Mio marito Vittorio non era cattivo. Solo… vuoto, in qualche modo. Trent’anni insieme – eppure sempre uno sconosciuto. Lavoro, divano, televisione. Ogni tanto, qualche frase breve: «La cena è pronta?», «Dove sono i calzini?».

Il marito Vittorio non era cattivo. Solo vuoto, forse. Trentanni insieme eppure restava uno sconosciuto. Lavoro, divano, televisione. Ogni tanto quelle brevi frasi: «La cena è pronta?», «Dove sono i calzini?».
Quando se ne andò, lappartamento diventò ancora più silenzioso.
I figli ormai cresciuti vivevano altrove. Chiamavano nelle feste per fare il loro dovere, frettolosamente: «Mamma, come stai? Tutto bene? Va bene, un bacio». Poi di nuovo silenzio.
Una volta Teresa amava gli animali. Da bambina sognava di diventare veterinaria. Ma i genitori dicevano: non è una cosa seria. Adesso neanche lei sapeva più cosa desiderare.
Solo una certezza: il mondo era diventato pericoloso. Trappole dappertutto.
E tornando a casa dal mercato o dal medico si voltava indietro spesso, evitando ogni cosa viva.
Ma oggi la seguiva un cane.
Così Teresa camminava in fretta. Quasi correva.
La borsa sbatteva sulla coscia pesante, con pane e una bottiglia di latte. Nella tasca, le chiavi tintinnavano. Le stringeva forte, tanto che le dita le facevano male.
Non voltarti.
Ma si voltò.
Il cane la seguiva. Dieci metri dietro, non più vicino. Magro. Rossiccio, con il pelo arruffato e sporco sui fianchi. Il muso abbassato, la coda tra le zampe quasi chiedesse scusa di esistere.
Ma perseverava. Non si fermava.
Madonna santa, sussurrò Teresa e accelerò ancora.
Perché proprio dietro di me? Perché?
Laveva già notato, prima, vicino ai cassonetti. Quella cagnetta frugava tra i sacchi dimmondizia. Teresa non si era fermata, aveva tirato dritto e voltato la testa. Non si sa mai con i randagi. Magari attaccano.
Eppure amava i cani, un tempo. Da bambina cera Lilla dai suoi genitori nera, arruffata, dolcissima. Poi, quando si sposò, Vittorio non permise: diceva che sporcano, puzzano, lasciano peli ovunque.
Si era trattenuta a lungo in negozio. La fila, poi il ripensamento sulle salsicce, un ritorno indietro e ora era già buio fitto. I lampioni accesi illuminavano a stento. Per strada: nessuno. Solo il cane.
Teresa si voltò ancora la cagnetta era sempre lì. Niente abbai, niente ringhi. Solo camminava, guardava.
Occhi ambrati, sospettosi.
Cosa vuole?
Vai via! gridò Teresa, alzando un braccio. Sciò!
Il cane si fermò. Si sedette. Ma non se ne andò.
Cosa vuoi da me?! la voce di Teresa si spezzò in un lamento.
Silenzio. Solo il vento faceva cigolare laltalena nel cortile.
Teresa riprese a camminare quasi a correre, ormai. La borsa si agitava, il pane certo schiacciato. Il cuore batteva forte nelle tempie.
Due isolati a casa. Solo due.
Lasciami! sussurrò nellaria. Ti prego, lasciami!
Ed ecco, finalmente, il portone, la vernice scrostata. Teresa si precipitò, inciampò sul marciapiede, si salvò per miracolo.
Le chiavi. Dove sono le chiavi?
Le mani tremavano. Frugava nelle tasche, perse il guanto, lo raccolse, cercò ancora.
Dai, dai
E da un angolo sbucò un uomo.
Barcollava. Ubriaco si vedeva subito. Giubbotto slacciato, berretto storto, una bottiglia in mano.
O nonnina, la voce roca, con una risata sporca. Dove vai così di fretta?
Teresa si paralizzò. Le chiavi le caddero, tintinnarono per terra.
Vado a casa, riuscì a dire.
A casa, dici? Luomo fece un passo avanti. Odore di alcol e acido. Qualche euro per bere ce lhai?
Non ho niente, zero.
Eh, non dirmi bugie!
Si scagliò su di lei, afferrò la borsa. Teresa gridò e tirò niente. Lui strattonò più forte: lei cadde in ginocchio.
Lasciami! Lasciami andare!
Dammi la borsa! Lui la scosse come una bambola.
E allora dal buio saltò qualcosa di rossiccio.
Il cane.
Non abbaiò. Semplicemente volò addosso alluomo e azzannò una manica. I denti scattarono, il tessuto si lacerò. Luomo urlò, tentò di scacciarla, ma lei non mollava.
Maledetta! Lasciami!
Colpì con la bottiglia, ma il cane schivò, lasciò la manica e mordicchiò i pantaloni. Un ringhio basso, furioso. Gli occhi ambrati luccicavano come brace.
Luomo crollò sullasfalto. La bottiglia gli volò via, frantumandosi. Provò ad alzarsi, ma il cane gli saltò sul petto, vicino al collo.
Toglila! Portala via!
Ma Teresa non si mosse. Era in ginocchio, la borsa stretta al petto, e guardava.
Guardava come quel cane magro, spelacchiato, senza nessuno, la difendeva.
Luomo si rialzò di scatto e con un calcio allontanò la cagna quella rotolò, ma subito tornò allattacco. Non aspettò un istante. Luomo si girò e scappò barcollando, bestemmiando per la strada vuota.
La cagna rimase a guardare la sua fuga. Poi piano si voltò.
Teresa era ancora per terra. Tremava. Le lacrime scorrevano non si era accorta nemmeno di quando avesse iniziato a piangere.
Madonna mia, sussurrò.
Il cane si avvicinò. Si fermò a un passo non oltre. Si sedette e la fissò.
Sempre quegli occhi ambrati. Ma adesso senza paura.
Teresa si asciugò il viso col palmo. Raccolse le chiavi. Si alzò le ginocchia molli, si appoggiò al muro.
Il cane non si mosse.
Tu le tremava la voce. Tu mi hai salvata.
La cagnetta la fissava e scodinzolava piano come a dire: figurati, è la normalità.
E io avevo paura di te.
Teresa aprì il portone. Entrò. Si voltò.
La cagnetta stava lì. Non chiedeva niente. Solo aspettava.
E Teresa capì: era una scelta. Proprio adesso.
Poteva sbattere la porta. Salire su. Rinchiudersi nel vuoto e nel silenzio.
Come sempre.
Oppure
Vieni, disse piano. Dai, entra. Almeno ti scaldi un po.
La cagnetta si alzò lentamente, come se avesse paura che fosse un sogno. Poi, cauta, entrò nellandrone.
Teresa richiuse la porta alle sue spalle.
Il cane stava in mezzo allingresso, impacciato, quasi timoroso di occupare spazio.
Teresa posò la borsa. Si tolse la giacca. Le mani ancora tremavano per lo spavento, per quello che era successo, per il miracolo di poco fa.
Mi ha salvata. E io temeva più lei degli uomini.
Aspetta qui, disse e andò in cucina.
Cercò una ciotola vecchia. La riempì dacqua. Tornò.
La cagnetta bevve con avidità, si bagnava tutta. Lacqua schizzava sul pavimento e a Teresa non importava niente.
La guardava e pensava: da quanto tempo non mangi, piccina mia?
Ora, Teresa sussurrò. Ora arriva tutto.
Tornò in cucina. Aprì il frigo. Cera poco delle polpette di ieri, un pezzo di pecorino. Riscaldò le polpette in padella, le sminuzzò nella ciotola.
La cagnetta osservava immobile. Come se attendesse permesso.
Mangia, fece cenno Teresa. Su, mangia.
La cagnetta mangiava in fretta ma con educazione. Senza ingordigia.
Teresa si abbassò accanto a lei. Tese la mano piano, piano. Sfiorò il pelo.
La cagnolina si irrigidì. Guardò in alto.
Non aver paura, sussurrò Teresa. Ho paura anchio, sai? Vedi? Siamo tutte e due spaventate.
La accarezzò testa, spalle. Il pelo era duro, infeltrito, eppure caldo.
La cagnetta sospirò. Socchiuse gli occhi. Si appoggiò al palmo di Teresa.
Una randagia non mi ha inseguita per nulla, pianse Teresa.
E per la prima volta in tre anni sentì di non essere sola.
Non nel senso che cè qualcuno in casa. Ma nel senso: a qualcuno servo io.
A questa cagnetta. Che laveva difesa.
Sai disse piano Teresa mi sa che ci assomigliamo. Non ci vuole nessuno. Paura di tutti e due.
Si asciugò il viso.
La cagnetta alzò il muso. Le leccò la mano una sola volta, piano.
E Teresa sorrise. Era moltissimo tempo che non sorrideva così.
Da oggi vivi con me, disse sicura. Non ti caccerò. Mai, mai.
Si alzò, prese una vecchia coperta. La stese vicino ai termosifoni.
Sdraiati. Riposa. Sei a casa.
La cagnetta si accoccolò, tutta arrotolata, e sospirò profondo.
E Teresa si sedette vicino, una mano sul fianco caldo.
E il silenzio non sembrava più così spaventoso.
Perché non era più sola.
Perché nel mondo cera meno pericolo e più calore.
E quel calore era venuto proprio da dove meno se laspettava.
Hanno proprio ragione, pensò Teresa: bisogna aver paura degli uomini, non degli animali. Loro sì che capiscono. Siete daccordo?

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Mio marito Vittorio non era cattivo. Solo… vuoto, in qualche modo. Trent’anni insieme – eppure sempre uno sconosciuto. Lavoro, divano, televisione. Ogni tanto, qualche frase breve: «La cena è pronta?», «Dove sono i calzini?».
Nel salotto accanto risuonò un tonfo. Capovolgendo la pentola, Giuseppina corse di là. Il ragazzino fissava confuso il vaso in frantumi.