Il ciclo del tempo

LAnello del Tempo

Lucia è seduta a un tavolino di una piccola caffetteria a Trastevere, accanto al suo ormai da venti minuti ex marito.
Ecco, è finita, dice Andrea.
Sì, risponde Lucia, rigida.
Davvero ridicolo, come sono andate le cose…
Ridicolo? Tu mi tradivi da anni, Andrea! E ora pensi solo che sia stato stupido farti scoprire? Prima o poi avrei comunque saputo tutto!
Va bene, Lucia, vado. Ma sappi che puoi ancora contare su di me. E… ti ho amata, ti amo ancora.
Grazie, Andrea. Ma se mi ami, perché unaltra donna?
Tu sei la madre dei miei figli, ma con lei mi sentivo spensierato. E anche tu e lei siete state la spinta dietro tutto quello che ho ottenuto. Senza di voi, nulla sarebbe stato possibile.
Non preoccuparti, ti farai unaltra famiglia e crescerà la tua motivazione…
Non credo proprio… lei non può avere figli…
Andrea si gira e se ne va.

Lucia termina il suo tè e, uscita dal caffè, prende una boccata daria fresca. Avrebbe potuto usare la macchina o chiamare un taxi, ma oggi vuole essere tra la gente pur restando da sola, quindi imbocca la scala della metropolitana.

Salita su un treno della Metro B, si siede e si perde nei pensieri. Le scorrono davanti le immagini: il primo incontro con Andrea, il matrimonio a Roma, la nascita del figlio e poi della figlia. Era felice. Certo, qualche discussione, ma nulla di grave. Poi, sua amica le manda una foto: suo marito che bacia unaltra. E, dopo ventanni insieme! Poi scopre che la tradisce da chissà quanto. Tutto crollato. Ha chiesto il divorzio, pensando che sarebbe stato un sollievo. Non lo è.

Ma chi è questa donna? Da dove è saltata fuori? Come vorrei che non si fossero mai conosciuti! Se solo lo potessi cambiare…

Attenzione, si chiudono le porte. Prossima fermata Garbatella.
Ecco, è la mia, pensa Lucia.

Torna sopra, esce dalla metropolitana, ma non ha voglia di rincasare. Così gira per i vicoli, si perde un po. Fa buio e sente che le fanno male i piedi.
Non posso scappare da me stessa. È ora di tornare.
Guarda lorologio: sono già le 19:00. Si dirige verso il suo palazzo, getta unocchiata alle finestre. Qualcosa non torna: cè una luce accesa.
Nessuno dovrebbe essere in casa. La figlia è in campagna, il figlio dalla fidanzata, Andrea dovrebbe stare dalla sua amante… Un ladro?
Sente un brivido.

Prende lascensore, apre la porta con la sua chiave ed entra lentamente.
Finalmente!
Andrea compare dalla cucina. Ma Lucia lo guarda sbalordita: barba di due settimane, pancetta gonfia, tuta vecchia e sformata. Comè possibile? Tre ore fa era diverso!
Dove sei stata? urla lui. Dammi lo stipendio, oggi lhai preso!
Lei sgrana gli occhi. La casa è la sua, ma i mobili sono quelli vecchi di anni fa, nemmeno dopo la prima ristrutturazione.
Quale stipendio? E che ci fai qui tu?
Ci vivo, ovvio! E la cena? È pronta?
Non ci capisco nulla…
Inizia a togliersi il cappotto, poi si blocca. Si avvicina allo specchio: la riflessione mostra una donna stanca, un po sovrappeso, con una pettinatura brutta e senza trucco, vestita con abiti dozzinali.
Che succede? Perché mi guardi così? E la cena, i soldi?
Meccanicamente si cambia. Vicino alla porta ci sono delle borse della spesa, anche se lei non era al supermercato. Ma le porta in cucina. Dentro, trova unaltra sorpresa: il figlio con una ragazza sconosciuta e una pettinatura stupida sono a tavola, già a mangiare.
E tu che ci fai qui? chiede Lucia al figlio riponendo la spesa.
Ehm, in realtà vivo qui con Martina
Ma non vivi nellappartamento tuo, quello che ti abbiamo comprato io e tuo padre?
Il figlio ride amaro:
Questa è una battuta? Voi due mi avete comprato un appartamento? Ma papà ha smesso di lavorare anni fa, e anche quando lavorava portava a casa meno di niente! Mamma, sembri aliena oggi!
Lucia si strofina la fronte:
Non mi sento bene Ma dovè Maria?
Maria? Chi?
Tua sorella!
Mamma, non ho mai avuto una sorella Vuoi che chiami aiuto?
No! grida Lucia mentre si allontana.

Andrea le blocca la strada:
Il pranzo? Mi dai da mangiare o no?
Il figlio ride di nuovo:
Ma dai, mamma non cucina più per te da anni.
Eh, ci speravo e Andrea si sprofonda davanti alla TV.

Lucia lo guarda: questAndrea di adesso non ha certo unamante. E lei è solo unombra
Si infila il cappotto:
Dove vai? chiede il figlio.
Solo a fare due passi

Fuori, Lucia corre verso la metro. Sa solo che lì sotto, tra i treni e la folla, potrà rimettere in ordine i suoi pensieri.
Sale sul treno e si appoggia alla porta.
Cosa succede? Dove sono finita? Anche i vagoni della metro sono diversi, vecchi Starò sognando? Si pizzica. No, non sto sognando.
Aveva letto storie su realtà parallele, gente sparita nel nulla. Ma viverlo sulla propria pelle… No, è follia! Non può essere vero! Eppure si guarda: abiti che mai avrebbe indossato, un telefonino che non riconosce
Mamma mia Cosa faccio? Io volevo solo che quellaltra donna non esistesse. Però, forse ha avuto il suo ruolo. Guarda qui: senza di lei, la mia vita è solo grigia. Andrea spento, anchio spenta! E sto ancora con lui solo perché non ho alternative. No così non voglio vivere.
Lucia continua a cambiare vagoni, a incrociare banchine. Sembra eterna la notte nei tunnel della metro; poi guarda lorologio: solo mezzora è passata.
Il tempo non torna. Comè possibile aver attraversato Roma così in fretta?
Salta di nuovo sul treno.
Attenzione, si chiudono le porte. Prossima fermata Garbatella.
È la mia, constata Lucia, con il cuore in gola. Scende per strada e scoppia a piangere.
Signora, si sente male? le chiede un passante.
Sto bene, grazie… mente Lucia, provando a calmarsi.
Non voglio tornare in quella casa! Non è la mia vita! Come vorrei tornare alla mia vera realtà! Al diavolo il divorzio; meglio la mia vita, anche con i suoi dolori. Stop!
Si ferma distinto. Eccola lì, la sua palazzina, le finestre illuminate

Fermati! Anche nelle situazioni peggiori cè qualcosa di buono. Sono sempre io: conosco me stessa e Andrea, so quanto valgo. E perché mai deve poltrire davanti alla TV senza fare nulla? Adesso gliela faccio vedere io! Sta a vedere come lo smuovo! Vedrai che si rimette in carreggiata Forza, Lucia!
Presa da nuove energie, Lucia corre alle scale, sale e spalanca la porta, subito accecata da una luce fortissima.
Dove sei stata? Cominciavamo a preoccuparci! gridano tutti.
Lucia apre gli occhi, incredula. Davanti a lei: Andrea, poi entrambi i figli la figlia, Maria! tutti col viso sconvolto.
Guarda che ore sono! Sono già le 7, ti aspettavamo da un sacco! quasi urla Andrea.

Lucia deglutisce, cerca di trovare le parole:
Ma come, sono già le sette? Mi sembrava di più…
Si guarda intorno: tutto è tornato familiare, mobili amati, abiti riconosciuti, volti noti Si fionda allo specchio: la Lucia che guarda è proprio lei.
Cosa succede? Cosa fate tutti qui? E tu? punta il dito su Andrea. Oggi abbiamo divorziato!
Lucia, non agitarti, la rassicura Andrea. Sì, abbiamo firmato, ma guardami: non cè nessuna amante, non cè mai stata
Come sarebbe? Ho visto la foto con i miei occhi. E tu nemmeno hai negato!
Sì, la foto Ricordi quando sono andato a pesca con i miei amici?
Lucia annuisce.
Abbiamo voluto fare uno scherzo alle nostre mogli, una specie di test Volevamo vedere come avreste reagito. Era solo uno scherzo.
Lucia crolla sulla sedia. Sente la rabbia salirle in gola:
Ma siete matti? Ma come si fa a scherzare così? Non immagini cosa ho passato, io e i ragazzi? Sapevano tutto?
No, loro non centrano.
Allora Lucia ricorda la realtà parallela, quanto laveva fatta soffrire. E quanto aveva desiderato tornare indietro Eccola di nuovo qui: la casa vera, la sua famiglia, nessuna amante. Si tranquillizza allimprovviso.
Va bene Ma allora loro due?
Ho chiamato io i ragazzi. Eri partita alle tre e poi, niente, telefono spento, auto parcheggiata, ci siamo preoccupati
Va bene, chiamali: prendiamo un tè tutti insieme.
E così la famiglia si ritrova al tavolo: il profumo del tè che si mescola alle risate e alla quotidianità.
Mamma, dove sei stata tutto questo tempo? chiede il figlio.
In metro Cercavo di rimettere insieme i pezzi, risponde Lucia, sorridendo.

Daltra parte, come avrebbe potuto dire che aveva vissuto in un anello del tempo? Nessuno le avrebbe mai creduto. Così, seduta tra i suoi cari, Lucia gode del tepore della sua realtà vera. Anche se, a essere sinceri, è proprio la sua?

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Il ciclo del tempo
«Mamma si è ammalata e verrà a vivere da noi: dovrai occuparti tu di lei!» – annunciò il marito a Silvia. — «Scusa, come?» — Silvia abbassò lentamente il telefono con cui stava controllando la chat di lavoro. Marco era fermo sulla soglia della cucina, le braccia incrociate sul petto. Sembrava appena aver comunicato una decisione definitiva, non soggetta a discussioni. — «Ho detto che mia madre starà da noi per un po’. Ha bisogno di assistenza continua. Il medico ha detto almeno due o tre mesi, forse anche di più.» Silvia sentì dentro di sé qualcosa stringersi, molto lentamente. — «E quando avresti preso questa decisione?» — chiese, cercando di mantenere la voce calma. — «Questa mattina, parlando con mia sorella e il medico. È tutto già deciso.» — «Quindi avete deciso in tre, e a me tocca solo incassare la notizia e dire sì?» Marco si accigliò leggermente, come qualcuno che si aspetta delle obiezioni ma resta comunque sorpreso che arrivino. — «Silvia, dai, capisci. È mia madre. Chi altri dovrebbe prendersene cura? Mia sorella è a Milano, ha bambini piccoli, lavora… E noi abbiamo una casa grande, tu sei spesso a casa…» — «Lavoro cinque giorni a settimana, Marco. Dalle nove alle sette, a volte anche di più. Lo sai anche tu.» — «E allora?» — fece spallucce. — «Mamma non è esigente. Basta che qualcuno sia con lei. Dai le medicine, riscaldi il pranzo, la aiuti un po’ in bagno… Ce la farai.» Silvia fissava il marito, sentendo un’insolita freddezza nel petto. Non ancora rabbia. Solo una chiarezza gelida: lui davvero crede che sia tutto normale. Che il suo lavoro, la sua stanchezza, il suo tempo libero siano tutte cose di poco conto, subordinate al “bisogno di mamma”. — «Avete pensato di prendere una badante?» — chiese piano. Marco fece una smorfia. — «Sai quanto costa. Una brava badante… almeno milleduecento euro al mese. Dove li troviamo?» — «Hai pensato di prendere tu un periodo di aspettativa? O magari il part-time, per un po’?» Marco la guardò come se le avesse chiesto di buttarsi dal balcone. — «Silvia, ho una posizione di responsabilità. Non mi lasciano via per due mesi. E poi, non sono un infermiere. Non so misurare la pressione, controllare le terapie…» — «E io invece sì?» — chiese, senza alzare la voce. Molto calma. Marco esitò. Forse, per la prima volta, gli sfuggiva il copione prestabilito. — «Sei una donna» — disse infine, con una sincerità tale che Silvia per un attimo ebbe perfino voglia di ridere. — «Hai… l’istinto. Sei sempre stata più brava con i malati.» Lei annuì lentamente — più a se stessa che a lui. — «Quindi, questione di istinto.» — «Be’, sì.» Silvia posò il telefono a faccia in giù sul tavolo. Guardò le proprie mani. Le dita tremavano leggermente. — «Bene» — disse. — «Facciamo così: tu prendi l’aspettativa per due mesi. Io continuo a lavorare. Assistiamo tua madre insieme: io la sera e nel weekend, tu di giorno. Va bene così?» Marco aprì bocca. Poi la richiuse. — «Sei seria, Silvia?» — «Serissima.» — «Ma ti dico che non mi lasciano…» — «Allora prendiamo una badante. Io pago la metà. O anche il 60%, se pensi che guadagno di meno. Ma da sola non mi prendo carico di tutto. Non lo faccio.» Cadeva un silenzio denso, in cui si sentiva solo il ticchettio dell’orologio. Marco tossì. — «Quindi… vuoi rifiutare?» — «No» — rispose lei, alzando lo sguardo. — «Rifiuto di essere una badante gratuita 24 ore su 24, lavorando a tempo pieno e senza essere interpellata. Non è la stessa cosa.» Lui la fissò, incredulo. — «Capisci che è mia madre?» — chiese, con quella vena di risentimento pesante di chi affronta per la prima volta la responsabilità di un genitore anziano. — «Lo capisco» — disse Silvia, pacata. — «Per questo cerco una soluzione che rispetti tutti. Anche la tua mamma.» Marco si girò di scatto e uscì dalla cucina. La porta si chiuse, forte ma non troppo. Silvia restò seduta, fissando il tè ormai freddo nella tazza. Pensò con distacco: «Ecco, è iniziata.» Sapeva che era solo un inizio. Sapeva già che lui avrebbe chiamato la sorella. Poi la madre. Poi ancora la sorella. Che di lì a poco avrebbe suonato la suocera, che abitava a dieci minuti da lì e di certo aveva già “sentito tutto”. Sapeva che l’avrebbero accusata di freddezza, di egoismo, di non sapere più cosa significa “famiglia”. Ma soprattutto, per la prima volta capì una cosa semplicissima. Non aveva più intenzione di scusarsi per il desiderio di dormire più di quattro ore per notte. Né per il fatto che il suo lavoro non era un hobby. Né per avere anche lei nervi, vene e il diritto a non trasformare la propria vita in un’infinita corsia d’ospedale. Si alzò, aprì la finestra. L’aria fresca della notte, il profumo di asfalto bagnato e del lontano fumo di un fuoco le riempirono i polmoni. «Che dicano ciò che vogliono, — pensò. — L’importante è che io ho appena detto il mio primo “no”.» E questo “no” fu il più forte che avesse pronunciato in dodici anni di matrimonio. (La storia prosegue…)