Avevo chiamato lidraulico, ma alla porta si è presentato il mio ex marito, quello che sette anni fa sparì dalla mia vita. Ha osservato il mio nuovo appartamento e, senza troppi giri di parole, ha fatto capire che voleva restare.
Il sabato mattina di certo non era iniziato con il profumo del caffè.
Mi alzai di scatto, allarmata da un sinistro sibilo proveniente dal bagno. Appena aperta la porta, mi trovai davanti a un vero disastro: il mio costoso, decantato miscelatore italiano aveva deciso di regalarmi una fontana improvvisata. Un getto sottile, ma ostinato, schizzava in direzioni imprevedibili, senza alcuna intenzione di fermarsi.
Presi dal panico cercai asciugamani, chiusi la valvola e mi appoggiai al bordo della vasca per valutare la situazione: avevo bisogno di un idraulico. E in fretta. Non sono incapace: so cambiare una lampadina, montare una mensola. Ma la questione idraulica rimane per me un campo minato, meglio non rischiare da sola.
Scrissi il problema su un sito molto noto e prenotai un tecnico.
La voce al telefono mi era sembrata vagamente familiare. Ma, si sa, durante una crisi dacqua nessuno ha la lucidità di analizzare inflessioni e timbri.
Dopo unora, il campanello suonò.
Aprii la porta e rimasi impietrita.
Sulla soglia cera Matteo, il mio ex marito. Proprio lui, che sette anni prima aveva raccolto la sua roba, lasciandomi con la frase sei diventata noiosa (e avevo solo quarantacinque anni), per correre dalla giovane e promettente Paola, collega della contabilità.
Da allora, mai più visto. Zero auguri alle feste, nientalimenti (del resto nostro figlio era già grande), sembrava avermi cancellato.
E ora eccolo lì: giubbotto consunto pieno di tasche, cassetta degli attrezzi nella mano. Invecchiato, segnato. Il volto pallido, le occhiaie profonde, un tentativo maldestro di nascondere la stempiatura con una riga sui capelli.
Io invece, nella mia nuova casa a due locali, immersa nel profumo del mio costoso profumo, lo fissavo in silenzio.
Viola? sussurrò, incredulo. Sei tu?
Sì, Matteo. Dai, entra ormai.
Sorprendentemente, ero calma. Dentro avevo un groviglio in gola, ma fuori sembravo di marmo.
Entrò, si tolse le scarpe. Anche loro parevano stanche come lui.
Allora, dovè che perde? mormorò, evitando il mio sguardo.
In bagno si mise al lavoro, mentre io rimasi sulla soglia, braccia incrociate. Le mani gli tremavano leggermente: emozione o età? Ma il mestiere lo sapeva fare: dopo un quarto dora, il sibilo svanì e lacqua riprese a scorrere come si deve.
Bel lavoro qui, Violà. Complimenti. La ristrutturazione lavrai pagata cara.
Quanto ti devo?
Esitò, si grattò la testa.
Ma dai, lascia stare Siamo di casa. Mi offri un tè? Sono pur sempre tuo ex marito.
E allora mi prese una curiosità nuova, insistente: e ora che succede? Feci cenno di sì.
Vieni in cucina.
Quando entrò nella zona giorno, quasi trattenne il respiro. Spazio aperto, venticinque metri quadrati, finestra panoramica. Luce.
Sette anni fa, prima che mi lasciasse, vivevamo stretti in una vecchia due stanze, i tappeti alle pareti, lodore di patate fritte fisso nellaria.
Si sedette, accarezzò il piano della cucina in quarzo.
Vivi in grande, disse, con una punta di invidia. Mi dicevi che i soldi mancavano
Era a te che mancavano, Matteo. E la volontà. Io invece ce lho fatta.
E tu come stai? provò a chiedere, sorseggiando il tè. Ti sei risposata?
No. Mi godo la libertà. Lavoro, viaggio. Nostro figlio lavora nellinformatica. Tu piuttosto? E Paola?
Alludire quel nome, la sua faccia si fece cupa, come se avesse morso un limone.
Che vuoi che ti dica di Paola Abbiamo resistito un anno. Poi capricci: voleva la pelliccia, le Maldive. E io, che sono, Briatore? Mi ha cacciato. Ho girovagato in affitto, ora sto da mia madre.
Racimolo qualcosa con i lavoretti
Si lamentò a lungo, dettagliando ogni sfortuna tra un morso e laltro.
Poi, dun tratto, tacque. Si guardò intorno ancora una volta, si alzò, fece due passi in soggiorno, si fermò davanti alla parete della tv enorme.
Davvero comodo, qui da te, Violà. Si capisce subito che cè mano di donna disse tornando al tavolo.
Nei suoi occhi passò un lampo ambiguo, quasi predatorio. Si raddrizzò, dentro la pancia.
Ascolta, Violà iniziò con voce mielosa. Questa non è una coincidenza. È destino, capisci?
Ah sì? sollevai il sopracciglio.
Certo. Non siamo ragazzini. Siamo soli. Tu qui dentro queste mura, io ospite di mia madre. Non ha senso.
Si avvicinò.
Ho pensato Magari basta con il passato. Eravamo giovani, scemi. Ho capito tante cose. Paola: un errore. Ma tu, guarda chi sei diventata Una donna realizzata, sistemata.
Aspettai, in silenzio.
Lui sfoderò la battuta da manuale del maschio convinto.
Guardando la mia casa la mia fortezza, costruita con notti insonni e duro lavoro disse:
Violà, perdoniamoci, che dici? Perché non torno a vivere da te? Ti serve un uomo in casa, un padrone di casa. Chi ti cambia un rubinetto, altrimenti? E poi in due si sta meglio. Non occupo spazio mi basta un angolo e un buon piatto caldo.
Mi alzai piano dalla sedia.
Quindi anche tu hai deciso di «perdonarmi»? chiesi a voce bassa.
Ovviamente, sorrise con aria tronfia. Neanche tu eri una santa: sempre a rimproverarmi, sempre con qualcosa da dire. Ma non porto rancore, è tutto passato.
Mi passarono davanti agli occhi tutti e sette gli anni, uno ad uno.
E questo premio, questo autoproclamato padrone, pensava di posare il sedere sul mio divano, pescare dal mio frigo, proclamando tronfio un perdoniamoci.
Matteo, dissi con voce così ferma che mi vennero i brividi ora prendi la tua cassetta.
Scusa? non aveva capito.
La cassetta degli attrezzi. Prendila e vai.
Viola, ma che dici? Io sono serio. Pensaci: fa fatica vivere da sola. Chi ti protegge, chi ti aiuta?
Matteo, arrivederci, scandii lentamente, sillaba dopo sillaba.
Ecco perché me ne sono andato bofonchiò lui. Ti sei arricchita e ti sei montata la testa. Ti ho persino dato una possibilità.
Quasi lo spinsi fisicamente fuori e chiusi la porta a doppia mandata.
Il cuore mi batteva in gola, le mani tremavano. Non per paura, ma per la rabbia. Per la lucida consapevolezza di quanto certi uomini ci vedano solo come una comodità.
“Serve un uomo in casa”. “Il padrone”.
Allo specchio cera una donna sicura, bella. Quella che si è pagata questa casa, che lha ristrutturata da sola, e che decide da sé chi far entrare nella propria vita.
Matteo, se mai leggerai queste righe, grazie per essere andato via sette anni fa. È stato il regalo migliore che potessi ricevere. Il padrone di casa, qui, cè già. Sono io.
Solo a me capita che gli ex tornino proprio quando hai già sistemato tutto?
“Perdoniamoci” che non sembra nemmeno una corona in testa? Proprio da re.
E voi? Avreste fatto come me? O sono stata troppo dura?
Raccontatemi le vostre storie nei commenti.







