Lettera senza indirizzo

Lettera senza destinatario

Trovai la lettera mentre svuotavo una vecchia scatola di ricevute e garanzie dopo la ristrutturazione. Il cartone era impolverato, latmosfera ancora sospesa dopo giorni di lavori; la busta, lasciata lì chissà da quanto, non aveva né francobollo, né indirizzo. Solo una riga tremolante sul fronte: Per Lidia Carminati. A mano. Nessun cognome, nessuna via. Pensai per un attimo a uno scherzo, o a una bozza capitata di traverso tra le cose di casa nostra. Ma la lettera aveva il suo peso: due fogli di quaderno piegati in quattro, scritti con una semplicità disarmante.

Non riconobbi la scrittura. Dentro, senza giri di parole: Signora Lidia Carminati, se siete ancora in vita, perdonate che vi scriva così tardi. Avrei dovuto dirvelo nel 1987, ma non ebbi il coraggio. Vostro marito, quel giorno, non perse il treno. Non partì perché incontrò me. Gli chiesi aiuto, e per colpa mia finì dove accadde quello che accadde. Forse tutta la vita avete pensato il contrario. Ma non era così. Se non lo avessi fermato, lui sarebbe partito. Mi perdonate?

Firmato: Alessio, figlio di Pietro, casa sei. E nullaltro.

Mi accasciai su uno sgabello nel corridoio, stringendo la carta. Lidia Carminati era la nostra vicina del piano di sotto, storica presenza di via Paolo Ferrari, a Milano. Una donna riservata, capelli raccolti, maglione scuro, sempre sola. Suo marito morì quando avevo dieci anni. Gli adulti bisbigliavano incidente, poi qualcuno disse che forse lui era tornato indietro, attraversò il cantiere e venne schiacciato da una lastra di cemento. Non capivo molto a quelletà, ma ricordo il volto di Lidia Carminati come ogni giorno fissava il cortile dalla finestra della cucina, senza quasi più parlare a nessuno.

Ma cera un dettaglio strano: il nostro condominio era stato abbattuto dodici anni prima. Tutti erano stati ricollocati. I miei genitori traslocarono in unaltra zona, poi se ne andarono, e la casa passò a me. Quello era il loro scatolone, tra le scartoffie. Come fosse finita lì quella busta, era un mistero.

La mostrai a mio marito. Lessa in silenzio, poi disse:
Buttala. Cosa te ne importa adesso?

Non lo so. Ma se lei è viva, deve riceverla.

E se non lo è?

Almeno scoprire chi lha portata fin qui.

Lui fece spallucce. Per lui era una vecchia storia di estranei. Ma a me rodeva dentro, forse per quel ricordo di Lidia Carminati. Non aveva figli, né parenti che io conoscessi. Dopo lo sfratto era scomparsa come fanno tanti vicini: li senti tossire dietro il muro una vita, distingui il passo sulle scale, poi di colpo non sai nemmeno dove si sono persi.

Cominciai dal semplice. Telefonai a Rita, ex vicina, memoria storica del portone. Si mise a pensare, poi disse:
Lidia lhanno mandata a Gratosoglio. O forse Barona? No, aspetta che mi segno tutto, ho ancora il quaderno con i numeri.

Il giorno dopo mi richiamò con un numero di telefono di Milano, scritto Lidia C. nuovo alloggio. Compilai, non esisteva più.

Andai allora in via Paolo Ferrari, o meglio dove un tempo sorgeva il nostro stabile. Ora ci sono due nuove palazzine, una caffetteria e un pacco shop. Dei vecchi tempi, solo tre platani alla coda del parcheggio. Rimasi un po a fissarli, senza sapere nemmeno perché, e poi entrai nel piccolo alimentari accanto. Dietro il banco una donna di sessantanni, chiesi se qualcuno dei vecchi del quartiere lavorasse ancora lì. Arrivò il vigilante: era figlio della portinaia del nostro palazzo. Non mi riconobbe, ma il cognome dei miei sì.

Lidia Carminati? Credo viva ancora. La portarono a Rozzano, non a Gratosoglio. Mia madre ha lindirizzo della sua nuova vicina, si scrivevano ogni tanto.

Ero sorpresa dal mio stesso accanimento per quella busta, ma non riuscivo a fermarmi. Due giorni dopo ebbi finalmente lindirizzo di una donna che aveva il suo appartamento sulla stessa pianerottolo di Lidia. Telefonai. Mi rispose con voce guardingas, poi si ammorbidì.

Sì, la signora Lidia cè ancora. Cammina a fatica, ma si arrangia. Però prima mi dica chi è e perché la cerca. Ora ci si deve guardare da tutto.

Dissi la verità. Che da bambina vivevo sopra di loro. Che avevo trovato una lettera senza indirizzo. Che non sapevo nemmeno se valeva la pena riportarla.

Un attimo di silenzio.

Portatela. Ma non la sera.

Andai di sabato. Ci misi quasi due ore, cambiando tram e metrò. Il condominio nuovo era alto, uguale a mille altri. Ascensore lucido, geranio di plastica sul davanzale, monopattino da bimbi accanto alla porta. Avevo un moto: mi aspettavo una traccia del passato, una scintilla Ma niente.

Mi aprì Lidia Carminati in persona. Non la riconobbi subito. Era diventata minuta, quasi fragile, ma ha ancora lo sguardo attento, come sempre. Mi presentai, rammentai i nomi dei miei. Annui e disse:
Entra, mi ricordo tua madre. La domenica faceva sempre la torta salata con le erbette.

Dentro era di un pulito severo. Sul tavolo un quotidiano piegato, accanto la custodia degli occhiali, e sul davanzale dei gerani. Tirai fuori la busta, sentendomi quasi colpevole come se portassi una colpa non mia, che la donna ormai reggeva da sola.

Lho trovata tra le carte dei miei genitori, dissi. Non capisco come sia arrivata da noi.

Lei prese la busta, fissò la scritta e rimase ferma dieci secondi. Poi mi guardò:

Lhai letta?

Avrei potuto mentire, ma risposi sincera:

Sì.

Hai fatto bene. Alla mia età è tardi per celare segreti.

Lesse la lettera due volte, con lentezza. Non pianse, non fece drammi. Solo sistemò i fogli come si fa con una bolletta dellENEL.

Lo sapevo che cera qualcosa sotto, disse. Non questo in particolare, ma lo intuivo.

Restai muta.

Allora mi dissero che aveva perso il treno. Ma lui non era uno che perdeva. Mai. Partiva presto, arrivava ovunque in anticipo, anche fuori Milano. Io lo ripetevo, loro insistevano che a tutti può capitare. Ma non a lui.

Andò alla cristalliera, prese una vecchia foto: un uomo serio, maniche di camicia arrotolate; accanto lei, giovane, sorridente, colta sulla soglia di una risata.

Ecco perché non ho mai creduto fino in fondo, dichiarò. Era uno che faceva ciò che prometteva. Se diceva che avrebbe preso il treno alle 14:20, stava già in stazione alle due. Per anni credevo che mi fossero state dette bugie non per cattiveria, ma per praticità. Incidente e basta. E invece una verità covava da quasi quarantanni.

Domandai se conosceva Alessio, figlio di Pietro dal sesto appartamento. Accennò un sorriso.

Certo. Il ragazzino coi capelli rossi. Poi ha fatto il tecnico. Il padre pescava assieme al mio marito. E allora sì, era lui.

E venne fuori un dettaglio spiacevole. Quindici anni prima qualcuno aveva già cercato di consegnarle la lettera. Un giorno aveva bussato, lei non aveva aperto. Poi trovò nella cassetta una nota: Signora Lidia, devo raccontarle qualcosa di Antonio. Firmata da nessuno. Lidia allepoca si spaventò e la gettò via.

Ero appena uscita dallospedale, la pressione, la testa che girava. Pensai a qualche truffatore o squilibrato. Invece, ora capisco che ci aveva davvero provato.

Sedemmo in cucina, il discorso si sciolse. Mi parlò del trasloco, di quantera stato difficile rifarsi una vita in mezzo a scale tutte uguali. Della pensione, che basta appena ma non cè da lamentarsi cè chi ha meno. La vicina ogni tanto le porta le medicine. Improvvisamente sussurrò:

Ti chiedi perché mi servirebbe ancora ricevere una cosa simile, vero?

Risposi sinceramente:

Lho pensato.

Perché, sai, quando passano gli anni e tutti ti ripetono una versione in cui la colpa sembra della tua persona cara, il muro lo costruisci dentro. Alla fine ti stanchi di combattere. Adesso almeno mi hanno scritto che non ero io a inventare tutto.

In quel momento capii perché avevo attraversato Milano con quella busta.

Prima di uscire, mi chiese di lasciarle la lettera. Nel corridoio domandò:

Secondo te, come è arrivata alle tue cose?

E allora mi tornò in mente che papà, negli ultimi anni, aiutava sempre i vicini con le carte, denunce, lettere varie. Tutti si rivolgevano a lui, aveva una calligrafia ordinata e molta pazienza. Forse Alessio aveva chiesto a papà di consegnare la busta, ma poi qualcosa era andato storto: la malattia, il trasloco, le scatole. Quel cartoccio lì, dimenticato tra i fogli.

Le raccontai questa ipotesi. Lei annuì:

Suona sensato. Tuo padre era affidabile.

Potrebbe essere finita qui, ma non fu così. Una settimana dopo mi telefonò Lidia Carminati. Aveva una voce composta, quasi formale.

Lho trovato.

Chi?

Alessio. Grazie alla vicina. Suo nipote lavora al comune del paese dove Alessio ha la casa di villeggiatura. Il mondo è sempre piccolo.

Rimasi sorpresa.

E quindi?

Ha detto che viene martedì. Se posso, vorrebbe incontrarmi. Non mi va di restare sola per questo. Puoi venire?

Mi presi mezza giornata da lavoro e andai. Alessio non era più il ragazzino rosso di capelli che ricordava, ma un uomo robusto, quasi settantenne, portava una busta di mele e unombra pesante. Cominciò subito a scusarsi, ma Lidia lo fermò:

Siediti. Se no dici troppo.

Si trovarono uno di fronte allaltro in silenzio, io a lato senza poter andar via. Alessio iniziò a raccontare, confuso: il giorno in cui suo padre cadde dal tetto del box e si ruppe la gamba. La madre a lavoro, lui vide Antonio il marito di Lidia sulla strada verso la stazione, gli chiese aiuto a portare Pietro fino allauto del vicino. Antonio lo aiutò, e poi disse: Ormai il treno non lo prendo. Vado di là, passo dal cantiere e prendo la 64. Il resto fu un attimo. Alessio seppe della morte quella sera, ma si sentì colpevole. Non trovò il coraggio di parlare con Lidia al funerale, né negli anni dopo. Si sposò, si trasferì, iniziò a bere, smise, si ammalò, ma intanto portava dentro di sé quella conversazione mai avuta.

Lidia ascoltava con attenzione muta. Una sola domanda:

Perché non sei venuto, neanche dopo un anno, cinque?

Lui fu dioveramente schietto:

Ogni anno diventava più vergognoso.

Non ci furono abbracci, né perdoni detti ad alta voce. Lei non cedette a frasi deffetto. Solo una domanda: il suo papà vive ancora? Lui scosse il capo: da tempo. Poi Lidia versò il tè per tutti, mise in tavola delle ciambelline. Nulla di eccezionale: tè, biscotti, cucina semplice. Eppure, era un silenzio che faceva raddrizzare la schiena e guardare la tovaglia.

Quando Alessio se ne andò, Lidia restò per molto sulla porta, appoggiata al legno. Chiesi come stava.

Bene, rispose. Adesso sì.

Laiutai a sparecchiare. La lettera era lì, accanto al giornale. Non più un oggetto estraneo, ma un documento finalmente arrivato a destinazione.

Prima che uscissi, Lidia ripose la busta nel cassetto e concluse:

Strano, eh? Anni a vagare senza indirizzo, e alla fine lha trovato.

Da allora ogni tanto ci sentiamo. Non spesso, senza sentimentalismi. Se passo di lì le compro i croccantini per i randagi, lei mi chiede dei miei figli, o se la schiena mi fa male per il lavoro in ufficio. E quella busta, a volte ci penso, mentre svuoto una nuova scatola di carta inutile. Allapparenza si butta via tutto. Ma magari, dentro, qualcuno ha lasciato la sua silenziosa attesa e un giorno arriverà dove doveva.

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