– L’ospite va accolto con cibo e vino, – pretese l’ex marito, presentandosi a casa di Vera

Allospite si deve offrire qualcosa da mangiare e da bere, pretese lex marito, piombando da Vera.

Quando suonarono il campanello, Vera non si alzò subito. Pensò che avessero sbagliato piano. O che fossero i soliti amici di Franca, la vicina. Si alzò, infilò una vestaglia e andò ad aprire.

Alla porta cera Nicola.

Con la giacca, una grande borsa a tracolla, laria di chi torna a casa dopo una giornata di lavoro. Accanto a lui, un ragazzo sui ventitré anni, alto, scarpe da ginnastica, zaino sulle spalle. Guardava altrove, come se non capisse nemmeno lui perché si trovasse lì.

Vera, disse Nicola. Questo è Arturo.

Vera guardò Arturo. Sapeva che il suo ex marito aveva un figlio dal primo matrimonio, ma non le era mai capitato di incontrarlo.

Allospite si offre almeno un pasto, aggiunse Nicola, Dopo il viaggio ha bisogno.

E senza chiedere entrò in casa.

Così, senza ciao, senza posso entrare, senza quelle frasi che di solito si dicono quando si mette piede a casa daltri. Come se non ci fosse mai stato un divorzio, come se quei cinque anni separati, la giovane moglie Martina e lappartamento in Via Garibaldi, non fossero mai esistiti.

Arturo varcò la porta subito dopo. Con rispetto, al contrario del padre. Si tolse le scarpe nellingresso. Guardò Vera con lespressione di chi pensa di essere finito nel posto sbagliato.

Mi scusi, disse piano.

Vera rimase nellingresso. Dalla cucina si sentiva Nicola che apriva il frigorifero. Ci rimase davanti a lungo. Poi:

Cucini ancora poco come prima?

Un tempo si sarebbe già messa ai fornelli. Avrebbe tirato fuori la padella, scaldato qualcosa, preparato e impiattato. Arturo era ancora lì vicino.

Veramente, scusi ancora, ripeté. Non sapevo che volesse venire qui.

Il frigorifero restava aperto, Nicola guardava dentro deluso.

Almeno delle patate ci sono? chiese senza voltarsi.

Sì, ci sono.

Ecco. Prepara una padellata.

Non chiese. Comunicato, punto.

Arturo entrò piano e rimase alla porta, discretamente. Posò lo zaino tra i piedi.

Siediti pure, disse Vera.

Il ragazzo abbassò un po le spalle. Scrutò lambiente con occhi cauti, come chi non vuole essere colto a osservare troppo. Si mise a sedere.

Che bella questa casa, disse.

Grazie.

Nicola fece un verso sbrigativo. Chiuse il frigo. Si sedette, si stiracchiò rumorosamente, godendosi la sensazione come dopo un lungo viaggio.

Vedi, Arturo, disse allegro. Te lavevo detto che Vera cucina bene. Ci sa fare.

Arturo guardò Vera.

In quello sguardo cera una specie di intesa. Sembrava che il ragazzo conoscesse bene i modi del padre, e forse ne fosse anche stanco.

Non ho fame, disse Arturo. Abbiamo già mangiato in viaggio.

Ma come non hai fame, lo interruppe Nicola. Quello non era mangiare. Due tramezzini così

Erano buoni, papà.

I tramezzini non sono cibo.

Vera stava ai fornelli. Guardava quella scena il suo ex marito e suo figlio a tavola e cercava di capire cosa provasse in quel momento.

Rabbia? Un po sì.

Sorpresa? Anche.

Ma soprattutto, una certa curiosità.

Da Milano arrivi? chiese a Arturo.

Siamo partiti stamattina.

E perché siete venuti qui?

Arturo guardò il padre. Nicola guardava fuori dalla finestra, come se la discussione non riguardasse lui.

Beh, iniziò Arturo. Papà ha una situazione.

Che situazione?

Martina lha cacciato di casa, disse Arturo senza giri di parole. Hanno litigato. Seriamente. Lui mi ha chiamato, ci siamo visti, ha detto che dovevamo fermarci da qualche parte per un paio di giorni.

Un paio di giorni, ripeté Vera.

Sì.

Qui da me?

Ha detto che siete rimasti in buoni rapporti. E io vivo in uno studentato, non posso davvero aiutare.

Vera si girò verso Nicola.

Lui la fissò come per chiedersi dove fosse il problema.

E dove volevi che andassimo, in albergo? rispose. A spendere soldi? Tu vivi da sola, qui cè spazio.

Già, spazio ce nè, confermò Vera.

Ecco.

Questo è il tuo argomento? Che cè spazio?

Vera, dài Nicola fece una smorfia. Dieci anni insieme! Non mi vorrai trattare da estraneo?

Io sono la tua ex moglie.

Embè?

Embè.

Arturo sospirò piano. Spostò lo zaino.

Papà, disse.

Eh?

Ti rendi conto che è imbarazzante?

Arturo, non metterti in mezzo.

Non mi ci metto. Lo dico soltanto.

E allora non dire nulla.

Vera afferrò la saliera dal tavolo piccola, bianca, con i galli blu, presa ventanni fa al mercato comunale. La rimise a posto. Le mani dovevano fare qualcosa.

Per dieci anni aveva nutrito quelluomo. E patate, e minestroni, e polpette scaldate quasi a mezzanotte, quando tornava tardi.

Poi lui era andato da Martina.

Ora, Martina laveva messo fuori.

E lui era venuto lì.

Perché lì aveva sempre trovato un piatto caldo. Perché lex moglie era come un vecchio divano: magari logoro, ma a cui si torna quando non cè altro.

Allora le friggi, queste patate? chiese Nicola.

Vera lo guardò.

No, rispose.

Nicola rimase spiazzato.

Come mai?

Perché non voglio.

Vera

Nicola, disse con calma ci siamo separati cinque anni fa. Sei andato con unaltra, scelta tua. Ma da allora io non sono più a tua disposizione.

Nicola la fissava.

Arturo guardava il padre.

Da fuori, la porta dingresso sbatté.

Papà, disse Arturo. Te lho detto: bisognava andare in albergo.

In albergo i soldi servono.

I soldi li ho io.

Tieni i tuoi soldi per te.

Allora da Sergio. Ha detto che potevamo andare.

Sergio abita con la moglie, non si può.

Ma qui si può?!

Quella frase gli uscì a voce più alta di quanto volesse. Se ne stupì lui stesso. Tossicchiò per nascondere limbarazzo.

Nicola guardò il figlio come si guarda chi ti ha tradito.

Senti, Vera, disse con un tono diverso, senza la solita sicurezza. Insomma, siamo adulti. Due giorni e ce ne andiamo. Sistemo le cose con Martina.

E se non le sistemi?

Nicola rimase zitto.

Ah, così, disse alla fine. Arrivo e tu

Tu non sei uno sconosciuto, Nicola, lo interruppe Vera. Sei il mio ex marito. Non è la stessa cosa.

Nicola si alzò, andò verso la finestra e tornò.

Cosa sono per te adesso? Un estraneo?

Ormai per me sei nessuno, disse Vera.

Nicola si fermò.

Papà, riprese Arturo. Davvero non capisci?

Cosa dovrei capire?

Che mi hai portato dalla donna che hai lasciato. Lo disse senza rabbia, soltanto come un dato di fatto. E adesso pretendi che si prenda cura di te. Davvero?

Nicola taceva.

Papà. In auto non ho detto niente. Nemmeno fin qui. Ma ora basta

Arturo, per favore.

No, stavolta è il caso. Arturo posò la forchetta. Sai a cosa penso, vedendo tutto questo?

Vera lo osservava. In fondo, un ragazzo estraneo. Ma guardava suo padre con quegli occhi di chi ha già compreso, e ha taciuto troppo.

Hai idea, continuava Arturo, che lei qui ci vive sola? Che ha la sua vita? Che sei arrivato senza nemmeno avvertire?

Ho chiamato, abbozzò Nicola.

Sì, dallascensore. Non è avvisare, è solo informare.

Nicola era in silenzio. Vera quasi non lo riconosceva così, o forse era solo passato tanto tempo.

Per la prima volta, non aveva più nulla da dire.

Vera posò due bicchieri sul tavolo. Riempì dacqua fresca dal filtro. Uno davanti ad Arturo. Laltro vicino, non proprio davanti a Nicola.

Vera, disse lui sottovoce.

Sì.

Scusa, se ho fatto male.

Lei lo guardò. Un volto conosciuto, la solita ruga tra le sopracciglia.

Non sono arrabbiata, Nicola, disse. È passata da un pezzo.

Nicola annuì. Piano, come chi realizza le cose solo un po alla volta.

Arturo finì lacqua. Posò il bicchiere. Guardò suo padre.

Papà, disse. Andiamo da Sergio.

Ormai è tardi.

Lo chiamiamo.

Nicola restò ancora un attimo nel silenzio. Poi si alzò, prese la giacca dallattaccapanni, la indossò.

Almeno, cominciò, girandosi verso Vera.

Sì?

Tutto a posto, tu?

Sì, tutto bene. Grazie per avermelo chiesto.

Lui annuì. Uscì nellingresso.

Arturo riprese lo zaino. Si fermò sulla soglia.

Mi scusi, disse. Per questo

Tu non hai colpa, rispose Vera.

Ma mi dispiace lo stesso.

Lei accennò un sorriso.

Mangia qualcosa di caldo in viaggio, disse. Non solo panini.

La porta si chiuse.

Vera tornò in cucina e si fermò alla finestra.

Capita così: si pensa che dopo un momento importante si affollino pensieri profondi, una qualche intuizione, una svolta. Ma no. Si resta solo a guardare il cortile dalla finestra.

Giù, nel parcheggio, dei fari si accesero unauto che usciva. Forse Nicola e Arturo. Forse qualcun altro. Ormai non aveva più importanza.

Il telefono squillò. Numero sconosciuto.

Vera rispose.

Buonasera, disse una voce giovane. Sono Arturo. Volevo chiedere scusa, per mio padre.

Vera rimase in silenzio per un attimo.

Capisco.

Buonanotte.

Buonanotte, Arturo.

Riagganciò. Rimase ancora un po davanti alla finestra. Poi spense la luce e andò a letto. Ma ci mise molto ad addormentarsi, pensando a quanto diversi erano padre e figlio. Forse perché la vera educazione laveva data la madre, non Nicola.

A volte, la vita insegna che il rispetto per gli altri e per se stessi non si eredita, ma si impara scegliendo ogni giorno chi vogliamo essere.

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