Lascialo all’ospedale: scegli il meglio per il suo futuro!

LASCIALO IN OSPEDALE!

Lascialo, ti prego, lascialo! Allospedale si prenderanno cura di lui, lo affideranno dove serve, magari proveranno pure a curarlo! Dai, lascialo lì e ricominciamo la nostra vita di prima! Potremmo anche provare ad avere un altro figlio! supplicava sua moglie Antonio, seduto accanto a lei sulla panca della sala dattesa dellospedale di Napoli.

Ma come possiamo lasciarlo, Antonello? È nostro figlio! Non importa se ha quella quella sindrome Down, vero? È così bello! Appena lo vedrai, capirai che non si può lasciare qui! Già lo sto allattando, e lui capisce tutto, vedrai! piangeva disperata Francesca, ascoltando suo marito.

Franci, ma rifletti, che vergogna ci aspetta! Come lo porto dai miei giù a Vico Equense? Come farò a passeggiare per strada con lui, così diverso? Ne ho visti altri come lui, sono tutti uguali, nessuno riconoscerebbe il nostro! E non si guarisce, è solo una sofferenza che durerà tutta la vita, si lamentava Antonio, abbassando il capo e asciugandosi le lacrime con la manica. Aveva tanto voluto un figlio!

Anche Francesca si era sciolta in lacrime, ma non poteva accettare le parole del marito.

Nella solitudine della casa, mentre Francesca era ancora ricoverata, Antonio ripensava con amarezza a quanto aveva amato la sua Franci, a come si erano conosciuti lavorando insieme sul cantiere: lui caposquadra, lei pitturatrice. Era scoppiato lamore lì! Alla loro festa di nozze, cera tutta la squadra. Un anno dopo, il direttore della cooperativa regalò loro le chiavi del nuovo appartamento. E finalmente aspettavano quel bambino così desiderato. Tutto filava liscio, nulla lasciava immaginare una tragedia simile! Cosa avrebbe detto ai compagni del cantiere?

Il giorno delle dimissioni, Antonio era andato a prenderli allospedale col cuore spezzato, rifiutandosi persino di stringere tra le braccia quel fagottino caldo che linfermiera porgeva. Francesca cercava di non dare peso a quel gelo, sperando che col tempo Antonio si sarebbe abituato e avrebbe finito per amare il figlio. Era sicura di lui e sapeva quanto fosse difficile per lui accettare un bambino malato.

Ma nei mesi che seguirono, nulla cambiò. Antonio usciva presto per il lavoro e rientrava a casa in silenzio, senza mai prendere il bambino in braccio e lasciando ogni incombenza a Francesca.

Lei resisteva, nella speranza che le cose cambiassero. E intanto il bambino cresceva tranquillo e sorprendentemente ubbidiente. Sorrideva con tutta la bocca, illuminandosi appena vedeva la mamma, ma anche quando notava il padre in casa. Antonio, però, ogni volta che posava lo sguardo sui tratti caratteristici del figlio, lo distoglieva in fretta, accigliandosi e ignorando i sorrisi del piccolo.

Antonio non volle aspettare che il figlio imparasse a sedersi, poi a gattonare e infine a camminare. Iniziò a frequentare una giovane contabile conosciuta negli uffici della cooperativa e, poco dopo che il figlio compì un anno, chiese il divorzio e si mise a pagare gli alimenti con regolarità.

Se non fosse stato per quel bambino, a cui Francesca ormai dedicava tutta la sua esistenza, lei non avrebbe mai superato il dolore del divorzio. Ma così andava la vita: era chiaro che Antonio era troppo debole e bisognava farsene una ragione.

Mentre il piccolo Matteo cresceva, nella società italiana cominciava a cambiare il modo di vedere questi bambini, chiamati dora in poi bambini del sole. Francesca si sentiva pienamente daccordo e si beava dellamore incondizionato e della dolcezza del figlio. Certo, Matteo talvolta si lasciava prendere dalle emozioni, ma il suo comportamento era sempre pieno di affetto e di allegria.

Fu solo a cinque anni che Matteo fu ammesso alla classe dei più piccoli della scuola materna; lì divenne il braccio destro della maestra Lucia, che spesso diceva: Senza di lui non riuscirei né a sistemare il tavolo né a riordinarlo. Anche le maestre lo coinvolgevano in mille incarichi, che Matteo svolgeva con entusiasmo. I compagni lo adoravano, e molti genitori incoraggiavano Francesca nellintento di far socializzare il figlio.

La mamma lo amava talmente che non si preoccupava più di quello che potevano dire o pensare gli altri. Dopo cinque anni tornò finalmente in cantiere, dove seppe che Antonio lavorava ora negli uffici della cooperativa e ogni tanto appariva ai cantieri per ispezioni. Di Matteo non parlava mai e si mostrava sempre burbero, impegnandosi a dare di sé limmagine del dirigente inflessibile.

Alle colleghe del cantiere, Francesca aveva confidato la situazione di Matteo, e molte avevano solidarizzato con lei, giudicando male Antonio.

Così passarono gli anni.

Matteo ormai frequentava una scuola speciale, seguendo un programma adattato, ma pur sempre uno studente! Ed ecco che un giorno Francesca ricevette la notizia: Antonio, durante unispezione su un ponteggio a Salerno, aveva messo un piede in fallo, cadendo da diverso metri. Colonna vertebrale lesionata, costretto a letto in ospedale, nessuno pronto ad accudirlo; la giovane contabile lo aveva lasciato appena seppe che rischiava una disabilità permanente, e tra loro figli non ne erano venuti. I genitori di Antonio erano già morti da anni a Vico Equense, e ora lui, di parenti, non ne aveva più.

Francesca non ci pensò troppo: decise di andare a trovarlo in ospedale. Antonio era lì, da mesi immobile su un letto attrezzato, con i medici che consigliavano di portarlo a casa per cure domiciliari.

Cure a casa? Così sia! Francesca scelse di accoglierlo di nuovo nel suo appartamento. Matteo era cresciuto e sapeva già badare a molte delle proprie necessità. E almeno, mentre lei era al lavoro, il piccolo non sarebbe stato solo: il suo papà, seppur immobilizzato, sarebbe comunque stato con lui.

Matteo, appena seppe che il padre sarebbe tornato a vivere con loro, si illuminò di gioia e iniziò a dire ripetutamente: Io amo papà, lo aspetto!.

Finalmente arrivò il giorno. Una volta sistemato il letto speciale in casa, Antonio fu trasferito dallospedale. Il primo giorno rimase sdraiato, il volto rivolto verso il muro, senza rivolgere una parola né a Francesca né a Matteo. Ma Matteo, sedutosi accanto al padre, iniziò ad accarezzarlo sulla mano e sulla testa, restando sempre vicino.

Poi, improvvisamente, Antonio ebbe un crollo emotivo. Si mise a piangere, urlando di dolore e stringendo la mano del figlio, cercando di baciarla.

Papino, hai male? Dove ti fa male, papino? chiedeva Matteo, passandogli le mani tra i capelli Papà, vuoi che ti faccia un massaggino? Sono bravo! Non piangere, dai! Io e la mamma ti aiutiamo! balbettava Matteo, con la sua voce allegra e un po impacciata.

Mi fa male lanima, figlio mio! riuscì a dire Antonio, soffocando le lacrime dopo un lungo pianto.

Francesca, seduta in cucina, piangeva in silenzio.

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