Accanto a me ci deve stare una donna giovane e snella, mi ha sorpreso mio marito la vigilia del suo compleanno importante.
Questa mattina
Alessandro si provava il nuovo abito già da venti minuti.
Si metteva di lato. Si girava. Aggiustava il bavero. Ancora di lato. Lo specchio in camera era grande, bello italiano, con la cornice in noce scuro, comprato ai tempi in cui faceva spesso trasferte e portava a casa di tutto. Lo specchio rifletteva pazientemente un uomo di sessantanni, con la pancia che nessuna giacca poteva nascondere.
Beatrice sedeva sullorlo del letto e lo guardava.
Potresti anche tu scegliere qualcosa di diverso, ha detto Alessandro, senza staccare gli occhi dallo specchio.
Ho il vestito blu.
Blu, lo ha detto come bollette o mozzarella scaduta. Lhanno già visto tutti mille volte.
Beatrice ha taciuto.
Ci sarà tanta gente, ha continuato Alessandro, tirandosi il bavero. Gente seria. Collaboratori. Tutti avranno gli occhi addosso.
Beatrice annuiva. Capiva benissimo. Era la stessa storia da trentacinque anni. Allinizio solo colleghi, poi soci, poi importanti, poi molto importanti. La scala sociale saliva. I vestiti cambiavano.
Al mio fianco ci vuole una donna giovane, in forma, ha detto Alessandro.
Una pausa.
Beatrice non capiva subito che lo stava dicendo a lei. Pensava scherzasse. Alessandro, ogni tanto, scherzava. Raramente.
Almeno comprati un vestito decente, ha aggiunto poi, tornando allo specchio.
Beatrice guardava il suo riflesso.
Sempre.
Va bene, ha detto a bassa voce, si è alzata.
Alessandro non si è voltato.
Beatrice ha comprato un vestito beige, con la cintura. Ha passato due ore al centro commerciale, ne ha provati sette, ha fissato lo specchio del camerino come si fissa qualcosa di inevitabile.
A casa ha appeso il vestito alla maniglia dellarmadio, poi si è messa a preparare il minestrone.
Il sabato, ha chiamato Lidia.
Allora, come va?
Beatrice ha fatto una pausa. Giusta una pausa. Poi ha detto:
Bene. Ho comprato il vestito.
Scommetto beige.
Beige.
Non avevo dubbi, Lidia ha sospirato con quellintonazione speciale che in quarantanni di amicizia era ormai più chiara delle parole. Vieni da me. Parliamo.
Beatrice è andata dopo pranzo. Lidia viveva nel quartiere accanto, quindici minuti dautobus, un altro mondo se volevi. Ha messo su il tè, tagliato la torta, e chiesto subito:
Ha davvero detto così? Giovane e snella?
Proprio così.
E tu?
Nulla.
Lidia lha fissata a lungo. Come si guarda una cosa che conosci, ma a un tratto ti sembra estranea. Poi ha chiesto:
Bea. Quando è stata lultima volta che hai fatto qualcosa per te stessa?
Beatrice ha aperto la bocca. Una domanda semplice, eppure non trovava risposta. Subito no. Poi ha provato a ricordare.
Aveva appena comprato il vestito.
Per il compleanno del marito.
Era per sé o no?
Lidia ha versato il tè, e Beatrice continuava a pensare, ma si faceva fatica. Le venivano in mente cose lontane: il corso dinglese mollato dopo tre mesi i figli erano piccoli. Labbonamento in piscina mai usato. Lamica delluniversità persa di vista si era occupata daltro, poi ormai chiamare era imbarazzante dopo tanto silenzio. Era passato così tanto che Beatrice non si rattristava neppure più.
Non ricordo, ha ammesso.
Lidia ha annuito. Proprio come se si aspettasse questa risposta.
Senti, ha detto Lidia. Ti ricordi quando volevi andare a Sorrento? Più di dieci anni fa dicevi appena andranno via i ragazzi, si va a Sorrento con Alessandro.
Beatrice si ricordava.
E allora?
E niente, Beatrice ha scrollato le spalle. I ragazzi sono cresciuti. A Sorrento non ci siamo andati.
Perché?
Alessandro era occupato. Poi io. Poi ci si è proprio dimenticato.
Lidia taceva. Fuori pioveva una pioggia fine, di novembre, di quelle inutili. Tamburellava sui vetri senza scopo.
Bea, ha detto Lidia in tono basso. Lui non ti vede più.
Beatrice non ha risposto.
Non ti sto dicendo di andartene o restare. Sto solo dicendo: non ti vede. E tu stai lì, aspettando che ti noti.
Non aspetto niente.
Appunto.
Beatrice è rientrata quando ormai era buio. Lautobus quasi vuoto. Guardava lasfalto bagnato, le luci dei negozi, la gente con gli ombrelli. Tutto normale, senza un nome.
Alessandro, in quei giorni, era sempre occupato. La sera telefonava, rideva in salotto. Una volta Beatrice è entrata, lui ha nascosto lo schermo del cellulare, poi si è rilassato:
Ah, sei tu. È lavoro.
Il giorno dopo, a cena, Alessandro ha detto tra un boccone e laltro, spalmando il pane:
Alla festa ci sarà Marina Ferrara. Del reparto sviluppo. Una donna interessante, te lho detto?
Mai sentito.
Ecco. Intelligente, energica. Ha trentasette anni. Pausa. O trentotto, non ricordo.
Beatrice ha posato la forchetta. Poi lha ripresa. Ha mangiato un boccone di pollo. In silenzio.
Alessandro ha terminato il pane con il burro. Si è versato lacqua. Ha guardato fuori. Ha masticato. Poi aggiunto:
Lei fa yoga, dice che fa benissimo per la schiena.
Beatrice ha sparecchiato. Lavato i piatti. Sistemato tutto.
Buonanotte, ha detto entrando in camera.
Si è coricata. Guardava il soffitto. Rimaneva lì, a pensare.
Yoga. Sviluppo. Donna interessante.
Dal soggiorno si sentiva Alessandro che camminava. Sembrava telefonasse ancora.
Beatrice ha chiuso gli occhi.
Non sentiva dolore.
Al mattino si alzò alle sei. Mise su il tè. Affettò il pane. Mise tutto al solito posto. Alessandro uscì, prese la tazza, prese il telefono. Neanche uno sguardo.
Poi Alessandro rise piano a qualcosa sul cellulare. Sorrise allo schermo. Lo ripose. Finì il tè. Si alzò.
Stanotte farò tardi.
Va bene, rispose Beatrice.
Si chiuse la porta. Silenzio.
Beatrice finì il tè. Mise giù la tazza. Guardò il vestito beige appeso allarmadio.
Doveva stirarlo. Mancavano cinque giorni al compleanno.
Si alzò, prese il ferro da stiro.
E in quel preciso istante le fu chiaro, senza bisogno di parole, che quella sarebbe stata la prima e ultima volta che stirava quel vestito.
La mattina del compleanno, Beatrice si alzò alle sette.
Già alle nove telefonò Lidia.
Allora?
Non so ancora, rispose Beatrice.
Lo sai, disse Lidia. Ormai lo sai.
Ed era vero.
Beatrice entrò in camera. Il vestito beige pendeva stirato, ordinato, con la cintura. Un bel vestito. Lo fissò per tre minuti. Poi lo tolse dalla gruccia, ripiegò, mise sul letto.
Aprì larmadio. Prese i jeans. Blu scuro, dritti, quasi mai messi, presi due anni fa solo perché le erano piaciuti e da allora là erano rimasti. Prese la camicia bianca. Si vestì. Si guardò nello stesso specchio italiano, cornice di noce.
Niente di speciale. Solo una donna. Cinquantotto anni. Senza vita stretta.
Si sedette, scrisse una lettera.
Ci mise quarantacinque minuti. Correggeva, cancellava, riscriveva. La prima stesura era lunga: ricordava il primo appartamento in affitto con la muffa, le notti sui bilanci che non finiva lui, gli orecchini della mamma venduti per coprire un debito nel 98, e le recite scolastiche dove andava sempre sola, perché Alessandro aveva riunioni, sempre riunioni, e altro ancora. Rilesse. Cancellò tutto.
Non serviva.
Alla fine restava cortissima. Quasi niente.
Ma proprio quello.
Piegò il foglio. Mise in busta. Scrisse sopra.
Raccolse una borsa e uscì.
Alle due, al ristorante Rubino, quello che Alessandro aveva scelto in tre mesi, chiamato di persona, informandosi sulla musica dal vivo e sul parcheggio ospiti, la sala era piena. Gente seria. Soci. Figli Antonio arrivato da Milano, Daniela col marito. Colleghi con facce educate che non sai dove collocare fuori dal lavoro. Fiori, buste.
Alessandro stava allingresso, nel nuovo abito. Stringeva mani, sorrideva, Felice che siate venuti. Tutto perfetto. Musica dal vivo. Fiori bianchi. Camerieri fluenti con i vassoi.
Accanto a lui nessuno.
Allinizio pensava fosse in ritardo. Beatrice ogni tanto ritardava. Poi aspettava tra poco entra. Occhi alla porta tra una stretta e laltra. Si apriva, entravano persone. Mai Beatrice.
Alle due e mezza Daniela:
Papà, e la mamma?
Sta arrivando, ha fatto Alessandro.
Daniela lo guardò meglio. Non disse nulla. Si allontanò.
Alle tre il cameriere portò una busta.
Lhanno lasciata per lei, sparì.
Alessandro prese la busta. Rimase fermo un attimo. Si appartò alla finestra, lontano da ospiti, musica, tutto.
Aprì.
Cerano solo due righe:
Per trentacinque anni sono stata al tuo fianco, quando non cerano soldi, quando non cera sicurezza, quando non cera nulla solo io. Se ora vuoi giovane e snella, cercala. Senza di me.
Fine.
Alessandro lesse una volta. Poi ancora. Caratteri nitidi, ordinati, Beatrice scriveva sempre con precisione da ragioniera, senza una sbavatura.
Mise la lettera in tasca, vicino al cellulare.
Tornò dagli ospiti. Fece un brindisi ai sessantanni, la strada fatta, le persone senza le quali non sarebbe stato nulla. Un bel discorso. Applausi. La musica dal vivo ripartì allegra.
Una volta uscì fuori a telefonare. Stava davanti al ristorante, nellaria di novembre, giacca aperta. Chiamò Beatrice. Segnale lungo. Poi silenzio.
Ripose il telefono. Restò ancora. Guardò la strada bagnata, i lampioni, le auto parcheggiate. Da qualche parte doveva esserci la sua macchina. Una Fiat grigia chiaro che Beatrice aveva comprato da sola, sette anni fa, senza avvisarlo. Un giorno era tornata a casa guidando.
Comprata, aveva detto Beatrice.
Da sola? aveva chiesto lui.
Da sola.
Aveva risposto qualcosa, nemmeno ricordava più cosa. Forse che avrebbe scelto altro, forse meglio consultarsi.
Lauto davanti non cera.
Alessandro rientrò. Prese un calice. Qualcuno faceva un brindisi.
Antonio lo avvicinò nellintervallo:
Mamma non viene?
No.
È successo qualcosa?
Tutto a posto. Mangia, bevi.
Antonio voleva chiedere altro, non lo fece. Conosceva quel tono: con quello suo padre metteva il punto su tutto il scomodo conti, domande, persone. Chiuso. Antonio tornò da Daniela, le disse qualcosa piano. Daniela guardò il padre.
Al tavolo accanto rideva forte Marina Ferrara dello sviluppo. Gridava e rideva di gusto. Alessandro la fissò un attimo. Poi abbassò lo sguardo.
Sentiva la lettera nella tasca.
Mentre al Rubino tintinnavano i bicchieri e si inneggiava alla saggezza che arriva con letà, Beatrice era da Lidia in cucina.
Bevevano tè. La torta ai semi di papavero era già finita il giorno prima. Lidia aveva cotto orzo, messo sul tavolo burro e pane.
Mangia, disse Lidia.
Il cellulare vibrò. Schermo in giù, ma Beatrice lo guardò. Era Alessandro.
Lo tenne in mano. Lo rimise sul tavolo.
Non rispondi? chiese Lidia.
Non ora.
Silenzio. Poi di nuovo vibrazione messaggio. Beatrice non lesse.
Finì il tè.
Per la prima volta da tempo, non aveva fretta. Non doveva cucinare, stirare, abbinare. Non doveva stare sempre lì, aspettare di essere notata.
Solo stare.
Alessandro arrivò due settimane dopo.
Prima un colpo di telefono Beatrice rispose. Chiese: posso venire?
E lei aprì la porta. Lui, sulla soglia con il giubbotto, senza cravatta quasi mai usciva senza cravatta, Alessandro.
Entra, disse Beatrice.
Entrò. Si sedette in cucina. Stette zitto a lungo. Fissava il tavolo. Poi disse:
Allora ho avuto paura. Della vecchiaia. Di me. Ho detto la cosa più stupida della mia vita.
Beatrice non rispose.
Non pensavo che saresti andata via, ha continuato Alessandro.
Lo so, Beatrice.
Tornerai?
Beatrice sedette. Lo fissava. Quella ruga tra le sopracciglia, nata dieci anni prima, mai andata via.
Non lo so, rispose. Per ora, non lo so.
Alessandro annuì. Non insistette, fu una novità.
È tanto che non ti vedevo, disse.
Lo so, scusami, mormorò lui.
Finì il tè. Si alzò. Mise il giubbotto.
Ti chiamerò, disse.
Chiama, rispose Beatrice.
Uscì. Lei non lo accompagnò. Restò alla finestra. Lo vide scendere nel cortile, salire in macchina, sedersi.
Lauto rimase lì un momento. Poi partì.
Beatrice restò alla finestra. Guardava la neve.
E per una volta, non doveva sbrigarsi.







