Ho commesso un errore e, per sbaglio, ho incontrato il mio destino.

Ho avuto problemi di vista fin da quando ero bambina, per questo ho sempre portato gli occhiali. Crescendo, sono passata alle lenti a contatto, ma non mancavano i momenti in cui uscivo di casa senza né uno né laltro, magari per una passeggiata veloce col mio cane Arturo, oppure per andare al supermercato e dimenticavo gli occhiali sul comodino. Così è successo quella sera che ha cambiato tutto. Mi sono affrettata ad uscire, ho chiuso la porta dietro di me, e ho corso giù per i cinque piani delle scale del mio palazzo torinese senza ascensore, solo per accorgermi troppo tardi che mi mancava la vista nitida degli occhiali. Ormai però, tornare indietro? Avevo troppa fretta. Meglio arrangiarsi.

Mi aggiravo un po smarrita vicino allo scaffale delle conserve di pesce, tempestando il cassiere di domande: che tipo di pesce fosse quello nella scatoletta, che tipo di olio fosse usato, se dentro ci fosse il pomodoro o il limone. Quando il ragazzo alla cassa ha iniziato a servire qualcun altro, ho rivolto lo sguardo verso una ragazza ferma lì accanto. Ho sentito subito un senso di familiarità. Quel raccolto buffo, uno chignon disordinato che sembrava un paio di corna, una grande sciarpa rosso fuoco e quel cappotto nero e lunghissimo…

Scusi, potrebbe dirmi qual è lo sgombro al sugo di pomodoro?

Eravamo in classi parallele alle superiori. La ricordavo bene, per il suo stile fuori dal comune e perché i professori la rimproveravano spesso per le unghie smaltate di colori assurdi.

Questo qui è proprio lo sgombro adatto a te, mi ha risposto con cortesia ma con voce leggermente ironica. Altro?

Mi scusi, sono uscita di corsa e ho dimenticato gli occhiali a casa, non vedo nulla oggi…

Abbiamo continuato a vagare insieme tra i corridoi, accennando discorsi sui nostri ex-professori. Lei annuiva, sorrideva luminosa e rideva per alcune delle vecchie storie. Una volta terminata la spesa, le ho proposto di sederci un attimo fuori, respirando quellaria frizzante dautunno torinese, o magari prenderci un caffè caldo e continuare a chiacchierare. Mi ha detto che lavora in una clinica veterinaria; non mi aspettavo che avesse scelto una strada così tenera. Ci siamo scambiate i numeri di cellulare, promettendo di rivederci presto.

Quando sono rientrata a casa, dopo aver indossato di nuovo gli occhiali, ho letto il suo messaggio arrivato pochi minuti dopo esserci salutate.

Scusami per la bugia. In realtà non sono stata nella tua stessa classe. Io ero nella sezione A in un altro liceo. Ma, se ti va, possiamo prendere un caffè insieme una volta. Questa volta offro io.

Non ho esitato un istante. Ho accettato subito di rivederla. Quella ragazza, Giulia Rossi, era ancora più bella di quanto ricordassi. Tutto il resto improvvisamente sbiadiva.

Abbiamo iniziato a vederci, a frequentarci nelle vie delle nostre città, che fosse al Parco del Valentino o nei vicoli attorno a Piazza Castello. A volte mi prende giocosamente in giro: Ma ci vedi davvero poco, o era solo una scusa per rompere il ghiaccio con me? e insieme ridiamo, sapendo che il destino aveva tessuto la trama di un incontro che somiglia a quelle storie che solo a Torino, tra nebbia e tramonti, accadono davvero.

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