– Da oggi pranzerai a casa di tua madre. Lo sai, cucina davvero da favola, – disse Tonia a suo marito dopo il matrimonio

Dora in poi a pranzo vai da tua mamma. Lei sì che cucina bene, dice Serena a suo marito dopo il matrimonio.

Il matrimonio tra Serena e Marco è stato bello. Semplice, senza troppi fronzoli. Ci saranno state una trentina di persone, una montagna di insalata russa, zia Pina allorganetto, il solito brindisi auguri e figli maschi. Insomma, tutto come si deve.

Il giorno dopo telefona la signora Gabriella.

Marcuzzo, hai mangiato? chiede con la voce di una che già sa la risposta e non le va a genio.

Sì mamma, ho mangiato.

Cosa hai mangiato?

Due uova strapazzate.

Pausa. Lunga, pesante. Una di quelle che precedono una sentenza.

Uova, ripete Gabriella sottovoce, come fosse più una diagnosi che una risposta.

Serena è lì accanto, tiene in mano una tazzina di caffè e guarda fuori dalla finestra.

Le chiamate continuano anche il giorno dopo, e poi quello dopo ancora. Lo schema sempre quello: Hai mangiato?, Cosa hai mangiato?, e poi un silenzio breve ma eloquente: che moglie è una che non sa preparare un pranzo decente al marito.

Un giorno Gabriella si presenta a casa loro. Avvisa dal citofono: Ero in zona. In zona carica di tre pentole e un sacchetto con il prezzemolo che spunta fuori.

Ho portato la minestra e anche le polpette. Marco adora le polpette.

Serena apre la porta. Sorriso gentile. Mette su lacqua per il tè.

Gabriella entra in cucina, la scruta come unispettrice dellASL e, molto sottovoce, quasi sussurrando, dice:

Serena, la verdura va lavata bene prima di metterla nel brodo. Cè gente che non la lava, eh, te lo dico così, per dire.

Certo, dice Serena.

E la cipolla, meglio soffriggerla a parte, così non resta amara.

Ho capito.

E la carne, Serena, bisogna…

Signora Gabriella, interviene Serena, vuole del tè?

Gabriella il tè lo vuole. E poi resta a illustrare con dovizia di particolari come si stufano le zucchine a dovere.

Quando Marco torna dal lavoro, annusa laria, dà unocchiata alle pentole e dice: Ah, è venuta la mamma? tutto contento, tanto che Serena si sente di troppo, come il camino che si accende solo quando arrivano gli ospiti.

Lei lo guarda. Poi guarda le pentole.

Marco, dice tranquilla, a pranzo dora in poi vai da tua mamma. Tanto lei cucina divinamente.

Marco ride. Pensa sia un scherzo.

Serena invece no.

Seriamente?

Come non mai, dice Serena accendendo il bollitore.

Marco arriva da sua madre il sabato alle una e mezza.

È successo quasi senza pensarci. Serena la mattina è andata al lavoro, lasciando sul tavolo un biglietto: In frigo ci sono uova e ricotta. Marco sta tre minuti con la testa ficcata nel frigo, osserva le uova, osserva la ricotta, richiude lo sportello. Poi chiama la mamma.

Marcuzzo?

Mamma, sei in casa?

E dove vuoi che sia. Vieni?

Se non ti dispiace.

Gabriella è tutto tranne che dispiaciuta.

Sul tavolo, quando Marco arriva, ci sono minestrone, polpette, insalata di cetrioli, pane a fette, burro sul piattino. E il bollitore già in funzione. E i crostini allaglio nella ciotolina, quelli che Marco mangiava già da bambino.

Su, siediti Gabriella fa avanti e indietro per la cucina indaffarata. Il brodo è caldo, mangia subito. Le polpette sono appena cotte. Ti sei asciugato, mi pare.

Mamma, sto bene.

No no, mi sembri dimagrito. Qui sulle guance…

Marco mangia. La minestra è buona, densa, la carne perfetta. Le polpette morbide, al punto giusto. Tutto profuma di infanzia, di casa dei genitori, di università, come cento altre volte.

Gabriella sta lì vicina, con la testa appoggiata alla mano, felice e silenziosa. Lo guarda mangiare come si guarda lacquario: tranquilla, beata, senza pensarci troppo.

Come va tra voi? chiede poi.

Tutto bene, mamma.

Serena lavora?

Sì, lavora.

Meno male. Pausa. E ieri cosa ti ha preparato?

Pasta al formaggio.

Gabriella annuisce, come una dottoressa cui riferiscono sintomi prevedibili.

Capisco, dice. E di Serena non domanda più. Si concentra sui suoi racconti: la vicina Teresa che ha il ginocchio fuori uso e il nipote Lorenzo che ha comprato una macchina, ma avrebbe potuto chiedere consiglio.

Marco ascolta, mangia polpette e annuisce.

Sta bene. È caldo, è sazio, è tutto familiare. Profuma di minestre e di parquet vecchio e, appena appena, di crema mani da mamma. È tutto talmente casa che quasi annoia.

Il giorno dopo torna di nuovo.

E quello dopo pure.

Gabriella si rifiorisce. Telefono allamica Anna, le dice piano Anna, viene ogni giorno mio figlio. Con la cucina di casa non si sbaglia mai. Anna annuisce in modo comprensivo.

Al pranzo del quarto giorno Gabriella apparecchia anche per la vicina Teresa, quella col ginocchio. Teresa arriva in vestaglia azzurra e pantofole, vien su con una teglia di tortine ripiene e racconta per unora di suo genero che mangia solo panini, mai a tavola, guardalo come si è ridotto.

Marco si accomoda tra due signore, mangia tortini con verza e pensa che la vita è proprio strana.

Marco, un altro po?

No grazie.

Un pezzettino almeno?

Mamma.

Solo questo piccolo, guarda…

Il piccolo è grosso quanto una polpetta.

Teresa intanto è passata dal genero alle pensioni, delle pensioni è tornata ai prezzi del riso, e così via, fino a parlare di nuovo del genero, per logiche tutte sue. Marco guarda lora.

A casa Serena lavora al pc. Domanda: Hai mangiato? Lui: Uhm. Lei annuisce e torna allo schermo. Tutto tranquillo. Troppo tranquillo, pensa Marco, ma non ci riflette più di tre secondi. Ha la pancia piena di polpette. Non cè molto da riflettere.

Al quinto giorno Gabriella chiama alle undici del mattino.

Marco, vieni oggi?

Forse, mamma.

Preparo gli involtini di verza come piacciono a te.

Buoni!

Per le due li faccio trovare pronti?

Farò il possibile.

Se ritardi avvisami. Gli involtini vanno mangiati caldi.

Sì mamma, ti chiamo.

Riaggancia e resta un po in silenzio.

Marco si veste e va dalla mamma, a mangiare gli involtini.

Così passa una settimana. E unaltra ancora.

Le conversazioni a tavola diventano un copione. La prima settimana Gabriella snocciola tutte le novità del palazzo e dei nipoti. Marco ascolta in silenzio. Poi finiscono le novità, e cominciano le storie vecchie di una vita: come Lorenzo da ragazzo ruppe il vaso, di quando il vicino del quinto piano rifaceva casa e nessuno dormiva, e di quanto nel 94 nemmeno ci si crede per via dei prezzi.

Marco conosce quelle storie parola per parola.

Tutte. Senza esclusione.

Mangia la zuppa e ogni tanto si sorprende a pensare che potrebbe raccontarle lui, con le stesse pause e le stesse battute finali. È strano, quasi inquietante, rendersi conto di sapere tutte le virgole di un monologo che non è il tuo.

Ma le polpette sono buone. Questo è certo.

Verso il decimo giorno, Gabriella comincia ad avere mal di schiena. Non forte, ma fastidioso: quel tirare tra le scapole e giù di schiena. Stare in piedi ai fornelli per unora la lascia a pezzi. Ma non lo dice. Continua a cucinare. Perché il figlio passa ogni giorno.

Poi Anna la chiama a chiedere come va.

Eh, sono stanca, confessa Gabriella. Cucino tutti i giorni, viene sempre Marco. Cosa vuoi farci.

Goditelo, dice Anna.

Lo faccio, risponde Gabriella.

Restano qualche secondo in silenzio.

È che viene, mangia e va via subito, aggiunge Gabriella. Prima almeno ci guardavamo qualcosa insieme in tv. Ora invece: mangia e via. Serena resta lì da sola, lei dice.

Anna tace. Di quei silenzi che sanno già tutto.

Intanto Serena, a casa, apre il portatile e finalmente si iscrive a un corso dinglese. Era tanto che voleva farlo, ma tra pranzi, cene e pentoloni di prezzemolo non cera mai tempo. Ora può.

Passano altre due settimane.

Marco salta il mercoledì. Poi il giovedì. Quel mercoledì il lavoro si accumula, fa tardi, poi lui e Serena prendono dei ravioli pronti, si siedono in cucina e guardano qualcosa sul portatile. Niente di speciale. Solo stare insieme. Fuori nevica la prima neve, fine e leggera. Serena si avvolge nella copertina. Marco mangia ravioli e si sente bene.

Mercoledì, Gabriella chiama alle due e mezza.

Non passi oggi?

No, mamma, oggi pranziamo a casa.

Pausa.

Ho capito, dice lei. Ma il tono fa capire che non ha capito affatto.

Giovedì non chiama. E neppure venerdì.

Sabato Marco va da solo. Citofona, sale. Gabriella apre in vestaglia, con lasciugamano sulle spalle, appena uscita dalla doccia.

Ah, sei venuto.

Sì, mamma. Come stai?

Bene. Un po la schiena. Vieni.

In cucina cè una sola pentola sul fuoco. Marco si siede, Gabriella gli versa la zuppa e porta il pane. Niente polpette. Né insalata. Né crostini.

Sei calata di peso, mamma.

No, solo mal di schiena, non riesco a fare tutto.

Rimangono in silenzio.

Serena come sta? chiede Gabriella.

Bene. Si è iscritta a un corso di inglese.

Inglese? Gabriella resta un attimo stupita. Perché?

Le va così. Dice che ci pensava da un po.

Gabriella annuisce. Gira il tè.

E cucina?

Marco la guarda, poi guarda la minestra, poi di nuovo lei.

Cucina, mamma.

Meno male, dice Gabriella. E stavolta sembra sincera. Solo meno male. Niente altro.

Marco resta sorpreso, ma non dice niente.

Beve il tè, si ferma ancora un po. Gabriella racconta che il ginocchio di Teresa va meglio, ormai cammina senza bastone. Il nipote Lorenzo? La macchina non è male, solo un colore strano. Marco annuisce.

Poi si alza.

Mamma, vado. Serena mi aspetta.

Vai, vai pure.

Sta infilando le scarpe quando lei, dalla cucina, lo chiama sottovoce:

Marco.

Sì?

Fa una piccola pausa.

Niente. Saluta Serena da parte mia.

Marco rimane fermo. Per tre secondi tiene il laccio in mano. Poi dice:

Glielo dico.

Ed esce.

In ascensore pensa che è la prima volta, da due mesi, che la mamma gli dice di salutare Serena. Non ha chiesto se ha preparato la minestra, o se almeno pulisce casa.

Esce. Nevica ancora, sottile e pulita, senza tracce. Marco si stringe nel giubbotto, tira su il colletto.

Poi prende il telefono e scrive a Serena: Sto tornando a casa. Mamma ti saluta.

Serena risponde dopo un minuto: Va bene e aggiunge la faccina della tazzina di caffè.

Marco mette via il telefono e va verso la macchina.

A casa Serena è al tavolo, libro e quaderno aperti. Sul fuoco qualcosa sobbolle piano niente minestrone, niente polpette, qualcosa di semplice, con patate e carote. Ma ha un buon profumo.

Ciao, dice Serena senza staccare gli occhi dal libro. Come stava la mamma?

La schiena le fa male. Dice che sta bene.

Almeno si riposa?

Pare di sì. Senti, dice Marco sedendosi, ma perché lhai detto, quella volta? Che dovevo andare a pranzo da lei?

Serena posa la penna.

Perché cucina meglio di me, dice Serena.

Marco resta in silenzio. Poi si alza, va a vedere la pentola. Zuppa, con patate e cipolle e carote.

Mangiano in silenzio. La zuppa è buona. Diversa da quella della mamma più semplice. Ma calda, fatta in casa.

Fuori si fa buio. La neve cade lenta, senza fretta.

La mamma per la prima volta ti ha mandato i saluti, dice Marco.

Serena alza lo sguardo.

Salutala anche tu, dice.

Ma tutto questo succede dopo.

Quella stessa sera, mentre Marco è ancora in auto, Gabriella chiama Anna.

Anna, oggi è venuto Marco.

E allora?

Tutto normale. Mi ha detto che Serena si è iscritta a inglese.

Inglese? Anna non capisce dove voglia arrivare.

Eh. Dice che ci pensava da tempo, Gabriella resta un istante in silenzio. Io pensavo che non facesse niente, quando Marco viene qui. Invece si dà da fare. Inglese.

Silenzio.

Così sono questi giovani, commenta Anna senza spiegare bene cosa intenda.

Domenica mattina Gabriella chiama Serena.

Serena, sono io.

Serena non sa cosa rispondere, Gabriella la chiama sul suo numero credo solo per la seconda volta. La prima, per chiedere dovera il bagno il giorno del matrimonio.

Ho fatto delle tortine con le mele, dice la suocera. Ne ho fatte troppe. Non venite a prenderne due?

Volentieri, risponde Serena. Che ora?

Quando volete.

Per le tre?

Tre va benissimo.

Vanno davvero. Gabriella apre la porta in ordine, abito elegante, non la solita vestaglia.

Entrate, entrate pure, si agita un po, spostando tazze, strofinando un piattino già splendente. Arriva subito il tè.

Si siedono. Versano il tè.

Per qualche minuto, in silenzio.

Serena, forse allinizio sono stata troppo puntigliosa con te.

Serena prende un pezzo di torta.

Succede, risponde.

Gabriella annuisce. Resta zitta un attimo.

Ti piace?

Moltissimo, dice Serena.

È una ricetta semplice. Te la scrivo.

Grazie.

Serena beve il tè.

Le tortine, in effetti, sono proprio buone.

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