Diario personale, 3 aprile
Un mese fa, tornando a casa dal lavoro qui a Milano, sono stata accolta da uninsolitamente silenziosa Maristella e da Dario con un sopracciglio alzato, aria enigmatica.
Mamma! Mi prometti che non ti arrabbi?
Hai venduto Osvaldo per un milione di euro? ho risposto, scherzando leggera. Osvaldo il nostro elegante gatto nudo di razza Peterbald ha un pedigree tale che persino noi, in confronto a lui, sembriamo semplici gatti di strada. Persino Dario, la cui famiglia paterna arriva indietro nei secoli quasi fino ai Visconti. Osvaldo, volendo, lo potresti vendere davvero a peso doro, se non proprio un milione, quasi.
Ma figurati ha subito replicato Maristella, con una foga quasi teatrale semmai il contrario!
Il contrario? non capivo Hai comprato un altro gatto per un milione?
Maristella ha sfoderato quel sorriso di chi porta grandi notizie:
Ma che dici, mamma! Non ho dovuto pagare un centesimo! Tutto gratis!
A quel punto, Dario è esploso in una risata incontenibile, e io ho preteso chiarimenti. A dire il vero, avevo capito lantifona, ma volevo solo capire la vastità del danno.
Ed era bello grosso, il danno. Una compagna di classe di Maristella, Elide, aveva trovato un gattino minuscolo nella roggia vicino a scuola. Lha portato a casa, ma sono stati cacciati seduta stante: in casa cera già un cane e basta. Così Elide lo ha portato in classe, occhi spalancati di paura (sia lei che la bestiola), sperando che qualcuno lo prendesse.
Capisci, mamma mi spiegava Maristella nessuno lo voleva, proprio nessuno. E mi ha fatto una pena incredibile…
In quel momento ho sentito dentro di me la voglia di sparire sotto una scopa. Perché alla fine la pietà era soprattutto per me stessa, con quella sensazione negli occhi da chi già una volta aveva vissuto questo teatrino. Otto anni fa, Dario aveva raccolto nel parcheggio un esserino cieco a strisce, avrà avuto sì e no una settimana. Abbiamo provato a svezzarlo con la bottiglietta per tre settimane, poi, di colpo, in una notte, se nè andato. Capita con i gattini così piccoli: a volte proprio non ce la fanno. Dopo mesi di malinconia, arrivò Osvaldo. Ma quel buco lasciato da quella creaturina è rimasto e ogni tanto ancora pizzica.
Immaginare di rivivere tutto mi ha lasciata disturbata e rassegnata: già so come va a finire, e sinceramente non avevo nessuna intenzione di far entrare ancora un altro gatto in casa.
Allora, facci vedere questo grande regalo gratuito…
Mi hanno mostrato una scatola di cartone. Sopra un cumulo di vecchi asciugamani Avete presente la parola mostriciattolo? Ecco, proprio quella roba lì. Più piccolo del palmo di Maristella, una cosa grigio-sporca e così magra che in mano sembrava pesare meno del suo stesso pelo. Unossicina spelacchiata con gli occhi da folletto morente. Ora capivo come mai nessuno lo voleva.
Ho fatto il colloquio lampo con Maristella sul tema Siamo responsabili di chi addomestichiamo più per forma che altro, perché era chiaro che quella creaturina sarebbe rimasta da noi. Più che altro, nessun altro lavrebbe voluta. A dirla tutta, in quel momento ero convinta che anche noi potevamo farne a meno.
Casa nostra ospitava già un neonato e un altro gatto, quindi in attesa di visita dal veterinario, lo scheletrino è stato messo in quarantena: stanza separata, grande scatola di cartone, una vecchia coperta, una borsa dellacqua calda, una mini-lettiera e un paio di peluche. Ogni quattro ore andavamo a dargli da mangiare. Si è scoperto che la routine familiare è perfetta per i pasti quadrimestrali: io e Dario andiamo a dormire tardi, Maristella si alza allalba, e la piccola Romina si sveglia spesso di notte. Così, a qualsiasi ora, qualcuno cera per tappare una bottiglietta di latte in bocca alla bestiola. (Romina ancora non è capace, ma chi si sveglia con lei sì).
Maristella passava le ore in quarantena: aveva paura che il gattino si sentisse solo.
Che tanto solo non fosse lho scoperto una notte: lho trovata rannicchiata beata sotto il plaid sul divano. La scatola albergo temporaneo era chiusa accanto, inspiegabile come questa micro-belvetta fosse riuscita a fuggire e arrampicarsi sul divano una piccola Houdini, tutta zampe sottili e nessuna voglia di parlare.
Il veterinario lha presa con due dita e ha esclamato:
Che bellezza!
La bellezza gli ha lanciato il suo sguardo malandrino e ha sussurrato un miao stridulo.
Brava, le ha detto, accarezzandola.
Io intanto mi domandavo: ma come si lava? E come la si asciuga, così minuscola che non farà nemmeno cento grammi e fragile come un filo derba sotto la pioggia? Pareva che bastasse guardarla storto per romperle una zampina. Ma il veterinario ha risolto con una rapidità tutta italiana: lha insaponata e sciacquata sotto il rubinetto, proprio come quando la nonna mi insegnava da piccola a lavare i collant, avvolta quasi nel panno per asciugarla, e via. Quello scheletrino non ha fiato neanche per protestare. Forse le piaceva, forse il trauma era talmente profondo da finire subito nellinconscio.
(Direte: che inconscio può esserci nella testa di una bestiolina, grande come una nocciola? Forse nemmeno la coscienza ci sta!)
Il veterinario, continuando a schioccare la lingua entusiasta, le ha fatto tutte le visite e ha detto che, in sostanza, non è messa male. Solo molto deperita, con anemia e pochissime forze.
Lhai salvata, ha detto a Maristella in quella roggia le pulci se la sarebbero mangiata viva.
È stata Elide ha risposto onestamente mia figlia io lho solo portata da scuola a casa.
Di che classe siete? chiede il veterinario con aria seria.
Di prima media.
Allora lhai proprio salvata, conclude, come se la prima media fosse un posto pericoloso quanto la roggia.
Dopo il primo lavaggio, il mostriciattolo sembrava quasi soffice, ma bello non si poteva dire, semmai iniziava ad assomigliare ad un vero gatto. Per una settimana e mezza: o dormiva o mangiava, combattendo un sacco di problemi di pancia che quasi mi facevano perdere la speranza davvero, non volevo rivivere unaltra volta quel dolore. Grazie al pronto soccorso continuo, il veterinario aveva ormai imparato a riconoscermi dalla voce. Alla terza visita per scarti improbabili, ha carezzato la piccola (ora molto più robusta) e sorridendo ha detto:
Ora potete stare tranquilli. Vi siete presi questo gatto per un bel po di anni!
È buffa la mente umana. Due settimane prima, se qualcuno mi avesse chiesto vuoi un mostriciattolo emaciato e pieno di artigli clandestini?, non solo mi sarei rifiutata, non avrei nemmeno capito la domanda. Ma bastava che Maristella lo portasse in casa e che noi tremassimo per il suo destino che la notizia ormai ce lavete per anni diventava la miglior notizia di tutta la settimana, anzi, del mese.
Eh, se la vedeste, la regina di questo mese. Proprio come i condor del Libro della giungla, un mucchietto dossa che si aggira per conto suo.
I primi giorni credevamo fosse femmina. Poi, prima del veterinario, lho guardata meglio: invece è un maschio! E nei trenta minuti di strada col tram, io e Maristella ci siamo scervellate per trovare un nome. Dato che la sera prima avevamo visto il cartone del folletto Pasticcino, la bambina per casa continuava a invocare: Fuffolo! Fuffolo! Le sembrava lapice della lagnanza. E avevamo deciso: Fuffolo.
Ma il veterinario poi ha decretato: la gattina è femmina. E ormai il nome cera! Così Fuffolo-maschio è diventata Fuffola-femmina. O solo Fuffy, o Fuffina, o, quando sono formale, Euphemia. Romina, invece, la chiama Illiiiiii!.
Da allora quei cento grammi sono diventati mezzo chilo di determinazione felina. Non potrei dire che sia bella, ma ogni sera cè la fila per tenerla in braccio. E quando questo peluche ansante ti ronfa sulle ginocchia, senti che il cuore ti si scalda. Misteri della vita.
Ah, il veterinario ha spiegato che è tricolore. Ma io lo vedo solo grigio su grigio! Eppure, guardando da vicino: il primo colore è il sottopelo bianco, poi il grigio e una striscia color crema che le taglia il muso da fronte a mento, come una maschera da carnevale. Tre colori, quasi il tricolore italiano!
Oggi, tornando a casa, ho visto nel cortile una grossa gatta adulta, lucida e selvaggia, che si aggirava circospetta tra i cespugli. Mi ha notata, si è data alla fuga ma lanciava occhiate alla nostra casa. Anche lei tricolore. Le ho detto che Fuffy sta bene. E il cuore, chissà perché, mi si è scaldato ancora di più.







