Mamma, ti prego, basta! Ginevra era sdraiata sul pavimento, le gambe ripiegate contro il petto, le mani sulla testa mentre sua madre la colpiva con la cintura di cuoio con la fibbia pesante che era appartenuta a papà. Non lo faccio più! Ti prego!
Ma sua madre era incontenibile, Ginevra lo sapeva già. Nei rari momenti in cui la rabbia la travolgeva, lo sguardo di mamma diventava folle, la bocca si storceva come nella maschera di un fantoccio, e sembrava che non sapesse più distinguere la realtà. A Ginevra non restava che sopportare, senza tentare la fuga per non farla infuriare ancora di più, coprendosi il viso, così almeno a scuola nessuno avrebbe notato.
La schiena bruciava dove la fibbia lasciava solchi. Lunico vero lascito di papà serviva a mamma per scaricare la sua furia. Nellaria aleggiava lo schiocco, e le lacrime cadevano, bagnando quelle assi di legno ormai gonfie dumidità.
Provaci ancora una volta! Solo unaltra! strillava tra un colpo e l’altro.
Colpì per sbaglio il palmo della mano e lasciò cadere la cintura. Ginevra trattenne un sospiro: la punizione era finita, il prossimo passo era aspettare che mamma andasse in cucina, poi scivolare in camera da letto e rannicchiarsi nel letto, sperando di non fare rumore fino al mattino.
Ginevra non capiva cosa facesse di tanto sbagliato. Mamma trovava sempre una scusa per punirla. Un brutto voto in italiano, il pavimento lavato male, un pane comprato sbagliato anche se era proprio lei ad aver chiesto quello tipo Altamura, ma poi ci aveva ripensato. Non era la ragione che contava: contava solo la pena.
Quando mamma si limitava a urlare, per Ginevra era quasi un giorno buono. Le urla si potevano sopportare, anche se la chiamava balena, incapace, sfigata e sciagura. Ginevra ci si era abituata. Aveva persino pensato che forse era vero se non ci fosse stata lei, magari papà non se ne sarebbe mai andato, o mamma avrebbe potuto risposarsi, o andare a vivere lontano, unaltra vita intera, senza quel peso.
Ginevra si sforzava in tutti i modi di non disturbare la madre. Da quando aveva sei anni, tutta la casa era sulle sue spalle. Anche se le cose riuscivano sempre peggio, ormai a mamma non importava: almeno non doveva più occuparsene lei. Non le serviva pensare a cosa dar da mangiare a Ginevra, poteva uscire la notte, portare a casa uomini. Ginevra taceva, si copriva le orecchie sotto le coperta per non sentire quei suoni.
Appena ne ebbe occasione, si mise a lavorare nei weekend, portando a mamma tutti gli euro guadagnati, come se dovesse ripagare ogni centesimo speso per crescerla.
Non mi ridarai mai i miei anni! urlava mamma, prendendo i soldi. È tutto colpa tua!
Ginevra non sapeva cosa intendesse per tutto, e aveva paura di chiederlo. Una volta, trovando un po di coraggio, chiese perché lavesse fatta nascere. La risposta fu:
Perché sei mia figlia.
Ginevra ci rifletté a lungo, convincendosi che doveva significare amore. Le madri amano i figli, no? Lo scrivono in ogni libro, e a scuola le altre mamme parevano diverse. Forse la sua non sapeva amare, tutto qui?
Provò un giorno ad abbracciarla. Credeva di poterle insegnare il calore, ma mamma la respinse con furia, sibilando di non toccarla mai più. Così, non ci provò mai più.
Finite le medie, Ginevra entrò in un istituto tecnico. Le fu offerta una stanza in convitto, ma sorprendentemente mamma si oppose con violenza. Fece una scenata, urlando di non averla cresciuta per poi lasciarla andare via così.
Dimenticatelo! gridò, schiaffeggiando Ginevra.
E Ginevra, per assurdo, ne fu felice: forse voleva dire che la madre aveva bisogno di lei. Che la amava.
Quando Ginevra cominciò a guadagnare bene, mamma smise di picchiarla. Restarono solo i rimproveri e le offese, ma con quelli si poteva sopravvivere. Poi però la madre si risposò.
Un giorno, tornando a casa, Ginevra trovò tutte le sue cose davanti alla porta del pianerottolo. La chiave non entrava più nella serratura. Dallinterno, la voce della madre arrivò secca: ora aveva una vita tutta sua, e per Ginevra non cera più posto.
Si sedette sul pavimento, le mani sul viso. Non sapeva se piangere per la tristezza o il sollievo. Solo il giorno prima aveva consegnato tutto lo stipendio a mamma, le erano rimasti solo pochi euro per lautobus. Non aveva casa, né amici veri, né conoscenti.
Quella notte la passò su una panchina della stazione, fingendo di aspettare un treno e sobbalzando ogni volta che vedeva il controllore: temeva di essere cacciata via come unombra.
Una collega le propose una stanza in affitto; Ginevra accettò con gratitudine, decidendo di pagare dopo la paga. Per la prima volta si trovava sola, senza qualcuno che la sorvegliasse, e aveva paura.
A poco a poco si abituò al silenzio, che divenne quasi piacevole, anche se di notte si svegliava ancora con il ricordo della cintura. Ogni volta che si comprava qualcosa, quando smetteva di pensare a mamma, quando sorrideva senza motivo, sentiva ancora di sbagliare. Ma il peso si alleggeriva, e la vita si rivelava meno cupa di quanto avesse immaginato. Solo relazioni non ne voleva. La voce della madre restava in testa:
Nessuno ti vorrà mai bene, guarda che faccia hai!
E Ginevra rifiutava tutte le proposte di appuntamento, guardandosi nello specchio e piangendo. Nessuno può amare una come lei.
Imparò a vivere sola. Imparò a essere felice, a non aver paura, iniziò a intuire che sua madre era stata un mostro. Ma sempre più spesso desiderava vederla di nuovo. Non sapeva perché. Forse sentire che aveva fatto qualcosa di buono? Che aveva un buon lavoro, una bella casa? Sentire una parola gentile, solo una volta? O finalmente vomitarle addosso tutto quello che aveva dentro?
Forse la madre la sentì, perché un giorno la chiamò e la invitò. Non sapeva come avesse preso il numero, ma la voce era così dolce che in Ginevra rinacque la speranza.
Carica di dolcetti e regali, Ginevra andò da lei. Scoprì così di avere un fratellastro.
Ettore era seduto al tavolo, impiastricciava la zuppa, mentre mamma gli girava intorno, sorrideva, gli dava bacetti, imboccandolo con il cucchiaio come se a sei anni fosse ancora neonato.
Un gelo strano le strinse il petto. Era straniante vedere quella donna sorridere, mentre nei suoi ricordi la vedeva con la bocca distorta dalla rabbia e la cintura in mano, pronta a colpire per ogni errore. Ma, con onestà, si rallegrò per il fratellino. Forse mamma aveva imparato ad amare. E magari, adesso, avrebbe potuto dare un po di affetto anche a lei?
Sorrise, si avvicinò alla madre a braccia aperte.
Appena un istante prima mamma rideva Sei proprio il mio coniglietto, Ettore, ma vedendo Ginevra il sorriso si spense e la bocca si piegò in una smorfia si ritrasse, disgustata.
E tu che vuoi? chiese in tono brusco.
Ginevra rimase con le braccia a mezzaria, ridicola.
Amami anche tu, mamma, ti prego, gridava dentro di sé, ma non disse nulla.
Siediti va, lavati le mani ordinò severa la madre, girandosi di nuovo verso Ettore. Il suo sorriso rinasceva. Ginevra capì che non avrebbe mai avuto quella madre. Ma allora, perché laveva chiamata?
A settembre Ettore va a scuola e Pietro non guadagna abbastanza per la privata. Non posso certo mandarlo alla pubblica, in mezzo a quei cominciò mamma, senza chiederle come stava né come avesse passato questi anni. Ho pensato che visto che hai un buon lavoro e vivi da sola Beh, me lo ha detto Chiara, non guardarmi così Dovresti aiutare. È una spesa grossa, ma noi paghiamo la metà.
Ginevra non credeva alle sue orecchie. Sentì qualcosa dentro spezzarsi: qualcosa di cupo e tossico, che laveva legata per tutta la vita a sua madre.
Con voce fioca chiese:
Perché pensi che dovrei farlo?
Lo sguardo della madre divenne sprezzante:
Perché ti ho dato da mangiare, ti ho cresciuta, vestita. Ho buttato la mia vita per colpa tua. Mi devi tanto. Hai vissuto per te abbastanza.
Ginevra si alzò da tavola. Un nodo di rabbia e dolore la stritolava. Pensava che quel groviglio le sarebbe esploso in faccia, schiacciando mamma come una statua di sale. Ma non urlò. Scosse solo la testa e uscì, sbattendo la porta troppo forte.
Torna subito qui! urlò la madre dal pianerottolo. Ingrata! Lo sapevo, delusa anche questa volta!
Urla e insulti la seguirono sulle scale, come uneco sporca e stanca ma Ginevra ormai non ascoltava più. Scendeva, asciugando le lacrime che scendevano rapide come un fiume dagli occhi. E sorrideva. Era, per la prima volta, davvero libera. Da quel momento avrebbe potuto imparare ad amare. E per farlo, non avrebbe più avuto bisogno di sua madre.
— Mamma, ti prego, basta! — Vera era sdraiata a terra con le gambe rannicchiate e le mani sulla testa, mentre la madre la colpiva con la cintura di papà, quella con la fibbia. — Non lo farò più! Ti prego!







