Già durante il viaggio, Tania sentiva lo stomaco stringersi: più il lussuoso SUV si avvicinava all’ampio viale della villa della famiglia Sottiro, più cresceva in lei l’ansia.

Ancora durante il viaggio, Giulia sentiva lo stomaco stringersi. Più il SUV di lusso si avvicinava allampio cortile della famiglia De Santis, più lansia la assaliva.

Non era solo un trasloco. Era un salto nel vuoto, in qualcosa di sconosciuto.

Quando il cancello si aprì lento e silenzioso quasi stesse aspettando proprio loro Giulia deglutì a fatica.

La casa grande, luminosa, con alti colonnati e un vialetto di pietra tra cipressi curati somigliava più a una piccola villa padronale toscana che a una vera abitazione.

Siamo arrivati disse Mario piano. Giacomo è nella sua stanza. Dirò che devo discutere di lavoro. Tu entra semplicemente. Non avere paura.

Non avere paura

Giulia riuscì solo ad annuire debolmente.

Dentro, lodore di legno, vaniglia e bucato pulito la accolse. I pavimenti coperti da tappeti spessi, alle pareti foto in bianco e nero dallinfanzia, icone antiche e attestati.

In cucina, una donna col grembiule impastava il pane, mentre al davanzale si essiccavano erbe aromatiche.

Tutto era quieto. Forse troppo quieto.

La seconda porta a destra, sopra sussurrò Mario, sfiorandole delicatamente la spalla. Se ti senti a disagio chiamami.

Giulia iniziò a salire le scale.

Le ginocchia tremavano.

Quando arrivò davanti alla porta, sentì un rumore costante e sommesso una ventola? Un computer? Non sapeva dirlo.

Bussò piano.

Niente.

Girò la maniglia.

La stanza era ampia, luminosa, ordinata, con una grande finestra sul giardino.

Davanti luomo.

Giacomo.

Stava seduto sulla sedia a rotelle, appoggiato in avanti, lo sguardo perso nel vuoto oltre il vetro. Una parte del suo volto stava nellombra. I capelli corti, scuri. Le mani, immobili sui braccioli.

Giacomo? sussurrò lei.

Lui si scosse lievemente e voltò lentamente la testa.

Aveva occhi stanchi, segnati occhi di chi viveva da troppo nella solitudine.

Chi sei? la voce roca, a malapena udibile.

Mi chiamo Giulia. Sono qui per conoscerti.

La fissò, come se volesse capire se fosse reale.

Ancora lui, mio padre? domandò quasi con disperazione.

Mi ha chiesto di parlare con te. Ma se non vuoi

Siediti. la interruppe. Non fa differenza ormai. Però siediti.

Giulia obbedì.

Restarono in silenzio per diversi secondi.

Sai cosa ha in mente mio padre, vero? chiese Giacomo.

Lei annuì.

Sì.

E tu sei daccordo.

Mia figlia è malata, sussurrò Giulia. Deve essere curata non ho altra scelta.

Sul volto di Giacomo passò qualcosa. Non era né rabbia, né dolore era comprensione.

Capito, disse piano.

Quella parola capito suonò come una resa.

Quasi una dolce gratitudine.

Non sono un mostro, proseguì lui. Ma non sono nemmeno facile. Sette anni chiuso qui dentro ti sbriciolano dentro.

Non dire così, mormorò Giulia.

Sei la prima che me lo dice.

I giorni seguenti passarono strani.

Giulia e Chiara si sistemarono nella spaziosa stanza degli ospiti.

Già il mattino dopo, Mario organizzò visite a Milano clinica privata, specialisti. Per la prima volta Giulia sentì una vera diagnosi, un piano di cura, una speranza.

Pianse di sollievo.

Intanto Giacomo iniziò ad uscire più spesso. Prima dieci minuti. Poi unora.

Diceva poco, ma osservava Giulia. Lascoltava.

Forse nessuno gli parlava più come a un uomo da anni.

Un pomeriggio, mentre Giulia portava delle asciugamani alla lavanderia, vide qualcosa che la lasciò senza fiato.

Giacomo era in giardino.

IN PIEDI.

Aggrappato a delle parallele metalliche, con il fisioterapista poco distante, spostava a fatica prima il piede sinistro.

Poi il destro.

Giulia rimase immobile.

Lui la vide e per la prima volta sorrise.

Due passi.

Oggi due.

Lei si commosse.

È incredibile.

Incredibile? rise lui, amaro. Un uomo di quasi trentanni che si vanta di due passi

Quei due valgono più di cento, rispose lei.

Giacomo la fissò a lungo.

Li ho fatti per te.

Giulia rimase senza fiato.

Cominciarono a parlare di più.

La sera lei gli portava una tisana.

Lui le raccontava dellincidente, del lavoro, dei sogni sepolti.

Lei gli parlava di Chiara, delle sue paure, della solitudine.

Una sera, lo trovò a osservare una foto.

Sei tu?

Sì. Prima. Quando pensavo che la vita seguisse i miei piani.

A volte bisogna ricostruire la vita, disse Giulia sottovoce. A volte si riparte dalle macerie.

Lui la osservò a lungo.

Resta un po.

Chiara lo adorava subito.

Della carrozzina, del suo dolore, della sua malinconia, non aveva paura.

Ogni giorno gli portava un disegno.

Uno di quei disegni cambiò tutto.

Sul foglio cerano loro tre Giulia, Chiara e Giacomo.

Tutti e tre si tenevano per mano.

Guarda! La nostra famiglia! esclamò la bambina.

Chiara! si imbarazzò Giulia. Non dire così!

Ma Chiara sorrise e corse via.

Giacomo sussurrò:

Ma non mi dispiacerebbe affatto.

Giulia sentì il cuore sussultare.

Non parlare così. Abbiamo un accordo

Io non voglio più un accordo, disse lui piano. Voglio te.

Lei non rispose.

Non ci riusciva.

Arrivò il giorno che cambiò tutto.

Giulia era sul terrazzo, una tazza di tè caldo tra le mani.

Il sole stava tramontando.

Giulia sentì dietro di sé.

Si voltò.

Giacomo CAMMINAVA.

Lento, incerto, ma senza aiuto.

Arrivato vicino a lei, si appoggiò al corrimano.

Tu mi hai ridato la vita, disse. Mi hai dato un motivo per svegliarmi, per lottare, per respirare. Non voglio che tu vada via dopo dodici mesi. Voglio che resti. Tutti e tre. Per sempre.

Le lacrime scesero senza controllo.

Giacomo

Non è riconoscenza. È amore.

Lui la abbracciò.

E per la prima volta in sette anni si lasciò stringere davvero.

Lei si abbandonò a lui.

E capì la scelta era fatta.

Dopo sei mesi Giulia tolse la fede che Mario le aveva dato solo per contratto

e ne indossò unaltra.

Quella che Giacomo le infilò al dito vera, scelta, desiderata.

Chiara saltellava felice, lanciando petali a terra.

Ho finalmente papà! Un vero papà! urlava.

Mario assisteva in disparte, asciugandosi gli occhi.

Finalmente qualcosa di bello in questa casa, sussurrò.

Giacomo prese Giulia per mano.

Grazie di avermi salvato.

Lei scosse il capo.

No. Ci siamo salvati a vicenda.

E da quel momento la loro vita iniziò di nuovo.

Non per un contratto.

Non per bisogno.

Ma per scelta. Per amore.

Oggi, scrivendo queste pagine, ho imparato che spesso la vita ci chiede coraggio proprio quando ci sentiamo deboli. Ma, a volte, basta una mano stretta alla nostra per ritrovare la forza e la speranza.

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