Se ripenso a quegli anni, sento ancora il peso di ciò che ho affrontato. Mi avevano cacciata dallazienda che avevo contribuito a costruire, perché, secondo loro, una donna incinta è una zavorra. Ma cinque anni dopo, son tornata come vera proprietaria per accogliere le loro dimissioni.
Ti è mai stato detto che, come donna, devi scegliere tra essere madre e avere successo? A me sì, e ne ho portato addosso le cicatrici.
Persino mio padre, Lorenzo, mi mise alla porta quando ero al settimo mese di gravidanza, tutto per dare il comando a mio fratello il vero erede. Ma quello che lui non sapeva era che il talento non si trasmette né col sangue né con il cognome, e la giustizia ritorna sempre, con gli interessi.
Mi chiamo Ginevra. Per otto anni sono stata direttrice operativa nellazienda di famiglia dei miei.
Quando entrai, limpresa era un disastro: fatture perse, mezzi scassati, una confusione che gridava vendetta. Io lho rimessa in piedi: ho introdotto software di gestione, aperto rotte internazionali, portato i primi grandi contratti.
In pratica, ho triplicato il fatturato.
Mio padre Lorenzo, intanto, si prendeva tutti gli onori.
Ho un fiuto per gli affari fuori dal comune, diceva, con un sigaro in bocca pagato grazie al mio lavoro.
Non conoscevo orari: dallalba a notte fonda, sempre in ufficio. Il mio unico pensiero era far crescere lazienda. Non avevo altro.
Fino a quando incontrai luomo che sarebbe diventato mio marito, e a trentadue anni rimasi incinta.
Pensavo che, dopo tutto quello che avevo dato, fosse normale ricevere sostegno. Il mio piano era di restare a casa solo tre settimane, e poi continuare a lavorare da remoto.
Ma fui ingenua.
Un lunedì mattina, già al settimo mese, mio padre mi convocò in ufficio.
Cera anche mio fratello Edoardo.
Edoardo un ornamento costoso. Titoli comprati e nessuna competenza sul campo.
Figlia, siediti disse papà, senza guardarmi nemmeno. Dobbiamo parlare del futuro.
Ho già organizzato tutto per dopo la nascita risposi.
Proprio di questo si tratta mi interruppe secco. Un bambino cambia tutto. Ormoni, stanchezza, allattamento Non sarai più concentrata. E lazienda ha bisogno di un leader al cento per cento. Un leader uomo.
Sono io quella che porta i maggiori ricavi.
Lo eri mi corresse. Vai a casa. Prenditi cura del bambino. Gioca pure a casetta. Lazienda ha bisogno di uomini. Da oggi Edoardo prende il comando.
Mio fratello sorrise con arroganza.
Non è personale, Gin. È la natura: tu ai pannolini, io ai profitti.
Mi licenziarono così a me, che avevo ricostruito quellazienda.
Uscii con una scatola in mano e la dignità schiacciata. Piansi per due giorni.
Il terzo, fondai la mia società senza cognomi daltri, senza eredità. Solo io e il mio bambino, che dormiva stretto a me nella fascia.
Sapevo solo una cosa: i clienti erano fedeli al mio lavoro, non agli uomini che mi avevano mandato via.
Uno ad uno, i grandi contratti vennero da me:
Ginevra se nè andata? Ce ne andiamo anche noi.
Edoardo direttore? No, grazie.
Dopo cinque anni, la mia azienda era un colosso tecnologico.
E quella di mio padre? A pezzi.
Errori, sprechi, evasione fiscale, clienti perduti tutto quello che avevo previsto.
Presto cercavano un acquirente.
Feci unofferta tramite una holding anonima. Acquistavo debiti e beni, ma volevo il controllo assoluto.
Accettarono subito.
Il giorno della firma entrai nella sede che io stessa avevo progettato.
Mio padre, curvo e con i capelli già bianchi.
Mio fratello, stanco e svuotato.
Ginevra? domandò mio padre, incredulo. Che ci fai qui?
Sono la nuova proprietaria risposi tranquilla. La G nel nome dellazienda è sempre stata per Ginevra.
Seguirono lunghi istanti di silenzio.
Spiegai loro le condizioni:
Edoardo è licenziato allistante. Non voglio che si avvicini a nulla che mi appartenga. Avrà solo lindennità minima, tolto ciò che ha sperperato.
Non puoi! Sono tuo fratello! protestò lui.
Sei una passività, Edoardo. E la mia azienda vuole solo attivi.
Guardai mio padre:
Tu il prepensionamento è dobbligo. Ti rilevo le quote. Da oggi smetti di lavorare. Le tue stesse parole: Vai a casa e gioca a casetta. Ora tocca a te.
Provò a supplicare.
Ma io non ero più la figlia spaventata.
Ero la proprietaria.
Firmarono.
Uscirono con le stesse scatole con cui io me ne ero andata, tanto tempo prima.
Oggi mio figlio disegna nel mio ufficio mentre io guido i consigli di amministrazione.
A volte giocare a casetta e comandare in azienda sono la stessa cosa
Basta essere tu il proprietario dellintero gioco.






