Ti racconto questa storia, ascolta che meraviglia. Era un agosto di quelli caldi, proprio caldi da toglierti il fiato. Lestate ormai stava finendo, ma il sole picchiava ancora senza pietà. La strada davanti al paese era coperta di polvere, bastava posarci un piede che salzava una nuvola. Nel paesino regnava una calma lenta, quasi sonnolenta, di quelle dove persino le mosche sembrano più pigre del solito. Solo di tanto in tanto, da qualche finestra lontana, arrivava la voce sbiadita della televisione.
A un certo punto, il silenzio sè rotto tutto insieme: si sente un gran rumore, si vede una colonna di polvere, e arriva una macchina che si ferma davanti al nostro vecchio magazzino, quello in fondo, quasi fuori dal paese. Era una macchinina da città, tutta impolverata dal viaggio lungo. E chi scende? Un ragazzo magro magro, con gli occhiali, una maglietta colorata piena di scritte strane, tipo quelle che si vedono nelle grandi città.
Mi affaccio dalla finestra dellambulatorio non credevo ai miei occhi, era Pietro! Il nipote di Matteo, pace allanima sua. Sai, Pietro è cresciuto in città, da noi veniva solo da piccolo, qualche estate dai nonni. E ora, guarda te, eccolo lì!
E non solo veniva a trovarci. Cominciò a scaricare scatoloni dalla macchina: pesanti, vedi che faceva fatica, diventava rosso sotto il sole. Poi prende un lenzuolone ma uno di quelli belli bianchi, come le nuvole. Lo appende sul muro del magazzino, martella qualche chiodo, tira su delle corde.
In men che non si dica, la gente esce fuori qui la curiosità non manca mai. Si sono affacciate dal cancello, sussurrando tra loro.
Che fa, la discoteca? sbuffa la signora Nunzia, proprio quella che sta sempre con la bocca pronta alla battuta. Se dice una cosa, è tagliente come un biglietto da cinquanta euro sbattuto in mano.
Eh, Nunzia, hai visto? borbotta il nonno Cosimo, appoggiato al suo bastone. Oggi i giovani non hanno vergogna. Questi ci fanno venire la musica a tremila.
Ma Pietro non faceva una piega, continuava a lavorare con serietà. Stende con cura il lenzuolo, lo liscia fino a togliere tutte le pieghe; il vento lo gonfiava come una vela, dava limpressione che il magazzino stesse per salpare. Dopo, mette sopra uno sgabello una scatola nera, attacca cavi che non finiscono più.
Io sono uscita dalla porta, mi sono asciugata le mani sul grembiule, e mi sono sentita strana, con il cuore che batteva veloce. Non è che sembrasse uno scherzo tutto quello: Pietro aveva unaria seria, concentrata, quasi solenne, come se stesse issando una bandiera.
Alla sera, con il caldo finalmente in calo, davanti al magazzino ci siamo ritrovati tutti. Chi veniva per vedere che succedeva, chi già pronto a protestare per il rumore in paese di giovani ormai quasi non ce nerano più, giusto noi vecchie glorie e qualche villeggiante.
La prima è stata Nunzia, mani sui fianchi e sguardo severo.
Oh, Pietro gli urla lei, così forte che pure le cornacchie sono volate via dallo spavento cosa hai in mente? Non pensare di attaccare quella tua bumbum-bumbum, che io il filo della corrente te lo stacco subito! Noi qui abbiamo bisogno di pace, non di balli.
Pietro si gira, si sistema gli occhiali. Lo vedi che è emozionato ma gentile.
Buonasera, signora Nunzia fa lui, e poi saluta anche me, Valentina Simonetti. Sedetevi! Ho portato delle panche, non preoccupatevi: la musica non sarà alta, parola mia.
E cosa fai allora? Proietti un film? sinfila Cosimo, strizzando gli occhi. Tanto a casa cè la serie sulla Rai, quelle storie damore che ci fanno ancora sognare.
Pietro sorride, con le mani che gli tremano come fosse il giorno dellorale di maturità.
Meglio, nonno Cosimo. Aspettate ancora un attimo, che cali la notte.
Allora tutti ci siamo sistemati: chi sulle panche, chi sui tronchi vicino al magazzino. I moscerini iniziavano a infastidire, qualcuno si sventolava con un rametto. Laria era carica di sospetto, potevi quasi tagliarla. Qui la gente di paese è abituata a non fidarsi subito: pensavamo ci volesse vendere qualcosa, fregarci in qualche modo o farci la morale.
Mi fissavo quel lenzuolone bianco che pian piano diventava blu nel crepuscolo. Mi prese un magone che solo chi ha visto il paese cambiare lo può capire. Ricordavo quando al circolo si facevano le serate col cinema: la sala stracolma, risate e voci. Ora il circolo era chiuso a doppia mandata, finestre sigillate; restavano soltanto i ricordi, sbiaditi come vecchie fotografie.
Quanto manca ancora? sbotta Nunzia Le ossa fanno male a forza di star seduti così.
Ormai ci siamo risponde basso Pietro.
Schicca qualcosa contralla macchina sua. Si sente un ventolino come di grosso calabrone, e dalla scatola nera parte un fascio di luce che attraversa la notte e si stampa sul lenzuolo. Nelle particelle luminose, la polvere ballava.
Prima comparvero numeri, strisce, poi abbiamo fatto tutti un oh! insieme. Sullo schermo, tremolante e un po sfuocato, era il nostro paese. Non quello di adesso con le staccionate storte e le erbacce. Era quello di una volta, sotto un sole che sembrava cantare!
Era un taglio di fieno, i vecchi raccolti. La camera ballava, girava, si vedeva che riprendevano da un trattore, o forse da un carro. Ma tutto era riconoscibile. Il campo largo pieno di margherite, la gente giovane, forte, bella!
Guardate, guardate! grida zia Vera, le mani strette al petto Siamo noi!
Sul lenzuolo, in primo piano, appare il volto allegro di un ragazzo con il ciuffo sotto il berretto, rideva a bocca spalancata, salutava verso la camera. Camicia sbottonata, il sudore che brillava sul collo.
Vittorio sussurra accanto a me Nunzia. E in quella voce, credimi, ci stava tutto il mondo.
Era il suo Vittorio. Quello con cui ha vissuto cinquantanni, quello che ormai è quasi dieci anni che non cè più. Ma lì, sul lenzuolo, era vivo, vero, presente! Camicia aperta, occhi pieni di vita, e con la forca stringeva il fieno come se pesasse nulla.
La mia Nunzia, dura come una quercia, improvvisamente si scioglie. Aggiusta la sciarpa sul capo con la mano tremante, come a dire: vedi che mi sta guardando davvero, il mio Vittorio. E quel silenzio pieno, rotto solo dai grilli e da quella macchina che frusciava come destate.
E guarda lì! sussurra Cosimo, puntando il bastone contro lo schermo Sono io! Mamma mia, comero!
Si vedeva sul lenzuolo un ragazzino magro, nervoso, col berretto storto, che cercava di mettere in moto una vecchia Vespa. La Vespa sbuffava, non partiva. Intorno altri uomini ridevano, lo prendevano in giro, gli davano consigli silenziosi. Unallegria contagiosa, che anche noi lì nel buio ci siamo messi a ridere.
Guardo Cosimo adesso, curvo e canuto, e poi laquila che era sullo schermo: eppure, gli occhi sono sempre quelli. Stessa luce, nascosta sotto le rughe.
Poi cambia la scena, tutti seduti a un tavolone in mezzo al campo. Il cuore mi si è strizzato
Sul tavolo pane tagliato grosso, cetrioli, patate con la buccia, la brocca del latte. I volti: quelli dei miei amici, di chi oggi è ancora qui e di chi invece è già andato. Antonella, la maestra, che ora esce poco di casa, si vedeva mentre mesceva il tè in una tazza grandissima. Steno, il fabbro, che spezzava il pane a mano e rideva forte, raccontando chissà cosa.
E poi io, per un attimo, col sacco a tracolla, i capelli raccolti in treccia, la faccia abbronzata. Corro chissà dove, faccio segno di non filmare che non ho tempo.
Valentina mi tocca sul braccio Vera, piano Guarda comeri
Mordevo le labbra per non piangere forte, perché quel giorno lo ricordavo ancora. Era caldo, le zanzare impazzite, stanche allinverosimile. Ma sullo schermo: felicità. La felicità semplice, di stare insieme, di lavorare con le stesse mani e avere la stessa vita. E la cosa incredibile, sai, è che in quel filmato non cera il suono. Nessuna voce, nessun ronzio di trattore o canto di risate ma te lo giuro, io lo sentivo. Sentivo il falciare, lerba secca, lacqua nella brocca. La memoria, si sa, grida più forte di qualsiasi stereo.
Pietro, il nipote di Matteo, se ne stava lì col proiettore, più vispo che morto. Temeva la ramanzina, che lo mandassimo via. E invece noi, lì zitti, nessuno che si muoveva, era come se ci avessero dato uno specchio magico. Non vedevamo più le rughe e lartrosi, ma le anime nostre giovani, ancora vive.
A un certo punto, nello schermo il sole sparisce, arriva una nuvola scura. Gente che corre a raccogliere il fieno, il vento che gonfia le camicie, i fazzoletti che volano. Inizia una confusione allegra, di corsa. Qualcuno cade nel fieno, qualcun altro tira su altri sulla carrozzella.
Ve la ricordate? grida dalla panchina Sergio, lex agronomo. Ve la ricordate quella volta che ci ha sorpreso la tempesta e ci siamo infilati tutti sotto il carro?
Mica me lo sono scordata! ride Nunzia, mentre si asciuga le lacrime col fazzoletto. Avevo Vittorio che mi copriva con la giacca, lui inzuppato fradicio.
E io che persi il sandalo nel fango! ride una ragazza giovane, la figlia della postina. Avevo cinque anni, la mamma mi aveva portata con sé E ci hanno aiutato tutti a cercarla!
Lì è successo qualcosa: come se fosse crollata la diga. La gente ha cominciato a parlare, non come vicino al supermercato sparlando e sbuffando, ma a interrompersi, a ricordare, a piangere e a ridere insieme.
E la fisarmonica? Dovè la fisarmonica? chiede Cosimo Quella era di Alessandro, me lo ricordo!
Tranquillo, arriva anche quella!
E davvero, alla fine della pellicola, dopo il temporale, si vede Alessandro seduto su un ceppo che suona la fisarmonica. Attorno le ragazze che ballavano, le pozzanghere brillavano, e sullorizzonte una specie di arcobaleno (anche se la pellicola era in bianco e nero si vedeva che era un arcobaleno!).
Allimprovviso il film si interrompe, si vedono delle bande bianche, e il lenzuolo torna a essere solo un lenzuolo attaccato al muro. Il fascio di luce si spegne.
Cala la notte, ma è una notte dolce, non quella scura e pesante di prima. Tutti seduti senza parlare, cera solo qualche singhiozzo, qualche respiro carico.
Pietro inizia a sistemare i cavi, le mani che gli tremano, gli occhiali appannati che si pulisce con la maglietta. E con voce bassissima, quasi si scusasse:
E allora? Vi è piaciuto?
E la temutissima Nunzia si alza dalla panca, va da Pietro con passo pesante, gli mette una mano sulla spalla. Mi aspettavo la sgridata. E invece, lo guarda con la stessa tenerezza che riservava a Vittorio e dice:
Grazie, ragazzo mio. Hai portato rispetto ai vecchi. Io pensavo di essermi scordata come rideva lui mio marito. E invece tu me lo hai restituito. Anche solo per mezzora, ma me lo hai restituito.
E senza trattenersi, lo stringe a sé. Pietro rimane impacciato, poi anche lui labbraccia con timidezza.
Tienila stretta quella pellicola, mormora nonno Cosimo. Non buttarla via. È la nostra storia, la nostra memoria.
Nonno, ho digitalizzato tutto, lho salvato su computer. Non si perde più. Ho trovato anche altri filmati: matrimoni, feste, addii… ce nè di roba!
Matrimoni? subito si solleva un brusio allegro. Di chi, di chi era? Dei Petroni? O magari di Zina?
Tutti si stringono intorno a Pietro, a chiedere, a invitarlo a cena, promettendo crostate e vino fatto in casa. In un attimo la diffidenza svanisce, la freddezza si scioglie: lui era diventato il nostro, uno di casa, il custode del tempo.
Io sono rimasta un po in disparte a guardarli: Nunzia sembrava più giovane di ventanni, Cosimo aveva di nuovo le spalle dritte. I vicini, che la mattina manco si salutavano per una lite sui confini, ora stavano assieme a ricordare come si erano nascosti tutti sotto il carro dalla pioggia.
A volte basta così poco, sai? Viviamo vicini, e sembriamo separati da muri altissimi. Ognuno infossato nel suo, nei risentimenti minuscoli. E invece, serve solo accendere una luce nel buio, farci vedere come eravamo, ricordarci che non siamo estranei. Che le radici nostre son intrecciate, e qui stanno salde, una vera famiglia.
Valentina Simonetti! mi chiama Pietro. E tu, che ne pensi? Non ti è piaciuto forse?
Mi sono avvicinata, sorridendo tra le lacrime.
Mi è piaciuto tantissimo, Pietro. Non può dirsi a parole quanto. È come se ci avessi presi per mano e riportati ragazzi per un po, ci hai regalato un incontro con chi non cè più tra noi. Il cuore, quello non invecchia mai, e tu ce lhai fatto battere di nuovo.
Siamo andati a casa che era già passata mezzanotte. Per le vie ancora le voci, le risate, i portoni che si aprivano. Rientrando ho preparato il tè, mi sono seduta alla finestra. Cera la luna piena, luminosa, e sono stata lì, leggera, col sorriso. Come se qualcuno mi avesse tolto un peso dimprovviso.
Da allora, ogni weekend ci vediamo davanti al magazzino. Pietro ci fa vedere tutte le pellicole. Siamo tornati una grande famiglia. I muri tra noi si sono fatti più bassi, i cancelli son sempre aperti.
Dimmi una cosa tu ci credi più nel tempo, che tutto cancella, o nella memoria che tutto conserva? Hai anche tu una memoria che ti scalda il cuore, che ti fa sentire di nuovo giovane?







