivolse a Marco. Fuori di qui, o chiamo i Carabinieri.
Se ne andò, ma rimase la scia. Bianca poi continuava a chiedere: Mamma, perché quel signore è cattivo? È il mio papà? Dove sta? Perché non viene?. Vittoria rispondeva come poteva, inventava storie di un pilota che stava lontano, in viaggio; ma Bianca cresceva, e le favole reggevano sempre meno.
Cera anche Adele, lex suocera. Si fece vedere quando Bianca spegneva tre candeline. Arrivò con una torta e una bambola, restò in cucina a sorseggiare il tè, lamentandosi:
Oh, Vittoria, come fate senza di noi? Bianca proprio la copia di Marco: stessi occhi, stesse sopracciglia! E pensa, Marco ha lasciato pure Lucia, non è durato. Magari tra voi si può risistemare, eh? Che dici, Vitto?
Vittoria allora prese torta, bambola, tutto larmamentario e lo mise fuori dalla porta, insieme ad Adele:
Non vengano più, signora. Di niente abbiamo bisogno. Abbiamo vissuto senza di voi, e così si va avanti.
Lei si offese, si lamentò col figlio che telefonò e sbraitò. Vittoria riattaccò, bloccò il numero, fine della storia.
Così vivevano: Vittoria cuciva, Bianca cresceva. I soldi entravano e uscivano come il vento, i lavori a volte fioccavano e a volte sparivano per settimane. Vittoria imparò a risparmiare su tutto. Trucco? Lultima volta due anni prima, i capelli li tagliava da sola, i vestiti del negozio dellusato ripassati a macchina. Ma Bianca era sempre la più ben vestita dellasilo: vestiti, scamiciati, giacchini e berretti con pompon, tutto cucito da mamma. Le maestre invidiavano: Che bel vestitino, dove lha trovato la mamma?. Bianca, petto in fuori: La mamma lo fa lei. La mia mamma sa fare tutto.
Quellanno febbraio fu feroce. I tubi impazziti nelledificio popolare non reggevano, ogni settimana in un androne diverso lallagamento; in casa il riscaldamento faceva pietà, toccava accendere la stufa elettrica che faceva girare il contatore come fosse una giostra, altro che economia familiare.
Bianca si ammalò due volte a febbraio. Prima influenza, poi un virus misterioso e febbre da quaranta. Vittoria la vegliava, stringeva il telefonino, faceva i conti con gli euro rimasti nel portafogli. Le medicine costavano più delloro, Bianca pretendeva attenzioni, favole e mamma sempre presente, anche con la febbre. Vittoria le leggeva, la bimba in braccio, tutto il tempo locchio alle cuciture che aspettava una cliente dellAgenzia delle Entrate, bucandosi le dita perché invece di guardare il tessuto fissava gli occhi umidi di Bianca.
Mamma, appena sto meglio andiamo al parco? chiedeva la piccola con la voce secca.
Certo, amore. Facciamo un pupazzo di neve.
Viene anche il papà?
Alla domanda si bloccava. Tornava puntuale ogni mese, e ogni volta la faceva tremare. Ormai le risposte non bastavano più: il papà è in trasferta, il papà lavora in Sicilia, il papà fa il marinaio. Ma Bianca cresceva, non ci credeva più.
Amore, ti ho già spiegato. Il papà vive da solo. Ha la sua vita.
Ma perché non mi chiama? A Livia della mia classe, il papà la sente sempre al telefono, io lho sentita. E a me non chiama nessuno.
Vittoria lasciava il lavoro, si sdraiava accanto a Bianca, labbracciava sentendo il corpicino bollente.
Perché il papà di Livia è bravo, il nostro il nostro è fatto così. Forse non ha imparato ad amare.
Ma mi ama?
Certo che sì. A modo suo.
Bianca sospirava, si rannicchiava e si addormentava, mentre Vittoria guardava il soffitto e si chiedeva: perché? Perché questa vita? Che ha fatto di male?
Il 25 febbraio arrivò una chiamata sconosciuta mentre dava da cena a Bianca. Lo capì appena rispose: Marco. Il tono di uno che ti condona un favore, come niente fosse successo da allora.
Vittoria, ciao. Sono Marco.
Che vuoi?
Nulla. Mia madre ti chiamerà. Tu rispondi, eh. Vuole venire alla recita di Bianca, l8 marzo, portare un regalo.
A Vittoria gelò il sangue nelle vene.
Cosa?
Mia madre, ti dico. Non fare storie. Viene, offre dei dolcetti, porta una bambola. Che ti frega?
Vittoria si alzò da tavola, nel corridoio, perché Bianca non sentisse. Le mani tremavano così tanto che il telefono rischiava di volare.
Sei fuori del tutto? Tua madre tre anni che non si fa sentire, mai una telefonata, mai chiesto come va. Ora recite e regali da nonna? Ma va via tu e la tua santa madre!
Ma che dici, eh? urlò Marco. Io ti sistemo! Mia madre verrà, e tu zitta! Io sono il padre, ho i miei diritti!
Quali diritti, Marco? Hai pagato qualcosa? Ti sei mai informato su tua figlia, come sta, cosa mangia? No! Ora la mammina vuole la nipotina? Tardi, Marco. Tardi.
Mai tardi, ora sibilava. Domani vengo, parliamo. E tu vedi di abbassare la cresta.
Riattaccò. Vittoria rimase a fissare il muro freddo, le ginocchia che tremavano. Bianca spuntò dalla cucina:
Mamma, chi era?
Nessuno, amore, hanno sbagliato numero. Finisci la pappa che si raffredda.
Si rimise a tavola, un sorriso finto, ma Bianca la guardava intensa, già adulta, già capiva che la mamma era tanto stanca.
Quella notte, Vittoria pensò per ore: ricordava se stessa, alla finestra cinque anni prima, Marco caricare la Panda e uscire dalla sua vita. Tutte le lacrime, i giuramenti che mai più quel tipo avrebbe avuto spazio tra loro.
E ora di nuovo invade scuola, minacce, la madre che una volta le aveva detto: Tu mio figlio non lo meriti, sei nessuno, povera e senza dote. Marco avrebbe potuto trovare di meglio, sè solo fatto fregare.
E infatti aveva trovato Lucia. E ora, nemmeno Lucia.
Quella notte non dormì. Rovesciava scenari: non aprire, denunciare, chiamare i Carabinieri. Ma dai, la polizia per queste cose? Marco non è uno con il coltello, è solo un fastidio. Ma coi fastidiosi, chi ci perde è sempre la donna.
La mattina Adele mandò un messaggio: Vittoria, buongiorno, sono la mamma di Marco. Vorrei venire alla recita di Bianca, darle un regalo, una bella bambola, cara. Marco dice che tu ti opponi, ma io spero che capisca, sono la nonna. Mi risponda.
Vittoria rise amaramente e scrisse secco: Non serve.
Unora dopo, nuovo sms: Vittoria, non essere crudele. Sto male, sono anziana, il cuore ballerino, forse non ce la faccio un altro anno. Lasciami vedere la nipote.
Niente risposta. Spense laudio, si immersa nel lavoro. Gli ordini prima dell8 marzouna slavina. Tutte vogliono un vestito, una gonna, una camicetta nuova. Alcune per sé, alcune per le figlie, alcune per mamme e suocere. Vittoria prendeva tutto, anche senza forza; i soldi decidevano tutto.
Cuciva fino a notte fonda, a volte le due o le tre, e alle sei già su con la colazione e Bianca da portare allasilo. Poi di nuovo a cucire, cucire. A volte si addormentava chinata sulla stoffa.
Bianca in quei giorni faceva da sola: cartoni, disegni, bambole, ogni tanto veniva ad abbracciare la mamma da dietro. Vittoria la accarezzava e prometteva: Aspetta, amore, è quasi festa, ce la facciamo.
Mamma, avrò un vestito per la recita? Bianca chiese una sera mentre la mamma cuciva senza sosta.
Altroché. Ti cucio un vestito che tutte ti invidiano.
Comè?
Bianco, pieno di lustrini. Da principessa.
Quando lo fai?
Quasi, amore. Appena finisco questi lavori, comincio il tuo.
Bianca annuiva e si rintanava sola, contando le ore fino al grande giorno.
Il 27 febbraio chiamò la madre da Torino, tra dolori e lamenti su prezzi e ricette.
Vitto, come state? la voce raschiata dal raffreddore. Bianca?
Bene, mamma. Tanta roba da fare. Ordini a valanga.
Almeno dormi?
Un po, non preoccuparti.
Marco si è più visto?
Vittoria mentì per evitare preoccupazioni inutili.
No, tutto tranquillo.
Meno male. Io sono sempre acciaccata, le pastiglie costano troppo. Sarebbe bello rivedere Bianca; è un anno che non la vedo.
La porto, appena si quieta tutto.
Certo, certo. Lavora, bimba mia. Chiamo io poi.
Vittoria riattaccò e realizzò che davvero era un anno che non vedeva la mamma. Probabilmente anche lei era sola, aveva bisogno di una parola, ma Vitto non poteva dare energia a tutti. Cera Bianca. Bastava.
Il 28 febbraio Marco si presentò di persona.
Vittoria aprì pensando fosse il corriere con la stoffa, trovò lui invece: più vecchio, gonfio, la giacca sporca.
Che vuoi? chiese, bloccandogli la strada.
Fammi entrare, dobbiamo parlare.
Non abbiamo niente da dirci. Vai via.
Oh, Vitto, non rompere, cercò pure di spintonarla, ma lei resse. Devo vedere mia figlia. Ho dei diritti.
Di nuovo coi diritti? Mai un euro, mai una chiamata! Ma quali diritti?
Sono suo padre! urlò, e Bianca uscì con la bambola stretta al petto, spaventata.
Mamma, chi è?
Nessuno, amore, vai via di là, ma lui ormai laveva vista.
Bianca! urlava, barcollante. Vieni da papà! Papà è qui!
La bambina paralizzata, poi un pianto inconsolabile, di quelli che solo i piccoli sanno fare.
Fuori! gridò Vittoria. Vedi che la spaventi! Fila, bestia!
Lui indietreggiò ma restava lì, finché Vittoria, Bianca in braccio, chiuse la porta in faccia.
Vitto, apri! picchiava sul legno. Io torno, io e mia madre! Non vi libererete!
Vittoria rimaneva ferma, Bianca che piangeva in braccio, a ogni pugno le batteva il cuore al collo. Tranquilla, tesoro, è solo un uomo arrabbiato, adesso va via, va via.
Ci mise dieci minuti a decidersi, poi Marco scese, sbattendo la porta, imprecando forte. Solo dopo Vittoria si lasciò andare.
Bianca ci mise unora a calmarsi. Tè caldo, storie, coccole. Ma nella testa della madre restava solo un pensiero: E se torna domani? Se mi sfonda la porta? Se Bianca è sola?. Una paura che non riusciva a togliersi.
Chiamò i Carabinieri. Arrivarono dopo due ore, ascoltarono, presero nota.
Vuole fare denuncia?
Sì.
Scriva pure, ma le dico, signora: è questione familiare, senza aggressioni non succede niente. Al massimo una multa per disturbo. Le conviene blindare la porta e dire ai vicini di chiamare se vedono qualcosa.
Se ne andarono, lasciando una copia della denuncia e una montagna di impotenza. Nessuno proteggeva Vittoria, salvo lei stessa.
La mattina seguente andò al ferramenta e prese un chiavistello potentissimo. Il commesso, vedendo la sua aria esasperata, chiese:
Se la monta da sola?
Certo.
Serve aiuto?
Faccio io.
Ci riuscì. Mezza giornata tra trapano, viti, una valanga di imprecazioni per ogni errore, ma il chiavistello funzionava. Da quel giorno, chiusa dentro, nessuno entrava più. Né Marco né la madre, né altri.
Il 29 febbraio qualcuno chiese la crisi isterica: la signora dellAgenzia delle Entrate voleva che il vestito fosse ristretto di altri tre centimetri in vita; era dimagrita tutta per brillare alla festa. Vittoria avrebbe voluto dirle dove andare a brillare, ma pensò alle scarpe nuove per Bianca e tacque.
Lavorò tutta la notte fra vestiti da sistemare, il vestito per Bianca ancora da tagliare; occhi a palline, dita bucate, ma lalternativa era il nulla niente scarpe, niente cena.
La mattina del primo marzo accompagnò Bianca allasilo e si buttò a dormire due ore. Poi si raddrizzò malandata, continuò la maratona.
Il 2 marzo la suocera tornò alla carica: Io vengo lo stesso, anche Marco. Tu non puoi vietare a una nonna di vedere la nipote.
Cestinato e bloccato il numero.
Il 3 marzo, Bianca chiese:
Mamma, ma io ho la nonna?
Vittoria si bloccò.
Quale nonna?
Quella di papà. Livia ne ha due e tutte le regalano cose. Io solo la tua, che vive lontano. Quellaltra dovè?
Vittoria si inginocchiò davanti alla figlia.
Esiste, certo. Ma non la vediamo perché ha fatto soffrire la mamma. E comunque non ci volevano vedere.
Ora ci vogliono?
Da dove hai preso questa cosa?
Livia ha detto che le nonne vogliono sempre bene.
Maledetta Livia con le sue nonne.
Non tutte le nonne sono uguali, Bianca. A volte non vogliono, non possiamo obbligarle.
La mia non vuole?
Non lo so, amore. Dai, pensiamo al tuo vestito.
Bianca si riprese subito: Ci metti i lustrini?
Tutto quel che vuoi. Sarà il più bello.
Quella sera, finalmente, tagliò i pezzi del vestito di Bianca: tulle bianco, raso, nastri e sogni. Lo cucì tutta la notte, il cuore leggero. Quasi pronto allalba: solo qualche dettaglio, un po di lustrini, lorlo, il cerchietto.
Al mattino consegnò i lavori, incassò, prese la spesa e le scarpe rosa nuove per Bianca. Tornata a casa, la bimba saltellava provando le scarpette: Domani voglio andare alla recita con queste!.
E con il vestito nuovo.
Già pronto?
Quasi, stanotte lo finisco.
Me lo fai vedere?
È una sorpresa.
Bianca si accucciò sotto le coperte, impaziente.
Vittoria, alle undici di sera, si mise alla macchina da cucire. Bianca dormiva, il vento fischiava dietro i vetri, i cani abbaiavano, i vicini ascoltavano la radio. Mentre cuciva, pensava solo a come Bianca sarebbe stata orgogliosa domani. Fregandosene di Marco, della suocera, dei pettegolezzi. Cerano solo lei e sua figlia. E lamore cucito a punti stretti.
Alle cinque del mattino finì. Mise il vestito sulla gruccia, bene in vista. Andò a farsi il caffè. Dormire? Inutile, tra poco si riprende.
Alle sei Bianca in mutande e canottiera piombò in cucina, vide il vestito e si immobilizzò. Poi corse a toccare il tulle, avvolse il viso nel raso.
Mamma… è il vestito più bello del mondo.
Lo vuoi provare?
Sì!
Lo indossò e girò per la stanza in una nuvola bianca. Vittoria la guardava e piangeva, finalmente lacrime buone.
Arrivarono allasilo con dieci minuti danticipo. Lingresso era pieno di genitori e bambini, tra vestiti da favola e urla di foto. Bianca, con il suo vestito da sogno, rubava letteralmente la scena. Tutte chiedevano: Ma dove lhai trovato?. Bianca, fiera: Me lha fatto la mamma!.
Vittoria aveva gli occhi di vetro, la forza che le mancava. Appena i bambini entrarono in sala, crollò seduta in fondo e chiuse gli occhi. Solo un minuto…
In sala era caldo, profumo di borotalco, la maestra con il microfono e le poesie dei bimbi. Vittoria combatteva il sonno ma non ci riuscì e sprofondò via.
Non senti che chiamavano Bianca. Non senti la bionda col tailleur rosa che sussurrava: Guarda, dorme! Che mamma, saltarsi la recita per la sbornia!. Bianca sfilò a centro sala, mise a posto il vestito, cercava con lo sguardo la mamma. La trovò subito, in fondo, addormentata.
Mamma, disse piano ma la mamma non sentì.
Bianca, comincia pure, la sollecitò la maestra.
La bambina guardò la madre, le sue occhiaie, le mani piene di buchi, e alzò la voce sopra il brusio:
Non svegliate la mamma. Ha lavorato tutta la notte per cucirmi questo vestito.
Tutto il pubblico ammutolì, il tempo fermo. La bionda restò senza fiato. La maestra bloccata col microfono. Gli altri genitori si guardavano, chi abbassava gli occhi.
Bianca restava al centro, nel suo abito bianco di tulle e lustrini, e recitava la poesia, forte, precisa. Guardava la mamma addormentata, la sua festa, la primavera, lamore.
Alla fine scoppiarono gli applausi. Qualcuno gridò: Brava!. Bianca si inchinò e corse dalla mamma.
Vittoria si svegliò sentendo passi. Bianca, con un gran sorriso: Mamma, lho recitata tutta! Hai sentito?
Vittoria labbracciò:
Certo che ho sentito. Sei bravissima.
Ma tu dormivi, sussurrò Bianca però va bene, eri stanca. Andiamo a casa?
Andiamo, rispose Vittoria, stiracchiandosi dolorante. Si avvicinò la bionda:
Scusi, borbottò imbarazzata abbiamo be Sua figlia è speciale. E il vestito è bellissimo.
Vittoria annuì, senza parole. Sincamminò verso luscita. Nella sala guardaroba arrivavano altre mamme: Complimenti, Bianca era stupenda! Dove ha ordinato i vestiti? Vittoria rispondeva a caso, pensava solo a buttarsi sul letto.
A casa, crollò sul divano e dormì fino a sera. Si svegliò che Bianca la accarezzava.
Mamma, svegliati, voglio i pancake. Hai promesso.
Vittoria la fissò e sorrise:
Pancake? Ecco i pancake!
In cucina, tra farina ovunque e risate, prepararono insieme la cena. Stava bene.
La sera, dopo che Bianca si addormentò, Vittoria trovò sul cellulare un messaggio sconosciuto: Vittoria, buona sera, sono la mamma di Luca Galanti, il bambino che ha dimenticato la poesia. Lei può cucirgli un costume? Siamo rimasti tutti colpiti dal lavoro per sua figlia. Grazie a Bianca: ha insegnato a mio figlio ad avere coraggio. Le mando il video della poesia. Le auguro solo belle cose.
Rilesse il messaggio più volte, guardò il video. Poi la stanza dove dormiva Bianca. Labbracciò con il plaid, le diede un bacio.
Grazie, tesoro, per esserci.
Fuori la città rumoreggiava, cani abbaiavano, portoni sbattevano. Ma, nel piccolo appartamento al quinto piano, cera pace. E Vittoria capì: tutto andrà bene. Per davvero. Perché cè una ragione per cui faticare, per cui vegliare notte dopo notte. Dopo anni, il peso sul cuore si era sciolto. La vita continuava. Ed era bellissima.






