Amore materno
Chiara, sono Francesca De Santis. Hai dato da mangiare a Lorenzo oggi? la voce al telefono sembrava chiedere non del suo figlio trentaduenne, ingegnere informatico, ma di un gattino dimenticato sul balcone.
Chiusi gli occhi stringendo il telefono allorecchio. Sul tavolo della cucina il salmone al vapore con i broccoli ancora fumava. Lorenzo si asciugava le mani dopo la doccia, fresco e in forma dopo la corsa serale.
Buonasera, signora Francesca. Certo, ha già mangiato. Proprio ora ci sediamo a tavola.
E di cosa? la domanda arrivò subito. Ancora quella tua erbetta e il pesce sciapo? A un uomo serve la carne! Le calorie! Ieri in TV ho sentito che gli uomini magri muoiono prima. Vuoi fargli tirar le cuoia con le tue diete da fame?
Lorenzo, sentendo quel tono inconfondibile, alzò gli occhi al cielo e mimò il gesto: Di che non ci sono. Ma cera, eccome. La sua presenza, il suo nuovo corpo, le sue scelte: tutto pesava tra noi come un macigno silenzioso.
Signora Francesca, è lui che lo desidera. Sta benissimo così. Anche il medico ha elogiato le sue analisi.
I medici han solo voglia di scrivere ricette! sbuffò. Io sono sua madre, io vedo! Ha le guance scavate, le ossa sporgenti. Era un vero uomo, una volta. Ora Fagli almeno un bel risotto con losso! Domani porto io. O vuoi risparmiare anche sulla carne?
Così, ogni giorno, alle sei in punto il mio telefono iniziava a vibrare. Lo sapevo subito: era lei, Francesca De Santis. Mia suocera. Controllore, ispettrice, giudice suprema delle mie doti da moglie.
Eppure allinizio era andato tutto bene.
***
Otto mesi prima, Lorenzo tornò dallennesima visita aziendale pallido come un fantasma. Si fiondò sul divano, slacciò la cintura e sospirò, come se avesse corso la maratona di Roma.
Chiara, ho dei problemi disse senza fiato.
Mi si gelò il sangue: cuore? Fegato? Mille diagnosi terribili balenarono nella testa.
Che succede?
Pressione alta. Il medico dice che se non mi do una regolata, a quarantanni dipendo dalle pasticche. Colesterolo alto, zuccheri al limite.
Trentadue anni, un metro e ottanta, novantacinque chili. La pancia sporgeva oltre la cintura, il viso gonfio, il doppio mento ormai ben visibile. Gli anni tra aperitivi, pranzi di lavoro milanesi e sedentarietà da ufficio avevano trasformato il mio ragazzo atletico in un uomo affaticato.
Sono stufo disse a bassa voce. Stanco di restare senza fiato per una rampa di scale. Di vergognarmi in spiaggia. Basta.
Lo abbracciai. A me piaceva così comera. Ma se stava male dentro, qualcosa bisognava fare.
Facciamo insieme proposi. Impariamo a mangiare bene, troviamo una palestra. Preparo io i pasti.
Così fu. Lorenzo si iscrisse alla palestra Il Colosso, pianificò gli allenamenti con un coach personale. Io scaricai app per ricette dietetiche, comprai la bilancia da cucina e una vaporiera. Andavamo insieme a fare la spesa, leggevamo le etichette, contavamo calorie e proteine.
Il primo mese fu un inferno. Sempre irritato, affamato, malediva il riso integrale al vapore e il petto di pollo senza olio doliva. Poi pian piano il corpo si abituò: niente più sonnolenza dopo pranzo, le scale diventavano facili, i jeans sventolavano larghi.
Colazione? Porridge con frutti rossi e noci. Pranzo? Schiscetta di tacchino e verdure. Cena? Pesce, insalate, ogni tanto una tortina di ricotta magra. Addio maionese, fritti e panini del bar. Allinizio sembrava insipido, poi scoprimmo il gusto vero delle cose, e pure il broccolo cotto bene sapeva di festa.
I chili calarono lenti, poi veloci. Tre mesi: sette chili in meno. Sei mesi: dodici. Otto mesi: ottanta chili. Meno quindici, e che trasformazione! Viso scolpito, occhi luminosi, fisico tornato asciutto. In specchio: un altro uomo. Energico, risoluto, sicuro di sé.
Colleghi e amici lo elogiavano, chiedevano consigli, le ragazze in tram lo squadravano. Ero felice e orgogliosa: ce laveva fatta. Era rinato.
Quellestate, Francesca era a Nettuno da sua sorella; rientrò a settembre, senza aver visto Lorenzo per tre lunghi mesi. Telefonate sì, ma mica vedi la pancetta via voce.
E tornò.
***
Non lo dimenticherò mai. Sabato mattina, Francesca suonò il campanello allimprovviso. Eravamo ancora a letto. Lorenzo, sornione, aprì la porta in boxer e t-shirt.
Dal corridoio sentii il suo urlo.
Lorenzoooo! Santo cielo, coshai fatto?
Mi precipitai. Lei, immobile, buste della spesa in mano, bianca come un cencio, occhi spalancati. Guardava il figlio come unapparizione.
Ciao mamma sbadigliò lui. Che ci fai così presto?
Che ti è capitato?! Sei malato? Hai perso quanto? gettò le buste, tastandogli le spalle come a cercare ossa rotte. Sei uno scheletro! Che gli hai fatto?
Lultima domanda era per me. In pigiama sulla soglia, sentivo addosso la colpa non ancora pronunciata.
Mamma, sto bene rise Lorenzo. Ho solo perso peso. Sport e cibo sano.
Volontariamente?! lei sbiancò ancora di più. Perché?! Eri un uomo! Un vero uomo! Adesso sembri un sopravvissuto!
Signora Francesca, è in ottima forma intervenni. Analisi perfette.
Mi lanciò uno sguardo che pareva volermi avvelenare.
Tutta colpa tua, eh! stava quasi tremando. Lhai fatto crepare di fame!
Mamma! Lorenzo si rabbuiò. Nessuno mi fa niente. Lho scelto io.
Grasso?! Ma quando mai! Era robusto, virile! Non una cannuccia come ora!
Ma Lorenzo con ottanta chili e un metro e ottanta era normalissimo, anzi, finalmente in salute. Ma sua madre voleva il ragazzone di una volta.
Tirò fuori pentoloni: minestrone con ossobuco, patate arrosto e crostata di bietole. Messo tutto in tavola, ordinò a Lorenzo di mangiare subito.
Mamma, abbiamo già fatto colazione tentò lui.
Con cosa?! indagò in cucina, trovando resti di fiocchi davena e frutta. Questa pappina? Ma dai! Siediti, mangia come si deve.
Lorenzo cedette allo sguardo colpevole. Si accomodò e mangiò per non deludere la madre, che solo allora si rilassò.
Così si mangia. Non con quelle insalate e pesciolini! Un uomo ci vuole la carne, i sughi! Ora vengo più spesso a controllare dichiarò in tono solenne.
Dopo se ne andò. Lorenzo si abbandonò sul divano, sfinito.
Digerirò per ore gemeva. Non reggo più certe cose.
E il giorno dopo iniziarono le chiamate.
***
La prima: puntualissima alle sei.
Chiara, sono Francesca. Cosha mangiato Lorenzo a pranzo?
Non sapevo cosa rispondere.
Ha pranzato al lavoro, portava un contenitore con tacchino e verdure.
Tacchino?! Ma è carne secca! Gli serve maiale, con il grasso! E le verdure quali?
Peperoni, pomodori, cetrioli
Questo non è cibo. Sono contorni di contorni. Dovè la pasta? Le patate? Un uomo senza carboidrati muore.
Tentai di spiegare di riso e cereali, di dieta equilibrata, dellapprovazione del trainer. Lei ascoltò, poi chiuse: Io so come si cresce un uomo. Lho fatto diventare sano, in sei mesi voi lavete disfatto. Domani porto polpette. Vere, fatte in casa.
Il giorno dopo: colazione? Frittata di tre albumi e pane integrale.
Tre albumi? E i tuorli? Ma i tuorli sono pieni di vitamine! Risparmi pure sulle uova?
No, è che ha il colesterolo alto e
Il colesterolo dalle uova è una fesseria! Mio padre ne mangiava cinque al giorno ed è campato novantanni!
Nessuna discussione scalfiva.
La terza chiamata: palestra.
Va in palestra QUATTRO volte a settimana?! Ma impazzite? Muoiono di fatica! Il cuore cede!
Ha il personal trainer.
Quelli vogliono solo i soldi! Lorenzo deve stare calmo, non spaccarsi in due!
Stringevo i denti. Lorenzo tornava sereno ed energico dalle sedute, pressione perfetta, esami ottimi. Sua madre però lo dava mezzo morente.
Il quarto giorno: chiamata alle otto. Magari ha i vermi? Per questo dimagrisce
signora Francesca, Lorenzo non ha i vermi.
Avete fatto gli esami?
No, perché sta benissimo!
Bisogna farli! Anche la tiroide, lo stomaco. E se ha lulcera? E se ha la gastrite?
Passai la cornetta a Lorenzo. Provò a calmare la madre, spiegandole che era tutto sotto controllo. Lei ascoltò, poi concluse: Non capisci cosa ti stanno facendo. Vengo stasera.
Arrivò. Col tegame di risotto giallo e panzerotti. Lorenzo non seppe dirle no, ne assaggiò un po col volto colpevole. Mi dispiaceva per lui, di fronte a sua madre, incapace di scegliere liberamente, diviso tra due donne.
Chiara, perdonala. È anziana, non capisce mi disse dopo.
Se non la fermi, non finirà lo avvertii.
Si abituerà, vedrai.
Ma non si abituò. Le chiamate proseguirono, spesso due al giorno, sempre più strampalate.
Avete lacqua calda? Magari dimagrisce per il freddo
Va a letto senza cena?
I frullati di proteine sono veleno chimico!
Avviò allarmi in famiglia: una volta la zia telefonò preoccupata Vuoi che ti porti dal medico? O aiuto per mangiare meglio?
Lorenzo, furioso, telefonò alla madre. Lei pianse: Non mi vuoi più bene! Non dormo, ho paura che mi perdiate.
Si arrese. Le promise di vederla più spesso, di rassicurarla.
***
Dopo una settimana andammo da lei. Lorenzo indossò una vecchia camicia che ora pendeva sulle spalle. Francesca aveva imbandito la tavolata: pollo arrosto, patate, insalata russa, torta.
Mangia, Lorenzo, forza. Devi riprenderti.
Realizzai che era una trappola: se non mangiava, era un affronto. Se mangiava, mandava in fumo mesi di fatica.
Assaggiò qualche pezzo di pollo e un po di insalata senza maionese. Rifiutò patate e dolci. Francesca lo fissava livida.
Non vuoi nemmeno la mia torta? la voce tremava. Ho fatto lalba per te.
Non posso, mamma. Seguo una dieta.
Che dieta?! Quella fame! Guarda come sei, pelle e ossa! mi fulminò. Tutto merito tuo! Lhai costretto! Sei magra, lo vuoi magro anche lui!
Mi strozzai col tè.
Signora Francesca, lha scelto lui
Ha scelto! Gli uomini non scelgono in cucina! Ci deve pensare la moglie! Tu gli dai lerba! Bastano i contenitori vuoti che si porta dietro: solo insalata!
Cè carne, cereali
Basta! strillò. Io non vengo a insegnarti il lavoro. Non insegnarmi a nutrire mio figlio! Lho fatto grande io, tu lhai rovinato!
Lorenzo si alzò.
Mamma, basta. Chiara non centra.
Ovviamente, la difendi. La moglie difendi e la madre la offendi! Ti ho cresciuto sola, dopo papà, e ora ascolti questa qui
La parola rimase là, sospesa.
Ce ne andammo. In macchina, silenzio. Lorenzo stringeva il volante, la mascella serrata. Io guardavo fuori e bollivo dentro.
Poco dopo mi chiamò Francesca.
Chiara, scusa. Non volevo dire certe cose. Ma sono una mamma, non ce la faccio a vederlo così ridotto. Era bellissimo prima, ora
Lo è ancora risposi netta.
Forse per te. Ma qui dicono tutti che è smunto, irriconoscibile. Sembra quasi povero, che state tirando la cinghia
Non ci manca nulla.
Allora perché non mangia? Perché?
Ero sfinita. Sfinita dalle spiegazioni, dalla necessità di difendermi, dalle accuse di cattiva moglie.
***
Il conflitto cresceva. Francesca telefonava a tutte le ore: cosa avessi cucinato, quante volte Lorenzo aveva mangiato, se si sentiva male. Voleva sapere tutto.
Una volta telefonò sul lavoro. Una collega, sgranando gli occhi, mi porse il cellulare.
Chiara, sono Francesca. Lorenzo non risponde. Come sta?
Il cuore mi saltò un battito.
Non so, sono in ufficio. Lo chiamo.
Lorenzo rispose subito: Tranquilla, amore, ho lasciato il telefono in silenzioso in riunione.
Richiamai Francesca: Oh, meno male. Avevo paura fosse svenuto per la fame.
Non sta morendo di fame!
Dici così ma ieri sentivo un medico in TV: perdere tanti chili in fretta è pericoloso, cadono persino gli organi! Ha fatto visite dopo aver dimagrito?
Dal medico di base. Tutto ok.
Ma da quello dello stomaco? Del cuore? Delle ghiandole?
Perché, se sta bene?
Adesso, sì Ma poi? Un amico mio è dimagrito e dopo un anno è finito col mal di pancia, aveva lulcera.
Chiusi la chiamata e mi lasciai cadere sulla scrivania. Le colleghe mi guardavano con compassione.
La suocera? capì una.
Annuii.
Anche la mia. Ogni giorno ispezione. Fino a che non ho obbligato mio marito a scegliere: o lei o me. Ha scelto me. Lei ha smesso dopo mesi.
Ma non potevo esser così drastica. Francesca era sola, vedova, nessun altro oltre il figlio. Lorenzo era tutto per lei. Capivo la sua paura, lo vedevo anche io: il timore di perderlo, che cambiasse, che scivolasse via. Ma non potevo tollerare più queste intromissioni.
Quella sera parlai a Lorenzo.
Dobbiamo parlare.
Lui mi guardò allarmato.
Di tua madre. Non ce la faccio più. Ogni giorno una telefonata. Controlla tutto. Mi accusa di affamarti. È estenuante.
Si preoccupa
Non può rovinare la nostra vita. Non vedi che mi tratta da babysitter incapace?
Non intende quello.
E allora perché telefonare ogni santo giorno a chiedere se ti nutro? Perché portare pentole alludendo alla mia incompetenza?
Lorenzo abbassò lo sguardo.
Chiedile di smettere. Che chiami te, non me.
Va bene mormorò.
Lindomani la chiamò; Francesca si fermò per due giorni. Poi ricominciò, ma ora assillava Lorenzo: cinque telefonate al giorno. Lui era nervoso, isterico. Una sera sbottò, tirando il telefono sul divano.
Basta! Non reggo più!
Che succede?
Ora chiama solo me! Mattina, pomeriggio, notte! Sembro allagonia!
Lo abbracciai.
Bisogna parlarle, di persona, tutti insieme. Dirle che sei felice, che è la tua scelta, che la rispetti ma vuoi pace.
Non capirà mai.
Proviamoci.
***
Sabato andammo da lei. Apparecchiato tutto come sempre, ma stavolta Lorenzo nemmeno si sedette.
Mamma, dobbiamo parlare.
Lei, piatti in mano, si bloccò.
Di cosa?
Degli ultimi due mesi. Delle tue chiamate, del modo in cui tratti Chiara, del tuo rifiuto del mio cambiamento.
Francesca si sedette, pallida.
Mi preoccupo. È il mio diritto di mamma.
Puoi preoccuparti, ma non controllarmi. Ho trentadue anni. Ho una mia famiglia. Decido io come vivere.
Davvero sei tu che decidi o è lei? e mi guardò.
Mamma!
Dimmi la verità! Non mangi più quello che ti preparo. Non ami più la mia cucina! Lei ti ha convinto con quelle sue diete!
Nessuno mi ha manipolato. Sono io che volevo cambiare. Per salute. Il medico lo ha detto: a questa andatura andavo a finire male. Ora sto bene. Ho energia, pressione normale, analisi perfette. Non lo vedi?
Vedo solo che hai buttato giù quindici chili! Non somigli più a te stesso!
Ora sono quello che sono davvero. Prima ero grasso ed ero stanco, ora sto bene.
Lei si mise a piangere, si pulì col fazzoletto.
Ho paura. Paura che ti ammali. Sei tutto ciò che ho. Se succede qualcosa, non reggo.
Lorenzo le prese la mano.
Sto meglio, mamma. Il peggio sarebbe continuare come prima. Magari un giorno un infarto, un ictus. Ora quei rischi non ci sono più.
E se sei dimagrito troppo?
No, sto nel mio peso giusto.
Lei guardava le mani intrecciate.
Ma tutta questa palestra, questa dieta, a cosa serve? Una volta si viveva e si mangiava normale
Una volta si camminava, non si stava otto ore seduti intervenni. Il cibo era diverso, meno grassi e zuccheri. Ora bisogna stare attenti.
Mi guardò in modo struggente.
Mi stai portando via mio figlio.
Rimasi interdetta.
Non posso rubartelo, è tuo figlio. Io voglio solo il mio posto accanto a lui.
Prima veniva a mangiare qui, parlavamo. Ora non vuole nulla. Sento di non servirgli più.
Non è così, signora. Conta esserci, chiacchierare, fare altro insieme. Non è il piatto di lasagne che misura lamore!
Ho sempre cucinato per lui. È tutto quello che so fare.
Compresi: non era cattiva, solo spaesata. Il cibo era il suo modo di amare, unico e insostituibile. Ora non funzionava più e lei non sapeva chi era.
Siete importante, come madre, non solo come cuoca. Venga da noi, cuciniamo insieme piatti nuovi. Ma basta chiamare ogni giorno per sapere se lho sfamato. Non va bene, per me, per lui.
Francesca annuì, tamponando le lacrime.
Proverò.
Uscimmo con una speranza. In macchina, Lorenzo mi strinse la mano.
Grazie, non hai mai perso la calma.
È dura, per me, ma credo sia molto peggio per lei. Ha paura, ecco tutto.
Non sarà mai sola, te lo prometto.
***
Per una settimana, silenzio. Pensavo ad uno squarcio di pace. Ma il sabato sera il telefono squillò alle cinque e mezza.
Chiara, sono Francesca.
Mi irrigidii.
Buonasera.
Pensavo domenica venite qui? Preparo lorata al forno con verdure. Ho trovato la ricetta su internet, quasi niente olio. E uninsalata leggera.
Mi mancò il fiato.
Arriviamo di sicuro.
E… scusami per tutto. Mi sono spaventata. Credevo di perderlo.
Non lo perderà mai.
Ora lo so.
Riattaccò e rimasi un po in cucina, il telefono in mano. Lorenzo uscì dal bagno, notò la mia espressione.
Che succede?
Tua mamma ci ha invitati. Vuole provare la cucina sana.
Sorrideva incredulo.
Sta facendo il possibile.
Sì.
Ma sabato sera suonò ancora.
Chiara scusami, ma la carota in forno va bene? E la barbabietola? Ho letto che sono caloriche
Sospirai.
Vanno bene. Tutto con moderazione.
Quanto, cento grammi? Duecento?
Cento bastano.
E per il pesce? Meglio branzino o orata? La trota è troppo grassa?
Va bene anche la trota, ha grassi buoni.
Ah non lo sapevo. E la pasta integrale si può mettere un filo di burro?
Capivo che la strada sarebbe stata lunga. Ma almeno ora provava a capire.
Solo un cucchiaino va bene.
Segno tutto. Scusa se chiamo tanto.
Non fa niente.
Spero solo vada tutto bene, che restiate contenti.
Certo che lo saremo.
Riattaccò. Lorenzo rideva ascoltando.
Adesso chiama per sapere le grammature?
Meglio questo che accuse.
Decisamente.
***
Alla domenica, seduti da Francesca, la tavola era diversa: orata al forno con limone ed erbette, verdure grigliate, orzo come contorno, insalata senza salse. E una fettina minuta di crostata, per tradizione.
Ho dato il meglio disse imbarazzata. Se non va, ditemelo.
Lorenzo assaggiò il pesce, chiuse gli occhi, soddisfatto.
Mamma, è perfetto.
Lei si illuminò.
Davvero? Temevo venisse secco. Sulla ricetta cera scritto venti minuti, io ho aspettato venticinque
È ottimo, signora confermai. Davvero brava.
Lei abbassò lo sguardo e giocherellò coi capelli.
Vorrei imparare anche i vostri frullati, me li insegni?
Con piacere.
Si mangiava e si sorrideva. Nessuno a spingere porzioni, nessuna ramanzina, solo racconti di vicini, orto, serie TV. Solo chiacchiere e presenza.
Quando andammo, mi abbracciò forte.
Grazie, Chiara. Per non mollare. Per aiutarmi a capire.
Va tutto bene, stia tranquilla.
In macchina Lorenzo mi prese la mano.
Sembra linizio di un cambiamento.
Sì.
Ma dopo tre giorni chiamò ancora. Puntuale alle sei. Vidi il nome sullo schermo e il cuore mi balzò.
Chiara, sono Francesca. Hai dato da mangiare a Lorenzo?
Mi fermai.
Certo.
E che cosa?
Solo allora capii che non sarebbe mai finita. Che avrebbe sempre telefonato. Magari meno spesso, magari con scuse nuove. Perché quello era il suo modo di restare dentro la vita del figlio. Di sentirsi ancora necessaria.
Signora Francesca risposi decisa Se vuole sapere cosa mangia Lorenzo, chieda a lui. È adulto, sa raccontarlo lui.
Ma
Ascolti. Non posso più dirle tutto. Non è giusto. Se si preoccupa, venga qui da noi. Ma basta interrogatori.
Silenzio, solo il suo respiro.
Hai ragione mormorò. Scusami. È labitudine.
Le abitudini si possono cambiare.
Proverò.
Riattaccò.
Lorenzo uscì, ansioso.
Tutto ok?
Non lo so. Ma le ho detto quello che andava detto.
Mi abbracciò.
Sono fiero di te.
Ma io sono stanca. Sfinita da questa lotta per essere tua moglie e non una bambinaia sotto esame.
Lo so. Perdona se non ti ho difeso subito.
Fallo ora.
Lo farò.
Passò una settimana. Nessuna chiamata. Unaltra ancora. Pensavo forse fosse la volta buona, finalmente una tregua.
Ma il venerdì sera il citofono suonò. Aprii: Francesca con un sacchetto piccolo in mano.
Ciao, Chiara. Disturbo?
Prego, entri.
Entrò, si tolse le scarpe, andò in cucina. Tirò fuori un contenitore.
Ho fatto uno spezzatino vegetariano, senza olio. Provate, magari vi piace.
Lorenzo la abbracciò.
Grazie, mamma.
Niente sto ancora imparando il vostro modo. Non giudicate.
La cena fu buonissima. Francesca seduta di fronte, guardava felice.
Vi piace?
Tanto, disse Lorenzo.
Allora sono felice io.
Dopo un po se ne andò, senza domande, senza ispezioni alla dispensa, senza prediche. Solo presenza.
Quando uscii a chiudere la porta Lorenzo mi abbracciò da dietro.
Forse sta davvero cambiando.
Forse.
Ma sapevo che era una pace fragile. Che ci sarebbero stati altri momenti difficili, vecchie abitudini dure a morirsi, tentativi di tornare indietro. Ma ora sapevo di poter dire no. Di poter alzare un muro. Che la mia famiglia era mia, che Lorenzo era con me.
Il lunedì successivo, alle sei in punto, il telefono.
Chiara, sono io! Disturbo? Volevo soltanto sapere: domenica ci siete? Vorrei imparare i vostri biscotti di ricotta, quelli senza farina. Mi aiuti?
Sorrisi.
Certo, Francesca. Li facciamo insieme.
Lei salutò, chiuse la chiamata.
Lorenzo mi guardò curioso.
Un passo avanti?
Piccolo. Ma sì, avanti.
Mi baciò la fronte.
Ci sta provando.
Ci prova.
E pensai che forse, un giorno, le sue chiamate non sarebbero state più controlli, ma solo telefonate damore. Solo allora sarei davvero serena. Ma per ora, quella sera, con la cena sana che si raffreddava e il crepuscolo romano fuori dalla finestra, sapevo solo una cosa: la battaglia era ancora aperta, ma la nostra linea era chiara. Eravamo sullo stesso fronte, insieme.







