«Hai davvero preparato i miei panzerotti preferiti!» — disse il marito tornando a casa dall’amante: ma appena ne addentò uno, impallidì, perché all’interno lo attendeva una sorpresa inaspettata preparata da sua moglie

Diario di Anna, 18 marzo, Milano

Oggi la cucina profumava di forno caldo e farina. Ho infornato i panzerotti lavorando la pasta con pazienza, come una volta. Ho pulito il banco, sistemato la farina, e fissato la lancetta dellorologio sopra i fornelli. Doveva andare tutto bene, questa sera. I panzerotti dovevano riuscire dorati, gonfi e perfetti, proprio come li adorava Marco.

Fino a tre anni fa la mia vita era semplice, quasi monotona. Appena mi illudevo di aver trovato un senso alla solitudine, accadeva qualcosa che me la riportava davanti. La svolta, però, arrivò allimprovviso: Marco, giovane, elegante, con quello sguardo che non lasciava spazio ai dubbi, si presentò al colloquio in azienda. Ricordo ancora il battito improvviso che mi colpì dentro, come una piccola scossa elettrica.

D’un tratto tutto cambiò: lamore, il matrimonio, la sensazione di essere finalmente il pezzo mancante di qualcuno. Pensavo di essere davvero felice e senza accorgermene mi ero annullata in lui.

Poi, due anni dopo, Marco raccolse un paio di camicie, infilò il beauty-case in valigia e disse che sarebbe partito per una trasferta di lavoro a Roma, per un solo mese. Quel mese si trasformò in un anno intero. Le chiamate si fecero sporadiche, i suoi messaggi freddi e rapidi. Io aspettavo, mi giustificavo il suo silenzio, mi convincevo che fosse tutto normale. Fino a quando una sera una collega mi rivelò, tra una chiacchiera e laltra, di aver visto Marco al centro commerciale con una donna. Passeggiavano insieme, mano nella mano, come se la sua trasferta non fosse mai iniziata.

Solo allora compresi quanto fossi stata ingenua. Potevo gridare, fare scenate, tempestarlo di telefonate. Ma la rabbia sapeva di essere paziente. Decisi di aspettare in silenzio. La vendetta a volte cresce nel silenzio.

Un anno dopo squillò il telefono. Marco era rientrato. «Anna, finita la trasferta. Stasera torno a casa. Mi prepari i tuoi panzerotti con le patate? Mi mancano tanto». La voce era allegra, come se non fosse successo niente.

«Hai fatto davvero i miei panzerotti preferiti!» mi disse entrando in cucina, scarpe lucide e completo in ordine, lo stesso sguardo di sempre. Ma appena ne addentò uno, il suo volto si fece di cera, gli occhi gli si spalancarono dallo spavento. Non era pronto per la sorpresa che avevo nascosto al suo interno.

Marco si mise a sedere sulla sedia della cucina con la solita arroganza. Unocchiata alla teglia di panzerotti dorati, un sorriso come se nulla fosse stato diverso da sempre. Si servì il primo, abbondante morso.

Ci mise un attimo: sputò subito il boccone, le guance impallidirono, le mani si aggrapparono al tavolo. Un dolore improvviso, tagliente, lacerante: nel ripieno non cerano le patate, ma piccoli frammenti di vetro, sistemati da me con cura.

La bocca gli si riempì di sangue, la lingua e le gengive graffiate. Iniziò a tossire, la paura negli occhi. Il ricordo di tutte le sue bugie si rifletteva nel viso deformato dal dolore.

«Hai fatto davvero i miei panzerotti preferiti!» aveva detto con il sorriso di chi pensa che tutto gli sia dovuto.

Lo guardai negli occhi senza rabbia e parlai piano, ferma. «Questa è la mia vendetta per i tuoi tradimenti e tutte le tue menzogne. La prossima volta che penserai di ingannare qualcuno, ricordati di questo dolore.»

Provò a rispondermi, ma uscì solo un grottesco rantolo. Cercava il telefono, sgranando gli occhi. Io invece girai le spalle, presi la borsa finita la valigia già pronta, mi infilai il cappotto e mi diressi verso la porta. Nessuna chiamata alle ambulanze, nessunaltra parola.

Ho lasciato il mazzo di chiavi sul tavolo e sono uscita dallappartamento in silenzio. La Milano della sera mi ha accolto tiepida. Marco è rimasto lì, solo, con la bocca bruciante e il ricordo di me scolpito nei suoi dolori. E io, che per troppo tempo ero stata precisa e remissiva, ora sento solo un senso di libertà sordo e definitivo.

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