Una giovane maestra di diciannove anni, appena laureata, è arrivata per il suo primo incarico in un pittoresco villaggio italiano e si è presentata, con una piccola valigia, per andare ad abitare presso una vedova anziana del posto.

Caro diario,

Avevo da poco compiuto diciannove anni quando, fresca di laurea e con lincarico appena assegnato, arrivai in un paesino meraviglioso della Toscana, immerso tra le colline e i campi di girasoli. Mi portarono subito dalla signora presso cui avrei dovuto prendere alloggio. Avevo con me solo una valigia piccola: il mio unico bagaglio di partenza verso questa nuova vita.

La padrona di casa era una signora anziana, ma ancora molto elegante, anche se aveva ormai superato i sessantacinque anni. La casa era semplice ma accogliente, ordinata e luminosa. Dal piccolo ingresso mi ritrovai in un salottino scaldato dalla stufa in maiolica; su un tavolo rotondo con una tovaglia a fiori azzurri mi attendeva già un bicchiere dacqua e un sorriso ospitale. A destra la porta della sua camera, davanti quella che diventò la mia, con letto dalla biancheria profumata e poltrone ampie, dove spesso distendevo le gambe a riposare o preparare le lezioni.

La signora si chiamava Giulia Bianchi, ma tutti in paese la chiamavano zia Giulietta. Aveva il carattere aperto, allegro, e nei primi giorni mi prese subito in simpatia: parlavamo di tutto, soprattutto la sera, mentre, se non ero al cinema o immerso in qualche romanzo, ci ritrovavamo davanti a una tazza di tè caldo, lei con lo zucchero tagliato a dadini, chiacchierando a bassa voce.

Nonostante letà, zia Giulietta era ancora affascinante: alta, con occhi neri profondi come ciliegie mature. Ma quello che mi colpiva più di tutto era la sua saggezza: aveva un modo tutto suo di vedere le cose e le persone, usava frasi lapidarie che, pur nella loro semplicità, racchiudevano un senso profondo. Ne ricordo una: Era intelligente, ma anche furbo, oppure: Bella, sì, ma ben in carne. Più ascoltavo quei racconti, più li trovavo geniali.

Una sera, mentre sorseggiava rumorosamente il suo tè al ribes e menta da un piattino colorato, mi confidò: Vedi Piero, ai miei tempi nessuno ci chiedeva chi ci piaceva o chi volevamo sposare. Erano papà e mamma a decidere per noi. Avevo quindici anni quando i ragazzi delle frazioni fuori Firenze venivano alle feste da ballo: ce nera uno, alto, bello, gentile con me più che con le altre. Tutte mi invidiavano perché lui sembrava guardare solo me. Mi portava noci, biscotti, caramelle, regalini. Quando io, per timidezza, volevo rifiutare, lui mi diceva: Tieni, così ti ricordi di me. E io, subito, grazie. Grazie a te, rispondeva lui, dolce, perché non hai respinto il mio affetto.

Mi raccontò di quanto si fosse legata al giovane, Michele, e della generosità con cui divideva quelle piccole attenzioni con le amiche. Ma i miei genitori, sospirò zia Giulietta, non avrebbero mai voluto che mi sposassi con lui. Non per lui, ma per suo fratello maggiore.

Il fratello di Michele, un uomo che da giovane era quasi bello da togliere il fiato e aveva una promessa sposa, aveva subito un terribile incidente: durante laratura, confusione del cavallo, uno zoccolo in faccia, nessun medico, la ferita si era infettata. Era rimasto sfigurato, parlava con una voce strana, si copriva il volto con un fazzoletto e tutti lo chiamavano Mascherato. Quando i miei seppero che il fratello di Michele era il Mascherato, raccontò, mi dissero: non ci pensare neppure, meglio perdere una figlia che vederla legata a quella disgrazia.

Il dolore negli occhi di zia Giulietta era evidente ancora dopo tanto tempo. Non sapevo come dirlo a Michele. Gli dissi che non ci avrebbero lasciato sposare. Mi abbracciò forte, poi andò via. Ho pianto tutta la notte, ma ai tempi non si potevano sfidare i genitori.

Dopo poco, un altro uomo, Andrea Ricci, venne a chiederla in moglie, e lei accettò: Era più basso, meno estroso, ma voleva bene a me e ai nostri figli. E sorrise raccontando le piccole bugie affettuose di allora: Gli mettevo della paglia nelle scarpe per farlo sembrare più alto quando si andava a ballare. Lui la trovava sempre e rideva: Sarà stato qualche ragazzino scherzoso!.

Un solo episodio non riusciva a perdonargli: Quando la nostra prima figlia si ammalò gravemente, io ero disperata. Lui, passando, mi disse: Non ti preoccupare, ne avremo ancora tanti!. Non sapeva farsi carico delle mie paure. Ma la bambina, grazie a Dio, si riprese. Poi nacque la seconda, poi il figlio, Vasino. Era il preferito di Andrea, lo coccolava ogni volta, ma la felicità durò poco.

Nel 1940, appena prima della guerra e delle requisizioni, Andrea aveva lavorato giorno e notte al mulino del paese. Pagato con qualche sacco di grano, venne denunciato da qualcuno per invidia. Lo accusarono di furto e finì ai lavori forzati in Sicilia. Ricordo ancora quando si inginocchiò davanti a Vasino, lo accarezzava e piangeva: Addio, figliolo. Chissà se ti rivedrò. Ascolta sempre la mamma.

Andrea non tornò più. Fu sepolto in Sicilia, stroncato dalla fame e dalla fatica, così scrisse un importante funzionario che aveva alloggiato da noi e si era informato per pietà. Zia Giulietta rimase sola con i tre bambini, e la povertà di quegli anni fu pesante, quasi insopportabile.

Mi raccontò tutta la storia dal principio alla fine. Io, ascoltando, la spronavo con qualche domanda; si perdeva spesso nei suoi pensieri e nella malinconia. Alla fine, curioso di sapere se avesse avuto un nuovo amore, glielo chiesi.

Dopo la guerra, rispose, di uomini in paese ne erano rimasti pochi, e cera troppo da fare per pensare a ricominciare da capo. Ma sentivo che la storia non era finita lì.

Un giorno mi raccontò che molti anni dopo, quando i figli erano ormai cresciuti e lei si era trasferita a Milano da uno dei figli, successe qualcosa che avrebbe potuto essere scritto in un romanzo. “Sai chi venne a cercarmi dopo più di quarant’anni? Michele! Non aveva mai dimenticato il suo primo amore. Mi telefonò, disse parole che non pensavo di sentire mai più: Giulietta, io non ti ho mai dimenticata. La cabina era piena di gente, mio figlio accanto a me. Che vergogna! Però quanto mi tremava il cuore Gli dissi solo: Scrivimi una lettera, è meglio. Poi ci incontrammo, ormai vecchi, e per dodici anni ci siamo fatti compagnia: nessun rimprovero, solo delicatezza. Anche se la malattia se lè portato via, lo ricorderò sempre.

Mi guardò con occhi pieni di una malinconia limpida e aggiunse: Se qualcuno mi avesse raccontato una storia così, non ci avrei creduto. Eppure, è successo davvero quel vento contrario che riporta le lontananze fin dentro la porta di casa.

Io restai in silenzio, sentivo che quella era più di una semplice storia damore: era la vita intera che si piega e si rialza, che sparge lacrime e poi regala luce. Ho capito che nessuna parola, nessun dizionario, basta a spiegare tutto ciò che può accadere nel cuore di un essere umano.

Ecco la lezione che oggi porto con me: la vita non segue regole scritte, e se ci lasciamo sorprendere, magari anche noi un giorno riconosceremo un vento contrario che ci riporta qualcosa di bello, anche quando sembrava perduto per sempre.

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