Mi hanno portato via dallorfanotrofio quando avevo solo due anni. E lì dentro ci ero finito dopo che una pattuglia dei carabinieri mi aveva trovato su una panchina, al parco, avvolto in una copertina e piangente, proprio nella zona dove si radunavano ogni giorno gli sbandati a bere il loro vino economico.
I miei genitori adottivi mi adoravano. Mi volevano un bene immenso e cercavano in tutti i modi di nascondere il fatto che fossi adottato. Addirittura, avevano cambiato città, trasferendosi da Palermo a Bologna, così che nessuno potesse mai dire, nemmeno per sbaglio, che non fossi loro figlio naturale.
Ma a scuola, si sa, i segreti non durano mai. Qualcuno aveva scoperto tutto e aveva pensato bene di spargere la voce. In poco tempo mi chiamavano il trovatello, o peggio ancora, lo scarto della strada. Mi prendevano in giro, mi deridevano, mi puntavano il dito contro e, talvolta, mi menavano. Non ho mai davvero capito il perché. Ero, dopotutto, un bambino tranquillo e silenzioso.
Quando mio padre venne a sapere quello che succedeva a scuola, il volto gli si incupì. Mi portò subito in una palestra di boxe da un suo vecchio amico di fiducia. Lì mi prendevano a pugni senza pietà, cercando di buttarmi a terra, ma io mi rialzavo sempre, con la bocca sporca di sangue, accennando un sorriso. Dopo la scuola, quello per me era quasi un sollievo.
Ben presto imparai non solo a difendermi, ma anche a togliere quel sorrisetto arrogante dalla faccia dei bulli che mi tormentavano. Diventai lincubo della scuola.
Dopo il diploma, mi iscrissi a Zoologia allUniversità di Bologna. Una volta laureato, presi parte a una spedizione scientifica. Tornai a casa con un buon lavoro: collaboravo con una rivista di animali, lavoravo alluniversità e svolgevo anche servizio al grande zoo cittadino.
Sembrava che tutto andasse bene. Ma poi mia madre si ammalò.
Gettai allaria tutto: università, lavoro. Rimasi in casa a curarla notte e giorno mentre tentavo di scrivere qualche articolo per la rivista. Si era ammalata poco dopo la morte di papà, che se nera andato allimprovviso, un infarto alla guida del suo camion, mentre lavorava per una ditta di trasporti.
Dopo aver seppellito anche lei, mi trasferii nel loro appartamento. Lì ogni cosa mi ricordava i miei genitori, che avevano fatto così tanto per me.
Fu in quel periodo che raccolsi il mio primo, piccolo, grigio gattino randagio.
Vieni, piccolo trovato, gli dissi, non piangere, ora andrà tutto bene. Anche io, un tempo, ero un trovatello di strada.
Quello fu il primo. Nel giro di poco tempo, la mia umile casa si riempì di gatti e cani randagi.
Facevo davvero il possibile per prendermi cura di tutti: cambiavo la sabbietta, li portavo a passeggio, li portavo dal veterinario. Così passarono gli anni.
Tra la cura degli animali, il lavoro alluniversità, perché nel frattempo ci ero tornato, e gli articoli per la rivista, il tempo volava. La vita sentimentale invece lasciava molto a desiderare.
Certo, qualche donna la conoscevo, ma tutto finiva quando, per la prima volta, la invitavo a casa mia. Sapete, ci sono uomini per cui il disordine è una vera maledizione.
Ero proprio uno di quelli: nonostante ci provassi, proprio non riuscivo a mettere in ordine. Così le donne, appena entravano nella mia piccola abitazione, sentivano già lodore, vedevano il disordine, i peli e sentivano abbaiare e miagolare. Storcevano il naso e, da quel momento, basta. Non rispondevano più ai miei messaggi.
Così, arrivato alla soglia dei cinquantanni, ero ancora solo. Buon stipendio, bella posizione alluniversità, bei lettori affezionati della rivista. Ma in amore… nulla.
Questo appuntamento lavevo organizzato dopo aver visto una foto sua su un sito di incontri. Mi era piaciuta subito. Quando arrivai al ristorante e mi sedetti, sentii il sudore bagnarmi la fronte.
Davanti a me cera una vera bellezza, avrà avuto quarantanni appena: gambe lunghe, viso curatissimo e un abito firmato che gridava lusso.
Ma che ci faccio qui, pensai. Una donna così giovane e bella e io, vecchio, stanco, pieno di animali in un appartamento che fa pena
Restammo a parlare un po, ordinammo qualcosa da mangiare e bevemmo appena un bicchiere. Lei mi guardava senza capire perché avesse accettato quellappuntamento, con uomini migliori che le scrivevano in continuazione. Eppure, qualcosa la tratteneva. Forse quel sorriso infantile e disarmato che continuava a vedermi sulle labbra.
Ma sarà scemo? pensava. Perché sorride sempre e perché io ancora ascolto i suoi racconti di viaggi?
Ma, allimprovviso, mi sentii dire:
Guardi, la ringrazio, so benissimo che non le sono adatto, e certo non mi risponderà più. Il fatto è che a casa mia regna il caos, ci sono troppi gatti e cani.
E sorrido.
Sta mentendo, vero? Perché dice bugie? si stizzì lei.
Ma no, dico la verità. Se vuole, ora le mostro!
Ah sì? Se ora mi alzo e vengo con lei a casa sua, poi se la sentirà di spiegare?
Certo che sì, risposi, sempre più confuso.
Pagammo il conto in euro naturalmente e ci avviammo verso la mia utilitaria.
Salimmo al secondo piano e, appena aprii la porta, mi si gettarono tra i piedi quattro gatti e tre cani. E lì, loro, occhi fissi su di lei…
Santo cielo! esclamò mettendosi le mani nei capelli. Sette paia docchi la fissavano dal basso. Allora è tutto vero quello che mi aveva detto?
Tutto vero, confermai. Sono tutti trovatelli, come me.
Eh? fece lei, stupita.
Siamo trovatelli insieme, sorrisi. A scuola mi chiamavano così: Trovato.
Entrò in cucina, spostai un sacchetto di immondizia dal tavolo e la invitai a sedersi. Iniziai a preparare due piatti con quello che trovavo in frigo. Poi mi sedetti davanti a lei e cominciai a raccontare.
Man mano che parlavo, vidi il suo volto indurirsi, mentre gli occhi si inumidivano. Mi chiese allora un bicchiere di vino. Per fortuna, avevo ancora una bottiglia di rosso francese dannata. Me lo potevo permettere.
Non era proprio il caso, sorrise lei. Meglio una grappa, semmai.
Bevendo, finalmente prese un fazzoletto e si asciugò i lacrimoni.
Accidenti, è forte la sua grappa! disse, facendomi sorridere.
Continuai a raccontare. Forse era la prima volta che affidavo davvero la mia storia a qualcuno.
E fu in quel momento che notò le sette paia docchi sotto il tavolo che la guardavano speranzosi.
Eh, piccolini miei, disse. Adesso mi do da fare per voi. E si rivolse a me: Mi perdoni, ma qui cè unurgenza. Non avrebbe per caso una tuta?
Stupito, presi una vecchia tuta slabbrata dallarmadio e lei si cambiò in bagno. Rientrò e mi ordinò di darle una mano. Iniziò a ripulire la lettiera dei gatti.
Quando scese a buttare la spazzatura, i quattro gatti e i tre cani si misero davanti alla porta a sbarrarle il passo. Preoccupati che non tornasse più…
Si mise a ridere, saccovacciò, accarezzando ognuno.
Torno subito, promesso! Torno, lo giuro!
E allora la lasciarono uscire!
Al rientro, la prima domanda fu:
Mi dica la verità, lei ha mai letto il mio profilo sul sito?
Mi vergognai un po, ma la mia solita faccia infantile prese il sopravvento.
A dire la verità, no. La foto mi piaceva troppo, così lho chiamata subito.
Capisco, rispose. Perché se avesse letto, avrebbe scoperto che sono veterinaria, dottore di ricerca e proprietaria di una grande clinica per animali.
Ma dai sussurrai, sbigottito.
Mi sorrise, si avvicinò e mi baciò. E i cani saltavano felici, mentre i gatti le si sfregavano addosso…
Dai, fece lei, pensiamo a cosa preparare per la colazione di domani, che mi devo alzare presto
Da allora, nella mia piccola casa è tornata la pulizia, il calore, e odore di piatti buoni. Gatti e cani sono diventati grassi e pigri. E dopo qualche mese, ci siamo trasferiti in un appartamento grande, luminoso, nel cuore di Bologna.
Non capivo cosa avessi mai fatto per meritare tutta questa fortuna. Ma i nostri animali sì, lo capivano.
Anche loro possono chiedere la felicità e la fortuna per i propri umani preferiti. E a volte, gli angeli dei gatti ascoltano davvero e aiutano chi le loro zampette amano. A voltePersino i vicini, allinizio diffidenti, cominciarono a salutarci dal balcone quando ci vedevano portare a spasso la nostra piccola allegra tribù. Col tempo, anche qualche altro trovatello arrivò a bussare alla nostra portae non solo a quattro zampe: cerano studenti che cercavano casa, anziani soli desiderosi di compagnia e nuovi amici che si fermavano per un caffè e un sorriso.
Nessuno di noi aveva scelto le proprie cicatrici, ma lì, in quel vortice di code e fusa, tra crocchette sparse e ciotole sempre piene, avevamo trovato la nostra casa. Non serviva molto altro, solo la certezza silenziosa che non saremmo mai più stati soli.
Ogni tanto, di notte, mi sveglio e sento il peso caldo dei gatti ai piedi del letto, il lento respiro della donna che mi ha insegnato a ridere del disordine, e penso a quanto valga, davvero, sentirsi finalmente scelti. Alla fine, ciò che conta è chi resta, anche dopo aver guardato in faccia la tua verità.
E così, trovatello lo sono rimasto. Ma adesso, almeno, so a chi appartengo.







